Il divieto del sangue è davvero universale?
Genesi 9:4 alla prova di Deuteronomio 14:21

L'intera dottrina della Watch Tower sul sangue poggia su un presupposto che raramente viene messo in discussione: il divieto rivolto a Noè in Genesi 9:4 sarebbe una legge morale universale, valida per ogni essere umano in quanto discendente di Noè, e non una norma cultuale rivolta a un popolo particolare.[1] È questo presupposto a permettere che il divieto sopravviva all'abolizione della Legge mosaica e continui a vincolare i cristiani di oggi. Senza di esso, l'edificio non sta in piedi.
Un lettore ci ha sottoposto un'osservazione che mette alla prova proprio quel presupposto, e lo fa restando interamente all'interno del testo biblico. La riportiamo perché merita di essere esaminata con calma, tanto più che la Watch Tower si è trovata costretta a occuparsene direttamente, e la risposta che ha dato è più compromettente della domanda.
La questione
Deuteronomio 14:21 stabilisce:
"Non mangerete alcuna bestia morta da sé; la darai al forestiero che risiede nelle tue città perché la mangi, o la venderai a uno straniero, perché tu sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio."
La domanda che ne nasce è semplice. Se Dio considera moralmente illecito per ogni uomo assumere sangue, avendolo già proibito a Noè e quindi all'intera umanità, perché autorizza un israelita a cedere o a vendere proprio quel cibo ad altri? Se il divieto avesse davvero lo stesso statuto del divieto di uccidere o di rubare, ci aspetteremmo una formula del tipo "non mangiarlo e non permettere che altri lo mangino". Il testo dice invece l'esatto contrario: tu non mangiarlo, ma puoi darlo o venderlo.
Il punto decisivo non è stabilire se lo straniero fosse o meno tenuto a osservare il precetto noachico. Il punto è che Dio autorizza l'israelita a compiere un'azione che, nella lettura della Watch Tower, favorirebbe la violazione di una legge divina universale.
Di che carne si parla
Occorre subito precisare un dettaglio che rende la questione pertinente e non soltanto suggestiva. La nevelah di Deuteronomio 14:21 non è una carne impura qualsiasi: è la carcassa di un animale morto da sé, quindi per definizione un animale non macellato e non dissanguato, il cui sangue è rimasto nelle carni.[2] Non stiamo parlando di un divieto alimentare generico, ma esattamente di carne "con il suo sangue", che è la formula di Genesi 9:4.
Che il collegamento non sia arbitrario lo conferma la Watch Tower stessa, che affronta Deuteronomio 14:21 proprio all'interno di un articolo dedicato al divieto del sangue e alle trasfusioni.[3] Lo conferma anche il Levitico, che tratta la bestia morta da sé nello stesso capitolo dedicato al sangue, subito dopo aver proibito di cibarsene con la motivazione che la vita della carne è nel sangue (Levitico 17:11, 14). La disposizione sulla carcassa segue immediatamente, ai versetti 15 e 16.[4]
Una motivazione che non è morale
Deuteronomio 14:21 non si limita a disporre: motiva. E la motivazione è che Israele è un popolo consacrato al suo Dio. La ragione del divieto non è che quel cibo sia intrinsecamente illecito per ogni essere umano, ma che Israele è separato dagli altri popoli.
È esattamente il contrario di come funziona una norma morale universale. Nessuno motiva il divieto di omicidio dicendo "perché tu sei un popolo consacrato". Le norme morali si fondano sulla natura dell'atto, non sull'identità di chi le riceve. Qui la fondazione è dichiaratamente identitaria, e quindi particolare.
La risposta della Watch Tower
La difficoltà non è sfuggita all'organizzazione, che vi ha dedicato più di un intervento. La soluzione proposta è sempre la stessa: la differenza fra Deuteronomio 14:21, che consente di dare la carcassa al residente forestiero, e Levitico 17:10, che al residente forestiero proibisce il sangue sotto pena di essere stroncato dal popolo, dipenderebbe dalla condizione religiosa del forestiero in questione.
Nel primo caso si tratterebbe di un residente non proselito, descritto come uno che "non cercava di osservare tutte le leggi di Dio"; nel secondo di un proselito a pieno titolo, vincolato dal patto della Legge.[3] La stessa spiegazione compare nel commentario a Deuteronomio pubblicato nel 2004[5] e nel volume Perspicacia nello studio delle Scritture, dove si afferma che il residente forestiero al quale si poteva dare la carcassa "evidentemente era uno che non era diventato un adoratore di Geova a pieno titolo".[6]
Esaminiamo questa risposta, perché non risolve il problema: lo sposta, e nello spostarlo lo aggrava.
Una distinzione che il testo non fa
La prima osservazione è filologica. Deuteronomio 14:21 e Levitico 17:10 usano lo stesso identico termine ebraico, ger, per designare il residente forestiero. Il testo non distingue affatto fra due categorie di ger. La distinzione fra ger toshav, residente che non ha abbracciato integralmente la religione di Israele, e ger tzedek, proselito a pieno titolo, appartiene alla letteratura rabbinica posteriore ed è un'elaborazione giuridica successiva, non un dato del Pentateuco.
La Watch Tower lo sa perfettamente, tanto che per sostenere la propria lettura è costretta a citare in nota un commentatore ebraico moderno di orientamento ortodosso, il quale a sua volta si appoggia esplicitamente alla categorizzazione dei rabbini.[7] Siamo cioè davanti a un caso curioso: l'organizzazione che rifiuta per principio la tradizione interpretativa umana come fonte di verità la utilizza qui come unico appoggio per armonizzare due testi divergenti.
C'è di più, ed è un dettaglio che vale la pena sottolineare. Quella stessa tradizione rabbinica, alla quale si ricorre per sistemare la difficoltà, legge Genesi 9:4 in un senso assai più ristretto di quello della Watch Tower: nel quadro dei precetti noachici il versetto fonda il divieto di cibarsi della carne strappata a un animale ancora vivo, cioè una norma contro la crudeltà, non un divieto generale di assumere sangue rivolto a tutta l'umanità.[8] Chi ha letto e discusso quel versetto per due millenni non ne ha mai ricavato ciò che ne ricava la Watch Tower. Si prende dunque dalla tradizione ebraica la distinzione fra le categorie di ger, che serve, e si lascia da parte la lettura di Genesi 9:4, che smonterebbe l'intera costruzione.
L'ammissione decisiva
La seconda osservazione è quella che a nostro avviso chiude la questione, e nasce da una frase che l'organizzazione ha scritto senza avvedersi di ciò che concedeva.
Va detto che il rilievo non è nuovo. Achille Aveta lo aveva già formulato nel 1985, nel capitolo dedicato al sangue del suo Analisi di una setta: i Testimoni di Geova, osservando che con Deuteronomio 14:21 Dio autorizzava lo straniero a fare ciò che all'israelita era vietato, e che in questo modo veniva ristretta l'universalità del comando di Genesi 9:4-6.[9] Quarant'anni dopo, la difficoltà è ancora lì. Ciò che possiamo aggiungere oggi è la spiegazione con cui l'organizzazione ha tentato di scioglierla, e il prezzo che ha dovuto pagare per farlo.
Nel commentario del 2004 si spiega che lo straniero e il residente forestiero che non divenivano proseliti "non erano sotto la Legge", e che proprio per questo potevano utilizzare gli animali morti e non dissanguati; agli israeliti era quindi consentito darli o venderli loro.[5]
Si rifletta su questa argomentazione. Essa spiega la liceità del consumo di sangue da parte del forestiero con il fatto che costui non era vincolato dal patto della Legge mosaica. Ma se Genesi 9:4 fosse davvero una legge universale data a tutta l'umanità attraverso Noè, essere o non essere sotto la Legge mosaica sarebbe del tutto irrilevante: quel forestiero era comunque un discendente di Noè, e in quanto tale sarebbe stato vincolato dal precetto noachico esattamente come ogni altro uomo sulla terra.
Non si tratta di una deduzione nostra. Nel 1963 la stessa organizzazione aveva scritto che le norme sul sangue date a Israele erano fondate sul comando rivolto a Noè, e che i princìpi anteriori al Sinai erano e restano tuttora in vigore per tutti gli uomini in quanto discendenti di Adamo e di Noè.[10] Se questo è vero, il residente forestiero non proselito di Deuteronomio 14:21 era vincolato al pari di chiunque altro, e la spiegazione del 2004 non spiega nulla.
Né è possibile ripiegare sostenendo che il divieto fosse dopotutto legato al patto. Nel 1991 la Watch Tower ha affermato che la proibizione esisteva prima che il patto della Legge entrasse in vigore e continuò a esistere dopo che la Legge fu abolita.[11] Le due strade sono entrambe sbarrate, e a sbarrarle è stata l'organizzazione stessa.
La spiegazione di Deuteronomio 14:21 funziona a una sola condizione: che il divieto del sangue valga esattamente per chi è dentro il patto, e per nessun altro. Ma è la condizione opposta a quella che l'organizzazione deve sostenere per applicare il divieto ai cristiani del ventunesimo secolo, i quali sotto il patto della Legge non sono mai stati.
Non è un dettaglio marginale né una svista redazionale: è il perno dell'unica spiegazione che l'organizzazione abbia mai offerto di Deuteronomio 14:21, ripetuta a distanza di ventun anni in pubblicazioni diverse. E ogni volta che viene ripetuta, ammette senza volerlo proprio ciò che avrebbe dovuto negare.
Disfarsene o venderli?
Vale la pena segnalare un ulteriore passaggio forzato. L'articolo del 1983 sostiene che Deuteronomio 14:21 sia in armonia con Esodo 22:31, in quanto ordinerebbe agli israeliti di disfarsi degli animali non dissanguati, pur permettendo loro di venderli.[3]
Ma Esodo 22:31 non dice di disfarsene: dice di gettare la carne ai cani. È una distruzione, un atto che esclude ogni utilizzo. Deuteronomio 14:21 dice invece di darla o di venderla, e vendere significa ricavarne un profitto. Fra buttare una cosa perché ripugnante e monetizzarla c'è una differenza che nessuna armonizzazione può cancellare, e chiamare "disfarsi" un atto di commercio è un espediente lessicale, non un'esegesi.
Il problema della complicità
Resta infine intatto il nodo sollevato dal nostro lettore. Anche ammettendo la distinzione fra le due categorie di forestiero, la Legge autorizza esplicitamente l'israelita a fornire ad altri un cibo che, nella lettura della Watch Tower, quegli altri non avrebbero comunque avuto il diritto di mangiare in quanto uomini.
La Legge conosce benissimo il principio di non favorire la trasgressione altrui, e lo enuncia in forma memorabile: "Non maledirai il sordo e non porrai inciampo davanti al cieco" (Levitico 19:14). Se il residente forestiero e lo straniero fossero stati vincolati da Genesi 9:4, vendere loro una carcassa piena di sangue sarebbe stato l'inciampo per antonomasia, e per di più autorizzato da Dio in persona.
Aggiungiamo che il criterio di complicità applicato oggi ai TdG è ben più rigido. A un TdG non è concesso di collaborare in alcun modo a ciò che l'organizzazione considera peccato altrui, e in materia di idolatria, di aborto o di condotta sessuale non gli si suggerisce mai di lasciare la questione alla coscienza dell'interessato. Perché proprio qui, e solo qui, quel criterio si allenta al punto da consentire una compravendita?
Due tesi che si escludono
Tiriamo le fila dell'argomento.
• La Watch Tower afferma che il divieto di Genesi 9:4 vincola l'intera umanità, tutti i discendenti di Noè, e che è rimasto in vigore anche dopo l'abolizione della Legge mosaica.
• Per spiegare Deuteronomio 14:21 essa afferma però che chi non era sotto la Legge poteva legittimamente utilizzare carne non dissanguata.
• Ma dire questo significa ammettere che il divieto obbligava soltanto chi era vincolato dalla Legge mosaica, e non ogni essere umano. È l'esatto contrario di quanto si afferma al punto precedente.
Non siamo davanti a una difficoltà esegetica sfuggita di mano, ma a due tesi che si escludono a vicenda, sostenute entrambe dalla medesima fonte e mai messe a confronto fra loro. O il divieto è universale, e allora la spiegazione di Deuteronomio 14:21 crolla e resta senza risposta la domanda su come Dio possa autorizzare un commercio che favorisce la violazione di una sua legge. Oppure il divieto vale solo per chi è dentro il patto, e allora è caduto con esso, e viene a mancare la premessa su cui la Watch Tower ha edificato il proprio divieto delle trasfusioni.
Resta poi da ricordare che il passaggio dal divieto di cibarsi di sangue al divieto di riceverlo per via endovenosa non appartiene ai testi qui esaminati: è un'estensione interpretativa dell'organizzazione, che i testi biblici non compiono mai. La contraddizione documentata in questa pagina riguarda dunque il fondamento stesso di quella costruzione, prima ancora del passaggio dall'alimentazione alla medicina.
La scelta fra le due ipotesi non spetta a noi. Spetta a chi ha costruito su questa base una dottrina che ha già mietuto vittime.
Uno sguardo storico
Fin qui abbiamo ragionato accettando la premessa dei TdG, cioè l'unità e la perfetta coerenza del testo biblico. Ma la tensione che abbiamo descritto ha anche una spiegazione più semplice, che va detta con onestà a chi non condivide quella premessa, e che rende superflua qualunque acrobazia armonizzatrice.
Il Pentateuco non è un manuale unitario redatto in una sola stagione. Contiene raccolte di leggi distinte, di epoche diverse, che sulla stessa materia dispongono in modo differente. Il trattamento della bestia morta non dissanguata ne è un esempio particolarmente limpido, perché cambia tre volte.
| Testo | Materia | Disposizione |
|---|---|---|
| Esodo 22:31 (Codice dell'Alleanza) | Bestia sbranata (terefah) | Distruzione: si getti ai cani, nessun utilizzo |
| Deuteronomio 14:21 (Codice deuteronomico) | Bestia morta da sé (nevelah) | Vietata all'israelita, ma può essere data al residente forestiero o venduta allo straniero |
| Levitico 17:15-16 (Codice di Santità) | Nevelah e terefah accomunate | Chi ne mangia, israelita o residente forestiero, resta impuro fino a sera e si purifica |
Tre regole diverse per la stessa carne. E si noti la divergenza diretta fra Deuteronomio, che al residente forestiero consente di mangiarla, e Levitico 17, che glielo proibisce. La stessa Watch Tower deve ammettere che i due testi sono in "apparente contrasto", e per superarlo è costretta a introdurre nel Deuteronomio una distinzione fra categorie di forestieri che il testo non contiene.[3] Sono invece disposizioni che riflettono situazioni storiche e sensibilità distinte, non capitoli successivi di un unico regolamento coerente.
Chi viene prima
Si sarebbe tentati di immaginare che il divieto universale dato a Noè sia il testo più antico, successivamente ristretto dal particolarismo deuteronomico. La ricerca suggerisce piuttosto il contrario.
Il nucleo del codice deuteronomico, i capitoli 12-26, viene generalmente ricondotto al VII secolo a.C. e messo in relazione con la riforma di Giosia del 622.[12] Genesi 9:4 appartiene invece alla tradizione sacerdotale, che la maggior parte degli studiosi colloca in età esilica o postesilica, quindi più tarda.[13]
Se le cose stanno così, l'universalità del divieto del sangue non è un dato primordiale che il Deuteronomio avrebbe successivamente circoscritto: è una costruzione teologica tarda, che proietta all'indietro sull'umanità intera una preoccupazione cultuale nata in ambiente sacerdotale. La logica è del resto coerente con l'impianto complessivo di quella tradizione, che organizza la storia in una successione di alleanze di ampiezza decrescente, da Noè per tutta l'umanità ad Abramo e infine al Sinai. Poiché prima del Sinai non esiste ancora un sistema sacrificale, serviva una norma minima che regolasse la concessione del consumo di carne: Genesi 9:4 svolge esattamente questa funzione.
Va detto con altrettanta chiarezza che su questo terreno non esiste unanimità. La forma classica dell'ipotesi documentaria non è più il consenso della ricerca contemporanea, e la datazione della tradizione sacerdotale è oggetto di discussione. Non è però in discussione il dato che qui interessa, e che nessuno studioso nega: il Pentateuco raccoglie testi normativi di epoche diverse, che sulla stessa materia dispongono in modo talvolta incompatibile.
Conclusione
Chi legge la Bibbia come un testo storicamente stratificato troverà nella tensione fra Genesi 9:4 e Deuteronomio 14:21 la conferma di qualcosa che già sapeva. Chi la legge invece come un blocco unitario e coerente si trova davanti a un problema che non può liquidare, perché nasce interamente all'interno delle sue premesse, e la spiegazione che gli viene offerta dall'organizzazione lo aggrava anziché risolverlo.
In entrambi i casi la conclusione converge: la norma sul sangue non si presenta come un principio morale eterno, valido per ogni uomo in ogni tempo, ma come una regola legata a un popolo, a un culto e a una stagione storica determinata. È lecito allora domandarsi, e la domanda non è affatto retorica, se sia proporzionato ricavarne, tremila anni dopo, un divieto delle trasfusioni che continua a costare vite umane.
Note
[1] L'affermazione ricorre con costanza. Si vedano Perspicacia nello studio delle Scritture, vol. 2, voce "Legislatore", dove la legge data a Noè è definita vincolante per tutto il genere umano; La Torre di Guardia, 15 luglio 1963, p. 427; La Torre di Guardia, 1° dicembre 1974, p. 735, dove si precisa che Noè e i suoi discendenti includono tutti noi; La Torre di Guardia, 1° agosto 2013, p. 15; Mantenetevi nell'amore di Dio (2008), cap. 7, p. 75, par. 4, e la corrispondente edizione riveduta Rimanere nell'amore di Dio (2019), cap. 7, p. 90, par. 4, dove la formulazione è stata mantenuta; e l'opuscolo Vita felice (2013), sez. 12, dove si afferma esplicitamente che i comandi dati a Noè, fra cui il divieto del sangue, sono vincolanti per l'intera umanità, per tutti i discendenti di Noè. ↑
[2] La terminologia ebraica distingue la nevelah, la bestia morta da sé, dalla terefah, la bestia sbranata da animali selvatici. Esodo 22:31 usa il secondo termine, Deuteronomio 14:21 il primo, Levitico 17:15 li accomuna entrambi. ↑
[3] La Torre di Guardia, 1° ottobre 1983, pp. 30-32, rubrica "Domande dai lettori". L'articolo risponde a chi sosteneva che il divieto riguardasse soltanto il sangue di animali uccisi dall'uomo, affronta Deuteronomio 14:21 in questo quadro e si conclude con l'applicazione alle trasfusioni. ↑
[4] Levitico 17:15-16 stabilisce che chiunque mangi una bestia morta da sé o sbranata debba lavare le vesti e lavarsi con acqua, restando impuro fino alla sera. Non si tratta di un divieto assoluto ma di una condizione di impurità sanabile, il che rappresenta un terzo regime rispetto a Esodo 22:31 e a Deuteronomio 14:21. La Watch Tower interpreta il passo come provvedimento riservato al caso di trasgressione inavvertita; si veda anche La Torre di Guardia, 1° luglio 2005, p. 27. ↑
[5] La Torre di Guardia, 15 settembre 2004, p. 26, "Punti notevoli del libro di Deuteronomio". ↑
[6] Perspicacia nello studio delle Scritture, vol. 2, voce "Residente forestiero". Si noti l'avverbio "evidentemente", che segnala una deduzione dell'estensore e non un dato del testo biblico. ↑
[7] Si tratta di The Pentateuch and Haftorahs, curato da Joseph H. Hertz, rabbino capo dell'Impero britannico, citato in nota in calce all'articolo del 1983. Hertz fonda esplicitamente la distinzione sulla terminologia rabbinica ger tzedek e ger toshav. ↑
[8] I sette precetti noachici (sheva mitzvot b'nei Noach), elencati nel Talmud babilonese, trattato Sanhedrin 56a, sono considerati dalla tradizione ebraica vincolanti per l'intera umanità: il divieto di idolatria, il divieto di maledire il Nome divino, il divieto di omicidio, il divieto di rapporti sessuali illeciti, il divieto di furto, il divieto di cibarsi di un membro strappato a un animale ancora vivo (ever min ha-chai) e l'obbligo di istituire tribunali di giustizia. L'unica norma alimentare dell'elenco è la sesta, ed è appunto quella derivata da Genesi 9:4: essa impone di attendere che l'animale sia morto prima di cibarsene, ed è dunque una norma contro la crudeltà, non una norma sul sangue. Il divieto generale di consumare sangue non compare nell'elenco, e non per dimenticanza: la tradizione rabbinica lo considera vincolante per Israele e non per i figli di Noè, e lo stesso vale per la nevelah. ↑
[9] Achille Aveta, Analisi di una setta: i Testimoni di Geova, Filadelfia editrice, 1985, capitolo secondo, "Il sangue: una pietra d'inciampo!", pp. 77-92. Il passaggio si trova a p. 82: ↑
"D'altra parte, è chiaro che lo stesso Jahvé limitò l'applicazione dei suddetti versetti quando disse agli Israeliti: 'Non mangerete alcuna bestia che sia morta di morte naturale; la darai al forestiero che risiede nelle tue città, perché la mangi, o la venderai a qualche straniero, perché tu sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio' (Deut. 14:21, CEI). Notate che con queste parole Jahvé restrinse l'universalità del comando di Gen. 9:4-6; infatti, Egli autorizzava gli stranieri a fare una cosa (il mangiare la carne di una bestia morta di morte naturale) non consentita agli Israeliti (cfr. Es. 22:30; Lev. 17:15, 16)."
[10] La Torre di Guardia, 15 luglio 1963, p. 427, par. 11. Il passo è tanto più significativo perché non si limita a estendere il divieto ai cristiani: lo dichiara in vigore per tutti gli uomini in quanto discendenti di Adamo e di Noè, cioè per l'intero genere umano contemporaneo. ↑
[11] La Torre di Guardia, 15 giugno 1991, p. 14, par. 6. ↑
[12] Il collegamento fra il codice deuteronomico e il "libro della legge" rinvenuto nel tempio sotto Giosia è narrato in 2 Re 22-23 ed è uno dei punti fermi più antichi della critica biblica moderna, pur nelle diverse ricostruzioni proposte. ↑
[13] La datazione esilica o postesilica della tradizione sacerdotale, sostenuta dalla ricerca di lingua tedesca e anglosassone maggioritaria, è contestata dalla scuola israeliana, da Yehezkel Kaufmann a Jacob Milgrom, che la ritiene preesilica. La questione resta aperta. ↑