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Testimoni di Geova e trasfusioni di sangue



Una notizia di cronaca:

Il Quotidiano di Calabria (link) - 24 settembre 2004

Rifiuta la trasfusione
muore Testimone di Geova
La donna, 66 anni, era ricoverata al reparto di Cardiologia

IL SUO credo imponeva di rifiutare una eventuale trasfusione di sangue. Da buona Testimone di Geova ha rispettato fino all'ultimo il severo precetto. Così è morta, rinunciando a quella trasfusione che di certo le avrebbe salvato la vita. Un "no" secco e deciso, ripetuto senza alcuna esitazione ai medici di turno, che non hanno potuto fare altro se non rispettare la volontà della paziente e della sua famiglia.

Protagonista una signora di 66 anni, che chiameremo Angela. La donna, sofferente di asma cardiopatica, era ricoverata da pochi giorni al reparto di Cardiologia dell'ospedale dell'Annunziata.

Martedì le sue condizioni si sono aggravate improvvisamente per una sopravvenuta emorragia addominale, che le ha fatto perdere tanto sangue. Solo una trasfusione, a questo punto, le avrebbe permesso di sopravvivere.
Nella stanza della signora Angela giunge il medico di turno. Nel frattempo arrivano anche i familiari, anch'essi Testimoni di Geova.

Alla paziente e ai suoi cari viene spiegato che le condizioni tendono ad aggravarsi e che la trasfusione è l'unico intervento risolutivo.

Angela, sofferente, dice che non è possibile. «Sono Testimone di Geova, la mia religione rinnega la trasfusione di sangue». Il medico di turno cerca di convincere i familiari, anch'essi però dello stesso parere della congiunta.
A questo punto i responsabili del reparto di Cardiologia decidono di contattare la Procura della Repubblica di Cosenza, alla quale chiedono di intervenire sulla vicenda della signora Angela. Dagli uffici della magistratura la risposta è però negativa: «Non possiamo intervenire. Bisogna rispettare la volontà della signora».

Dopo poche ore la paziente muore. Attorno a lei i familiari, tutti Testimoni di Geova e tutti d'accordo nel dire "no" alla trasfusione.
Un credo severo ma rispettato fino in fondo, a costo di perdere la vita. Non è la prima volta che un testimone di Geova muore rinunciando alla trasfusione di sangue.

Un precetto inconcepibile per chi pratica un'altra religione, ma sacro e inviolabile per chi chiama "Geova" il suo Dio.

 


     La più criticata e controversa credenza dei Testimoni di Geova è certamente la proibizione delle trasfusioni di sangue, anche quando queste fossero assolutamente essenziali per la sopravvivenza. Per i Testimoni, accettare il sangue per salvare la vita equivale a rinnegare la fede, incorrere nella disapprovazione divina e disprezzare il provvedimento per la salvezza eterna che Dio ha disposto, cioè il prezioso sangue di Cristo. Questo è quanto si insegna ed è continuamente ripetuto nelle loro pubblicazioni, adunanze ed assemblee.[1] È impensabile esprimere dubbi od incertezze sull'assoluta correttezza di questa posizione. Se qualcuno osasse farlo verrebbe ripreso, "disciplinato" e – se persiste nelle sue posizioni – espulso come apostata dalla Congregazione.

     Questa norma è in vigore dal 1961. In quell’anno, infatti, La Torre di Guardia del 15 luglio, alle pp. 446-448, rispondendo alla domanda se accettare una trasfusione comportasse la disassociazione, affermò: «Le ispirate Sacre Scritture rispondono di sì… Questa è una violazione dei comandi di Dio, la cui serietà non dovrebbe essere sminuita da nessun atto di leggerezza, pensando che sia una questione facoltativa su cui l'individuo possa prendere la decisione secondo coscienza. Secondo la legge di Mosè, …chi riceve la trasfusione del sangue dev’essere stroncato dal popolo di Dio mediante la scomunica o disassociazione… In ogni modo, se egli rifiuta… di osservare la necessaria norma cristiana… mostra… di opporsi deliberatamente alle esigenze di Dio. Quale ribelle oppositore ed infedele esempio per i conservi della congregazione cristiana, egli dev’essere stroncato da essa mediante la disassociazione» (Il corsivo è mio).

     L’intransigente sicurezza manifestata dai TdG su questo tema fa sorgere alcuni basilari interrogativi:

  • Perché la Bibbia vieta l’uso del sangue?

  • Siamo certi che i divieti relativi al mangiare il sangue, contenuti nella Bibbia, siano da ritenersi vincolanti anche se si è in pericolo di vita? Dio richiede proprio questo?

  • È possibile dimostrare, con certezza, che i passi biblici che vietano l’uso alimentare del sangue, si applichino anche al suo impiego terapeutico?

  • Potrebbe essere consentito scegliere, in armonia con la propria coscienza, la condotta che si ritiene più opportuna, in base alle circostanze?

     Quest’ultima domanda è particolarmente significativa. Se, infatti, esistessero motivi validi per rimettere la decisione alla coscienza personale, si potrebbe concludere che la Società Torre di Guardia, con le sue direttive, sta imponendo delle norme umane, limitando così indebitamente la libertà degli individui.

     Consideriamo quindi perché la Bibbia vieta l’uso del sangue. La prima proibizione in tal senso si trova in Genesi 9:3-6, ove si legge:

«Ogni animale che si muove ed è in vita vi serva di cibo. Come nel caso della verde vegetazione vi do in effetti tutto questo. Solo non dovete mangiare la carne con la sua anima, il suo sangue. E, oltre a ciò, richiederò il sangue delle vostre anime. Lo richiederò dalla mano di ogni creatura vivente; e dalla mano dell’uomo, dalla mano di ciascuno che gli è fratello, richiederò l’anima dell’uomo. Chiunque sparge il sangue dell’uomo, il suo proprio sangue sarà sparso dall’uomo, poiché a immagine di Dio egli ha fatto l’uomo».

     È evidente in queste parole che il sangue, umano ed animale, è menzionato in relazione all’uccisione, alla soppressione di una vita. Poiché la vita è sacra e gli appartiene, Dio vieta all’uomo di cibarsi del sangue – che in questo ed in altri passi, viene definito anima, cioè vita – reclamando così ogni diritto e autorità sulla vita da esso simboleggiata, essendone il Creatore.[2] In ogni caso in cui nella Bibbia il sangue è proibito come cibo, ci si riferisce ad animali che vengono uccisi, la cui vita è stata soppressa. Fondamentalmente quindi Dio proibì il sangue come alimento per incutere, visibilmente, tramite un simbolo concreto, il rispetto per la sacralità della vita: uccidere gli animali era una concessione, non un diritto. Ovviamente se la vita animale era preziosa, tanto più lo era quella umana.[3]

     Venendo ora alla seconda domanda, siamo autorizzati dalla Bibbia a ritenere vincolanti questi divieti alimentari anche quando è in pericolo la sopravvivenza? Le Scritture non parlano di una simile eventualità. Non c’è nessun passo biblico in cui si affermi che si debba morire di fame piuttosto che mangiare il sangue; e, in effetti, un simile comportamento sarebbe incoerente: significherebbe, infatti, mostrare maggiore rispetto per un simbolo (il sangue) che per la realtà da esso simboleggiata (la vita). Per illustrare il punto, sarebbe come avere per l'anello nuziale, simbolo del matrimonio, un rispetto tale da preferirlo al matrimonio stesso, e quindi, messi di fronte all'alternativa tra il sacrificare la propria moglie o la vera nuziale, si scegliesse a favore di quest'ultima. 

     La Scrittura, inoltre, fa una distinzione tra la trasgressione deliberata e il comportamento motivato da circostanze gravi o particolari. La Legge mosaica prevedeva la morte per chi mangiava il sangue; un episodio biblico mostra tuttavia che tale pena non era applicata in maniera assoluta e indiscriminata. Nel primo libro di Samuele si legge che 'il popolo peccava contro Geova mangiando insieme al sangue' (1Sam.14:33,34). Furono tali 'violatori della Legge' lapidati, come era prescritto? No, nessuno venne punito, pur essendo la loro condotta definita "sleale". Evidentemente si tenne conto delle circostanze: il popolo era "molto stanco" ed affamato. La pena capitale era, a quanto pare, applicata solo quando qualcuno, pur avendo di che nutrirsi, deliberatamente mangiava il sangue.[4] – Cfr. Nu. 15:30.

     Che dire allora se qualcuno stesse morendo di fame e fosse costretto a mangiare carne non dissanguata per sopravvivere? Le circostanze dell’episodio citato sopra non erano così gravi e tuttavia si mostrò indulgenza. Dalle scritture di Luca 14:5 e Matteo 12:11,12 si comprende che non esisteva l’obbligo di osservare nemmeno le norme sul sabato, se ciò avesse messo in pericolo una vita, fosse anche quella di un animale. È logico concludere che lo stesso principio si applichi alle norme alimentari sul sangue. È ovvio quindi che, in casi così particolari, la decisione da prendere riguarda la coscienza individuale.[5]

     Quanto precede ci fa capire anche quanto sia discutibile applicare i divieti biblici sull’uso alimentare del sangue al suo impiego terapeutico. È chiaro che se una persona fosse gravemente malata, in pericolo di vita, e potesse sopravvivere solo con il sangue, la sua scelta avrebbe serie motivazioni; sarebbe quindi corretto considerare una sua eventuale accettazione del sangue, "un atto di leggerezza", una mancanza di rispetto per la legge di Dio? Ricordiamo che lo scopo di questa legge era quello di inculcare il rispetto per la vita: come dicevo sopra quindi, è del tutto incoerente lasciarsi morire, perdere la vita, per rispettarne il simbolo! [6]

     Il sangue umano, nel suo impiego terapeutico, non richiede ovviamente l’uccisione di una persona. Questo è molto importante, perché la proibizione riguardava il cibarsi del sangue di creature che erano state uccise, la cui vita era stata tolta. Questo rammenta la questione dei trapianti, un tempo considerati cannibalismo dai Testimoni e quindi tassativamente proibiti; "si comprese" poi che «i trapianti d'organo sono diversi dal cannibalismo, dal momento che il "donatore" non viene ucciso per essere mangiato» (La Torre di Guardia del 1 settembre 1980, p.31). Non si potrebbe dire la stessa cosa delle trasfusioni di sangue? Mi chiedo perché, in questioni così serie, in cui è coinvolta la vita, non venga lasciato alcuno spazio alla coscienza del singolo; inoltre, incoerentemente, non sempre si manifestano lo stesso rigore e la stessa inflessibilità. Per esempio, la decisione di abortire, in certi casi, è per i TdG una questione di scelta: «Se al momento del parto si deve scegliere fra la vita della madre e quella del bambino, questa è una decisione che spetta agli interessati» (Ragioniamo facendo uso delle Scritture, p.26, § 4. Il corsivo è nel testo). In questa eventualità si avrebbe a che fare con una vita pienamente sviluppata – un bambino che sta per nascere – e la vita della madre. Applicando lo stesso criterio che si usa per il sangue, l’aborto non dovrebbe essere mai consentito, anche se ciò comportasse la morte della partoriente. La situazione è tuttavia ben più grave e drammatica: la scelta, infatti, è fra due esseri viventi. Così, mentre in relazione al sangue bisogna, secondo i TdG, rispettare – a tutti i costi – il simbolo, nel caso dell’aborto è consentito scegliere: perché questa differenza? – Cfr. Prov.20:10.


Tesserino con il quale i Testimoni di Geova respingono le trasfusioni di sangue.
L'interno del documento: Prima parte  Seconda parte

     Finora ho parlato genericamente di "uso terapeutico" del sangue. Naturalmente, con tale locuzione mi riferisco alle trasfusioni del sangue o dei suoi componenti. È vero che le trasfusioni di sangue possono essere pericolose, poiché espongono chi le riceve – nonostante i più scrupolosi controlli – al rischio di contrarre gravi malattie (lo stesso pericolo tuttavia esiste anche sottoponendosi ad interventi che la Società consente, come i trapianti; oppure accettando quelle "frazioni di sangue" che, con un intricato tecnicismo, sono considerate componenti "minori" del sangue e quindi permesse).[7] È anche certo però che, in alcuni casi, senza trasfusioni di sangue si muore, e che alcuni che potevano essere salvati soltanto con una trasfusione, sono morti per averla rifiutata, convinti che questa fosse la volontà di Dio. (Vedi questo link esterno)

     Ci si potrebbe anche chiedere quale relazione vi sia tra la proibizione di mangiare il sangue e la pratica di trasfonderlo. La Società risponde: «In ospedale, quando un paziente non può essere alimentato per via orale, viene alimentato per via endovenosa. Ebbene, se uno che non ha mai preso sangue per via orale lo accettasse sotto forma di trasfusione, ubbidirebbe al comando di ‘astenersi dal sangue’? (Atti 15:29) Prendiamo il caso di una persona a cui il medico abbia detto di astenersi dall’alcool. Rispetterebbe il divieto se smettesse di bere alcool ma se lo facesse trasfondere direttamente nelle vene?» (Ragioniamo, p.337, § 2). In questi esempi, la cui logica sembra ovvia, si trascura un elemento fondamentale, vale a dire il motivo per il quale si compiono queste azioni. La trasfusione non viene effettuata per alimentare il paziente; la persona non riceve il sangue perché è denutrita o ha fame. Le motivazioni non sono di carattere alimentare – che potrebbero così interessare le proibizioni bibliche – ma mediche: non usare il sangue potrebbe significare perdere la vita, non semplicemente rimanere digiuni. Si può anche osservare che la trasfusione equivale al trapianto di un tessuto liquido (cfr. Svegliatevi!, 22 ottobre 1990, p. 9). Trapiantare un organo non equivale certo a mangiarlo. - Cfr. La Torre di Guardia del 1 settembre 1980, p.31.

     Anche l’esempio dell’alcolizzato merita una considerazione: un alcolista deve ‘astenersi’ dall’alcool, non prendendolo né per via orale né trasfondendolo nelle vene, perché l’effetto prodotto e le motivazioni dell’azione sarebbero le stesse: l’ubriachezza. Nel caso della trasfusione di sangue, come abbiamo visto, sia le motivazioni sia i risultati sono diversi: non si tratta di mangiare il sangue – mostrando mancanza di rispetto per la vita da esso simboleggiata – ma di usarlo allo scopo di salvaguardare una vita in pericolo.

     I Testimoni interpretano il passo di Atti 15:29, in cui si comanda di ‘astenersi dal sangue’, come abbiamo notato, nel senso più letterale ed esteso possibile: «‘Astenersi dal sangue’ significa non immetterlo affatto nel proprio corpo», sempre ed in ogni circostanza. (Potete vivere per sempre, p.216, § 22). Si è certi che il termine "astenersi" (greco apékhomai) sia usato nelle Scritture proprio con questo significato? A me pare di no. Lo si comprende dal modo in cui venne affrontata la questione delle "cose sacrificate agli idoli" (menzionate insieme al sangue, negli Atti) dall’apostolo Paolo. Scrivendo la prima lettera ai Corinti, nel cap. 10, Paolo ribadì l’importanza di ‘fuggire l’idolatria’ evitando di onorare i demoni mangiando cibi offerti in loro onore. Queste parole sono in armonia con la prescrizione di ‘astenersi dalle cose sacrificate agli idoli’ di Atti 15:29. Se tale comando si doveva intendere in senso assoluto, come una proibizione valida sempre ed in ogni occasione, non si spiega come Paolo potesse parlare di cristiani la cui coscienza permetteva di mangiare "nel tempio di un idolo" (1 Cor. 8:10); oppure, come si legge nel capitolo 10 della stessa lettera, scrivere "continuate a mangiare ogni cosa che si vende al macello, senza informarvi a motivo della vostra coscienza" (v.25). Tali cristiani mangiavano cibi offerti agli idoli ma questo non li rendeva idolatri. Infatti, come spiega Paolo, è il significato che si attribuisce al gesto – o l’effetto che esso produce su altri – a renderlo lecito o meno (8:7,10, 13; 10:28).[8] Quindi, l'‘astenersi dalle cose sacrificate agli idoli’ coinvolgeva la coscienza, il discernimento dei singoli; non era una legge da seguire alla lettera ed in ogni situazione. Lo stesso si può dire delle parole ‘astenetevi dal sangue’.[9]

Lorenzi Achille


Quanto precede è stato da me considerato in una lettera scritta quando ero ancora Testimone di Geova. Queste osservazioni hanno comportato la mia espulsione dalla congregazione, nel luglio del 1998, con l'accusa di "apostasia dalla fede cristiana".


Note:
[1] «La fede dei veri cristiani, fede secondo la quale sono fermi e risoluti a vivere, include la fede nel potere salvifico del sangue di Cristo ... Non ci sarà mai nessun altro sangue da cui ottenere la vita eterna...Quindi il loro destino eterno dipende dalla fedeltà a Geova. Questo include che ubbidiscano a ciò che egli dice sul sangue ... È assolutamente giusto che i cristiani si sforzino con premura di evitare di trasgredire la legge di Dio sul sangue, nel campo medico o in altri campi. La violazione di tale legge li renderebbe colpevoli dinanzi a Dio» - La Torre di Guardia del 1/11/78, p.25, §§ 18,19. (Il corsivo è mio) Vedi anche Proclamatori, p.183, § 4. [Torna al testo]

[2] Vi sono vari altri passi, nella Legge mosaica, in cui il sangue è proibito come alimento, p.e. , Levitico 17: 10-14; Deut. 12: 15,16, 23-25. [Torna al testo]

[3] Commentando Genesi 9:5,6, il libro Perspicacia, p.860, § afferma: «Dopo il Diluvio, Noè e i suoi figli ... ricevettero il comando di mostrare rispetto per la vita, il sangue, dei loro simili ... Inoltre Dio concesse benignamente loro di aggiungere la carne alla loro dieta. Tuttavia essi dovevano riconoscere che la vita di qualsiasi animale avessero ucciso per cibarsene apparteneva a Dio, e dovevano dimostrarlo versandone a terra il sangue come se fosse acqua. Così, non usandolo per i propri fini, era come se lo avessero restituito a Dio. - De 12:15,16» (Il corsivo è mio). Attenendosi strettamente alla lettura biblica, i "propri fini" sono da intendersi in senso esclusivamente alimentare. (Si veda La Torre di Guardia del 15 giugno 1959, p.382). [Torna al testo]

[4] È interessante che il secondo libro "sacro" per diffusione al mondo, il Corano, contiene prescrizioni sul sangue analoghe a quelle contenute nella Legge mosaica, dalla quale evidentemente le ha recepite. Il Corano fa una distinzione fra chi mangia il sangue, peccando deliberatamente, e chi lo fa con serie motivazioni, come, per esempio, la malattia; nella Sure II (La vacca), verso 173, e V (Il Convito), verso 3, si legge: «Il Dio vi ha proibito di assaggiare l'animale morto da sé, e il sangue, la carne suina e ogni altra carne d'animale su cui sia stato invocato altro nome diverso da quello del Dio. Faremo l'eccezione per colui che, non volendo, sarà obbligato a nutrirsene, senza essere un ribelle né un trasgressore: egli non peccherà, poiché il Dio è indulgente, dispensatore di misericordia» (Il Corano, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1979). Altre versioni rendono i versetti in questo modo: «Colui che, indotto dalle necessità, e non dal desiderio di soddisfarsi, avesse violata la legge, non dovrà subire pena espiatoria perché il Signore è indulgente e misericordioso». (Giuseppe Brancato Editore, 1989, Catania). «Se dunque qualcuno, per malattia o per fame, si troverà costretto a cibarsi delle carni che Noi abbiamo proibito, senza farlo per spontanea propensione al peccato, allora quello avrà il Nostro Perdono. In verità, Dio è il Clemente ed il Misericordioso!». (Edizioni Polaris, 1993, Traduzione di Angelo Terenzoni). [Torna al testo]

[5] I Testimoni citano gli scritti extra-biblici degli Apologeti, per "provare" che i primi cristiani preferivano morire piuttosto che mangiare il sangue. Per esempio, Tertulliano (ca. 160-230 d.C.), scrisse: «Arrossisca la vostra aberrazione davanti a noi cristiani, che non consideriamo il sangue degli animali neppure come cibo ammesso nei pranzi, e per questa ragione ci asteniamo dagli animali uccisi per soffocamento o morti naturalmente, per non essere in alcun modo contaminati dal sangue, anche se giace sepolto fra le viscere. Infatti, per torturare i cristiani, voi presentate loro delle salsiccie ripiene di sangue, ben sapendo che quei cibi non sono loro permessi, e che è questo un mezzo sicuro per farli deviare dalla loro fede... Bisognava allora che l'inquisitore dei cristiani si servisse anche di quel sangue, così come dell'ara dei sacrifizi e dell'incensiere. Infatti, sarebbero riconosciuti cristiani coloro che mostrassero desiderio di sangue umano, alla stessa stregua che rifiutassero un sacrificio ai vostri dèi; e parimenti non risulterebbero tali, se non lo gradissero, alla stessa stregua che se accettassero di compiere il richiesto sacrificio». (Apologia del cristianesimo, IX, 13-15; B.U.R., 1956, trad. di Luigi Rusca, pp123,124) Queste parole, tuttavia, non hanno relazione con gli esempi suesposti: da esse si evince, tutt'al più, che i cristiani, di fronte ai persecutori, preferivano morire piuttosto che rinnegare la fede. Questo è infatti ciò che veniva chiesto loro: il gesto di bruciare un pizzico di incenso, o di mangiare il sangue, assumeva, in quelle circostanze, questo significato. Dalle parole di Paolo, in 1Cor. 8 e 10, è chiaro che certe azioni possono essere ritenute legittime in certi momenti e illecite in altri. - Cfr. Matteo 10:33. [Torna al testo] 

[6] La Torre di Guardia del 1 luglio 1945, diceva che l'unico uso del sangue approvato da Dio era quello sacrificale, dal momento che i sacrifici animali sotto la Legge mosaica prefiguravano il sacrificio di Cristo, evitare di 'astenersi dal sangue' sarebbe una grave mancanza di rispetto per il sacrificio di riscatto di Gesù Cristo (vedi Proclamatori p.183, §4). Mi chiedo quanti comprendano pienamente questo difficile ragionamento. Ad ogni modo, si potrebbe analogamente asserire che, visto che la Bibbia dice che Cristo "portò i nostri peccati nel proprio corpo, sul palo, affinché morissimo ai peccati e vivessimo per la giustizia. E 'per le sue vergate siete stati sanati [le sue ferite sono state la vostra guarigione]', una persona che cercasse di ottenere la guarigione delle sue ferite o malattie ricorrendo alle medicine, mancherebbe di rispetto nei confronti del potere guaritore di Cristo nelle questioni di ordine spirituale. 1Pietro 2:24 (Parola del Signore [PS]). [Torna al testo] 

[7] «L'intendimento religioso dei testimoni, ... non vieta categoricamente l'uso di parti [del sangue] come l'albumina, immunoglobuline e preparati per l'emofilia, ciascun Testimone deciderà personalmente se accettarli» (Salvare la vita col sangue, p.27). È il caso di fare alcune osservazioni su queste sostanze, "permesse" perché consisterebbero in «una piccola quantità di un derivato del sangue» (La Torre di Guardia, 1 novembre 1978, p.31): Le albumine vengono impiegate in caso di gravi ustioni e gravi emorragie. Per produrre la quantità di albumina necessaria per un ustione di terzo grado che interessi dal 30 al 50 per cento della superficie del corpo, occorrono dai 10 ai 15 litri di sangue. Lo stesso si può dire delle gammaglobuline: occorrono circa tre litri di sangue per averne la quantità necessaria a riempire una siringa. Anche per produrre la quantità di preparati antiemofilia necessari a mantenere in vita un emofiliaco (per la durata media della sua vita), bisognava utilizzare circa 100.000 litri di sangue! Con quale criterio discriminante si permettono tali sostanze, quando per produrle occorrono quantità cosi elevate di sangue - che deve essere prelevato, lavorato e conservato in una banca del sangue -, mentre la stessa rivista citata sopra, afferma che "il sangue tolto deve essere "versato sulla terra come l'acqua" per mostrare che era di Dio e che non doveva servire a sostenere la vita di una creatura terrena"? (p.30). [Torna al testo]

[8] Per fare un esempio, i Testimoni eviterebbero di mangiare le uova di cioccolata se ciò significasse onorare la Pasqua, o se qualcuno, osservandoli, ne traesse questa conclusione. Di per sé, tuttavia, la cioccolata non è impura o contaminata. Quindi, in altre circostanze, le uova sono da loro mangiate. Commentando le decisioni degli Apostoli in Atti 15, una nota afferma:« a) le carni sacrificate agli idoli: presso i pubblici macelli veniva venduta parte della carne che i pagani immolavano ai loro déi; ...gli Ebrei...consideravano il mangiarla come una partecipazione all'idolatria. Paolo più tardi, chiamato a decidere su questo problema dai Corinzi, dimostrerà che il mangiare di queste carni in sé non è nulla di male (1 Cor 8, 4-9) ... Queste ... proibizioni costituivano un riguardo per la mentalità religiosa degli Ebrei. Ma tale riguardo poteva essere inutile laddove gli Ebrei non c'erano o avevano acquisito una diversa mentalità. Per questo si possono leggere nelle lettere di Paolo disposizioni date ai Gentili in apparente contrasto con queste (1 Cor 8, 1-13; 10, 14-30)» (La Bibbia Concordata, p.1828.) Dicendo "Ebrei", si intendono anche gli ebrei divenuti cristiani che, come si legge in Atti 21:20, erano ancora "zelanti nella Legge". [Torna al testo]  

[9] Che il termine possa avere un significato limitato dalle circostanze e specifico, lo si comprende anche dal modo in cui è usato in alcune scritture. Per esempio, in 1Tim. 4:3, Paolo dice che alcuni avrebbero comandato "astenersi da cibi che Dio ha creato" . Ovviamente tali individui non avrebbero ordinato di astenersi in maniera assoluta dai cibi creati da Dio, poiché ciò avrebbe comportato la morte per fame. Paolo intendeva che costoro avrebbero proibito alcuni cibi. Similmente, l'apostolo Pietro ammonisce: «Diletti, vi esorto come forestieri e residenti temporanei a continuare ad astenervi dai desideri carnali, che sono quelli che causano un conflitto contro l'anima» (1 Pietro 2:11). Seguire alla lettera, in senso assoluto, tale espressione, significherebbe non soddisfare nessun desiderio carnale, compresi i desideri legittimi ed indispensabili, come lo svago, il mangiare, il bere, il dormire, ecc. Pietro si riferiva naturalmente solo ai desideri pericolosi e peccaminosi. [Torna al testo]


Bibliografia

Pubblicazioni edite dalla Watch Tower:

Perspicacia nello studio delle Scritture, Roma, 1990.

Ragioniamo facendo uso delle Scritture, Roma , 1990.

La Torre di Guardia e Svegliatevi!, diverse edizioni.

Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture, Roma, 1987.

Salvare la vita col sangue. Come?, Roma, 1990.

Altre opere consultate e citate:

La Bibbia Concordata, Mondadori, Milano, 1968.

La Bibbia, Parola del Signore [PS], ed. L.D.C.-A.B.U. , Roma, 1985.

Il Corano, Ed. Mondadori, 1989; ed. Brancato, 1989; ed. Polaris, 1993.

Raymond Franz, Alla ricerca della libertà cristiana, ed. Dehoniane, Roma, 1991.



Dal quotidiano La Stampa del 18 gennaio 2005

Rifiuta la trasfusione Salvata da un giudice
La donna, Testimone di Geova, si era opposta per motivi religiosi

Un imprevisto in sala operatoria nella clinica Villa Maria Pia ripropone il delicato tema del rapporto tra etica professionale e libertà personale. Il medico: «Ho chiesto l’ok alla Procura, è stato un atto di coscienza»

Viva e, nonostante tutto, in rapida guarigione. Eppure questa donna di 45 anni che adesso giace su un lettino di Villa Maria Pia, casa di cura sulla collina Torinese, l’altra notte ha rischiato di morire per colpa di una emorragia interna, imprevedibile complicazione post-operatoria di un intervento di asportazione dell’utero. Testimone di Geova e convinta sostenitrice, per credo religioso, del rifiuto delle trasfusioni di sangue, è stata salvata da un magistrato. Che ha parlato con il chirurgo, e lo ha autorizzato a trasfondere il sangue, nonostante la donna avesse chiesto di evitare ogni tipo di manipolazione. «Ho agito secondo coscienza» dice il medico, che chiede l’anonimato. Replicano, in modo pacato, i Testimoni di Geova: «La sua era una scelta consapevole, dettata dalla fede religiosa, e nessuno può imporgliela. Ma dobbiamo ricordarci che i medici sono sottoposti ai vincoli e agli obblighi della legge». La storia di questo intervento chirurgico è breve e allo stesso tempo drammatica. Federica entra in ospedale qualche giorno fa. Sceglie Villa Maria Pia perché, da sempre, la struttura «collabora» con i Testimoni di Geova. Rispetta in modo totale le convinzioni personali. Insomma, offre il massimo delle garanzie quando si tratta di interventi senza trasfusione. L’operazione a cui viene sottoposta è complessa, ma sembra si risolva tutto per il meglio. A sera inoltrata, però, subentra un'emorragia interna. C’è la necessità di riportare la donna in sala operatoria. L’emoglobina è scesa a livelli minimi. Federica rischia di morire se non le viene immesso subito altro sangue in vena. Il chirurgo parla con i parenti. È un dialogo franco e gentile. Loro, però, sono fermi nel rifiuto: «Dottore, faccia tutto il possibile ma non quello». Lui insiste: Federica è grave, molto grave. La morte potrebbe sopraggiungere da un momento all’altro. Lei non può decidere, è in coma, ma i parenti devono sapere tutto. Loro gli parlano delle convinzioni religiose della donna. Di quell’obbligo scritto sui testi sacri, di astenersi dal sangue: «Agisca secondo coscienza, dottore, confidiamo in lei».
È allora che il medico chiama il 113. Una volante sale a villa Maria Pia. Accerta che, davvero, la situazione è critica e che ormai non si sono altre strade. Dalla centrale operativa un poliziotto si mette in contatto con il magistrato di turno, Carlo Pellicano. Che non ha la minima esitazione ed ordina la trasfusione. Il medico informa i familiari, fa rientro in sala operatoria, conclude l’intervento e ritorna dai parenti di Federica, a spiegare la sua decisione e le motivazioni che lo hanno spinto ad agire così. «Siamo un centro di riferimento per i Testimoni di Geova e rispettiamo al massimo la loro volontà. Ma i medici, in certi momenti, hanno obblighi ai quali non possono venire meno. Siamo vincolati al giuramento di Ippocrate: è nostro compito e dovere salvare la vita alle persone» spiega il medico. E aggiunge: «Negli anni si sono sviluppate tecniche operatorie che consentono interventi in assenza di trasfusione. Si utilizzano accorgimenti particolari ed è ormai patrimonio del sapere comune che una persona può vivere anche valori molto bassi di emoglobina». Ma, una volta su un milione, c’è una necessità diversa, una complicazione: «E per risolverla si deve anche ricorrere ad un atto che può apparire di forza. Ad una presa di posizione che non si vorrebbe mai adottare...». Com’è accaduto l’altra notte, per salvare la vita a Federica.

 


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