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Thursday, 19 October 2017 23:40
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:: RIFLESSIONI ::

"Cosa richiede Dio da noi?" 
Osservazioni libere su Fede e Ragione

Si considera in questa pagina una delle domande più comuni poste dai TdG 
per approfondire poi quelli che sono temi fondamentali della fede ebraico-cristiana.

"Cosa richiede Dio da noi?" Questo è il titolo di molte pubblicazioni dei tdG nonché uno dei loro argomenti di conversazione più comuni. L'idea accattivante (per alcuni) è quella che esista un manualetto che spieghi cosa bisogna fare per acquisire il diritto di ricevere da Dio una "ricompensa". La prima osservazione che viene da fare è la seguente: se il Dio di cui stiamo parlando non è un qualsiasi "Capo" umano bensì il Creatore Onnipotente dell'Universo, ha senso ritenere che Egli abbia bisogno di noi per adempire i suoi propositi? Se esiste Dio ed esiste una possibilità di Salvezza dalla morte, possiamo/dobbiamo fare qualcosa per ottenerla? Quali sono le possibili risposte di uno dei temi più controversi - quello della Grazia/Salvezza - della teologia cristiana? 

La risposta dei tdG la conosciamo già: per essere "salvati" non basta comportarsi bene e credere in Dio, ma bisogna aderire alla Sua Organizzazione (la casa editrice Watch Tower Society...) e compiere la Sua Opera (distribuire la letteratura...). Per i tdG quindi è necessaria sia la "fede" (non tanto in Dio però ma nella sua organizzazione) e le opere (intese come attività di proselitismo). Lasciamo quindi da parte il marketing religioso della WTS e vediamo in sintesi come è stata affrontata nella storia del Cristianesimo il problema della Grazia uno dei tempi più controversi (insieme a quello del "male") della teologia cristiana. 

Paolo, nella lettera ai Romani, scrisse: il giusto sarà salvato per la sua fede. Questa affermazione è stata interpretata in vari modi ma le scuole di pensiero che si sono sviluppate sono essenzialmente due: 

  1. da una parte la posizione sviluppata nel medioevo e sancita dalla Controriforma secondo cui il paradiso spetta a chi se l'è meritato (con le sue opere);

  2. dall'altra la concezione di Agostino, fatta propria da Lutero e dal Giansenismo, che interpreta in senso riduttivo l'affermazione di Paolo per cui la salvezza viene ottenuta solo tramite la fede. 

Entrambe le posizioni hanno una loro base apparentemente "logica" (e qui il filosofo Kant avrebbe da insegnare...). Un "agostiniano" potrebbe affermare infatti che sostenere che Dio giudichi gli uomini in base al proprio operato significa ridurlo al ruolo di un buon magistrato. Spingendo al limite questa concezione giuridica della salvezza si arriverebbe al seguente paradosso teologico: l'uomo ha la possibilità di salvarsi o meno a seconda della sua volontà di cui egli dispone completamente ed è quindi libero, mentre Dio, non potendo commettere un atto di ingiustizia salvando un peccatore, sarebbe vincolato ad una norma a Lui superiore e quindi non sarebbe libero! Per Agostino invece l'uomo non può salvarsi senza l'aiuto di Dio al quale deve sottomettersi. Dio non è obbligato alle sue scelte da alcun criterio di giustizia e concede la grazia come dono gratuito. Agostino si spinge fino alla logica conclusione: l'uomo è predestinato alla salvezza e non è quindi buono perché compie opere buone ma opera bene perché è stato scelto/salvato da Dio. Per Agostino infatti l'uomo è per natura portato al male e può desiderare il proprio e l'altrui male. Vale la pena ricordare a questo proposito che per gli antichi Greci il male era invece una sorta di calcolo sbagliato, un errore dell'intelligenza: che si possa conoscere ed essere consapevoli di ciò che è bene e fare ciò che è male, per i greci era un sorta di paradosso impossibile. Per Sant'Agostino, al contrario, il male è una colpa volontaria (peccato) e non un errore della ragione. Lutero nel XVI secolo riprende l'attualità del peccato originale identificato da Agostino con un atto di superbia (= volontà di equipararsi a Dio) che ha segnato indelebilmente la natura umana. Per Lutero gli effetti del peccato originale permangono nonostante il sacrificio di Cristo. 

In contrapposizione, il monaco Pelagio proponeva una teologia più razionalistica tipica ceti aristocratici neoconvertiti più colti: egli riteneva assurdo infatti che Dio condannasse tutti gli uomini di oggi per un errore fatto da un uomo solo nel passato. Egli sosteneva quindi che l'uomo ha la possibilità di scegliere liberamente tra bene e male, argomentando che se così non fosse (se cioè fosse effettivamente predisposto al male) verrebbe a mancare di fatto la responsabilità morale delle sue azioni e quindi Dio sarebbe ingiusto nel condannare chi non è responsabile del suo operato. 

In conclusione, anche per la dottrina della salvezza, come per il problema dell'esistenza del male, ci troviamo di fronte ad un paradosso: o Dio è parziale o non è libero. Personalmente credo che il paradosso derivi dal fatto che entrambe le concezioni teologiche attribuiscono a Dio un' etica di tipo "retributivo". Secondo Kant ad esempio, l'etica cristiana non è un'etica autentica perché si basa su un sistema di tipo premio/punizione. Ogni cristiano dovrebbe domandarsi infatti se le sue azioni "giuste" sono da lui compiute perché ritenute in se stesse giuste o solo perché Dio (o meglio il suo gruppo religioso di appartenenza) in qualche modo glielo impone. Questo problema è particolarmente evidente nei gruppi "cristiani" di tipo settario: difficilmente un individuo farebbe quello che fa se non spinto dal sistema premio/punizione. Credo che questo rappresenti una delle cause di molti "fallimenti" del cristianesimo in generale. 

Vale la pena quindi soffermarsi sull'accusa di Kant: esiste nella Bibbia qualche esempio di persona che, pur credendo in Dio, ha compiuto ciò che riteneva giusto non in vista di una ricompensa divina ma solo per la giustizia in sé? La prima risposta, è evidente, è Cristo. Ma Egli è anche Dio e quindi si potrebbe obiettare che "non vale" come esempio. Tuttavia nella Bibbia troviamo anche un esempio completamente "umano" ed è quello di Giobbe. La storia di Giobbe è nota e non sto a ripeterla, ciò che qui desideravo evidenziare è il suo profondo significato etico in quanto l'autore di questo racconto confuta la concezione di quel tempo secondo cui la sofferenza deriva dal peccato e di conseguenza il "giusto" non può soffrire. Se infatti Dio non distribuisce la sofferenza come punizione per il peccato (come si credeva allora) perché la gente soffre? Forse Dio non è onnipotente? Ma dato che è onnipotente allora la sofferenza deve essere "meritata". Questa è infatti la tesi degli "amici" di Giobbe che invece di consolarlo lo accusano. Giobbe è invece sicuro di avere sempre seguito la giustizia e quindi non muta il suo comportamento a prescindere dalla presunta benedizione o maledizione di Dio. Quando infine interroga Dio non gli chiede infatti conto del perché della sua sofferenza. La giustizia di Giobbe non è subordinata quindi al premio/castigo, ma è un'etica di tipo non retributivo, kantiana ante-litteram. Credo che sia questo il valore misconosciuto di questo libro il cui tema principale non è, in realtà, quello di dare una risposta alle cause del male a cui in realtà non viene data risposta (la figura di "Satana" non rappresentava per l'uditorio di allora quello che significa oggi, e cioè il diavolo: questo è un superficiale errore di interpretazione), ma quello di presentare un modello ideale, quasi "laico", di etica che riconosce il valore di una morale che non comporta necessariamente la felicità così come non esclude necessariamente la sofferenza. 

L'uomo, fin da quando ha cominciato ad affacciarsi dalle caverne, ha provato verso l'ignoto un senso di timore se non di paura. Il modo più semplice, se non per vincere quanto meno per controllare la paura dell'Ignoto, è quello di darle un nome. Questo è un classico meccanismo di difesa psicologica. Ad esempio in campo medico ad un disturbo o a una malattia di cui non si conosce la causa viene comunque dato un nome specifico: ecco che se uno che ha la pressione alta, ma non se ne conosce la causa, il suo medico dirà che soffre di "ipertensione essenziale" oppure se ha presenta un insieme di sintomi, le cui cause non sono ben chiare, si dirà che soffre di una "sindrome di..... idiopatica", ecc. 

Tornando all'Ignoto (quello con la "I" maiuscola), la maggior parte degli uomini ha cercato di vincerne la paura mettendogli davanti una bella etichetta chiamata "Dio": nacquero così le religioni. Pochi invece cercarono di svelarlo invece che nasconderlo alla loro vista: nacque così la filosofia e da questa derivò poi la scienza e l'Ignoto non fece più paura. L'uomo poté allontanarsi così sempre di più dal buio delle "caverne"... 

Questo è, in estrema sintesi, quanto è avvenuto nel mondo occidentale, nato nella culla della "ragione" e cioè dalla civiltà greca. Non è un caso infatti che solo in occidente anche la religione ha subito un processo (o meglio un tentativo) di "razionalizzazione" (a parte il "colpo di coda" dei settarismi religiosi che, non a caso, reputano negativo il connubio tra religione e filosofia). Il fatto comunque che il mondo occidentale abbia cercato di razionalizzare Dio non significa che ci sia effettivamente riuscito, anzi Kant dimostrò chiaramente che è questo è uno sforzo vano. Dio, oltre a non poter essere dimostrato razionalmente (anche se questo non prova che non esiste) non può essere neanche definito in quanto sono proprio i tentativi di concettualizzarlo che generano i paradossi cui abbiamo accennato. È per questo che alcuni credenti si sono contrapposti a questa teologia razionale; ad esempio, a partire dal IX sec. con Dionigi l'Aeropagita si sviluppò una corrente definita "teologia negativa" (che è alla base del "misticismo" cristiano) secondo cui di Dio si può predicare l'inconoscibilità con gli strumenti della ragione. 

Ciononostante ritengo che la razionalizzazione della religione (nello specifico di quella Cristiana) avvenuta in Occidente abbia da un lato progressivamente "vaccinato" la stessa contro i fanatismi (pur con l' eccezione dei movimenti religiosi alternativi di tipo settario che, con il pretesto di un richiamo alle "origini", rifiutano ogni forma di pensiero razionale-critico che svelerebbe la loro inconsistenza) e dall'altro la fede, così "razionalizzata", ha contribuito al progresso della scienza. La scienza infatti ha trovato terreno fertile solo in Occidente non solo per merito delle radici "greche" ma anche perché affonda queste radici in un terreno nutrito con la fede in un Dio/Creatore e garante di un universo razionale e comprensibile. Non tutti gli scienziati sono credenti eppure tutti gli scienziati hanno questa "certezza", per nulla scontata, che fa parte ormai della nostra cultura: questo è stato indubbiamente un merito del connubio cristianesimo-filosofia greca. Nel resto del mondo "fede" e "ragione", hanno continuato a rimanere ben separate, e dove la prima ha finito per prevalere sulla seconda ha provocato solo danni come la storia passata (e purtroppo anche presente) dimostra. 

Sperando di non offendere la sensibilità di nessuno vorrei evidenziare i rischi della prevalenza della fede sulla ragione (nonché di una lettura "fondamentalista" del Testo Sacro) prendendo un esempio di "fede" riconosciuto dalla maggioranza dei credenti del mondo, quello del "sacrificio di Isacco": Abramo, come noto, è disposto a commettere un gesto che nell'ambito della cultura greco/romano, "atea" o "pagana", sarebbe stato considerato abominevole e mai avrebbe nessuno sano di mente l'avrebbe ritenuto "giusto". Esaminando "razionalmente" il gesto di Abramo se ne comprende l'assurdità: se infatti Dio è "buono", può richiedere un atto così abominevole? Alcuni risponderanno di no, e che in effetti Dio non voleva veramente che Abramo uccidesse suo figlio ma voleva solo "mettere alla prova" la sua fede. Ma se così fosse, se cioè la fede di Abramo era verso un Dio che non può chiedere il male, allora egli avrebbe dovuto rifiutarsi di commettere il gesto, sapendo che un Dio buono mai l'avrebbe preteso, dimostrando proprio col suo rifiuto di credere nella bontà del suo Dio. Ed in ogni caso, se per assurdo Dio l'avesse punito per avere rifiutato di obbedire al suo ordine, avrebbe in ogni modo dimostrato, col suo rifiuto, di amare suo figlio più di se stesso. Obbedendo ciecamente al presunto ordine di Dio il suo appare piuttosto come un gesto di egoismo (salvare la propria vita a discapito di quella del figlio) o di cieco fanatismo emulato oggi da chi sarebbe ad esempio disposto a far morire il figlio piuttosto che dargli un'emotrasfusione che egli ritiene disapprovata da Dio. Ben altro significato morale ebbe invece, come evidenziato in precedenza, il comportamento di Giobbe che continuò a comportarsi "con giustizia" anche quando, in base alle convinzioni religiose del suo tempo, sembrava che la sua "giustizia" non fosse conforme a quella attribuita a Dio.

Claudio Forte



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