| :: LIBRO CONSIGLIATO |
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Crisi di coscienza.
Fedeltà a Dio o alla propria religione?
Parole franche di un testimone di Geova
Quasi nulla si sa dei "vertici" che guidano i Testimoni
di Geova, di cosa accade durante le loro sedute deliberative, dei criteri
che guidano le loro decisioni, spesso di enorme impatto nella vita dei
fedeli: neppure gli aderenti ne sono al corrente. Terribilmente penetrante
è il controllo esercitato sui "fratelli". Il libro testimonia il meccanismo
che ha condotto uno di questi uomini, membro del Corpo direttivo, a entrare
in una crisi di coscienza tale da fargli abbandonare il gruppo, e in esso
una posizione di grande prestigio sociale, dopo 58 anni di appartenenza.
. (continua)
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Guardatevi dall’'organizzazione'. Essa non è per niente
necessaria. Riconosciamo che una visibile organizzazione e l’adozione
di una denominazione specifica ci condurrebbe a un incremento numerico e
ci farebbe apparire più rispettabili agli occhi del mondo ...
Tuttavia l’uomo carnale non può capire come una compagnia di persone,
priva di ogni visibile Organizzazione, riesca ad ottenere un
qualsiasi risultato» -The Watch Tower, Marzo 1883.
Se oggi un TdG dicesse queste cose verrebbe disassociato per apostasia.
Per i Testimoni attuali, infatti, credere nell'Organizzazione è
essenziale per fare la volontà di Dio. Chi non fa parte della loro
organizzazione non è considerato un "vero cristiano", indipendentemente
dalla sua fede e dall'impegno nel cercare di seguire l'esempio di Cristo.
Fuori dall'Organizzazione c'è solo "il mondo di Satana". |
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:: LA TRADUZIONE DEL NUOVO MONDO ::
Filippesi 2:6
«... pur essendo di natura divina [Gesù], non considerò
un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio» (CEI).
«.. benché esistesse nella forma di Dio, non prese in considerazione
una rapina, cioè che dovesse essere uguale a Dio» (TNM).
Qual è la traduzione corretta, dal punto di vista
del contesto e della grammatica greca?
Ecco cosa dice la Società Torre di Guardia a p. 25 dell'opuscolo
Dovreste credere nella Trinità?:
IN FILIPPESI 2:6 la versione protestante di Giovanni Diodati, del 1607,
dice di Gesù: "Il quale, essendo in forma di Dio, non reputò rapina
l'essere uguale a Dio". La versione cattolica a cura del Pontificio
Istituto Biblico traduce: "Ora egli, sussistendo nella natura di
Dio, non stimò un bene da non dover mai rinunziare lo stare alla pari
con Dio". Traduzioni come queste sono usate per sostenere l'idea
che Gesù era uguale a Dio. Ma notate come altre traduzioni rendono questo
versetto:
1869: "il quale, essendo nella forma di Dio, non considerò l'uguaglianza
con Dio come una cosa da afferrare". The New Testament,
di G. R. Noyes.
1965: "Egli - vera natura divina! - non si fece mai uguale a Dio
confidando in se stesso". Das Neue Testament, ed. riveduta,
di Friedrich Pfäfflin.
1968: "il quale, pur essendo in forma di Dio, non ritenne come
cosa da far propria avidamente l'essere uguale a Dio". La Bibbia
Concordata.
1976: "Egli ebbe sempre la natura di Dio, ma non pensò di dover
cercare con la forza di divenire uguale a Dio". Today's English
Version.
1985: "Il quale, essendo in forma di Dio, non con siderò l'uguaglianza
con Dio qualcosa da afferrare". The New Jerusalem Bible.
La spiegazione di questo verso è così evidente che anche
la Torre di Guardia non può far finta di non sapere, infatti subito dopo
scrive:
Secondo alcuni, però, anche queste traduzioni più accurate implicano
che (1) Gesù aveva già tale uguaglianza ma non intendeva aggrapparsi
ad essa, o che (2) non aveva bisogno di afferrare tale uguaglianza perché
già l'aveva.
Nella stessa pagina dell'opuscolo Trinità vengono
citate le parole di uno studioso:
A proposito dell'originale greco di questo passo, Ralph Martin, in
un commento alla lettera ai Filippesi, scrive: "È discutibile,
però, se il senso del verbo possa slittare dal suo vero significato,
'afferrare', 'ghermire', a quello di 'tenere stretto'". (The
Epistle of Paul to the Philippians, Londra 1959, p. 97).
Nel 1992 il libro di Ralph Martin è stato pubblicato anche
in Italia col titolo L'Epistola di Paolo ai Filippesi, ed. G.B.U.,
per le citazioni farò riferimento a questa traduzione. Riportiamo alcune
osservazioni di Ralph Martin su questo passo:
«Pur essendo in forma di Dio prende in considerazione il passato, l'esistenza
pre-temporale del Signore come seconda persona della Trinità. La forma
verbale hyparchòn tradotta essendo, non sempre ha questo significato,
ma appare chiaro che esso è l'unico soddisfacente nel contesto» (p.
122).
Anche se Martin dice che tradurre il verbo in "tenere
stretto" è discutibile (a suo parere), nel prosieguo del commento
dichiara che entrambe le versioni sono linguisticamente possibili:
«Qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente è una possibile traduzione
della parola chiave harpagmos, che può essere considerata all'attivo
come in AV/KJV (e tutte le versioni it.) o al passivo come in RSV: "non
considerò l'uguaglianza con Dio qualcosa da essere afferrato".
Entrambe le versioni sono possibili linguisticamente» (p. 124).
O nell'uno o nell'altro caso, il testo ci insegna che Gesù
o era uguale a Dio o era capace di divenire uguale a Dio.
«La parola chiave harpagmos è qui interpretata come possesso
di un privilegio che apre la possibilità futura di vantaggio se solo
il possessore lo sfrutterà a suo utile. Nel suo stato preesistente Cristo
deteneva già come suo possesso la dignità unica della sua posizione
nella Deità; di quella posizione vantaggiosa avrebbe potuto approfittare
e, rivendicando i suoi diritti, afferrare la gloria e l'onore del riconoscimento
del suo compito. A questo punto, da preincarnato fece la sua scelta:
considerò l'appropriarsi dell'onore divino in questo modo una tentazione
da vincere, e scelse piuttosto di essere proclamato uguale a Dio come
"Signore",
Infine, ecco come Martin interpreta Filippesi 2:6:
«L'eterno Figlio di Dio, comunque, di fronte ad una tentazione parallela,
rinunciò a ciò che era suo di diritto, e che sarebbe potuto diventare
sua proprietà se l'avesse afferrato, cioè l'uguaglianza con Dio, e scelse
invece la via dell'ubbidiente sofferenza come cammino verso la signoria»
(p. 126).
Si noti che Martin, pur rendendo harpagmos allo
stesso modo della Torre di Guardia, giunge però alla conclusione opposta!
Ancora dall'opuscolo Dovreste credere nella Trinità?, p. 25:
Un'altra opera afferma: «Non troviamo nessun passo in cui ¡rp£zw [harpàzo]
o alcuno dei suoi derivati abbia il senso di 'tenere in possesso', 'ritenere'.
Sembra invariabilmente significare 'afferrare', 'prendere con violenza'.
Non è quindi consentito slittare dal vero significato di 'afferrare'
a uno totalmente diverso come 'tenere stretto'». - The Expositor's
Greek Testament, Grand Rapids 1967, pp. 436, 437.
Da quanto precede è evidente che alcuni traduttori forzano il senso
delle parole per sostenere le loro tesi trinitarie. Lungi dal dire che
Gesù riteneva appropriato essere uguale a Dio, il testo greco di Filippesi
2:6, se letto obiettivamente, indica proprio il contrario, cioè che
Gesù non lo riteneva appropriato.
La Torre di Guardia vuole farci intendere che H.A.A. Kennedy,
l'autore del "The Expositor's Greek Testament", interpretando
'harpàzo' come 'afferrare', affermi che Gesù sia una creatura. La valutazione
di Kennedy del testo di Filippesi 2:6-10, ritrae chiaramente Gesù come
essere divino (l'increato Dio). Parafrasando l'interpretazione di Kennedy:
"Anche se Gesù, mentre camminava sulla terra sapeva di esistere prima
di tutti i tempi come l'increato Dio, non costrinse violentemente (attivo
harpàzo) gli uomini ad accettare la sua uguaglianza con Dio con
l'uso dei suoi poteri divini. Invece, ha scelto il sentiero dell'umiltà
che l'ha condotto primo alla morte, poi ad essere proclamato degno di
adorazione dopo la risurrezione e l'esalazione da Dio di possedere un
nome fra gli uomini uguale a Geova del Vecchio Testamento".
Rolf Furuli nel suo libro Il ruolo della teologia e del pregiudizio
nella traduzione della Bibbia, a p. 287, afferma:
«...i dati lessicali e sintattici a disposizione non sono conclusivi,
e l'opinione teologica del traduttore deve intervenire nel procedimento
di traduzione. Cosa indica il contesto? Il versetto 9 in particolare
pare fornire dati importati. Il verbo charizomai significa "accordare
come atto di grazia". Poi c'è il verbo huperupso ("esaltare
oltremodo"). Nella sua imponente grammatica Robertson dà al verbo
un senso comparativo: Gesù cioè ricevette una posizione superiore a
quella che aveva prima di venire sulla terra; quasi tutti gli esegeti
però gli danno un senso superlativo, di posizione più alta in assoluto.
In ogni caso il soggetto è Dio, che pose Gesù nella posizione più alta
dopo la sua, e benignamente gli diede il nome esaltato. Chi è superiore
può concedere graziosamente qualcosa a un sottoposto, ma un coeguale
no. Quindi, l'idea di grazia contenuta in charizomai indica
chiaramente che Padre e Figlio non sono uguali».
Incominciamo col dire che Robertson non è d'accordo con
Furuli:
«Qui soltanto nel N.T. a causa dell'umiliazione volontaria del Cristo
Dio lo ha innalzato al di sopra o oltre la condizione di gloria che
ha goduto prima dell'incarnazione. Che gloria Cristo ha dopo l'Ascensione
che non ha avuto prima in cielo? Cosa ha ripreso in cielo che lui non
abbia portato? Chiaramente la sua umanità. È ritornato al cielo il Figlio
dell'Uomo come pure il Figlio di Dio» - Robertson's Word Pictures
of the New Testament (link)
Come potete vedere Robertson si aggrega a "quasi tutti
gli esegeti".
Anche Ralph Martin, citato da Furuli, non è d'accordo con
lui:
«L'onore ora datogli è espresso dal conferimento del nome, ossia quel
carattere che egli aveva scelto di assumere non per diritto o rapina
(l'harpagmos del v.6), ma per ubbidiente umiliazione. L'onore
che rifiutò di arrogarsi gli viene ora conferito dal benigno compiacimento
del Padre: gli ha dato (echarisato) ha questo senso di "concesso
esercitando un favore" (charis)» - L'Epistola di Paolo
ai Filippesi, p. 132.
Nell'opuscolo Dovreste credere nella Trinità?, pp.25,
26, si legge ancora:
Il contesto (vv.3-5, 7, 8, PIB) inoltre aiuta a capire il versetto
6. Ai Filippesi fu data questa esortazione: "Ciascuno con umiltà
stimi gli altri come superiori a sé". Paolo menziona quindi Cristo
come il massimo esempio di questo atteggiamento mentale: "Abbiate
in voi gli stessi sentimenti, che furono in Cristo Gesù". Quali
"sentimenti"? Il 'non reputare rapina l'essere uguale a Dio'?
No, questo sarebbe stato l'esatto contrario di ciò che Paolo voleva
illustrare! Gesù, invece, 'considerando il Padre superiore a se stesso',
non cercò mai di 'afferrare l'uguaglianza con Dio', bensì "si abbassò,
facendosi ubbidiente fino alla morte".
Ci sono due modi di vedere l'umiltà di Gesù nel passaggio:
1) Gesù era uguale a Dio, ma rinunciò ad essere tale. Questo è l'esempio
di umiltà che noi dovremmo seguire. 2) Gesù era una creatura che non ha
mai reclamato di essere uguale a Dio. Questo non è un esempio di umiltà
ma di squilibrio mentale. Suggerire questo, viola il buonsenso ed il significato
di umiltà! Il punto di vista anti-trinitario da lode a una creatura perché
rimane nei limiti che sapeva di avere. Un servitore non è lodato perché
non uccide il padrone per prendere il suo posto. Se l'umiltà di Cristo,
come dice il testo, è dato dal fatto che lui non tenti di divenire uguale
a Dio, allora questo non è umiltà è follia! Gesù, la creatura, che non
tentò di divenire uguale a Dio, non è più degno di elogio di quanto potremmo
esserlo noi se neghiamo di essere uguali a Dio. Il punto di vista anti-trinitario
è assurdo perché Gesù è lodato come umile per non aver tentato un colpo
di stato contro l'autorità di Dio!
Francesco Pastore
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