
Il
Codice da Vinci: un caso letterario, una sfida alla chiesa?
Una
riflessione critica a cura del pastore Gregorio Plescan
gplescan@chiesavaldese.org
Una
premessa: la libertà di stampa è un valore per uno Stato laico:
ciascuno deve poter scrivere quello che ritiene giusto e l’unica lotta
serrata accettabile è quella tra le idee.
Breve
riassunto della trama di un libro:
-
il personaggio principale del libro, Robert
Langdon, storico
dell’arte, viene convocato al museo del Louvre dal
conservatore, esperto mondiale di Leonardo da Vinci e del
simbolismo religiosomisterico.
Lì scopre che il conservatore è appena stato assassinato da un
monaco dell’Opus Dei che ha come compito di eliminare una
serie di misteriosi saggi che conoscono la via per giungere al
Sacro Graal.
- Sulla scena del crimine appare anche una donna poliziotto, Sophie
Neveu, esperta in
crittografia, che fa fuggire lo storico dell’arte, accusato
dalla polizia francese dell’omicidio. La donna svela di essere
la nipote del conservatore: i suoi genitori sono morti molti
anni prima in un misterioso incidente d’auto e lei è
cresciuta con il nonno, ma se ne è distaccata in seguito a una
rivelazione terribile (come si saprà poi, un rito iniziatico
orgiastico presieduto dal nonno stesso).
- La coppia fugge e raggiunge la casa di un altro esperto di
graal, un lord inglese. Egli svela loro il segreto che l’Opus
Dei vorrebbe nascondere definitivamente al mondo: Gesù sarebbe
stato sposato con M. Maddalena e avrebbero avuto una discendenza
che è stata protetta per millenni dai templari. I tre trovano
il modo di aprire un misterioso contenitore ideato da Leonardo
che contiene una serie di enigmi che portano al graal (il Codice
da Vinci, d'ora in poi
C.d.V.).
- I tre sfuggono alla polizia francese fino in Inghilterra, dove
i templari si sarebbero rifugiati nel 1307: una tomba a Londra
conterrebbe la chiave del mistero.
- Il lord inglese si rivela per essere colui che ha manipolato
l’Opus Dei e che quindi ha fatto uccidere il nonno della
poliziotta Il suo scopo era quello di svelare al mondo il
segreto del Graal che ormai pare a portata.
- L’esperto d’arte e la poliziotta riescono a fuggire
ancora, in Scozia. Mentre la polizia arresta il delinquente e
scagiona lo storico, i due scoprono che la discendente di Gesù
era proprio la poliziotta e che il nonno era un sacerdote della
Dea madre. |

1. I templari
L’Ordine
dei Poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone nasce intorno al
1118, a Gerusalemme, conquistata pochi anni prima dall'esercito
crociato.
I membri originali sono nove francesi che si prefiggono di proteggere le
strade della Terra Santa contro gli attacchi dei Saraceni. Il Gran
Maestro, Hugues de Payen è un nobile dello Champagne che è in buoni
rapporti, forse di parentela, con Bernardo di Chiaravalle, promotore
della II crociata.
Il Re di Gerusalemme Baldovino II concede loro di risiedere in quello
che si credeva una parte dell'antico Tempio di Salomone, per cui
prendono il nome di Cavalieri del Tempio o Templari.
I Templari ricevono l'approvazione Papale e viene così creato il primo
Ordine di Monaci Cavalieri della storia, che breve tempo diviene modello
per tutto l'Occidente.
Si strutturano secondo delle gerarchie ben precise e grazie alle
numerose donazioni degli aderenti, raggiungono un livello di ricchezza
senza rivali.
Il loro potere comincia ad attrarre invidie e gelosie; inoltre, con
l'ascesa al potere del Saladino, nel 1291, infine, anche l'ultimo
baluardo cristiano, San Giovanni d'Acri, cade in mano Saracena.
Fissato il quartier generale a Cipro, i Templari tentano assieme agli
Ospitaleri (i futuri cavalieri di Malta), di riorganizzare una Crociata.
Le loro ricchezze sono ancora immense e i possedimenti sterminati. Ma
ormai in Europa l'interesse per la Terra Santa va scemando e le eroiche
imprese militari dell'Ordine passano nell'oblio.
Il re di Francia, in un contesto di potere sulla chiesa cattolica (nel
1302 c’è stato lo “schiaffo d’Anagni” e nel 1309 la sede del
papato è Avignone) e probabilmente per impossessarsi del tesoro del
Tempio (a cui doveva delle ingenti somme prese in prestito), organizza
un blitz e nel 1307 fa arrestare tutti i Templari del Regno.
Poco tempo dopo i cavalieri vengono posti sotto processo negli altri
Stati Europei con l’accusa di eresia, sputo sulla croce, sodomia,
adorazione di un idolo. Sottoposti a tortura, confessano quasi tutte le
accuse e con bolla pontificia l'Ordine viene soppresso nel 1312. Infine,
dopo varie esecuzioni, l'ultimo Gran Maestro Templare viene bruciato su
un isolotto della Senna nel 1314.
Il
legame con la Francia si spiega col fatto che il tempio di Parigi era il
centro dell'attività finanziaria
dell'Ordine e che per un certo periodo addirittura, sotto Filippo
Augusto, il tesoro reale di Francia venne affidato al Tempio di Parigi e
il templare Aymard, tesoriere del Tempio aveva anche la funzione di
tesoriere regio; lo stesso F. Augusto, prima di partire per la II
crociata (1189) stabilì che le imposte riscosse durante la sua assenza
fossero depositate presso il Tempio di Parigi.
Nel 1295 Filippo il Bello trasferì il tesoro reale dal Tempio al Louvre
e lo diede in amministrazione a banchieri italiani.
Il risultato non dovette essere soddisfacente e nel 1303 il tesoro
ritornò al Tempio.
Si è molto discusso sul fatto che i Templari si fossero lasciati
imprigionare senza reagire: d’altra parte nella storia si è assistito
a più di una resa senza condizione e senza combattere di gruppi anche
potenzialmente agguerriti, una volta venuta meno la motivazione
ideologica.

2. Il ruolo di
Costantino e la formazione del canone
Uno
dei temi polemici de il C.d.V. si concentra nel cap. 55°, quando si
fanno affermazioni apparentemente circostanziate (ma in verità ardite!)
sul ruolo dell’imperatore Costantino nella formazione del canone NT.
Il Canone del NT si è formato in periodo che va dal 70 al 420 d.C., ma
il “canone muratoriano” (L.A.Muratori, 1672-1750, bibliotecario
della Bibl. Ambosiana fu autore di uno studio che ricostruì il canone
più antico nel 1793-42) attesta che 22 dei 27 scritti che compongono il
NT erano già “canonici” tra il II e il III sec. d.C..
La “canonicità” del testo del NT ha probabilmente seguito due
principi: il riconoscimento dell’autorità della testimonianze
apostolica e il kerygma evangelico - cioè il messaggio
intrinsecamente evangelico contenuto al loro interno.
E’
anacronistico affermare che sia stata la chiesa in qualche suo sinodo o
concilio a imporre un testo “canonico” del NT contrapposto ad altri
testi che sarebbero stati censurati: mentre esistono ormai una serie
corposa di varianti testuali dei testi canonici, non esiste
documentazione al riguardo delle insinuazioni del C.d.V. e comunque
sarebbe anacronistico pensare che la chiesa avesse la forza politica per
farlo, né l’energia per un “controllo del territorio” tale da
eliminare eventuali prove contrarie.
Brown
cita il Concilio di Nicea del 325: è vero che venne convocato
dall’imperatore Costantino, ma è anche vero, stando allo storico
Eusebio di Cesarea, la sua presenza si limitò a un discorso inaugurale;
la conclusione del Concilio fu il “Credo Niceno” in cui si afferma
(tra il resto) che il Figlio è subordinato al Padre (“della
stessa essenza del Padre... Dio da Dio, luce da luce...”),
cioè che Gesù è come Dio (oggi diremmo “è il volto/manifestazione
visibile di Dio”), in contrapposizione con il prete alessandrino Ario
che tendeva a spiegare Gesù come il “demiurgo del Padre”, usando un
immaginario tipico della filosofia ellenista; il credo non venne
“votato” (cfr. Brown, p.274) ma sottoscritto: è diverso per le sue
implicazioni di fede fatta propria.
Da notare che nel 325 la chiesa di Roma non aveva ancora l’importanza
politica e né allora, né al successivo concilio ecumenico del 381 a
Costantinopoli fu presente.
Per quanto riguarda la contestata (da Brown) affermazione sulla divinità
di Gesù, è vero che essa è essenzialmente questione di fede, ma è
anche vero che esplicitamente contenuta già in Mc 1,1 (Inizio
del vangelo... Figlio di Dio) e in
Mc 15,39 (costui era veramente il
figlio di Dio) e Mc viene datato
attorno al 70 d.C..

3. I Vangeli gnostici
e i manoscritti di Qumran
Nei capp. 56° e 58°
Brown fa una serie di riferimenti ai Rotoli di Nag Hammadi e ai
Manoscritti del Mar Morto (o di Qumran), insinuando che questi testi
siano stati tenuti nascosti dalla chiesa (si presume cattolica per
estensione) per evitare lo scandalo della diffusione popolare ecc.
In realtà i testi degli apocrifi sono facilmente reperibili in
commercio (quello degli apocrifi AT addirittura dalle Paoline!).
Non
si possono però confondere i due testi citati, perché non hanno
rapporti tra loro: i Manoscritti del Mar Morto/Qumran non hanno nulla a
che fare direttamente con Gesù, bensì con un gruppo di ebrei vissuti
in un periodo databile tra il 135 a.C. e il 73 d..C..
Questo gruppo dovrebbe essere composto dagli “esseni” (anche se gli
studiosi non sono concordi), gruppo con il quale Gesù potrebbe aver
avuto dei contatti.
I condizionali sono d’obbligo perché il rapporto Gesù/esseni sarebbe
realisticamente stato mediato dalla figura di Giovanni battista, che per
la sua collocazione geografica sulle rive del Giordano, la sua dieta e
il suo abbigliamento (i contenuti e il tono della sua predicazione
radicale non sono riconducibili immediatamente a un gruppo specifico
unico) potrebbe essere stato in contatto con loro e quindi vi avrebbe
introdotto Gesù.
In verità i contenuti della predicazione di Gesù negano recisamente
un’ipotesi di “Gesù esseno” perché - almeno stando ai
Manoscritti di Qumran stessi! - gli esseni erano un gruppo fortemente
maschilista e sostenitore del celibato e della castità anche per uomini
sposati, il tutto in un contesto di nazionalismo ebraico: tale Gesù non
avrebbe mai potuto incontrare la donna samaritana al pozzo, guarire la
donna dal flusso di sangue o il figlio della donna sirofenicia,
figuriamoci sposare la Maddalena (che è la tesi centrale di Brown!).
Più
interessante è il riferimento ai vangeli gnostici - anche se Brown in
realtà cita solo quello di Filippo.
Dobbiamo premettere che i vangeli gnostici hanno il difetto di essere
difficilmente leggibili, un po’ per la nostra scarsa abitudine al loro
linguaggio esoterico (cfr. “Gesù
disse: il corpo che è soggetto a un corpo è infelice, e l’anima che
è soggetta a tutt’e due è un’infelice”,
VangTom 91), un po’ perché non hanno forma narrativa ma solo di brevi
frasi un po’ ermetiche.
Il
vangelo di Filippo è contenuto in un codice detto “Codice II”
databile attorno al 330-340 (quindi circa 250 dopo il vangelo canonico
più antico, Mc!); il VangFil stesso dovrebbe risalire alla metà del II
sec. (quindi circa 100-150 anni dopo i vangeli canonici) ed è composto
da 127 sentenze di lunghezza variabile senza una struttura narrativa: in
alcune di essere riecheggia un linguaggio evangelico, ma in forma oscura
(cfr. La verità esiste fin
dall’inizio ed è seminata ovunque; molti vedono che è seminata, ma
pochi sono coloro che la vedono accolta, Moraldi,
p.52).
I brani cui si fa riferimento sono questi:
- Tre persone camminavano sempre con il Signore: Maria sua madre; la
sorella di lei e la Maddalena, detta la sua compagna. Maria infatti (si
chiamava) sua sorella, sua madre, e sua compagna
(Moraldi, p.55);
- La Sofia, chiamata “sterile”, è la madre degli angeli; la
compagna del Figlio è Maria Maddalena. Il Signore amava Maria più di
tutti i discepoli e spesso la baciava sulla bocca. Gli altri discepoli,
vedendolo con Maria, gli domandarono: “perché l’ami più di noi
tutti?”. Il Salvatore
rispose e disse loro:”Com’è ch’io non vi amo quanto lei?” (Moraldi,
p.58).
Ciascuno tira le conclusioni che vuole, ma il C.d.V. non specifica su
quali basi dovrebbero essere più autorevoli di quelli canonici; del
resto la reale o pretesa antichità di un documento non lo rende di per
sé autorevole.

4.
La Dea madre e il suo rapporto con il cristianesimo antico
Altro
tema chiave del C.d.V. è quello del culto della “dea madre”, che
sarebbe stato sostituito dal Cristianesimo (si suppone sempre nella sua
forma cattolico-romana) attraverso una capillare opera di censura dei
testi. Anche questa è una affermazione ardita e di difficile
dimostrazione.
Non è impossibile azzardare l’ipotesi che vi sia stata una fase della
storia dell’umanità europea e mediterranea in cui sono esistiti culti
delle “dee madri”, anche se in questa forma si trovano solamente
testimonianze scultoree che risalgono a un periodo che va dal
Paleolitico all’Età del Bronzo (25.000-2.000 a.C.): dato che queste
statuette sono collocate in luoghi diversi (tombe, focolari) - e per
definizione la preistoria è un periodo storico che precede la
scrittura! - è difficile capire se queste testimoniassero una
“religione” e quali forme questa avrebbe potuto avere.
La questione della “Dea Madre” è complessa e ben attestata nel
mondo antico Mediterraneo, anche se la molteplicità dei nomi non è
sempre indice di chiarezza e può far pensare più a una sovrapposizione
di culti di personaggi simili che a una reale identità della divinità:
Ishtar per gli Accadi, Artemide-Diana ad Efeso, Afrodite-Venere a Cipro,
Demetra ad Eleusi o Bellona a Roma sono la stessa dea con molti nomi
diversi oppure al contrario diverse culture hanno pensato a dee diverse?
L’esempio
della vicenda di Iside può essere emblematico: in Egitto è legata a un
complesso mito simbolico: figlia di Nut, dea del Cielo, e di Geb, dio
della Terra, sposa di Osiride; il marito viene ucciso da Seth, dio del
deserto, ma poi risorge grazie alle virtù erotiche della stessa Iside.
E’ la madre di Horus, il dio fanciullo che appare in numerose
rappresentazioni in braccio ad Iside che lo allatta. Osiride si
reincarna in Horus, nato dall'unione con Iside dopo la resurrezione.
La triade Iside, Osiride ed Horus rappresenta la continuità della vita,
la vittoria sulla morte, la vita oltre la morte.
Con l'avvento della dinastia tolemaica (323 a.C.) il suo culto si
diffuse in tutto il Mediterraneo (come prototipo anche iconografico del
rapporto madre-figlio).
Si trovano testimonianze del culto di Iside ad Atene, a Titorea presso
Delfo (dove si trovava il più sacro dei santuari greci di Iside), in
molti centri della Grecia, nelle isole dell'Egeo (in particolare a Delo),
in Asia Minore, in Africa settentrionale, in Sicilia, in Sardegna, in
Spagna, in Italia (soprattutto in Campania a Pompei, Pozzuoli, Ercolano),
in Gallia e in Germania.
A Roma il culto ebbe un grande successo: verso l'88 a.C. era in funzione
a Roma un collegio di pastophori,
una confraternita di sacerdoti che portavano nelle processioni piccole
edicole con le immagini divine.
I seguaci di Iside, appartenenti a tutte le classi sociali, furono
coinvolti nelle lotte politiche e sociali degli ultimi tempi della
Repubblica.
Il Senato ordinò la distruzione di templi, altari e statue della dea
nel 58, nel 54, nel 50 e nel 48 a.C; dopo la battaglia di Azio (31 a.C.)
e la morte di Cleopatra (69 a.C.-30 a.C.) e di Antonio (81 a.C.-30 a.C.)
le persecuzioni contro i culti greco-egiziani ripresero.
Nel 28 a.C. Augusto (63 a.C.-14 d.C.) proibì il culto di Iside entro il
recinto sacro della città (pomerium);
nel 19 d.C..
Tiberio fece demolire il tempio di Iside e gettare nel Tevere la statua
della dea.
Caligola (12-41), pronipote di Augusto e di Antonio, che costruì un
grande tempio dedicato ad Iside in Campo Marzio: l'Iseo Campense.
Claudio (10 a.C.-54 d.C.), Nerone (37-68) e Vespasiano (9-79) diedero il
loro appoggio al culto della dea. Vespasiano, prima di festeggiare
insieme al figlio Tito la vittoria sugli ebrei ribelli, trascorse una
notte di preghiera nell'Iseo per ringraziare la grande dea. Nel 71 venne
coniata una medaglia con l'Iseo Campense.
Nel secondo secolo d.C. Roma divenne il centro della religione di Iside:
divenne la sacrosanta civitas secondo
la denominazione di Apuleio nelle Metamorfosi.
Adriano (76-138) volle costruire nella sua villa imperiale di Tivoli un
Canopo in miniatura culminante in un Serapeo. Nel 126 inaugurò un
santuario dedicato ad Iside a Luxor. Nel 127 fece costruire ad Ostia un
Iseo.
Commodo (161-192) si fece rasare come un pastoforo. Le monete del suo
tempo lo mostrano in compagnia di Iside e di Serapide.
Caracalla (188-217) riammise il culto isiaco entro i confini sacri della
città di Roma.
La religione della grande dea raggiunse il suo apogeo: Diocleziano
(245-316), che regnò fino al 305 d.C. quando decise di abdicare, costruì
probabilmente l'Iseo della III Regio (quartiere) di Roma. Fece coniare
molte monete con la dea Iside.
Due solenni festività legate a Iside venivano celebrate nell'Impero
Romano: il Navigium,
o vascello di Iside, il 5 marzo e l'Inventio
di Osiride, dal 29 ottobre al 1°
novembre.
Nel 431 i vescovi cristiani riuniti ad Efeso, la città sacra alla dea
Artemide, una delle manifestazioni della Grande Madre, decretarono in
Concilio che Maria, madre di Gesù, dovesse essere chiamata Theotokos,
Mater Dei, Madre di Dio, l'antico
titolo della dea Iside. Nel 536 l'imperatore Giustiniano (483-565) ordinò
la chiusura dell'ultimo tempio di Iside, situato nell'isola di File sul
Nilo ai confini con la Nubia e lo fece trasformare in una chiesa
cristiana.
Questa
cronologia mostra come se il culto fu contrastato lo fu per ragioni
complesse e diverse e non solo dai cristiani; anzi, la polemica
protestante anti-mariana ritiene che a partire dal Concilio di Efeso del
431 - ma soprattutto nella teologia cattolico romana che a partire dal
1854 ha elaborato una serie di dogmi come l’“immacolata
concezione” (cioè che la Madonna è stata concepita nel seno della
sua madre senza la macchia del peccato originale) - l’eccessivo ruolo
di Maria sia semmai uno “sdoganamento” del culto della Dea Madre,
non la sua morte definitiva.

5
Il Santo Graal e la teoria del complotto
Un
punto forte del C.d.V. riguarda la questione della ricerca (e del
nascondimento) del Santo Graal.
Senza dilungarci nella storia delle leggende medievali al riguardo
possiamo dire che:
- il tema nasce “ideologico”, cioè legato alla necessità della
casata angionio-platangenteta, a partire dal 1152, di darsi una storia
autorevole che li legittimasse nel loro regno a cavallo della Manica
(Inghilterra, Bretagna, Normandia e Anjou) attraverso la rivisitazione
di tradizioni sacrali francogermaniche di re celtici cristianizzati;
- il vocabolo, di per sé profano (grâlo
significa bacinella anche nel
franco-provenzale odierno; tutti conoscono la grolla
valdostana), ha un certo successo
sia perché le crociate (rispetto alle quali gli stessi plantageneti
avevano delle speranze di leadership tramite i loro vassalli come i
Lusignano) inondano l’Europa di reliquie che riprendono il tema del
sangue (per es. la “Veronica”), sia perché la teologia cattolica
insisté proprio in quel tempo sull’identificazione del vino
eucaristico come sangue (la definizione della transustanziazione è del
1215 ed è collegata a eventi “miracolosi” collegati al tema del
sangue di Cristo, 1263, “miracolo di Bolsena”). Questi due fattori
fecero sì che anche i “contenitori” del sangue di Gesù assumessero
un ruolo nuovo nell’immaginario religioso: ad esempio a Genova si
trova ed è visibile presso il museo diocesano un “graal”: il Santo
Catino di Cesarea, conquistato dai genovesi nel 1101 (da notare che
anche per i genovesi il Santo Catino assunse importanza solo al tempo
del “nostro” graal, perché se ne parla solo in un secondo tempo;
genovese è anche il nome “Percivalle”-Perceval) .
Il romanticismo britannico e tedesco nel XVII e XIX riscopre
le.tradizioni medievali (il romanzo “gotico”) e le reinterpreta,
come si vede per es. dalle opere di W.Scott e dei preraffaelliti. A
partire dal 1845 R.Wagner lavora alla saga dei Nibelunghi, di cui il
graal è protagonista e in cui si fondono letture suggestive di un
medioevo idealizzato e paure attuali: il capitalismo nascente e le lotte
che lo circondano: “il Graal è
un mito contemporaneo, illusione misterica e metafora sempre minacciata
dall’equivoco di una Volontà di Potenza travestita da Volontà di
Sapenza... il cavaliere del Graal... cercatore di sé stesso ... è
anche un cercatore di Dio: il che qualifica il Graal come esercizio
ascetico, conquista, “guerra santa interiore”. D’altronde, la
ricerca è infinita: il Graal resta ineffabile e insondabile, e tale
ineffabilità, tale insondabilità, permane il nucleo ultimo del suo
mistero” (Cardini, p. 40, p.58).
Una
conclusione
Il
C.d.V. non costituisce affatto di per sé una minaccia alla fede – del
resto è un romanzo giallo che ha un altro scopo assolutamente
legittimo, cioè quello di essere venduto.
D’altra parte il tema sollevato dal dibattito è stimolante e
cruciale: parafrasando una frase di Brown, se è vero che “la
Bibbia non c’è arrivato via fax dal cielo” (p.
271), è vero che quel fax non era neppure una pagina bianca: oltre al
veicolo con cui il messaggio cristiano è giunto esso è interessante
anche per i suoi contenuti: ad esempio il rifiuto coerente dell’esoterismo,
cioè di un messaggio riferito a iniziati che diventano tali tramite
riti misterici esclusivi: “tutto
quello che avete detto nelle tenebre, sarà udito nella luce; e quel che
avete detto all'orecchio nelle stanze interne, sarà proclamato sui
tetti” Lc 12,3.
Al di là di argomentazioni pseudo illuministe circa la storia della
critica biblica, si rischia facilmente
di confondere i piani: “non
spetta alla chiesa di decidere se la Scrittura sia veridica, ma spetta
alla Scrittura di testimoniare se la chiesa è ancora cristiana” (Corsani,
p. 309).
Apparentemente questa frase può suonare molto “dogmatica”
all’orecchio moderno che si vuole particolarmente smaliziato e
irrimediabilmente critico.
L’affermazione può però essere chiarita anche così: chi si mette di
fronte a Gesù è sempre messi in questione da una domanda: «Chi
dice la gente che io sia?... E voi, chi dite che io sia?» (Luca
9,18.20 e parr.).
Questa è la domanda alla quale nessun altro può rispondere se non chi
accetta di mettersi di fronte al Cristo.
Accettare la domanda e balbettare la tua risposta sono in realtà
l’unica cosa interessante della fede.
_________________________
Indicazioni
bibliografiche
AA.VV.,
Il Santo Graal,
Giunti, Firenze, 1998
D.Brown, Il codice da Vinci,
Mondadori, Milano, 2004
F.Cardini, Il Santo Graal,
Giunti, Firenze, 1997
B.Corsani, Introduzione al Nuovo
Testamento, vl. 1° Vangeli e
Atti, Claudiana, Torino, 1972
E. De Boer, Maria Maddalena oltre
il mito, Claudiana, Torino, 2000
J.Doresse, Il vangelo secondo
Tommaso, Il Saggiatore, Milano,
1969
M.Ehrenberg, La donna nella
preistoria, Mondadori, Milano,
1992
H.Jedin, Breve storia dei Concili,
Herder-Morcelliana, Roma-Brescia, 1978
D.Marguerat ed., Introduzione al
Nuovo Testamento, Claudiana,
Torino, 2004
G.Miegge, La vergine Maria, saggio
di storia di un dogma, Claudiana,
Torino, 1982
L.Moraldi ed., I vangeli gnostici:
i vangeli di Tommaso, Maria, Verità, Filippo,
Adeplhi, Milano,
1995
E. Noffke, Introduzione alla
letteratura mediogidaica precristiana,
Claudiana, Torino, 2004
T.G.Pons, Dizionario del dialetto
valdese della val Germanasca,
Claudiana, Torino, 1973
H.-C.Puech, Storia delle religioni,
vl. 4° l’impero romano e l’Oriente, Laterza, Bari, 1977
V.Subilia, “Sola Scriptura”
autorità della Bibbia e libero esame,
Claudiana, Torino, 1975
E.Widinger ed., L’altra Bibbia
che non fu scritta da Dio, Piemme,
Casale Monf., 2001
Torna
alla pagina precedente
|