Il copyright come strumento di controllo
Il caso dell'archivista anonimo e la scomparsa degli archivi delle vecchie pubblicazioni
Capita spesso, sul forum o nel gruppo Facebook, che qualcuno chieda dove si possano trovare le riviste della Watch Tower anteriori agli anni Cinquanta. È una domanda ragionevole, perché su questo sito, come su ogni altro sito che si occupi seriamente di TdG, le citazioni rimandano continuamente a pubblicazioni degli anni Venti, Trenta e Quaranta, e chi legge vuole verificare di persona. È il minimo che si possa pretendere da chi fa un lavoro documentario.
Il problema è che quel materiale, sul sito ufficiale dell'organizzazione, non c'è. La biblioteca in rete dei TdG comincia dal 1950, e tutto ciò che viene prima, cioè l'intera epoca di Russell e l'intera epoca di Rutherford, semplicemente non è consultabile. Non è un limite tecnico: quelle pagine esistono, sono state stampate in milioni di copie e diffuse porta a porta con l'entusiasmo che sappiamo. Semplicemente, oggi non si vogliono più far leggere.
Chi ha colmato il vuoto
Negli anni quel vuoto è stato colmato da volontari. Ex TdG, ricercatori, semplici appassionati di storia hanno scansionato pagina per pagina migliaia di documenti e li hanno messi in rete gratuitamente, spesso a proprie spese. Sono nati così gli archivi digitali che tutti noi utilizziamo quotidianamente per verificare una data, un numero di pagina, una frase.
Uno dei più completi si chiamava JWS Online Library. Chi lo visita oggi non trova più nulla, soltanto una riga che avvisa che il sito è stato messo fuori linea per eccesso di prudenza, in attesa di valutare la situazione. Dietro quella riga asciutta c'è una vicenda giudiziaria ancora aperta, che merita di essere raccontata per esteso, perché dice sui metodi dell'organizzazione più di quanto direbbero dieci articoli di dottrina.
Chi è il gestore dell'archivio
Il gestore, indicato negli atti giudiziari soltanto come J. Doe, non è un oppositore di professione. Secondo la dichiarazione giurata che ha depositato in giudizio, è cittadino di un paese non statunitense, è cresciuto fra i TdG, appartiene a quella comunità da tutta la vita e continua a considerarsi un TdG. La maggior parte dei suoi familiari, amici e colleghi di lavoro appartiene all'organizzazione. Ha domande e perplessità su alcuni insegnamenti e su alcune pratiche, e teme le conseguenze del porle apertamente, cioè l'etichetta di apostata e l'ostracismo che ne consegue.[1]
La ragione che lo ha spinto a costruire il sito, sempre secondo la sua dichiarazione, è che l'organizzazione ha modificato nel tempo il proprio archivio storico e non rende accessibili molte delle proprie pubblicazioni del passato, lasciando così una documentazione ufficiale incompleta e inaffidabile. Gli esempi che ha portato al giudice sono le previsioni sulla fine del mondo e l'aumento progressivo degli appelli all'ubbidienza e alle donazioni. Sono affermazioni di parte, e il tribunale non si è pronunciato sulla loro fondatezza.
Restava anonimo per la ragione più ovvia del mondo. Chi fa domande dentro quel sistema perde in un colpo solo la famiglia, le amicizie e a volte anche il lavoro. Non c'è alcuna legge che vieti di studiare la storia dei TdG. C'è però un prezzo, e lo si paga fuori dai tribunali.
Lo strumento scelto: il diritto d'autore
Non potendo contestare a Doe di aver fatto domande, la Watch Tower gli ha contestato una violazione del diritto d'autore, e si è avvalsa di una procedura prevista dalla legge statunitense sul copyright, il Digital Millennium Copyright Act, alla sezione 512(h). È uno strumento rapido ed economico che consente al titolare di un copyright di ottenere da un fornitore di servizi i dati identificativi di un utente prima ancora che esista una causa, e quindi senza che un giudice abbia esaminato nel merito la fondatezza dell'accusa.
Le richieste depositate il 4 dicembre 2025 sono due: una rivolta a Cloudflare, la società che forniva al sito il servizio di intermediazione e protezione, e una rivolta a Google. Obiettivo dichiarato: il nome di chi c'è dietro l'archivio. Doe è assistito dalla Electronic Frontier Foundation, l'organizzazione statunitense per i diritti digitali, con il supporto di un legale locale.[2]
La decisione del 21 luglio 2026
Il 21 luglio 2026 il giudice Kenneth M. Karas, del tribunale federale del Distretto Sud di New York, ha respinto l'istanza con cui Doe chiedeva l'annullamento della richiesta rivolta a Cloudflare.[3]
Va detto subito, per evitare equivoci: Doe non è stato identificato. Lo stesso provvedimento che ha respinto la sua istanza ha infatti sospeso l'esecuzione della richiesta, in attesa che il tribunale decida se emettere un provvedimento di riservatezza a tutela della sua identità. Il giudice ha inoltre precisato che l'eventuale adempimento da parte di Cloudflare non comporterebbe automaticamente la divulgazione pubblica del nome. La vicenda, insomma, è tutt'altro che conclusa.
La ricostruzione della vicenda processuale
Il servizio di informazione indipendente JW Files ha dedicato alla decisione una ricostruzione dettagliata, condotta sugli atti originali del procedimento.[4] Ne riassumo i passaggi essenziali, perché nel dettaglio tecnico si nasconde più di una sorpresa.
La cronologia. La richiesta è del 4 dicembre 2025 e il giudice ne ha ordinato l'emissione quattro giorni dopo. Cloudflare non vi ha dato seguito, e il 21 gennaio 2026 la Watch Tower ne ha chiesto la condanna per inottemperanza. All'udienza del 23 febbraio il tribunale ha respinto quella richiesta, ha autorizzato Doe a contestare il provvedimento e ne ha sospeso nel frattempo l'esecuzione. L'istanza di annullamento è stata depositata il 9 marzo, la Watch Tower vi si è opposta il 23 marzo, la replica è del 30 marzo.
Due cose diverse, valutate in modo diverso. Doe aveva realizzato due lavori distinti: da un lato l'archivio vero e proprio, reso ricercabile mediante riconoscimento ottico dei caratteri; dall'altro un programma di analisi testuale capace di misurare la frequenza con cui determinate parole, espressioni e citazioni bibliche compaiono nelle pubblicazioni nel corso del tempo. Il giudice ha tenuto ben separate le due cose. Gli strumenti di analisi sono stati giudicati pienamente legittimi e trasformativi, cioè capaci di produrre qualcosa di diverso dall'originale, e sono stati accostati a Google Books e alla banca dati di ricerca HathiTrust, entrambi ritenuti leciti dalle corti d'appello statunitensi. Su questo punto, ha osservato il giudice, la Watch Tower ha evitato di insistere. L'archivio, invece, presentava i testi integrali a disposizione di chiunque, e questo lo avvicina al caso della biblioteca digitale dell'Internet Archive, che nel 2024 la corte d'appello competente ha ritenuto non coperto dal fair use, sul presupposto che digitalizzare uno stampato significhi cambiare il mezzo, non trasformare l'opera.
Un punto che vale la pena meditare. Il giudice ha riconosciuto che Doe ha spiegato in modo esauriente la finalità critica del proprio archivio, ma ha rilevato che quella finalità non era visibile dall'archivio stesso: le pagine recavano soltanto una dicitura che lo presentava come raccolta storica di espressioni di fede, senza alcun commento o rimando che ne chiarisse lo scopo, e vi si poteva arrivare direttamente dai motori di ricerca, così che un visitatore occasionale poteva non accorgersi affatto della prospettiva critica. Dove Doe aveva pubblicato i collegamenti, cioè in un contesto di discussione fra utenti, il messaggio era invece chiaro. È una lezione pratica per chiunque metta in rete documentazione altrui a fini di critica: il contesto critico deve stare accanto al documento, non altrove.
L'opera contestata. Qui c'è il dato che più colpisce. La Watch Tower non ha fondato la propria richiesta su una pubblicazione d'epoca, ma su un numero di Svegliatevi! del luglio-agosto 2022, di cui ha prodotto la registrazione del copyright. Doe non ha contestato né la titolarità né la copia. Tanto è bastato, perché in questa fase il titolare deve soltanto dimostrare di possedere un diritto valido e che vi sia stata riproduzione, mentre il fair use è una difesa che si oppone a quella dimostrazione, non un elemento che il titolare debba escludere in partenza.
Il test in cinque punti. Per decidere se annullare una richiesta di identificazione, i giudici di quel distretto applicano cinque criteri fissati da una sentenza d'appello del 2010: la solidità della prospettazione iniziale, la precisione della richiesta, l'esistenza di vie alternative per ottenere l'informazione, la necessità dell'informazione per agire in giudizio, e infine la ragionevole aspettativa di riservatezza di chi si oppone. I primi quattro sono stati risolti a favore della Watch Tower. Il quinto, quello decisivo, si è ridotto a una questione di diritto d'autore, per una catena di ragionamenti che vale la pena seguire: il diritto di parlare in forma anonima è tutelato solo se il discorso è a sua volta tutelato; riprodurre l'opera altrui è discorso tutelato solo se costituisce uso lecito; quindi la possibilità di restare anonimo dipendeva interamente dal fair use.
I quattro criteri del fair use. Il primo, la finalità dell'uso, è stato risolto a favore della Watch Tower quanto all'archivio, pur avendo il tribunale accertato che il sito non aveva alcuno scopo di lucro, non conteneva pubblicità e non era a pagamento. Il secondo, la natura dell'opera, leggermente a favore di Doe. Il terzo, la quantità riprodotta, a favore della Watch Tower, perché la riproduzione era integrale mentre Doe avrebbe potuto pubblicare i soli passi effettivamente commentati. Il quarto, l'incidenza sul mercato, a favore di Doe, perché la Watch Tower ha dichiarato di concedere licenze di ricerca sui propri materiali ma non ha dimostrato alcun danno concreto o imminente a quei proventi.
Una conclusione dichiaratamente provvisoria. Il giudice ha ripetutamente qualificato la propria valutazione come riferita a questa fase iniziale e allo stato degli atti, ricordando che il fair use viene di norma esaminato a fondo in un momento successivo del giudizio, quando entrambe le parti hanno potuto raccogliere le prove. Sul quinto criterio, ha scritto testualmente che si trattava di una decisione difficile su una documentazione ancora incompleta.
Ciò che il tribunale ha lasciato fuori. In una nota il giudice ha osservato che la Watch Tower non ha contestato la gravità delle conseguenze dell'ostracismo descritte da Doe, ma che Doe non ha indicato alcuna norma che consenta di tenerne conto nel decidere su una richiesta di identificazione. Ha poi richiamato una decisione californiana del 2020 secondo cui l'organizzazione è libera di regolare la propria disciplina interna come crede e tali considerazioni non entrano nella valutazione del fair use. Vale la pena aggiungere che, in quel procedimento, la Watch Tower ha dichiarato di non assumere decisioni ecclesiastiche e di non rimuovere alcuno dalla propria congregazione locale, affermazione che chiunque abbia vissuto dall'interno un comitato giudiziario è in grado di valutare per quello che vale.
Che cosa accade adesso. Il giudice ha disposto che i legali delle due parti si confrontino entro quattordici giorni per concordare il testo di un provvedimento che protegga l'identità di Doe dalla divulgazione pubblica. In mancanza di accordo, Doe ha sette giorni per esporre la propria posizione e la Watch Tower altri sette per replicare. La ragione dichiarata è significativa: l'anonimato in questo procedimento serve a poco a Doe, perché la richiesta precede l'eventuale causa vera e propria, mentre un provvedimento di riservatezza può continuare a produrre effetti anche dopo.
Il caso parallelo contro Google
La seconda richiesta, quella rivolta a Google e diretta a identificare la stessa persona, è stata assegnata a un altro magistrato, il giudice Nelson S. Román, cioè proprio colui che nel 2022 aveva annullato un'analoga richiesta della Watch Tower. Le parti hanno completato il deposito delle rispettive difese il 23 aprile 2026 e, alla data del 25 luglio, quel procedimento risultava ancora privo di decisione.[5] Non è escluso, quindi, che sulla stessa vicenda si arrivi a due pronunce di segno opposto.
Il commento del giurista Eric Goldman
Eric Goldman, professore di diritto alla Santa Clara University e autore di uno dei blog giuridici più seguiti in materia di diritto di internet, ha dedicato alla decisione un'analisi critica che vale la pena riassumere nei suoi punti essenziali.
Il primo riguarda la natura della posta in gioco. In una controversia ordinaria sul diritto d'autore, chi rischia di essere identificato rischia al più un risarcimento. Qui no: rischia di perdere la famiglia, le amicizie e la propria collocazione sociale, perché la sanzione non arriva da un tribunale ma dall'organizzazione religiosa di appartenenza. È una conseguenza che il diritto d'autore non è mai stato pensato per produrre.
Il secondo riguarda la procedura in sé. La sezione 512(h) del DMCA consente di ottenere l'identità di un utente attraverso un passaggio sommario, che precede la causa vera e propria. Chi vuole zittire un critico ha così a disposizione uno strumento rapido, economico e difficilmente contrastabile.
Il terzo riguarda il modo in cui è stato applicato il fair use. Il tribunale ha soppesato i vari criteri arrivando a un esito incerto, e da quell'incertezza ha tratto la conclusione che la difesa non fosse abbastanza solida da impedire l'identificazione. Il risultato pratico è che una difesa fondata sulla libertà di ricerca e di critica, per proteggere l'anonimato di chi la invoca, dovrebbe essere non semplicemente valida ma addirittura incontestabile.
L'analisi completa, in inglese, è consultabile sul Technology & Marketing Law Blog.[6]
Non è la prima volta
Chi segue queste vicende avrà avuto un senso di già visto, e a ragione. Nel 2019 la Watch Tower aveva chiesto a Reddit di rivelare l'identità di un utente, un TdG di lunga data che aveva pubblicato l'immagine di un annuncio per le donazioni comparso sul retro di una rivista e uno schema sui dati raccolti dall'organizzazione. Nel marzo 2020 un tribunale della California accolse l'opposizione, stabilendo che si era trattato di uso lecito.[7]
Nel gennaio 2022, nello stesso tribunale che si è ora pronunciato sul caso Doe, il giudice Nelson S. Román annullò una richiesta analoga rivolta a YouTube. Riguardava un ex TdG autore di animazioni satiriche realizzate con i mattoncini Lego e ambientate in un villaggio immaginario. Il giudice ritenne che tre dei quattro criteri del fair use, compreso il più importante, deponessero a favore dell'autore, che non vi fosse stata alcuna violazione e che mancasse quindi ogni fondamento per ottenerne il nome. È la decisione che il giudice Karas ha richiamato, discostandosene, nel provvedimento del 21 luglio.
C'è poi un dato che, più di ogni analisi, chiarisce a che cosa serva davvero questo strumento. Quando nel 2022 Paul Levy, del gruppo legale di Public Citizen, esaminò la questione, contò settantadue richieste di identificazione presentate dalla Watch Tower a partire dal 2017. Nessuna di esse è mai sfociata in una causa per violazione del diritto d'autore.[8] Settantadue nomi cercati, zero cause promosse. Se l'obiettivo fosse stato tutelare un patrimonio editoriale, almeno una di quelle richieste avrebbe dovuto approdare in un'aula di giustizia.
Vale infine la pena ricordare, e qui la vicenda diventa quasi paradossale, che nessuna organizzazione religiosa ha contribuito quanto i TdG a costruire in America la giurisprudenza sulla libertà di parola. Dal caso Lovell del 1938 in poi, i loro ricorsi hanno stabilito principi di cui oggi beneficiano tutti, compreso il diritto di svolgere la propria opera senza doversi identificare. La difesa del diritto all'anonimato davanti alla Corte Suprema fu sostenuta proprio dall'ufficio legale interno dell'organizzazione. Lo stesso ufficio che oggi si adopera per togliere quella tutela a un proprio membro, il quale non ha fatto altro che rendere consultabile ciò che l'organizzazione aveva stampato e diffuso porta a porta.
Che cosa si sta davvero difendendo
Sul piano strettamente giuridico la posizione della Watch Tower non è priva di argomenti, e sarebbe disonesto sostenere il contrario: chi mette in rete l'integralità di pubblicazioni tuttora protette, comprese quelle recenti, si espone davvero a una contestazione. Il punto non è questo. Il punto è che cosa si fa poi con il nome ottenuto.
E qui i settantadue procedimenti senza alcuna causa parlano da soli. Una volta che il nome è noto, non serve più alcun tribunale: basta una convocazione davanti a un comitato giudiziario, e il resto lo fa l'ostracismo. Si ottiene per via privata, e senza contraddittorio, quel silenzio che nessun giudice avrebbe mai imposto.
C'è poi un secondo effetto, meno visibile e forse più importante. Ogni archivio che chiude rende la consultazione del passato più faticosa e frammentaria, e un lettore che deve cercare per giorni un documento spesso rinuncia, mentre un lettore che trova tutto ordinato comincia a fare confronti. E i confronti sono esattamente ciò che non si vuole. Che l'organizzazione dichiari in giudizio di gestire un proprio archivio comprendente un indice dei mutamenti di credenza dal 1870 a oggi non cambia nulla, perché quell'indice lo compila lei, decidendo che cosa vi debba comparire e che cosa no.
Che cosa può fare chi legge
Da tutto questo discende un consiglio molto concreto, che rivolgo a chiunque faccia ricerca su questi argomenti: quando trovi un documento che ti interessa, scaricalo e conservalo sul tuo computer. Non dare per scontato che l'archivio in cui l'hai trovato ci sarà ancora fra sei mesi. Il materiale storico sui TdG è oggi sparso in una rete di archivi volontari che possono chiudere da un giorno all'altro, non perché venga meno la buona volontà di chi li cura, ma perché sostenere una controversia legale contro un'organizzazione che dispone di un ufficio legale interno e di risorse praticamente illimitate è alla portata di pochissimi.
La chiusura di un archivio, del resto, non cancella i documenti che vi erano raccolti. Le scansioni ormai esistono in migliaia di copie sui computer di chi le ha scaricate negli anni, e altri archivi nascono man mano che i precedenti spariscono. È una battaglia che chi la combatte non può vincere, ma che può rendere faticosa, ed è probabilmente questo il vero obiettivo.
Gli archivi ancora attivi e le indicazioni per orientarsi fra di essi si trovano nella pagina dei link di questo sito. Segnalo in particolare l'Internet Archive, che essendo una biblioteca digitale generalista e non un sito militante offre le maggiori garanzie di continuità, e conserva le annate complete della rivista dal 1879 al 1925.
Resta una considerazione finale, e non è una consolazione da poco. Un'organizzazione che ritenesse davvero di avere una storia limpida alle spalle non avrebbe alcun motivo di spendere denaro e credibilità per impedire che le proprie pubblicazioni vengano lette. Il fatto stesso che lo faccia, e che lo faccia con tanta insistenza, è già una risposta a chi si domanda se in quel passato ci sia qualcosa da nascondere.
Note
[1] Le dichiarazioni di Doe sono riportate nel provvedimento del 21 luglio 2026 come sue affermazioni, non come fatti accertati. Il tribunale ha usato per Doe pronomi neutri, precisando che le parti non ne hanno indicato il genere. ↑
[2] Electronic Frontier Foundation, scheda del caso In Re Watch Tower Subpoenas to Cloudflare and Google: https://www.eff.org/cases/re-watch-tower-subpoenas-cloudflare-and-google-2025 ↑
[3] Opinion and Order, In re: DMCA Subpoena to Cloudflare, Inc., No. 7:25-mc-00555 (KMK), United States District Court for the Southern District of New York, 21 luglio 2026, giudice Kenneth M. Karas; riferimento nelle banche dati 2026 WL 2110881. Testo integrale del provvedimento: https://storage.courtlistener.com/recap/gov.uscourts.nysd.654179/gov.uscourts.nysd.654179.45.0.pdf ↑
[4] JW Files, Judge refuses to block Watch Tower's bid to identify anonymous JW archivist, 21 luglio 2026: https://jwfiles.com/article/watchtower-cloudflare-dmca-unmasking-2026/ ↑
[5] Fascicolo In re: DMCA Subpoena to Google Inc., No. 7:25-mc-00554 (NSR), consultabile su CourtListener: https://www.courtlistener.com/docket/71996360/in-re-dmca-subpoena-to-google-inc/ ↑
[6] Eric Goldman, Technology & Marketing Law Blog, 21 luglio 2026: https://blog.ericgoldman.org/archives/2026/07/court-greenlights-jehovahs-witnesses-unmasking-of-online-critic-in-re-dmca-subpoena-to-cloudflare.htm ↑
[7] Caso noto come Darkspilver, ordinanza del marzo 2020, United States District Court for the Northern District of California. Documentazione presso la EFF: https://www.eff.org/cases/re-dmca-section-512h-subpoena-reddit-inc ↑
[8] Mike Masnick, The Jehovah's Witnesses Are Back Abusing Copyright Law To Unmask Their Critics. Again., Techdirt, 18 marzo 2026, che riporta la ricerca di Paul Levy del gruppo legale di Public Citizen: https://www.techdirt.com/2026/03/18/the-jehovahs-witnesses-are-back-abusing-copyright-law-to-unmask-their-critics-again/ L'articolo ricostruisce anche il percorso giurisprudenziale avviato con Lovell v. City of Griffin (1938). ↑