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Monday, 29 May 2017 04:04
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:: LA TRADUZIONE DEL NUOVO MONDO ::

Giovanni 1:1 e la traduzione copta

La Società Torre di Guardia ha pubblicato un articolo in cui si cita una versione copta del Vangelo di Giovanni per cercare di dimostrare che la TNM traduce correttamente "un dio" in Giov. 1:1. L'articolo è stato pubblicato nella "Torre di Guardia" del 1° novembre 2008, pp. 24, 25. Questa la trascrizione dell'articolo:

La Parola era ”Dio” o era "un dio"?

QUESTO è un problema di cui i traduttori della Bibbia devono tener conto nel rendere il primo versetto del Vangelo di Giovanni. La Traduzione del Nuovo Mondo lo rende così: "In principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era un dio". (Giovanni 1:1) in altre traduzioni l'ultima parte del versetto dice che la Parola era "divina", o qualcosa di simile. (An American Translation; A New Translation of the Bible, di James Moffatt). Tuttavia in molte traduzioni l’ultima parte di Giovanni 1:1 è resa: "La Parola era Dio". — La Bibbia Concordata; Nuova Riveduta.

La grammatica greca e il contesto indicano chiaramente che la lezione della Traduzione del Nuovo Mondo è corretta e che "la Parola" non va identificata con il "Dio" a cui si fa riferimento nella prima parte del versetto. Comunque, il fatto che il greco del I secolo non avesse l'articolo indeterminativo lascia qualche perplessità nella mente di alcuni. Per questo èdi grande interesse la traduzione della Bibbia in una lingua parlata nei primi secoli dell’Era Volgare.

La lingua in questione è il saidico, che era un dialetto copto. Il copto veniva parlato in Egitto nei secoli immediatamente successivi al ministero terreno di Gesù, e il saidico ne era l’antica forma letteraria. A proposito delle più antiche traduzioni copte della Bibbia, un'opera di consultazione dice: "Dato che la [Settanta] e le [Scritture Greche Cristiane] venivano tradotte in copto nel III secolo E.V., la versione copta si basa su [manoscritti in greco] notevolmente più antichi della maggioranza dei testi pervenutici". — The Ancor Bible Dictionary.

Il testo copto-saidico è particolarmente interessante per due motivi. lnnanzitutto, come indicato sopra, rispecchia un intendimento delle Scritture anteriore al IV secolo, quando quella della Trinità divenne una dottrina ufficiale. In secondo luogo, la grammatica copta è relativamente simile alla nostra grammatica sotto un aspetto importante. Le prime traduzioni delle Scritture Greche Cristiane erano in siriaco, latino e copto. Il siriaco e il latino, come il greco dell’epoca, non hanno l’articolo indeterminativo. Il copto invece ce l’ha. Inoltre vari studiosi concordano sul fatto che nel copto l’uso dell’articolo determinativo e di quello indeterminativo è molto simile all’uso di questi articoli in alcune lingue moderne come l'italiano o l’inglese.

Pertanto, la traduzione copta fornisce un elemento interessante che fa luce su come probabilmente all’epoca veniva compreso Giovanni 1:1. Di cosa si tratta? La traduzione in copto-saidico usa l’articolo indeterminativo con il sostantivo "dio" nell’ultima parte di Giovanni 1:1. Perciò, resa in italiano sarebbe: "E la Parola era un dio". Evidentemente, quegli antichi traduttori compresero che le parole di Giovanni riportate nel primo versetto del suo Vangelo non significavano che Gesù fosse Dio Onnipotente. La Parola era un dio, non Dio Onnipotente.

L'articolo originale
(cliccare per ingrandire)

P. 24
P. 25

Da notare innanzitutto la frase in cui per giustificare la traduzione "un dio" la Società Torre di Guardia scrive che «"la Parola non va identificata con "il Dio" a cui si fa riferimento nella prima parte del versetto». Ma i trinitari non credono che la Parola vada identificata con "il Dio" (= il Padre) della prima parte del versetto. La Parola è una persona distinta dal Padre. E le traduzioni citate nell'articolo (An American Translation; A New Translation of the Bible), che rendono il passo con "la Parola era Divina" sono quindi del tutto accettabili e corrette anche per chi crede nella dottrina della Trinità. Ma anche dire che "la Parola era Dio" esprime lo stesso concetto, cioè che il Logos aveva la natura di Dio (il Padre), pur non identificandosi con la Persona del Padre (nota). La versione "un dio" invece non trasmette affatto l'idea che il Figlio abbia la stessa natura del Padre. Quello che si comprende, traducendo in questo modo, è che esiste un Dio maggiore (il Padre) ed un dio minore (il Figlio), senza che si lasci intendere alcuna comunanza o identità di natura.

Nota: Questo è ciò che viene insegnato da tutti i trinitari. Si veda per esempio, la seguente pagina dove si cita il dizionario biblico del gesuita Mc Kenzie: www.infotdgeova.it/bibbia/principio.php .

Particolare della pagina 24 dove si riproduce un dettaglio del papiro Chester Beatty 813

Osservazioni a cura del prof. Andrea Nicolotti
www.christianismus.it

Innanzitutto occorre ridimensionare leggermente l'importanza che l'autore dell'articolo sembra dare alla traduzione copta. È vero che certe traduzioni antiche sono molto utili per la ricostruzione del testo in quanto sono basate su copie molto antiche del testo originale. Ma questo non significa che esse sempre e comunque riportino un testo migliore. In primo luogo, va notato che si tratta pur sempre di una traduzione, la quale seppur minimamente non può non distanziarsi in qualche modo dall'originale. In secondo luogo, noi non possediamo nessun manoscritto risalente al III secolo che contenga il Nuovo Testamento in copto: esattamente come per il greco, abbiamo delle copie più o meno tardive e più o meno frammentarie. Gli stessi problemi che si pongono per la trasmissione del testo greco si pongono, ancor più amplificati, per la trasmissione del testo copto. Ciò non significa certamente che i manoscritti copti in nostro possesso contengano un testo inaffidabile: ma l'esistenza di versioni antiche anteriori alla maggioranza dei manoscritti greci pervenuti non è certamente sufficiente a risolvere ogni difficoltà. Per di più, la traduzione copta per un lungo periodo risulta essere stata più aperta ad una continua influenza operata dal testo greco, il quale veniva costantemente adoperato in Egitto accanto a quello copto; questo vuol dire che in certi casi la traduzione copta riportata dai manoscritti a nostra disposizione non si è trasmessa in maniera incorrotta dal III secolo senza aver più subito contatti con l'originale o averne subiti pochi (è questo il caso delle versioni latine e siriache), ma si è prestata ad ulteriori accomodamenti suggeriti dal confronto con il testo greco in quel momento in uso.

Detto questo: il papiro riprodotto in fotografia dalla Torre di Guardia è il Chester Beatty 813. Questo papiro è dell'anno 600, cioè risale ad almeno tre secoli dopo che furono effettuati i primi tentativi di traduzione del Nuovo Testamento in copto. Se davvero la traduzione copta "rispecchia un intendimento delle Scritture anteriore al IV secolo, quando quella della Trinità divenne una dottrina ufficiale", dovremo domandarci come è possibile che nell'anno 600, quando questa dottrina era assolutamente stabilita e condivisa, la Chiesa copta continuasse ad utilizzare e a leggere durante le proprie liturgie un testo dal quale risulterebbe inequivocabilmente che il Verbo non era "Dio" ma solamente "un dio". L'Egitto è la patria dell'opposizione all'eresia ariana, che metteva in dubbio la divinità di Gesù: forse la Chiesa egiziana, così fortemente legata alla figura di Sant'Atanasio e degli altri teologi che combatterono l'arianesimo, non si sarebbe accorta di questa stridente difficoltà? Nell'anno 600 il copto era la lingua parlata dagli egiziani: forse essi davanti ad una dichiarazione così lampante avrebbero potuto continuare a credere nella Trinità? Non si sarebbero posti alcuna domanda se, ogni volta che leggevano il prologo del Vangelo di Giovanni nella loro lingua, avessero incontrato una chiara affermazione secondo la quale il Verbo era "un dio"? La medesima domanda può essere ripetuta per tutti i secoli a venire. Non solo il dialetto saidico, ma anche gli altri dialetti copti, compreso il boairico che divenne quello più diffuso prima dell'introduzione dell'arabo in Egitto, mantengono la stessa costruzione grammaticale: la parola "dio" è preceduta dall'articolo indeterminativo. Davvero per quasi un millennio i Copti avrebbero creduto una dottrina così evidentemente contrastante con la Scrittura? Perché non hanno mai sentito il bisogno di eliminare quell'articolo scomodo? La letteratura in lingua copta non riporta nessuna discussione sviluppata in proposito, e nessuno scrittore cristiano ha mai fatto riferimento alla presenza di quell'articolo indeterminativo per mettere in dubbio la divinità di Cristo. Questo dovrebbe far riflettere. Forse nella lingua copta la presenza dell'articolo indeterminativo, diversamente da quanto avviene affermato, non significa ciò che la Torre di Guardia vorrebbe dimostrare.

Il punto, infatti, è proprio questo. L'articolo indeterminativo copto NON è intercambiabile con l'articolo indeterminativo dell'italiano o dell'inglese. La recente e diffusissima grammatica di Bentley Layton, ad esempio, afferma in proposito: "Nota bene che l'uso copto di "un" e "il" non corrisponde esattamente all'uso dell'inglese!"[1].

In effetti il cosiddetto articolo indeterminativo in copto indica non solo l'indeterminazione del sostantivo a cui si riferisce, ma può avere anche altri significati: può dare un senso partitivo alla frase (ad esempio: "I Magi portarono dell'oro, dell'incenso e della mirra", e non "un oro, un incenso, una mirra"), oppure precedere nomi astratti o generici ("La saggezza, la scienza"), o precedere i nomi di sostanza usati genericamente ("Vi battezzo con l'acqua", "furono giudicati nel fuoco"). Oppure, serve a formare la cosiddetta "frase aggettivale" dove l'articolo indeterminativo dà valore di aggettivo al sostantivo ("egli è luminoso" e non "egli è un lume"!). In tutti questi casi sarebbe sconsigliabile adoperare l'articolo indeterminativo italiano o inglese. Pertanto la frase in questione non necessariamente va tradotta "il verbo era un dio", ma può anche significare "il verbo era divinità" oppure, qualitativamente, "era divino".

Il termine copto "Dio" non compare mai senza articolo. Probabilmente il traduttore copto avendo di fronte il greco senza articolo e dovendone per forza mettere uno, ha scelto di usare quello indeterminativo dando alla frase un valore qualitativo. Così fanno anche alcuni traduttori dell'originale greco. Oppure ha scelto l'articolo indeterminativo per differenziare la traduzione, in quanto quello determinativo lo aveva utilizzato poco prima per rendere il corrispondente articolo determinativo greco. Ma occorre anche soffermarsi su una caratteristica generale della traduzione copta delle Scritture. Essa è generalmente molto servile, in quanto cerca di imitare il più possibile la struttura della lingua greca e l'ordine delle parole presenti nell'originale. "Proprio perché la stragrande maggioranza dei testi copti antichi sono traduzioni letterali dal greco, è talvolta difficile determinare qual è l'autentica lingua e sintassi copta"[2] . Risulta quindi abbastanza difficile trarre indicazioni troppo strette sul valore che una particolarità grammaticale copta può avere: normalmente il traduttore operava le proprie scelte sulla base del modello che aveva di fronte, e non sempre un'approfondita conoscenza della grammatica copta è sufficiente a dirimere questioni del genere.

In conclusione: la presenza dell'articolo indeterminativo nel copto non permette di tradurre semplicisticamente come se quell'articolo avesse lo stesso valore di indeterminatezza che assume nella lingua italiana o in quella inglese. Esso infatti viene anche adoperato in altre occasioni, compatibili con l'idea che il Verbo fosse di natura divina. Peraltro, poiché questa traduzione copta è stata in uso per secoli in una Chiesa trinitaria, è questa la migliore dimostrazione che i lettori di lingua copta non diedero a quell'articolo il senso che la Torre di Guardia pretende di dare.

Note:
[1] Coptic in 20 Lessons. Introduction to Sahidic Coptic With Exercises & Vocabularies, Leuven, Peeters, 2007, p. 16.
[2] F. Wisse, The Coptic Versions of the New Testament, in Bart D. Ehrman and Michael W. Holmes (a cura di), The Text of the New Testament in Contemporary Research. Essays on the Status Quaestionis, Grand Rapids, Eerdmans Publishing Co., 1995, pp. 131-141, spec. p. 132. L'articolo fornisce una messa a punto aggiornata sulle traduzioni copte del Nuovo Testamento.

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