Il "non-segno" della fine
«Non è ancora la fine»
Guerre, terremoti e carestie come non-segno: cosa dice davvero il discorso escatologico di Gesù
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Uno degli argomenti più ricorrenti nei gruppi social dove partecipano Testimoni di Geova attivi o ex-aderenti è quello delle «profezie che si stanno adempiendo». Di fronte a notizie di guerre, terremoti, epidemie o carestie, il commento è sempre lo stesso: tutto questo era scritto nella Bibbia, il segno composito si sta realizzando davanti ai nostri occhi. È una percezione potente, ma è compatibile con quello che Gesù disse davvero?
Un esame attento dei tre testi evangelici paralleli (Matteo 24, Marco 13, Luca 21) porta a una conclusione opposta: lungi dall'elencare un catalogo di eventi da «riconoscere», Gesù stava mettendo in guardia i suoi discepoli dal farsi ingannare proprio da chi avrebbe usato quegli eventi per annunciare la fine imminente.
Vale la pena osservare, già da subito, che l'espressione «segno composito» non compare in nessun punto della Bibbia. Non è una categoria biblica: è una costruzione interpretativa elaborata dalla Watch Tower e sovrapposta al testo.
Parte primaI tre testi a confronto
Il cosiddetto «discorso escatologico» è riportato in tre versioni sinottiche. Il cuore del passo è quasi identico nei tre vangeli:
«Sentirete poi parlare di guerre e di rumori di guerre. Guardate di non allarmarvi; è necessario che tutto questo avvenga, ma non è ancora la fine. […] ma tutto questo è solo l'inizio dei dolori.»
Matteo 24:6-8 (CEI)
«Quando sentirete parlare di guerre e di notizie di guerre, non spaventatevi; bisogna che ciò avvenga, ma non sarà ancora la fine.»
Marco 13:7-8 (CEI)
«Quando sentirete di guerre e di sommosse, non vi spaventate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine.»
Luca 21:9-11 (CEI)
La frase è la stessa in tutti e tre: non è ancora la fine. Non si tratta di un dettaglio secondario. È la risposta esplicita di Gesù alla domanda dei discepoli, e costituisce il senso principale dell'intero passo.
Il greco è ancora più netto di quanto le traduzioni lascino intendere. Matteo e Marco usano ἀλλ' οὔπω ἐστὶν τὸ τέλος, «ma non è ancora la fine»: οὔπω è un avverbio temporale, "non ancora". Luca 21:9 rincara: ἀλλ' οὐκ εὐθέως τὸ τέλος, «ma la fine non sarà immediata». Chi legge quei fenomeni come annuncio di una fine imminente afferma esattamente il contrario di ciò che il testo dice.
Parte secondaUn «non-segno»: che cosa intendeva Gesù
I discepoli chiedono a Gesù due cose distinte (Matteo 24:3): quando avverranno queste cose, e quale sarà il segno della sua venuta. Gesù non risponde alla domanda sul quando escatologico, cioè su quando avverrà la sua parusia e la fine dell'età. Dal versetto 15 in poi fornisce invece indicazioni riguardanti la distruzione del Tempio di Gerusalemme, evento storicamente avvenuto nel 70 d.C.; il parallelo di Luca 21:20 è esplicito su questo punto («quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti»). Alla domanda sul segno risponde, ma per dire che i fenomeni elencati (guerre, terremoti, carestie, pestilenze) non sono il segno.
Questo è il punto cruciale che molti movimenti apocalittici, inclusa la Watch Tower, tendono a invertire. Numerosi esegeti di diverse tradizioni confessionali leggono invece il passo come un ammonimento a non considerare guerre e catastrofi come segni della fine.[1]
Il sito BibleRef.com, commentando Matteo 24:6, è esplicito: guerre, carestie e disastri «devono avvenire, ma non sono il segnale della fine» (they must take place, but they are not the signal of the end).[2]
Il commentatore David Guzik (Enduring Word) conferma: le catastrofi accadranno, ma non segnaleranno la fine. In mezzo a qualsiasi grande guerra, carestia o terremoto è naturale credere che il mondo stia per finire, ma Gesù indica un segno ben più specifico, descritto più avanti nel discorso.[3]
Bob Utley (Bible.org) è ancora più diretto: guerre, carestie, terremoti e falsi messia «non sono segni della fine, ma segni precursori di ogni epoca. La presenza di questi eventi non è un segno della fine, ma di un mondo caduto».[4]
gTony Garland (Precept Austin) esprime la stessa idea: «Non interpretate le caratteristiche generali dell'era tra i due avventi, guerre, voci di guerre, falsi messia, carestie, pestilenze, terremoti, come un'indicazione che la fine sia arrivata. Sono solo "l'inizio dei dolori"».[5]
Merita una menzione la resa di Eugene Peterson nella sua The Message, dove il versetto 6 suona «this is routine history; this is no sign of the end», «questa è storia ordinaria; non è alcun segno della fine». The Message è dichiaratamente una parafrasi, e come tale non può essere addotta come prova filologica; vale però come testimonianza significativa, perché mostra come un biblista di formazione, dovendo rendere il senso del passo per un lettore comune, lo abbia inteso proprio in questo modo.[6]
A livello accademico, William Hendriksen osserva che falsi cristi, falsi profeti, guerre, voci di guerra, terremoti e carestie «si verificano in ogni epoca della storia della chiesa», osservazione che smonta implicitamente l'idea, cara alla Watch Tower, che a partire dal 1914 si sia inaugurata un'epoca qualitativamente diversa da tutte le precedenti. Anzi, Hendriksen è ancora più esplicito: ogni volta che questi eventi vengono interpretati come «indicazioni infallibili che la fine dell'era sia immediatamente in vista, meritano il nome di "segni errati"».[7]
Lo studioso R.T. France, uno dei massimi commentatori contemporanei di Matteo, ha sintetizzato con precisione lo scopo del passo: «uno degli obiettivi centrali di questo capitolo è prevenire l'eccitazione prematura riguardo alla parusia».[8]
Già nel XIX secolo il teologo ed esegeta tedesco Carl Friedrich Keil, nel suo Commentar über das Evangelium des Matthäus (Lipsia, 1877), aveva scritto che la risposta di Gesù «mira a mettere in guardia i discepoli perché non si lascino ingannare da tutta una serie di eventi» (p. 458). L'interpretazione del «non-segno» non è dunque una lettura moderna o revisionista: è presente nella letteratura esegetica da oltre centocinquant'anni.[9]
B.C. Butler, biblista cattolico e abate benedettino, osserva che Matteo 24:5-14 fornisce «la chiara anticipazione della storia universale» e che Gesù ammonisce i discepoli «a non intendere le catastrofi che si abbatteranno sul mondo come un segno della fine imminente della storia».[10]
Particolarmente significativa è infine la posizione di C. Mervyn Maxwell, scrittore avventista, proveniente quindi da una tradizione anch'essa incline alle aspettative millenaristiche. Nel suo God Cares dedica un intero capitolo al tema, intitolato «I non-segni», e scrive che il pensiero di Gesù era che «disastri e sconfitte e guerre e carestie non sono "segni" della fine prossima, né di Gerusalemme, né del mondo. Tutto ciò, infatti, triste a dirsi, è da sempre familiare al nostro scellerato pianeta».[11] Quando anche un autore avventista arriva alla stessa conclusione di esegeti cattolici, protestanti storici e commentatori accademici di diverse tradizioni, questa linea interpretativa è difficile da ignorare.[12]
Parte terzaLa sintassi conferma: il γάρ del versetto 7
C'è un argomento che non dipende da nessun commentatore e che chiunque può verificare su un'interlineare.
La lettura del "segno composito" tratta i versetti 6 e 7 come una progressione: prima le guerre, poi, in un crescendo di gravità, popolo contro popolo, carestie e terremoti. Come se il versetto 7 descrivesse una fase successiva e più acuta rispetto al versetto 6.
Il testo greco non lo consente. Il versetto 7 comincia così:
ἐγερθήσεται γὰρ ἔθνος ἐπὶ ἔθνος
«insorgerà infatti popolo contro popolo»
Quel γάρ («infatti») ha valore esplicativo: non introduce qualcosa di nuovo, spiega quello che è stato appena detto. Il versetto 7 non aggiunge una fase ulteriore alle «guerre e notizie di guerre» del versetto 6: dice in che cosa quelle guerre consistano. I due versetti formano un'unica affermazione.
La conseguenza è decisiva. Se il versetto 7 è la spiegazione del versetto 6, allora la conclusione del versetto 6, «ma non è ancora la fine», governa anche il versetto 7. Guerre, carestie e terremoti ricadono tutti, insieme, sotto quel «non è ancora la fine».
La lettura che fa del versetto 7 un climax verso la fine imminente non interpreta il testo: ne spezza il legame sintattico.
Parte quartaChi Gesù indica come pericolo: «il tempo si è avvicinato»
Gesù non si limita a dire che guerre e carestie «non sono ancora la fine». La prima cosa che dice, prima ancora di nominare qualsiasi calamità, è un avvertimento: «Guardate che nessuno vi inganni» (Matteo 24:4). E specifica subito chi siano gli ingannatori.
Il testo di Luca è quello più circostanziato, e merita di essere letto per intero:
«Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: "Sono io" e: "Il tempo si è avvicinato". Non andate dietro a loro.»
Luca 21:8
Il greco dice ὁ καιρὸς ἤγγικεν, «il tempo si è avvicinato», e l'ordine è μὴ πορευθῆτε ὀπίσω αὐτῶν, «non andate dietro a loro».
Va letto lentamente. Il pericolo che Gesù nomina per primo non è la guerra, non è il terremoto, non è la carestia. È chi annuncia che il tempo è vicino. Il messaggio dei falsi maestri, nelle parole stesse di Gesù, coincide alla lettera con il messaggio che la Watch Tower ripete da oltre un secolo. E la reazione richiesta ai discepoli non è di valutare, discutere o approfondire: è di non seguirli.
La struttura del passo è dunque questa:
- ci saranno calamità, le stesse di ogni epoca;
- ci sarà chi userà quelle calamità per annunciare che il tempo è vicino;
- quelle persone non vanno seguite;
- voi non lasciatevi turbare (μὴ θροεῖσθε, «non allarmatevi»), perché non è ancora la fine;
- il vero segno, quando arriverà, sarà cosmico e inequivocabile (vv. 29-31), non riconducibile al normale corso della storia.
A conferma, poche righe più avanti Gesù chiude ogni possibilità di calcolo:
«Quanto a quel giorno e a quell'ora, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre.»
Matteo 24:36
Una dottrina che pretende di leggere nei fatti di cronaca l'approssimarsi della fine si scontra con la frase più chiara dell'intero capitolo.
Il commentatore Alberto Mello (Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose) ha messo in luce questo rovesciamento con chiarezza:
«Matteo parla molto della "fine" […] ma proprio per dire che quegli avvenimenti che noi sogliamo definire "apocalittici" non sono ancora la fine: "Bisogna infatti che avvengano (le guerre, ecc.), ma non è ancora la fine" (v. 6). […] La piccola chiesa giudeo-cristiana ha davanti a sé un compito missionario di enormi proporzioni, tale da richiedere tempi estremamente dilazionati per poter essere espletato. Non si può più pensare in termini "apocalittici". […] tutto ciò che è catastrofico è appena un inizio, un germoglio: la prospettiva è rovesciata.»[13]
Sul «principio dei dolori» del versetto 8 (ἀρχὴ ὠδίνων, letteralmente «inizio delle doglie») vale la stessa osservazione. La parola chiave è inizio: il testo dice esplicitamente che non si è alla fine. E la metafora del parto, che ricorre in Isaia e in Geremia, indica angoscia e travaglio, non un cronometro che segna il conto alla rovescia.
Parte quintaIl meccanismo è vecchio duemila anni: Tertulliano
La tendenza a leggere le calamità del proprio tempo come «adempimento delle profezie» non è una novità del XX secolo. Nel II secolo dopo Cristo, Tertulliano elencava i mali della sua epoca, guerre, carestie, pestilenze, mutamenti delle stagioni, disastri naturali, come dimostrazione che le Scritture dicevano il vero. Il brano è quasi indistinguibile dai commenti che si leggono oggi nei gruppi social:
«Tutto ciò che avviene era predetto; tutto ciò che si vede preannunciato: che le terre divorano le città; i mari portano via le isole; le guerre all'interno ed all'esterno dilaniano i popoli; i regni cozzano contro i regni; la carestia, la peste, o i disastri locali e i numerosi casi di morte devastano un gran numero di paesi; gli umili sono trasformati in grandi ed i grandi in umili; la giustizia si fa rara, l'ingiustizia cresce; l'amore delle cose buone si intorpidisce; persino il modo di comportarsi delle stagioni e le leggi dei corpi celesti escono di carreggiata. […] Il verificarsi di una profezia è, mi sembra, una prova della sua divinità.»
Tertulliano, Apologetico, XX, 2-3, fine II sec. d.C.
Va precisato che nell'Apologetico Tertulliano non sta annunciando una fine imminente né fissando date: sta argomentando l'origine divina delle Scritture dal fatto che ciò che avevano predetto si verifica. Il meccanismo mentale che mette in opera, però, è esattamente quello che qui interessa: prendere le calamità del proprio secolo e leggerle come adempimento puntuale di un annuncio profetico.
Tertulliano viveva nel II secolo. Riconosceva attorno a sé gli stessi fenomeni che i Testimoni di Geova indicano oggi. Il meccanismo è in funzione da duemila anni: ogni generazione, di fronte alle proprie calamità, è portata a credere di vivere nell'epoca finale.
Parte sestaIl primo presidente della Watch Tower contro la dottrina attuale
Ciò che rende questo punto particolarmente rilevante per i Testimoni di Geova è che il fondatore stesso della loro organizzazione condivideva la lettura corretta dei passi evangelici in cui Gesù parla di guerre, carestie e pestilenze. Charles Taze Russell scrisse:
«Così, in breve, Nostro Signore sintetizzò la storia secolare e insegnò ai discepoli a non aspettarsi molto presto la sua seconda venuta e il suo regno glorioso. E in che modo appropriato: certamente la storia del mondo è proprio questa: un susseguirsi di guerre, intrighi, carestie e pestilenze, nient'altro.»
The Day of Vengeance, p. 566[14]
Russell riconosceva che guerre, carestie e pestilenze descrivono il normale corso della storia umana, non un'epoca speciale. Questa lettura non fa più parte dell'insegnamento dei Testimoni di Geova. Al suo posto, sotto la presidenza di Rutherford e negli anni immediatamente successivi alla Prima guerra mondiale, si affermò la narrativa del «sistema di cose che volge al termine a partire dal 1914»: proprio quella che identifica in guerre, carestie e terremoti il segno che Russell escludeva. È l'errore da cui Gesù aveva messo in guardia.
Parte settimaLe «profezie» fallite della Watch Tower
Se le calamità del XX secolo fossero davvero il «segno composito» che indica la fine imminente, ci si aspetterebbe che la fine fosse arrivata. Invece la Watch Tower ha annunciato la fine imminente, costruendo le sue previsioni proprio su quell'interpretazione, in modo sistematico e ripetuto, indicando date precise con notevole sicurezza. Come documentato nella pagina A che ora è la fine del mondo?, le date sono state numerose: tra le più note il 1914, il 1925 e il 1975. Ogni volta con la stessa certezza. Ogni volta sbagliando. La narrativa è stata ogni volta riformulata, mai abbandonata.
Questo schema non è compatibile con il concetto di «nuova luce» progressiva. Una luce che abbandona un'interpretazione esegeticamente corretta, quella di Russell, condivisa dagli studiosi, per adottarne una sbagliata sotto la pressione emotiva degli eventi storici, non è nuova luce. È il contrario.
Per l'analisi statistica dettagliata su terremoti, guerre, carestie e pestilenze nel confronto storico si veda la pagina Quale sarà il segno della tua venuta?
Parte ottavaE gli «ultimi giorni»?
Il tema è trattato per esteso nella pagina dedicata: Il "tempo della fine" e gli "ultimi giorni".
Un Testimone di Geova può concedere che Matteo 24:6-8 non offra un segno da riconoscere negli eventi storici, e ripiegare su una seconda linea: «siamo comunque negli "ultimi giorni" a partire dal 1914». Anche questa posizione non regge alla lettura del testo.
Gesù non usa mai l'espressione «ultimi giorni»
Nei vangeli l'espressione «ultimo giorno», al singolare, ricorre solo in Giovanni (6:39, 40, 44, 54; 11:24; 12:48), sempre in riferimento al giudizio finale che seguirà alla sua venuta. Nel discorso escatologico dei sinottici non compare affatto. Gesù insiste anzi sull'ordinarietà del corso degli eventi e sul rischio, che ne deriva, di diventare spiritualmente pigri: un rischio che non esisterebbe se si vivesse in un'epoca di riconoscibile eccezionalità.
Pietro colloca gli «ultimi giorni» nel proprio presente
Il giorno di Pentecoste dichiara che quanto sta accadendo adempie la profezia di Gioele: «Negli ultimi giorni, dice il Signore, effonderò il mio Spirito…» (Atti 2:17-18, CEI). Qui c'è un dettaglio che vale più di ogni argomentazione. Il testo di Gioele, nella versione dei Settanta, dice καὶ ἔσται μετὰ ταῦτα, «e avverrà dopo queste cose». Pietro cita invece καὶ ἔσται ἐν ταῖς ἐσχάταις ἡμέραις, «e avverrà negli ultimi giorni». La citazione è stata deliberatamente modificata, e la modifica dice una cosa sola: per Pietro gli ultimi giorni erano cominciati.[15]
Paolo descrive il proprio tempo, non il nostro
Il passo di 2 Timoteo 3:1-5 sugli uomini «egoisti, amanti del denaro, vanitosi…» viene abitualmente citato come fotografia della nostra epoca. Ma in Romani 1:29-32 Paolo usa un elenco quasi identico per descrivere gli uomini del suo tempo, e a Timoteo aggiunge l'ordine «Guardati bene da costoro!»: non ci si guarda da persone che nasceranno duemila anni dopo.
La lettera agli Ebrei è esplicita
«Dio […] in questi ultimi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Ebrei 1:1-2, Nuova Riveduta 2006). Gli «ultimi giorni» non sono un periodo speciale inaugurato nel 1914: sono l'intera era cristiana, aperta duemila anni fa dalla venuta, dalla morte e dalla risurrezione del Messia.
Come osservano Carl Olof Jonsson e Wolfgang Herbst, vi è ragione di credere che gli apostoli applicassero l'espressione «ultimi giorni» all'intero arco compreso tra la vicenda del Messia e il giudizio finale.[16] La storia umana può essere paragonata a un dramma in tre atti: quando il sipario si alza sul terzo atto si sa che il dramma è entrato nella fase conclusiva, ma non si sa quanto durerà. Quel terzo atto è cominciato duemila anni fa, non nel 1914.
Conclusione
Il discorso escatologico di Gesù viene abitualmente presentato ai Testimoni di Geova come l'elenco dei segni da riconoscere. È vero il contrario, e lo si ricava dal testo con tre passaggi che chiunque può verificare.
Il primo: la frase «non è ancora la fine» ricorre in tutti e tre i sinottici, ed è la risposta che Gesù dà a chi gli chiede quando. Il secondo: il γάρ del versetto 7 lega carestie e terremoti alle guerre del versetto 6, sotto quella stessa negazione. Il terzo: la persona da cui Gesù dice di guardarsi è precisamente chi annuncia che «il tempo si è avvicinato».
Chi oggi indica la pandemia, i terremoti, il caro carburante e le tensioni internazionali come prova che Harmaghedon è alle porte non sta applicando Matteo 24. Sta facendo esattamente ciò che Matteo 24 dice di non fare.
Note
[1] ↑ Per un inquadramento esegetico d'insieme del capitolo si vedano i principali commentari critici: W.D. Davies e D.C. Allison Jr., The Gospel According to Saint Matthew (ICC, 1988-1997); Ulrich Luz, Matthew 21-28 (Hermeneia, 2005); Craig S. Keener, A Commentary on the Gospel of Matthew (Eerdmans, 1999); Eduard Schweizer, The Good News According to Matthew (1975). Le formulazioni citate testualmente in questa pagina sono quelle riportate nelle note seguenti.
[2] ↑ BibleRef.com, commento a Matteo 24:6 (link).
[3] ↑ David Guzik, Enduring Word Bible Commentary, commento a Matteo 24:6-8 (link).
[4] ↑ Bob Utley, Bible.org, commento a Matteo 24:6-8.
[5] ↑ Tony Garland, Precept Austin, commento a Matteo 24:6-8.
[6] ↑ Eugene Peterson, The Message, Matteo 24:6 (link).
[7] ↑ William Hendriksen, commento a Matteo 24.
[8] ↑ R.T. France, The Gospel of Matthew (NICNT, 2007).
[9] ↑ Carl Friedrich Keil, Commentar über das Evangelium des Matthäus, Lipsia, 1877, p. 458 (cliccare qui per visualizzare la pagina originale). Il testo completo dell'opera è consultabile online: catalog.hathitrust.org/Record/100542165
[10] ↑ B.C. Butler, The Originality of St. Matthew, Cambridge University Press, 1951, p. 80.
[11] ↑ C. Mervyn Maxwell, God Cares, Pacific Press Publishing Association, 1985, vol. 2, pp. 20-21.
[12] ↑ Esistono correnti esegetiche, in particolare il futurismo dispensazionalista, che attribuiscono a questi eventi un ruolo diverso nel quadro profetico. Anche queste correnti concordano però sul fatto che guerre e catastrofi non indicano l'arrivo immediato della fine, ma tutt'al più l'avvicinarsi di un'era escatologica.
[13] ↑ Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, Magnano (VC), 1995, nota al cap. 24.
[14] ↑ The Day of Vengeance è il quarto volume degli Studi sulle Scritture, pubblicato per la prima volta nel 1897 e successivamente ristampato con il titolo The Battle of Armageddon.
[15] ↑ Una parte minoritaria della tradizione manoscritta, in particolare il Codice di Beza (D), riporta anche in Atti 2:17 la lezione μετὰ ταῦτα, in armonia con i Settanta. Le edizioni critiche del Nuovo Testamento greco adottano però ἐν ταῖς ἐσχάταις ἡμέραις, considerando l'altra lezione un'armonizzazione successiva.
[16] ↑ Carl Olof Jonsson e Wolfgang Herbst, Il segno degli ultimi giorni, pp. 336-341 (titolo originale The "Sign" of the Last Days: When?, 1987), citati in: Il "tempo della fine" e gli "ultimi giorni".
(Il grassetto nelle citazioni è aggiunto.)