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Testimoni di Geova e trasfusioni di
sangue

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Una notizia di cronaca:
Il
Quotidiano di Calabria (link)
- 24 settembre 2004
Rifiuta
la trasfusione
muore Testimone di Geova
La donna, 66 anni, era ricoverata al reparto di Cardiologia
IL
SUO credo imponeva di rifiutare una eventuale trasfusione di sangue. Da
buona Testimone di Geova ha rispettato fino all'ultimo il severo precetto.
Così è morta, rinunciando a quella trasfusione che di certo le avrebbe
salvato la vita. Un "no" secco e deciso, ripetuto senza alcuna
esitazione ai medici di turno, che non hanno potuto fare altro se non
rispettare la volontà della paziente e della sua famiglia.
Protagonista
una signora di 66 anni, che chiameremo Angela. La donna, sofferente di asma
cardiopatica, era ricoverata da pochi giorni al reparto di Cardiologia
dell'ospedale dell'Annunziata.
Martedì
le sue condizioni si sono aggravate improvvisamente per una sopravvenuta
emorragia addominale, che le ha fatto perdere tanto sangue. Solo una
trasfusione, a questo punto, le avrebbe permesso di sopravvivere.
Nella stanza della signora Angela giunge il medico di turno. Nel frattempo
arrivano anche i familiari, anch'essi Testimoni di Geova.
Alla
paziente e ai suoi cari viene spiegato che le condizioni tendono ad
aggravarsi e che la trasfusione è l'unico intervento risolutivo.
Angela,
sofferente, dice che non è possibile. «Sono Testimone di Geova, la mia
religione rinnega la trasfusione di sangue». Il medico di turno cerca di
convincere i familiari, anch'essi però dello stesso parere della congiunta.
A questo punto i responsabili del reparto di Cardiologia decidono di
contattare la Procura della Repubblica di Cosenza, alla quale chiedono di
intervenire sulla vicenda della signora Angela. Dagli uffici della
magistratura la risposta è però negativa: «Non possiamo intervenire.
Bisogna rispettare la volontà della signora».
Dopo
poche ore la paziente muore. Attorno a lei i familiari, tutti Testimoni di
Geova e tutti d'accordo nel dire "no" alla trasfusione.
Un credo severo ma rispettato fino in fondo, a costo di perdere la vita. Non
è la prima volta che un testimone di Geova muore rinunciando alla
trasfusione di sangue.
Un
precetto inconcepibile per chi pratica un'altra religione, ma sacro e
inviolabile per chi chiama "Geova" il suo Dio.
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La più criticata e controversa credenza dei
Testimoni di Geova è certamente la proibizione delle
trasfusioni di sangue, anche quando queste fossero assolutamente essenziali per
la sopravvivenza. Per i Testimoni, accettare il sangue per salvare la vita
equivale a rinnegare la fede, incorrere nella disapprovazione divina e
disprezzare il provvedimento per la salvezza eterna che Dio ha disposto, cioè il
prezioso sangue di Cristo. Questo è quanto si insegna ed è continuamente
ripetuto nelle loro pubblicazioni, adunanze ed assemblee.[1] È impensabile
esprimere dubbi od incertezze sull'assoluta correttezza di questa posizione. Se
qualcuno osasse farlo verrebbe ripreso, "disciplinato" e – se persiste nelle sue
posizioni – espulso come apostata dalla Congregazione.
Questa norma è in vigore dal 1961. In quell’anno,
infatti, La Torre di Guardia del 15 luglio, alle pp. 446-448, rispondendo
alla domanda se accettare una trasfusione comportasse la disassociazione,
affermò: «Le ispirate Sacre Scritture rispondono di sì… Questa è una
violazione dei comandi di Dio, la cui serietà non dovrebbe essere sminuita da
nessun atto di leggerezza, pensando che sia una questione facoltativa su cui
l'individuo possa prendere la decisione secondo coscienza. Secondo la
legge di Mosè, …chi riceve la trasfusione del sangue dev’essere stroncato
dal popolo di Dio mediante la scomunica o disassociazione… In ogni modo, se egli
rifiuta… di osservare la necessaria norma cristiana… mostra… di opporsi
deliberatamente alle esigenze di Dio. Quale ribelle oppositore ed infedele
esempio per i conservi della congregazione cristiana, egli dev’essere stroncato
da essa mediante la disassociazione» (Il corsivo è mio).
L’intransigente sicurezza manifestata dai TdG su
questo tema fa sorgere alcuni basilari interrogativi:
-
Perché la Bibbia vieta l’uso del sangue?
-
Siamo certi che i divieti relativi al mangiare il
sangue, contenuti nella Bibbia, siano da ritenersi vincolanti anche se si è in
pericolo di vita? Dio richiede proprio questo?
-
È possibile dimostrare, con certezza, che i passi biblici
che vietano l’uso alimentare del sangue, si applichino anche al suo
impiego terapeutico?
-
Potrebbe essere consentito scegliere, in armonia
con la propria coscienza, la condotta che si ritiene più opportuna, in base
alle circostanze?
Quest’ultima domanda è particolarmente
significativa. Se, infatti, esistessero motivi validi per rimettere la decisione
alla coscienza personale, si potrebbe concludere che la Società Torre di
Guardia, con le sue direttive, sta imponendo delle norme umane, limitando così
indebitamente la libertà degli individui.
Consideriamo quindi perché la Bibbia vieta l’uso
del sangue. La prima proibizione in tal senso si trova in Genesi 9:3-6, ove si
legge:
«Ogni animale che si muove ed è in vita vi serva di
cibo. Come nel caso della verde vegetazione vi do in effetti tutto questo.
Solo non dovete mangiare la carne con la sua anima, il suo sangue. E, oltre
a ciò, richiederò il sangue delle vostre anime. Lo richiederò dalla mano di
ogni creatura vivente; e dalla mano dell’uomo, dalla mano di ciascuno che
gli è fratello, richiederò l’anima dell’uomo. Chiunque sparge il sangue
dell’uomo, il suo proprio sangue sarà sparso dall’uomo, poiché a immagine di
Dio egli ha fatto l’uomo».
È evidente in queste parole che il sangue, umano
ed animale, è menzionato in relazione all’uccisione, alla soppressione
di una vita. Poiché la vita è sacra e gli appartiene, Dio vieta all’uomo di
cibarsi del sangue – che in questo ed in altri passi, viene definito
anima, cioè vita – reclamando così ogni diritto e autorità sulla
vita da esso simboleggiata, essendone il Creatore.[2] In ogni caso in
cui nella Bibbia il sangue è proibito come cibo, ci si riferisce ad animali che
vengono uccisi, la cui vita è stata soppressa. Fondamentalmente quindi Dio
proibì il sangue come alimento per incutere, visibilmente, tramite un
simbolo concreto, il rispetto per la sacralità della vita:
uccidere gli animali era una concessione, non un diritto. Ovviamente se la vita
animale era preziosa, tanto più lo era quella umana.[3]
Venendo ora alla seconda domanda, siamo
autorizzati dalla Bibbia a ritenere vincolanti questi divieti alimentari anche
quando è in pericolo la sopravvivenza? Le Scritture non parlano di una simile
eventualità. Non c’è nessun passo biblico in cui si affermi che si debba morire
di fame piuttosto che mangiare il sangue; e, in effetti, un simile comportamento
sarebbe incoerente: significherebbe, infatti, mostrare maggiore rispetto per un
simbolo (il sangue) che per la realtà da esso simboleggiata (la
vita). Per illustrare il punto, sarebbe come avere per l'anello nuziale, simbolo
del matrimonio, un rispetto tale da preferirlo al matrimonio stesso, e quindi,
messi di fronte all'alternativa tra il sacrificare la propria moglie o la vera
nuziale, si scegliesse a favore di quest'ultima.
La Scrittura, inoltre, fa una
distinzione tra la trasgressione deliberata e il comportamento motivato da
circostanze gravi o particolari. La Legge mosaica prevedeva la morte per chi
mangiava il sangue; un episodio biblico mostra tuttavia che tale pena non era
applicata in maniera assoluta e indiscriminata. Nel primo libro di Samuele si
legge che 'il popolo peccava contro Geova mangiando insieme al sangue'
(1Sam.14:33,34). Furono tali 'violatori della Legge' lapidati, come era
prescritto? No, nessuno venne punito, pur essendo la loro condotta definita
"sleale". Evidentemente si tenne conto delle circostanze: il popolo era "molto
stanco" ed affamato. La pena capitale era, a quanto pare, applicata solo quando
qualcuno, pur avendo di che nutrirsi, deliberatamente mangiava il
sangue.[4] –
Cfr. Nu. 15:30.
Che dire allora se qualcuno stesse morendo
di fame e fosse costretto a mangiare carne non dissanguata per
sopravvivere? Le circostanze dell’episodio citato sopra non erano così gravi e
tuttavia si mostrò indulgenza. Dalle scritture di Luca 14:5 e Matteo 12:11,12 si
comprende che non esisteva l’obbligo di osservare nemmeno le norme sul
sabato, se ciò avesse messo in pericolo una vita, fosse anche quella di un
animale. È logico concludere che lo stesso principio si applichi alle norme
alimentari sul sangue. È ovvio quindi che, in casi così particolari, la
decisione da prendere riguarda la coscienza individuale.[5]
Quanto precede ci fa capire anche quanto sia
discutibile applicare i divieti biblici sull’uso alimentare del sangue al suo
impiego terapeutico. È chiaro che se una persona fosse gravemente malata, in
pericolo di vita, e potesse sopravvivere solo con il sangue, la sua scelta
avrebbe serie motivazioni; sarebbe quindi corretto considerare una sua eventuale
accettazione del sangue, "un atto di leggerezza", una mancanza di rispetto per
la legge di Dio? Ricordiamo che lo scopo di questa legge era quello di inculcare
il rispetto per la vita: come dicevo sopra quindi, è del tutto incoerente
lasciarsi morire, perdere la vita, per rispettarne il simbolo! [6]
Il sangue umano, nel suo impiego terapeutico, non
richiede ovviamente l’uccisione di una persona. Questo è molto importante,
perché la proibizione riguardava il cibarsi del sangue di creature che erano
state uccise, la cui vita era stata tolta. Questo rammenta la
questione dei trapianti, un tempo considerati cannibalismo dai Testimoni e
quindi tassativamente proibiti; "si comprese" poi che «i trapianti d'organo sono
diversi dal cannibalismo, dal momento che il "donatore" non viene ucciso per
essere mangiato» (La Torre di Guardia del 1 settembre 1980, p.31). Non si
potrebbe dire la stessa cosa delle trasfusioni di sangue? Mi chiedo perché, in
questioni così serie, in cui è coinvolta la vita, non venga lasciato alcuno
spazio alla coscienza del singolo; inoltre, incoerentemente, non sempre si
manifestano lo stesso rigore e la stessa inflessibilità. Per esempio, la
decisione di abortire, in certi casi, è per i TdG una questione di scelta: «Se
al momento del parto si deve scegliere fra la vita della madre e quella
del bambino, questa è una decisione che spetta agli interessati» (Ragioniamo
facendo uso delle Scritture, p.26, § 4. Il corsivo è nel testo). In questa
eventualità si avrebbe a che fare con una vita pienamente sviluppata – un
bambino che sta per nascere – e la vita della madre. Applicando lo stesso
criterio che si usa per il sangue, l’aborto non dovrebbe essere mai
consentito, anche se ciò comportasse la morte della partoriente. La situazione è
tuttavia ben più grave e drammatica: la scelta, infatti, è fra due esseri
viventi. Così, mentre in relazione al sangue bisogna, secondo i TdG,
rispettare – a tutti i costi – il simbolo, nel caso dell’aborto è consentito
scegliere: perché questa differenza? – Cfr. Prov.20:10.
 Tesserino
con il quale i Testimoni di Geova
respingono le trasfusioni di sangue.
L'interno del documento: Prima parte
Seconda parte
Finora ho parlato genericamente di "uso
terapeutico" del sangue. Naturalmente, con tale locuzione mi riferisco alle
trasfusioni del sangue o dei suoi componenti. È vero che le trasfusioni di
sangue possono essere pericolose, poiché espongono chi le riceve – nonostante i
più scrupolosi controlli – al rischio di contrarre gravi malattie (lo stesso
pericolo tuttavia esiste anche sottoponendosi ad interventi che la Società
consente, come i trapianti; oppure accettando quelle "frazioni di sangue" che,
con un intricato tecnicismo, sono considerate componenti "minori" del sangue e
quindi permesse).[7] È anche certo
però che, in alcuni casi, senza trasfusioni di sangue si muore, e che alcuni che
potevano essere salvati soltanto con una trasfusione, sono morti per
averla rifiutata, convinti che questa fosse la volontà di Dio. (Vedi questo
link
esterno)
Ci si potrebbe anche chiedere quale relazione vi
sia tra la proibizione di mangiare il sangue e la pratica di
trasfonderlo. La Società risponde: «In ospedale, quando un paziente non
può essere alimentato per via orale, viene alimentato per via endovenosa.
Ebbene, se uno che non ha mai preso sangue per via orale lo accettasse sotto
forma di trasfusione, ubbidirebbe al comando di ‘astenersi dal sangue’? (Atti
15:29) Prendiamo il caso di una persona a cui il medico abbia detto di astenersi
dall’alcool. Rispetterebbe il divieto se smettesse di bere alcool ma se lo
facesse trasfondere direttamente nelle vene?» (Ragioniamo, p.337, § 2).
In questi esempi, la cui logica sembra ovvia, si trascura un elemento
fondamentale, vale a dire il motivo per il quale si compiono queste
azioni. La trasfusione non viene effettuata per alimentare il paziente;
la persona non riceve il sangue perché è denutrita o ha fame. Le motivazioni non
sono di carattere alimentare – che potrebbero così interessare le
proibizioni bibliche – ma mediche: non usare il sangue potrebbe
significare perdere la vita, non semplicemente rimanere digiuni. Si può anche
osservare che la trasfusione equivale al trapianto di un tessuto liquido
(cfr. Svegliatevi!, 22 ottobre 1990, p. 9). Trapiantare un organo non
equivale certo a mangiarlo. - Cfr. La Torre di Guardia del 1 settembre
1980, p.31.
Anche l’esempio dell’alcolizzato merita una
considerazione: un alcolista deve ‘astenersi’ dall’alcool, non prendendolo né
per via orale né trasfondendolo nelle vene, perché l’effetto prodotto e le
motivazioni dell’azione sarebbero le stesse: l’ubriachezza. Nel caso della
trasfusione di sangue, come abbiamo visto, sia le motivazioni sia i risultati
sono diversi: non si tratta di mangiare il sangue – mostrando mancanza di
rispetto per la vita da esso simboleggiata – ma di usarlo allo scopo di
salvaguardare una vita in pericolo.
I Testimoni
interpretano il passo di Atti 15:29, in cui si comanda di ‘astenersi dal
sangue’, come abbiamo notato, nel senso più letterale ed esteso possibile:
«‘Astenersi dal sangue’ significa non immetterlo affatto nel proprio corpo»,
sempre ed in ogni circostanza. (Potete vivere per sempre, p.216, § 22).
Si è certi che il termine "astenersi" (greco apékhomai) sia usato nelle
Scritture proprio con questo significato? A me pare di no. Lo si comprende dal
modo in cui venne affrontata la questione delle "cose sacrificate agli idoli"
(menzionate insieme al sangue, negli Atti) dall’apostolo Paolo. Scrivendo la
prima lettera ai Corinti, nel cap. 10, Paolo ribadì l’importanza di ‘fuggire
l’idolatria’ evitando di onorare i demoni mangiando cibi offerti in loro onore.
Queste parole sono in armonia con la prescrizione di ‘astenersi dalle cose
sacrificate agli idoli’ di Atti 15:29. Se tale comando si doveva intendere in
senso assoluto, come una proibizione valida sempre ed in ogni occasione, non si
spiega come Paolo potesse parlare di cristiani la cui coscienza
permetteva di mangiare "nel tempio di un idolo" (1 Cor. 8:10); oppure, come si legge
nel capitolo 10 della stessa lettera, scrivere "continuate a mangiare ogni cosa
che si vende al macello, senza informarvi a motivo della vostra coscienza"
(v.25). Tali cristiani mangiavano cibi offerti agli idoli ma questo non li
rendeva idolatri. Infatti, come spiega Paolo, è il significato che si
attribuisce al gesto – o l’effetto che esso produce su altri – a renderlo lecito
o meno (8:7,10, 13; 10:28).[8] Quindi,
l'‘astenersi dalle cose sacrificate agli idoli’ coinvolgeva la coscienza,
il discernimento dei singoli; non era una legge da seguire alla lettera
ed in ogni situazione. Lo stesso si può dire delle parole ‘astenetevi dal
sangue’.[9]
Lorenzi Achille
Quanto precede è stato da me considerato in
una lettera scritta quando ero ancora Testimone di Geova. Queste osservazioni
hanno comportato la mia espulsione dalla congregazione, nel luglio del 1998, con
l'accusa di "apostasia dalla fede cristiana".
Note:
[1]
«La fede dei veri cristiani, fede secondo la
quale sono fermi e risoluti a vivere, include la fede nel potere salvifico del
sangue di Cristo ... Non ci sarà mai nessun altro sangue da cui ottenere la vita
eterna...Quindi il loro destino eterno dipende dalla fedeltà a Geova. Questo
include che ubbidiscano a ciò che egli dice sul sangue ... È assolutamente
giusto che i cristiani si sforzino con premura di evitare di trasgredire la
legge di Dio sul sangue, nel campo medico o in altri campi. La violazione di
tale legge li renderebbe colpevoli dinanzi a Dio» - La Torre di Guardia
del 1/11/78, p.25, §§ 18,19. (Il corsivo è mio) Vedi anche Proclamatori,
p.183, § 4. [Torna al
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[3] Commentando
Genesi 9:5,6, il libro Perspicacia, p.860, § afferma: «Dopo il Diluvio,
Noè e i suoi figli ... ricevettero il comando di mostrare rispetto per la vita,
il sangue, dei loro simili ... Inoltre Dio concesse benignamente loro di
aggiungere la carne alla loro dieta. Tuttavia essi dovevano riconoscere che la
vita di qualsiasi animale avessero ucciso per cibarsene apparteneva a Dio, e
dovevano dimostrarlo versandone a terra il sangue come se fosse acqua. Così,
non usandolo per i propri fini, era come se lo avessero restituito a Dio.
- De 12:15,16» (Il corsivo è mio). Attenendosi strettamente alla lettura
biblica, i "propri fini" sono da intendersi in senso esclusivamente alimentare.
(Si veda La Torre di Guardia del 15 giugno 1959, p.382). [Torna al
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[4] È interessante
che il secondo libro "sacro" per diffusione al mondo, il Corano, contiene
prescrizioni sul sangue analoghe a quelle contenute nella Legge mosaica, dalla
quale evidentemente le ha recepite. Il Corano fa una distinzione fra chi mangia
il sangue, peccando deliberatamente, e chi lo fa con serie motivazioni, come,
per esempio, la malattia; nella Sure II (La vacca), verso 173, e V
(Il Convito), verso 3, si legge: «Il Dio vi ha proibito di assaggiare
l'animale morto da sé, e il sangue, la carne suina e ogni altra carne d'animale
su cui sia stato invocato altro nome diverso da quello del Dio. Faremo
l'eccezione per colui che, non volendo, sarà obbligato a nutrirsene, senza
essere un ribelle né un trasgressore: egli non peccherà, poiché il Dio è
indulgente, dispensatore di misericordia» (Il Corano, Arnoldo Mondadori
Editore, Milano, 1979). Altre versioni rendono i versetti in questo modo: «Colui
che, indotto dalle necessità, e non dal desiderio di soddisfarsi, avesse violata
la legge, non dovrà subire pena espiatoria perché il Signore è indulgente e
misericordioso». (Giuseppe Brancato Editore, 1989, Catania). «Se dunque
qualcuno, per malattia o per fame, si troverà costretto a cibarsi delle carni
che Noi abbiamo proibito, senza farlo per spontanea propensione al peccato,
allora quello avrà il Nostro Perdono. In verità, Dio è il Clemente ed il
Misericordioso!». (Edizioni Polaris, 1993, Traduzione di Angelo Terenzoni). [Torna al testo]
[5]
I Testimoni citano gli scritti extra-biblici
degli Apologeti, per "provare" che i primi cristiani preferivano morire
piuttosto che mangiare il sangue. Per esempio, Tertulliano (ca. 160-230 d.C.),
scrisse: «Arrossisca la vostra aberrazione davanti a noi cristiani, che non
consideriamo il sangue degli animali neppure come cibo ammesso nei pranzi, e per
questa ragione ci asteniamo dagli animali uccisi per soffocamento o morti
naturalmente, per non essere in alcun modo contaminati dal sangue, anche se
giace sepolto fra le viscere. Infatti, per torturare i cristiani, voi presentate
loro delle salsiccie ripiene di sangue, ben sapendo che quei cibi non sono loro
permessi, e che è questo un mezzo sicuro per farli deviare dalla loro fede...
Bisognava allora che l'inquisitore dei cristiani si servisse anche di quel
sangue, così come dell'ara dei sacrifizi e dell'incensiere. Infatti, sarebbero
riconosciuti cristiani coloro che mostrassero desiderio di sangue umano, alla
stessa stregua che rifiutassero un sacrificio ai vostri dèi; e parimenti non
risulterebbero tali, se non lo gradissero, alla stessa stregua che se
accettassero di compiere il richiesto sacrificio». (Apologia del
cristianesimo, IX, 13-15; B.U.R., 1956, trad. di Luigi Rusca, pp123,124)
Queste parole, tuttavia, non hanno relazione con gli esempi suesposti: da esse
si evince, tutt'al più, che i cristiani, di fronte ai persecutori, preferivano
morire piuttosto che rinnegare la fede. Questo è infatti ciò che veniva
chiesto loro: il gesto di bruciare un pizzico di incenso, o di mangiare il
sangue, assumeva, in quelle circostanze, questo significato. Dalle parole
di Paolo, in 1Cor. 8 e 10, è chiaro che certe azioni possono essere ritenute
legittime in certi momenti e illecite in altri. - Cfr. Matteo 10:33. [Torna al
testo]
[7] «L'intendimento
religioso dei testimoni, ... non vieta categoricamente l'uso di parti [del
sangue] come l'albumina, immunoglobuline e preparati per l'emofilia, ciascun
Testimone deciderà personalmente se accettarli» (Salvare la vita col
sangue, p.27). È il caso di fare alcune osservazioni su queste sostanze,
"permesse" perché consisterebbero in «una piccola quantità di un derivato del
sangue» (La Torre di Guardia, 1 novembre 1978, p.31): Le albumine vengono
impiegate in caso di gravi ustioni e gravi emorragie. Per produrre la quantità
di albumina necessaria per un ustione di terzo grado che interessi dal 30 al 50
per cento della superficie del corpo, occorrono dai 10 ai 15 litri di
sangue. Lo stesso si può dire delle gammaglobuline: occorrono circa tre
litri di sangue per averne la quantità necessaria a riempire una siringa.
Anche per produrre la quantità di preparati antiemofilia necessari a mantenere
in vita un emofiliaco (per la durata media della sua vita), bisognava utilizzare
circa 100.000 litri di sangue! Con quale criterio discriminante si
permettono tali sostanze, quando per produrle occorrono quantità cosi elevate di
sangue - che deve essere prelevato, lavorato e conservato in una banca del
sangue -, mentre la stessa rivista citata sopra, afferma che "il sangue
tolto deve essere "versato sulla terra come l'acqua" per mostrare che era
di Dio e che non doveva servire a sostenere la vita di una creatura terrena"?
(p.30). [Torna al testo]
[8] Per fare un
esempio, i Testimoni eviterebbero di mangiare le uova di cioccolata se ciò
significasse onorare la Pasqua, o se qualcuno, osservandoli, ne traesse questa
conclusione. Di per sé, tuttavia, la cioccolata non è impura o contaminata.
Quindi, in altre circostanze, le uova sono da loro mangiate. Commentando le
decisioni degli Apostoli in Atti 15, una nota afferma:« a) le carni
sacrificate agli idoli: presso i pubblici macelli veniva venduta parte della
carne che i pagani immolavano ai loro déi; ...gli Ebrei...consideravano il
mangiarla come una partecipazione all'idolatria. Paolo più tardi, chiamato a
decidere su questo problema dai Corinzi, dimostrerà che il mangiare di queste
carni in sé non è nulla di male (1 Cor 8, 4-9) ... Queste ... proibizioni
costituivano un riguardo per la mentalità religiosa degli Ebrei. Ma tale
riguardo poteva essere inutile laddove gli Ebrei non c'erano o avevano acquisito
una diversa mentalità. Per questo si possono leggere nelle lettere di Paolo
disposizioni date ai Gentili in apparente contrasto con queste (1 Cor 8, 1-13;
10, 14-30)» (La Bibbia Concordata, p.1828.) Dicendo "Ebrei", si intendono
anche gli ebrei divenuti cristiani che, come si legge in Atti 21:20, erano
ancora "zelanti nella Legge". [Torna al
testo]
[9] Che il termine possa avere un significato
limitato dalle circostanze e specifico, lo si comprende anche dal modo in cui è
usato in alcune scritture. Per esempio, in 1Tim. 4:3, Paolo dice che alcuni avrebbero
comandato "astenersi da cibi che Dio ha creato" . Ovviamente tali
individui non avrebbero ordinato di astenersi in maniera assoluta dai cibi
creati da Dio, poiché ciò avrebbe comportato la morte per fame. Paolo intendeva
che costoro avrebbero proibito alcuni cibi. Similmente, l'apostolo Pietro
ammonisce: «Diletti, vi esorto come forestieri e residenti temporanei a
continuare ad astenervi dai desideri carnali, che sono quelli che causano
un conflitto contro l'anima» (1 Pietro 2:11). Seguire alla lettera, in senso
assoluto, tale espressione, significherebbe non soddisfare nessun desiderio
carnale, compresi i desideri legittimi ed indispensabili, come lo svago,
il mangiare, il bere, il dormire, ecc. Pietro si riferiva naturalmente solo ai
desideri pericolosi e peccaminosi. [Torna al
testo]
Bibliografia
Pubblicazioni edite dalla Watch
Tower:
Perspicacia nello studio delle Scritture,
Roma, 1990.
Ragioniamo facendo uso delle Scritture,
Roma , 1990.
La Torre di Guardia e Svegliatevi!, diverse
edizioni.
Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre
Scritture, Roma, 1987.
Salvare la vita col sangue.
Come?, Roma, 1990.
Altre opere consultate e citate:
La Bibbia Concordata,
Mondadori, Milano,
1968.
La Bibbia, Parola del Signore
[PS], ed. L.D.C.-A.B.U. , Roma, 1985.
Il Corano, Ed. Mondadori, 1989; ed.
Brancato, 1989; ed. Polaris, 1993.
Raymond Franz, Alla ricerca della libertà
cristiana, ed. Dehoniane, Roma, 1991.
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Dal quotidiano La Stampa del 18
gennaio 2005
Rifiuta
la trasfusione Salvata da un giudice
La donna, Testimone di Geova, si era opposta per motivi religiosi
Un
imprevisto in sala operatoria nella clinica Villa Maria Pia ripropone il
delicato tema del rapporto tra etica professionale e libertà personale. Il
medico: «Ho chiesto l’ok alla Procura, è stato un atto di coscienza»
Viva e, nonostante tutto, in rapida guarigione. Eppure questa donna di 45
anni che adesso giace su un lettino di Villa Maria Pia, casa di cura sulla
collina Torinese, l’altra notte ha rischiato di morire per colpa di una
emorragia interna, imprevedibile complicazione post-operatoria di un
intervento di asportazione dell’utero. Testimone di Geova e convinta
sostenitrice, per credo religioso, del rifiuto delle trasfusioni di
sangue, è stata salvata da un magistrato. Che ha parlato con il chirurgo,
e lo ha autorizzato a trasfondere il sangue, nonostante la donna avesse
chiesto di evitare ogni tipo di manipolazione. «Ho agito secondo
coscienza» dice il medico, che chiede l’anonimato. Replicano, in modo
pacato, i Testimoni di Geova: «La sua era una scelta consapevole, dettata
dalla fede religiosa, e nessuno può imporgliela. Ma dobbiamo ricordarci
che i medici sono sottoposti ai vincoli e agli obblighi della legge». La storia di questo intervento chirurgico è breve e allo stesso tempo
drammatica. Federica entra in ospedale qualche giorno fa. Sceglie Villa
Maria Pia perché, da sempre, la struttura «collabora» con i Testimoni
di Geova. Rispetta in modo totale le convinzioni personali. Insomma, offre
il massimo delle garanzie quando si tratta di interventi senza
trasfusione. L’operazione a cui viene sottoposta è complessa, ma sembra
si risolva tutto per il meglio. A sera inoltrata, però, subentra
un'emorragia interna. C’è la necessità di riportare la donna in sala
operatoria. L’emoglobina è scesa a livelli minimi. Federica rischia di
morire se non le viene immesso subito altro sangue in vena. Il chirurgo
parla con i parenti. È un dialogo franco e gentile. Loro, però, sono
fermi nel rifiuto: «Dottore, faccia tutto il possibile ma non quello».
Lui insiste: Federica è grave, molto grave. La morte potrebbe
sopraggiungere da un momento all’altro. Lei non può decidere, è in
coma, ma i parenti devono sapere tutto. Loro gli parlano delle convinzioni
religiose della donna. Di quell’obbligo scritto sui testi sacri, di
astenersi dal sangue: «Agisca secondo coscienza, dottore, confidiamo in
lei».
È allora che il medico chiama il 113. Una volante sale a villa Maria Pia.
Accerta che, davvero, la situazione è critica e che ormai non si sono
altre strade. Dalla centrale operativa un poliziotto si mette in contatto
con il magistrato di turno, Carlo Pellicano. Che non ha la minima
esitazione ed ordina la trasfusione. Il medico informa i familiari, fa
rientro in sala operatoria, conclude l’intervento e ritorna dai parenti
di Federica, a spiegare la sua decisione e le motivazioni che lo hanno
spinto ad agire così. «Siamo un centro di riferimento per i Testimoni di
Geova e rispettiamo al massimo la loro volontà. Ma i medici, in certi
momenti, hanno obblighi ai quali non possono venire meno. Siamo vincolati
al giuramento di Ippocrate: è nostro compito e dovere salvare la vita
alle persone» spiega il medico. E aggiunge: «Negli anni si sono
sviluppate tecniche operatorie che consentono interventi in assenza di
trasfusione. Si utilizzano accorgimenti particolari ed è ormai patrimonio
del sapere comune che una persona può vivere anche valori molto bassi di
emoglobina».
Ma, una volta su un milione, c’è una necessità diversa, una
complicazione: «E per risolverla si deve anche ricorrere ad un atto che
può apparire di forza. Ad una presa di posizione che non si vorrebbe mai
adottare...». Com’è accaduto l’altra notte, per salvare la vita a
Federica.
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