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Scacchi, francobolli e "veri cristiani"




Capita a volte di leggere in qualche libro o pagina web che ai Testimoni di Geova sarebbe vietato giocare a scacchi o collezionare francobolli. In genere di fronte a queste affermazioni molti TdG sorridono ironicamente, pensando che si tratti delle solite "calunnie di oppositori che non sanno più cosa inventare per ridicolizzare i Testimoni di Geova".

E su un punto hanno ragione: un divieto non è mai esistito. Non c'è nessun articolo, nessun libro, nessuna lettera alle congregazioni che proibisca a un TdG di muovere un pedone o di comprare un francobollo. Chi lo sostiene dice una cosa falsa, e questa pagina non lo sostiene.

Il problema è un altro, ed è più interessante. Nell'organizzazione dei Testimoni di Geova, per ottenere che qualcosa venga evitato, il divieto non serve. Basta pubblicarne una certa immagine su una rivista. Quello che segue è la documentazione di come è avvenuto, in due casi minori e per questo particolarmente istruttivi: proprio perché nessuno rischiava la disassociazione per una partita a scacchi, si vede meglio il meccanismo che agisce quando la posta in gioco è alta.

Pochi TdG sono a conoscenza del fatto che Svegliatevi! dell'8 settembre 1973, alle pagine da 12 a 15, dedicò al gioco degli scacchi un articolo di quattro pagine, la seconda metà del quale è interamente costruita sul nesso fra questo gioco e la guerra. Ecco la trascrizione integrale.
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Che specie di gioco sono gli scacchi?


IL TORNEO del campionato mondiale di scacchi tenuto nell’estate del 1972 in Islanda destò improvviso ed esteso interesse negli scacchi. Milioni di persone cominciarono a parlarne o a giocare a scacchi.

"Gli affari vanno a gonfie vele", riferì un fabbricante americano di scacchi. Un commesso di una delle principali librerie della città di New York disse: "I nostri libri di scacchi riposavano sugli scaffali prima del torneo Fischer–Spassky. Poi tutto cominciò. Passarono dall’articolo meno venduto a quello più venduto del negozio".

In alcuni paesi esisteva già grande interesse negli scacchi. La loro popolarità in Russia, ad esempio, compete con quella del calcio o della pallacanestro negli Stati Uniti. Anche in Cina, hsiang chi, la versione cinese degli scacchi, è uno del giochi preferiti del paese. Si dice che siano stati scritti più libri sugli scacchi — quasi 20.000 — che su tutti gli altri giochi messi insieme!
Perché c’è tale interesse negli scacchi? Che cosa rende il gioco così avvincente per tante persone?

Complesso gioco d’abilità


Uno degli aspetti più interessanti degli scacchi è la loro complessità, che può essere avvincente. Gli scacchi e la dama si giocano sullo stesso tipo di scacchiera, divisa in sessantaquattro quadretti, con otto file di otto quadretti ciascuna. Ma negli scacchi c’è un numero molto maggiore di possibili mosse. Ad esempio, si riferisce che ci siano 169.518.829.100.544.000.000.000.000.000.000 di modi per fare le prime dieci mosse!

‘Ma come mai sono possibili tante diverse mosse su una scacchiera di soli sessantaquattro quadretti?’ si potrebbe chiedere. Ciò è dovuto alle diverse specie di pezzi usati negli scacchi e alla varietà di mosse che ciascuno può fare.

Negli scacchi ci sono due opposti giocatori, ciascuno dei quali dispone di una serie di sedici pezzi. Essi includono otto pedoni, due cavalli, due alfieri, due torri e un re e una regina (o donna). Ciascuna di queste sei diverse specie di pezzi ha diversi valori o forza, che si rispecchiano nella varietà di mosse che ciascuno può fare.

I pedoni, ad esempio, di solito possono muoversi solo diritto davanti a sé, un passo o casa per volta. Le torri possono percorrere qualsiasi distanza avanti, indietro o di fianco in linea retta, finché hanno la strada sgombra. Gli alfieri, similmente, possono percorrere qualsiasi distanza in linea retta, ma solo in diagonale. I cavalli, a differenza degli altri pezzi, possono fare solo un movimento a L. La regina, il pezzo più forte della scacchiera, può percorrere qualsiasi distanza avanti, indietro, di lato o in diagonale, finché ha la strada sgombra.

Lo scopo di questo schieramento di pezzi è di difendere il re e di attaccare il re avversario. Si vince la partita quando si dà "scacco matto" a uno dei re, che non riesce più a difendersi. Il giocatore che ha il re sotto scacco è così costretto ad arrendersi, per cui la partita finisce.

È dunque la diversa mobilità dei vari pezzi a rendere possibile una così straordinaria varietà di mosse. Alcuni dicono che la complessità del gioco e il fatto che si richiede abilità dal giocatore rendono gli scacchi interessanti per quelli il cui lavoro secolare non è all’altezza delle loro capacità intellettive. "Negli scacchi nessun elemento è lasciato al caso", spiega Burt Hochenberg, direttore di Chess Life & Review. "Non si può dire che la palla è rimbalzata male".

Gioco molto competitivo


Comunque, opponendo una mente all’altra, ed essendo interamente eliminato l’elemento del caso, si tende a suscitare uno spirito di competizione nei giocatori di scacchi. Infatti, gli scacchi sono di frequente definiti ‘combattimento intellettualizzato’. Ad esempio, il detronizzato campione mondiale di scacchi Boris Spassky notò: "Per natura non ho uno spirito combattivo. . . . Ma negli scacchi devi essere un combattente, e lo sono divenuto per necessità".

Questo aiuta a spiegare perché non ci siano fra le donne giocatrici di scacchi che eccellono, essendo gli oltre ottanta grandi esperti di scacchi del mondo tutti uomini. L’attrice Sylvia Miles osservò a questo riguardo: "Per essere un giocatore di scacchi professionista bisogna saper uccidere. Se mai lo spirito competitivo delle donne americane diverrà così forte, allora penso che avremo alcune importanti giocatrici".

Lo spirito competitivo negli scacchi può essere stimolato fino a divenire febbrile, il che si rispecchia nelle attitudini e nel linguaggio dei giocatori di scacchi. "Non c’è paragone in qualsiasi altro sport nel tentativo di distruggere la psiche dell’avversario", spiega il giocatore di scacchi Stuart Marguiles. "Non ho mai udito nessuno dire che aveva battuto il suo avversario. Diceva sempre che l’aveva annientato, schiacciato, distrutto o sbaragliato".

È vero che forse i giocatori che conosciamo non usano tale linguaggio. Ma, ciò nondimeno, lo spirito di competizione fra i giocatori può provocare sgradevoli conseguenze, come riferì Il Times di New York nell’estate del 1972: "La maggioranza delle famiglie riescono a contenere gli inevitabili conflitti che sorgono nelle partite a scacchi. Ma in alcune case, la tensione persiste a lungo dopo lo scacco matto".

Naturalmente, sotto questo aspetto, gli scacchi non sono molto diversi da altri giochi competitivi. I partecipanti che desiderano piacere a Dio, indipendentemente dal gioco che fanno, devono stare attenti a non trasgredire il principio biblico: "Non diveniamo egotisti, suscitando competizione gli uni con gli altri, invidiandoci gli uni gli altri". — Gal. 5:26.
Comunque, c’è qualcos’altro riguardo agli scacchi che merita considerazione.

Relazione con la guerra


Si tratta degli aspetti militari del gioco, che sono ovvi. Le forze avversarie si chiamano "il nemico". Esse sono "attaccate" e "prese"; lo scopo è di far "arrendere" il re avversario. Pertanto Horowitz e Rothenberg dicono nel loro libro The Complete Book of Chess sotto l’intestazione "Gli scacchi equivalgono alla guerra": "Le funzioni assegnate [ai pezzi degli scacchi], i termini usati per descrivere queste funzioni, la mira finale, la brutalità giustificata per conseguire l’obiettivo, tutto equivale a niente meno che alla guerra".

Si riconosce in genere che gli scacchi si possono far risalire a un gioco che si giocava in India verso il 600 E.V. chiamato chaturanga, o gioco dell’esercito. I quattro elementi dell’esercito indiano — carri, elefanti, cavalleria e fanteria — erano rappresentati dai pezzi che nel corso dei secoli diedero origine a torri, alfieri, cavalli e pedoni. Pertanto, il Times di New York del 31 agosto 1972 osservò:

"Gli scacchi sono un gioco di guerra da quando ebbero origine 1.400 anni fa. La scacchiera è stata un’arena di battaglie fra corti reali, fra eserciti, fra ogni sorta di contrastanti ideologie. La più familiare opposizione è stata quella creata nel Medioevo con una serie di re, regina, cavalli, alfieri, torri e pedoni contro un’altra.

"Altri conflitti che sono stati raffigurati sono quelli di cristiani contro barbari, Americani contro Inglesi, cowboy contro Indiani e capitalisti contro comunisti. . . . Si riferisce che uno stilista americano ne sta ora creando una serie che illustra la guerra nel Vietnam".

Probabilmente la maggioranza dei moderni giocatori di scacchi non pensa di manovrare un esercito in battaglia. Tuttavia non sono ovvi i legami del gioco con la guerra? La parola pedone deriva da una parola latina medievale che significa "soldato a piedi". I cavalli erano usati dai guerrieri nel periodo feudale europeo. Gli alfieri erano quelli che portavano gli stendardi. E le torri, luoghi di protezione, furono importanti nella guerra medievale.

Pertanto Reuben Fine, giocatore di scacchi di levatura internazionale, scrisse nel suo libro The Psychology of the Chess Player: "È del tutto ovvio che gli scacchi sono un gioco in sostituzione dell’arte della guerra". E la rivista Time riferì: "Gli scacchi ebbero origine come gioco di guerra. È l’adulto equivalente intellettualizzato delle manovre compiute da ragazzini con soldatini di piombo".

Benché alcuni giocatori di scacchi siano contrari a tale paragone, altri riconosceranno subito la somiglianza. Infatti, in un articolo su un esperto giocatore di scacchi, il Times di New York notò: "Quando il sig. Lyman guarda una scacchiera, il suo disegno a scacchi sparisce a volte per cedere il posto ai colli e alle valli e agli isolati sentieri di un inseguimento nella foresta, o al suolo segnato di un campo di battaglia inglese".

Se si considerano i complessi movimenti, mentre gli eserciti avversari della scacchiera si contendono la posizione, ci si può chiedere se gli scacchi non abbiano contribuito allo sviluppo della strategia militare. Secondo V. R. Ramachandra Dikshitar è così. Nel suo libro War in Ancient India egli esaminò a fondo la cosa e concluse: "I princìpi degli scacchi fornirono idee al progressivo sviluppo delle usanze e degli elementi costituenti dell’esercito".

Bisogna fare attenzione


Alcuni giocatori di scacchi hanno riconosciuto che può derivare danno dal giocare a scacchi. Secondo The Encyclopædia Britannica, il riformatore religioso "John Huss, . . . mentre era in prigione, deplorò di aver giocato a scacchi, perché aveva perso tempo e aveva corso il rischio d’esser soggetto a violente passioni".

L’essere troppo affascinati dagli scacchi può far perdere grandi quantità di tempo e d’attenzione a esclusione di cose più importanti, evidentemente una ragione per cui Huss si rammaricò d’avere giocato a scacchi. Inoltre, giocando a scacchi c’è il pericolo di ‘suscitare competizione gli uni con gli altri’, dando anche luogo a ostilità verso un altro, cosa che la Bibbia avverte i cristiani di non fare.

Inoltre, gli adulti possono non considerare corretto che bambini si trastullino con giocattoli di guerra o facciano giochi di natura militare. È dunque coerente che essi facciano un gioco che, secondo alcuni, è l’"equivalente intellettualizzato delle manovre compiute da ragazzini con soldatini di piombo"? Che effetto ha realmente sulla persona il giocare a scacchi? Ha un effetto salutare?

Certo quello degli scacchi è un gioco avvincente. Ma riguardo ad esso ci sono aspetti che chiunque giochi a scacchi fa bene a considerare.
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Che cosa accadde dopo

Nessuno smise di giocare a scacchi perché gliel'avessero ordinato. Non ci fu, e non era prevedibile, un abbandono generalizzato. Ma leggiamo con attenzione come si chiude l'articolo, perché è lì che si decide tutto.

Il sottotitolo è Bisogna fare attenzione. Poi vengono tre domande: «È dunque coerente che essi facciano un gioco che, secondo alcuni, è l'"equivalente intellettualizzato delle manovre compiute da ragazzini con soldatini di piombo"? Che effetto ha realmente sulla persona il giocare a scacchi? Ha un effetto salutare?»

Chi non ha mai frequentato un'adunanza penserà che siano domande aperte, un invito a riflettere liberamente. Chi ci è cresciuto sa che non lo sono. Nel linguaggio delle pubblicazioni della Watch Tower una domanda retorica di quella forma ammette una sola risposta, e "bisogna fare attenzione" non significa "valuta come credi", significa che c'è un problema.

Il risultato fu quello che si può immaginare. Ci furono TdG zelanti che smisero di giocare a scacchi, e che guardavano con occhio critico chi continuava a farlo. Ricordo un TdG che, vedendomi davanti a una scacchiera, mi fece notare che si trattava di un gioco che ha a che fare con la guerra. Non aveva un divieto da citarmi, e infatti non me ne citò nessuno: gli bastava quello che aveva letto su una rivista. Non era un fanatico, era un fratello normale che aveva recepito quello che gli era stato scritto.

È così che funziona. Non serve un divieto formale, basta il modo in cui un argomento viene trattato, perché qualcuno si senta autorizzato a giudicare la condotta degli altri. E quando qualcuno non dà un buon esempio, e può contribuire con la sua condotta a "far inciampare altri", non è più idoneo per ottenere dei "privilegi", cioè incarichi nella congregazione, e nel caso li avesse gli possono essere tolti. Nessuno deve scrivere niente: il criterio dell'esemplarità fa il resto da solo.

Ventun anni dopo

Si potrebbe pensare che quell'articolo sia stato un incidente isolato del 1973, un pezzo di antiquariato di cui nessuno si ricorda più. Non è così. L'associazione fra gli scacchi e la guerra ricompare in Svegliatevi! del 22 gennaio 1994, a pagina 29, nella rubrica Uno sguardo al mondo, dentro un pezzo dedicato ai giochi che incoraggiano la violenza:

Chiapparello con pistole al laser
"L'obiettivo del gioco è quello di sparare senza farsi colpire troppe volte", scrive il Globe and Mail di Toronto. Si può ora giocare a chiapparello, un gioco tradizionale, avvalendosi di sofisticati mezzi tecnologici. Uno che ci ha giocato ha affermato che, sparando contro altri per dieci minuti con raggi luminosi in un'atmosfera futuristica, sinistra e piena di nebbia artificiale e accompagnati da una musica eccitante e ad alto volume, "lo stress diminuisce". Stanno spuntando centinaia di questi centri di divertimenti nell'America del Nord, in Inghilterra e in altri paesi europei, in Australia e in Israele. Si è sempre più preoccupati che tale divertimento incoraggi la violenza. Robert Stebbins, professore di sociologia all'Università di Calgary, ha detto sul Globe and Mail: "C'è un confine poco chiaro fra i giochi di guerra considerati discutibili e quelli considerati accettabili, come gli scacchi, con le torri e gli altri pezzi ispirati alla guerra. L'intento è violento". Un'adolescente ha dichiarato: "Sembra alquanto strano incoraggiare un gioco che ha a che fare con la guerra come divertimento. . . . Se si pensa al messaggio che trasmette, non sembra giusto".

Anche qui la rivista non afferma nulla in prima persona. Fa dire a un professore di sociologia che l'intento del gioco è violento e che gli scacchi stanno di là dal confine incerto dei giochi di guerra, e riserva l'ultima parola a un'adolescente secondo cui incoraggiare un gioco che ha a che fare con la guerra "non sembra giusto". Chi conosce la rubrica Uno sguardo al mondo sa che la chiusura di quei trafiletti non è mai neutra: è la morale del pezzo. Ventun anni dopo, il nesso era ancora lì.

E che dire dei francobolli?...



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Sugli scacchi la rivista poneva domande. Sulla filatelia fu più diretta. Svegliatevi! del 22 dicembre 1971, a pagina 18, nell'articolo La filatelia come passatempo, sotto il sottotitolo Temi religiosi, scrisse questo:

Svegliatevi! del 22 dicembre 1971, p. 18, articolo "La filatelia come passatempo"
Temi religiosi


Alcune persone raccolgono francobolli relativi a soggetti biblici o alla geografia della Terra Santa. Il ben noto fiume Giordano, famoso per le menzioni che ne fa la Bibbia, è mostrato su un francobollo della Transgiordania emesso nel 1933. Alcuni francobolli hanno onorato la Sacra Bibbia; uno commemorò il 300° anniversario della sua stampa in lingua finlandese. L'Islanda raffigurò un antico manoscritto che narrava la costruzione dell'arca di Noè.

Un francobollo d'Israele raffigurò la controversia di Elia con i sacerdoti di Baal sul monte Carmelo in quanto a chi è il vero Dio. (1 Re, cap. 18) E un'edizione d'Israele di data recente riporta il Tetragramma, le quattro lettere ebraiche del nome di Dio, Geova.

Comunque, la maggioranza dei francobolli con un tema religioso e messi in circolazione dalle cosiddette nazioni cristiane han glorificato dèi pagani e insegnamenti falsi. I francobolli di almeno trentasette paesi della cristianità hanno dato risalto alla venerazione della madre di Gesù, nonostante che i suoi insegnamenti non sostengano tale pratica.

Francobolli dell'Eire e dell'Italia hanno illustrato la dottrina della Trinità, sebbene essa fosse dapprima promulgata nell'antica Babilonia migliaia di anni avanti che fosse adottata dalla cristianità per mezzo del Concilio di Nicea sotto la direttiva dell'imperatore romano pagano Costantino.

Germania, Spagna, Portogallo e altri paesi hanno messo in circolazione francobolli che raffigurano l'adorazione della croce. Neanche questa pratica è di origine cristiana, ma affonda le sue radici nel paganesimo. Che questo sia vero è ben illustrato da un francobollo messicano che mostra la "Croce di Palenque", un simbolo usato nell'antica adorazione maya prima ancora che Gesù Cristo fosse appeso a un semplice palo. - Atti 5:30; 10:39; Gal. 3:13.

Sorprendente è pure il fatto che una notevole percentuale delle nazioni che professano il cristianesimo hanno virtualmente percorso l'intero panteon degli dèi e delle dee pagane di Roma nei loro francobolli. Nonostante che i francobolli non siano oggetti religiosi, i veri cristiani dovrebbero pensarci due volte se, come passatempo, stanno raccogliendo una serie di falsi simboli religiosi e dèi pagani.
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Si rilegga la frase finale: «... i veri cristiani dovrebbero pensarci due volte se, come passatempo, stanno raccogliendo una serie di falsi simboli religiosi e dèi pagani».

Qui non ci sono domande retoriche né esperti citati a distanza. C'è un dovere, espresso con un verbo modale, attribuito a una categoria precisa di persone, e riferito a un'attività concreta che il lettore ha in casa dentro un album. Un TdG che collezionava francobolli di soggetto religioso, dopo aver letto quella riga, sapeva benissimo cosa la sua congregazione si attendeva da lui.

Il meccanismo, e la prova del dicembre 2023

A questo punto la solita obiezione è: sono deduzioni, congetture su cosa la gente avrebbe pensato leggendo. In assenza di un divieto scritto, si dice, non si può inferire nessun effetto sul comportamento.

I Testimoni di Geova hanno appena vissuto la dimostrazione del contrario, e non l'ha fornita un critico: l'ha fornita il Corpo Direttivo.
Sulla barba non è mai esistito un divieto. Nessuna Torre di Guardia ha mai scritto "è proibito ai fratelli portare la barba". Eppure per decenni, in Italia e in gran parte del mondo, un fratello con la barba non riceveva incarichi, non teneva parti ai congressi, non veniva nominato anziano né servitore di ministero. Chiunque abbia frequentato una Sala del Regno negli anni Ottanta o Novanta lo sa. E nel dicembre 2023 il Corpo Direttivo ha dovuto diffondere un aggiornamento ufficiale per abolire una regola che ufficialmente non era mai esistita.

Se l'assenza di un divieto formale garantisse l'assenza di effetti, quell'aggiornamento non sarebbe servito a niente. È servito perché la regola c'era, ed era stata prodotta esattamente dal procedimento descritto in questa pagina: non un'imposizione, ma un orientamento pubblicato, recepito dai più zelanti, trasformato in criterio di giudizio sugli altri e infine consolidato in prassi non scritta. Nel caso della barba il meccanismo ha girato per quarant'anni. Nel caso degli scacchi e dei francobolli si è esaurito prima, probabilmente perché non erano poi molti i giocatori di scacchi e i collezionisti di francobolli.

Una risposta alle obiezioni

Un sito di apologetica ha dedicato a questa pagina un articolo di confutazione. Vale la pena rispondere, perché le sue obiezioni sono quelle che chiunque potrebbe farsi.

"Non c'era nessun divieto." Vero, e questa pagina lo dice dalla terza riga. La confutazione dimostra una tesi che non è mai stata sostenuta qui.

"L'articolo del 1973 non era perentorio, riconosceva che gli scacchi non sono diversi da altri giochi competitivi." Vero anche questo, ed è citato nella trascrizione integrale che si legge sopra. Ma le frasi mitiganti sono quattro, e occupano poche righe; la sezione Relazione con la guerra occupa metà dell'articolo, e la chiusura è quella che si è vista. Chi cita solo le prime fa esattamente quello di cui accusa gli altri.

"Le affermazioni negative sono di terzi, esperti del settore: perché non discutere con loro invece che con la Watch Tower?" Perché la selezione delle citazioni, la loro traduzione, il loro montaggio e la conclusione normativa sono della rivista. Reuben Fine e il New York Times non hanno mai scritto che i cristiani farebbero bene a riconsiderare gli scacchi. E poi, se si va a guardare, gli "esperti" non sono tutti esperti: fra le fonti chiamate a testimoniare sulle capacità competitive delle donne c'è un'attrice, Sylvia Miles, che spiega come per giocare a scacchi a livello professionistico "bisogna saper uccidere". Soprattutto, le due affermazioni verificabilmente false dell'articolo non sono di nessun esperto, sono voce diretta della rivista: che non esistano donne di livello negli scacchi, smentita cinque anni dopo dal titolo di Grande Maestro a Nona Gaprindashvili, e che "gli alfieri erano quelli che portavano gli stendardi", etimologia inventata e contraddetta due paragrafi sopra dallo stesso articolo. Su queste, l'invito ad andarsela a vedere con le fonti non ha un destinatario.

"Nell'Annuario del 1973 Raymond Franz racconta di aver giocato a scacchi con gli altri missionari: ecco lo scacco matto ai critici." Questa è l'obiezione presentata come decisiva, ed è quella che si smonta da sé. Il brano si trova nell'Annuario del 1973 a pagina 161, e Franz vi è presentato come servitore di filiale nella Repubblica Dominicana. Descrive la vita della filiale durante la rivoluzione, cioè la guerra civile dominicana del 1965: si dormiva sul pavimento per non stare all'altezza delle finestre, si leggeva a lume di candela, e la sera i missionari giocavano a scacchi per non pensare agli spari. Otto anni prima dell'articolo di Svegliatevi!. E l'Annuario del 1973 stesso è uscito prima del settembre 1973. Una testimonianza anteriore al testo di cui si discute non può dire nulla sugli effetti di quel testo. Vale lo stesso per il racconto della missionaria Josephine Elias, che si riferisce all'invasione giapponese dell'Indonesia del 1941.

Quel brano dimostra però una cosa vera, e va detta: nel 1965, ai vertici della filiale dominicana, gli scacchi erano un passatempo del tutto normale, e nel 1973 la Watch Tower lo pubblicò senza il minimo imbarazzo. Il che rende la domanda più stringente, non meno. Come si spiega che pochi mesi dopo aver stampato il racconto del proprio servitore di filiale, futuro membro del Corpo Direttivo, a scacchi sotto le pallottole, la stessa organizzazione pubblichi quattro pagine per chiedersi se quel gioco abbia "un effetto salutare" e se sia "coerente" praticarlo?

"Dopo il 1973 la Watch Tower ha citato gli scacchi solo per artigianato, intelligenza artificiale e note di colore." Non solo. Il riferimento di Svegliatevi! del 22 gennaio 1994 riportato sopra, quello in cui gli scacchi finiscono fra i giochi di guerra, l'ho conosciuto proprio grazie a quell'articolo di confutazione, che lo liquida in una parentesi come "un fuggevole cenno" e rimanda a una nota che non ne parla. Chi vuole giudicare se sia fuggevole ha il testo integrale a disposizione qualche paragrafo più su.

Perché una pagina su una cosa così piccola

Nessuno è mai stato disassociato per una partita a scacchi, e nessuno ha mai perso la famiglia per un album di francobolli. Ed è esattamente per questo che questi due casi meritano attenzione. Sono la versione in miniatura, e quindi leggibile a occhio nudo, di un procedimento che nei casi gravi produce conseguenze molto pesanti: una rivista suggerisce, non ordina; i più zelanti recepiscono; chi non si adegua diventa un cattivo esempio; il cattivo esempio costa i "privilegi"; e alla fine esiste una regola che nessuno ha mai scritto e che nessuno, quindi, dovrà mai ritrattare.

Salvo quando accade, come nel dicembre 2023.

Qualche osservazione sui contenuti di questi due articoli

Note redazionali, non presenti negli articoli originali

Al di là del giudizio sugli scacchi e sulla filatelia, vale la pena fermarsi su alcune affermazioni di questi articoli, perché dicono molto sul modo in cui la Watch Tower costruisce le sue argomentazioni.

1. Gli alfieri e gli stendardi

"Gli alfieri erano quelli che portavano gli stendardi".

L'affermazione è falsa, e la cosa curiosa è che a smentirla basta risalire di due paragrafi nello stesso articolo, dove si legge correttamente che i quattro elementi dell'esercito indiano, "carri, elefanti, cavalleria e fanteria", diedero origine a "torri, alfieri, cavalli e pedoni". L'alfiere degli scacchi è l'elefante: il nome viene dall'arabo al-fīl, "l'elefante", a sua volta dal persiano pīl. Non ha nulla a che vedere con l'alfiere portabandiera della lingua italiana, che deriva da un'altra parola araba, al-fāris, "il cavaliere", arrivata a noi attraverso lo spagnolo alférez. Sono due omografi di origine diversa, e chi scrisse l'articolo li ha confusi. Non è un dettaglio da pedanti: quella etimologia inventata serviva a rafforzare il collegamento fra scacchi e guerra, cioè proprio la tesi dell'articolo.

2. Le donne che non possono eccellere

"Questo aiuta a spiegare perché non ci siano fra le donne giocatrici di scacchi che eccellono, essendo gli oltre ottanta grandi esperti di scacchi del mondo tutti uomini".

Cinque anni dopo, nel 1978, la georgiana Nona Gaprindashvili divenne Grande Maestro, prima donna nella storia a ottenere il titolo assoluto. Nel 1984 la seguì Maia Chiburdanidze. L'ungherese Judit Polgár è arrivata all'ottavo posto della classifica mondiale e nel 2002 ha battuto Garry Kasparov. Ma il punto più interessante non è la smentita: è che a sostegno di una tesi sulle capacità competitive delle donne la rivista non cita uno psicologo o uno scacchista, bensì un'attrice, Sylvia Miles, che spiega come "per essere un giocatore di scacchi professionista bisogna saper uccidere". Su quale base l'opinione di un'attrice diventa una spiegazione? È il metodo che conta: si raccoglie la citazione che serve, da chiunque provenga, e la si presenta come argomento.

3. La Trinità nell'antica Babilonia

"... sebbene essa fosse dapprima promulgata nell'antica Babilonia migliaia di anni avanti che fosse adottata dalla cristianità per mezzo del Concilio di Nicea sotto la direttiva dell'imperatore romano pagano Costantino".

Qui gli errori sono tre in una sola frase. La derivazione babilonese risale a The Two Babylons di Alexander Hislop (1853), un'opera priva di qualsiasi credito presso gli storici delle religioni e da tempo abbandonata anche dalla maggior parte dei suoi antichi sostenitori. Il Concilio di Nicea del 325 non definì la Trinità, ma la consustanzialità del Figlio col Padre: la divinità dello Spirito Santo e la formula trinitaria completa arrivarono più di cinquant'anni dopo, al Concilio di Costantinopoli del 381. Quanto a Costantino, convocò il concilio e vi presiedette, ma la formulazione dottrinale fu opera dei vescovi, e nessuna fonte antica lo mostra nell'atto di imporre un contenuto teologico. Tre inesattezze in una riga, in una rivista che chiedeva ai lettori di "pensarci due volte" prima di collezionare francobolli.

4. La "Croce di Palenque"

"... un simbolo usato nell'antica adorazione maya prima ancora che Gesù Cristo fosse appeso a un semplice palo".

Il rilievo del Tempio della Croce di Palenque non raffigura una croce e non era oggetto di adorazione: è la rappresentazione stilizzata dell'albero cosmico, la ceiba, che collegava i tre livelli del cosmo nella cosmologia maya. La forma cruciforme è un effetto della composizione, non un simbolo religioso a sé stante. Che esistano simboli cruciformi precristiani è vero e nessuno lo nega, ma qui la prova esibita è un fraintendimento iconografico. Sulla questione della croce e del palo rimando alle pagine di questo sito che affrontano il problema con la documentazione che merita.

5. Un argomento che, se applicato davvero, travolgerebbe tutto

Il criterio dei due articoli è sempre lo stesso: se una cosa ha un'origine militare o pagana, il "vero cristiano" faccia attenzione. Chi lo prende sul serio dovrebbe però rinunciare ai nomi dei giorni della settimana, che celebrano divinità pagane, ai nomi dei mesi, buona parte dei quali onora dèi romani e imperatori divinizzati, e alla dama, che sulla stessa scacchiera si gioca da secoli. E dovrebbe spiegare come mai le pubblicazioni della Watch Tower riproducano da sempre fotografie di statue e monete raffiguranti divinità pagane a scopo illustrativo. Il criterio non viene applicato con coerenza: viene applicato dove conviene, quando conviene, e poi lasciato cadere in silenzio. Che è esattamente quello che è successo agli scacchi e ai francobolli.

Un'ultima annotazione, per correttezza. L'unico dato storico dell'articolo del 1973 che regge alla verifica è la datazione del chaturanga, collocato in India intorno al VI secolo d.C. Su quello la rivista era informata. Su tutto il resto no.

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Crisi di coscienza,
Fedeltà a Dio
o alla propria religione?
Di Raymond Franz,
già membro del
Corpo Direttivo
dei Testimoni di Geova
© infotdgeova.it — Analisi critica e documentata dei Testimoni di Geova
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