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:: OPINIONI SUI TDG :: Dicono di loro Opinioni
tratte da varie fonti a proposito sia dell’organizzazione dei Testimoni
di Geova
Una citazione dal libro di Miriam Castiglione, intitolato “I Testimoni di Geova: ideologia religiosa e consenso sociale” (Editrice Claudiana, 1981). L’autrice, deceduta poco dopo la pubblicazione di questo libro, era contrattista presso l’Istituto di Storia Moderna della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bari. La Castiglione, dopo aver assistito alle adunanze del giovedì in una Sala del Regno, descriveva la propria esperienza di partecipazione e concludeva: La creatività
e la potenzialità espressiva vengono coartate entro gli schemi di un
ritualismo fisso, standardizzato, che non conoscerà mai la ricchezza
espressiva di altre realtà religiose appartenenti al cristianesimo occidentale. L'opinione di un antropologo Il rinomato antropologo Alfonso M. di Nola, la cui autorevolezza è stata riconosciuta anche dai vertici geovisti (vedi Svegliatevi! dell'8/12/1983, p. 27), ha scritto a proposito dei Testimoni di Geova:
Resta drammaticamente vera la qualificazione che l'abbé Godin adottava per la Francia, il pays de mission per eccellenza, che si moltiplica negli innumeri paesi di missione delle altre parti del continente, nel senso che sopra di esse l'annunzio evangelico è passato labile e inconsistente e si è sigillato nei formalismi istituzionali. In tali vuoti si sono insinuati, negli ultimi anni, molteplici cose, e fra esse le nuove predicazioni di fonte più o meno autenticamente evangelica e biblica, trovando spazi congrui prima nelle campagne, poi nelle città. I Testimoni, come altri movimenti, sembrano aver prestato alla vita, alla storia e alle sofferenze e incertezze del singolo un'attenzione sollecita — poi malamente diretta e strumentalizzata - che le vetuste istituzioni parrocchiali, anche in conseguenza della crisi vocazionale, non offrivano da molto tempo. Così che il contadino lanciato nell'avventura delle radicali modificazioni della società industriale o il proletario imprigionato nelle borgate o nei falansteri delle case popolari sono stati proiettati improvvisamente in un protagonismo, quello delle personali chiamate e scelte, quello delle funzioni e dei ministeri, che appare ignoto nella storia della chiesa almeno fino a tempo recente. Per i Testimoni va anche detto che la capacità aggregativa della setta ha trovato anche risposta notevole nelle classi medie e piccolo-borghesi, per motivi diversi, poiché al protagonismo si è congiunta la gratificazione di un messaggio di natura neocalvinista: in effetti la dottrina geovista, mentre dichiara il suo netto rifiuto di "questo mondo" nel significato evangelico, non esclude che i segni esteriori e visibili dell'appartenenza al Regno e alla condizione di elezione si manifestino nel successo mondano. … emerge un duro atto di accusa contro il gruppo che detiene la gestione del movimento, un gruppo che, per l'evidenza dei documenti, opera violenza sulle coscienze degli adepti e li piega con estrema abilità alle proprie decisioni. Ciò che non è esplicito e chiaro è la finalità cui la sottile tecnica di persuasione e di violenza tende, e si ha l'impressione che essa appartenga ad un più ampio piano di destabilizzazione delle coscienze bene studiato ed accertato per quanto riguarda certe forme della propaganda americana. … i fermenti che circolano intorno ai Testimoni di Geova appartengono ad un crollo della tensione razionale e della capacità di giudizio in una società come la nostra, attraversata da profonde incertezze ed esposta a rischi continui di identificazione. … I Testimoni si collocano, perciò, fra gli incantesimi di un'età di crisi, e, sia detto per inciso, sono incantesimi che, per la distanza da serie tradizioni, per i risibili compromessi numerologici sulle prossime apocalissi, per la evidente falsificazione delle fonti bibliche, per la stessa assunzione dell'assurdo termine "Geova" (non giustificato da alcuna lettura valida), rappresentano una fase piuttosto squallida all'interno di una tradizione non-cattolica che, nel nostro Paese, ha sempre avuto solide ascendenze culturali e serietà di strutture ideologiche». (Citazione dalla
Presentazione di Alfonso M. di Nola al libro di A. Aveta, Analisi
di una setta: i Testimoni di Geova, Filadelfia Editrice, 1985). Uniformità! James A. Beckford, sociologo dell’Università di Durham, nel suo studio “The Trumpet of Prophecy: A Sociological Study of Jehovah’s Witnesses” (New York 1975), rilevando, tra l’altro, uno dei tratti distintivi di questo movimento religioso ha espresso le seguenti osservazioni: Troppo controllo Nella monografia della rivista “Religioni e sette nel mondo”, n.° 29, pag. 179 (ed. GRIS, Via del Monte, 5 - 40126 Bologna), viene citato Havor Montague, dell’Università statale dell’Ohio, che nel 1977 osservava: Un culto americano? Harold Bloom, uno dei più autorevoli critici letterari americani, docente di lettere all’Università di Yale e di letteratura inglese all’Università di New York, nel libro La religione americana, (Milano 1994, [nota]), ha scritto a proposito dei Testimoni: Benché tra i
fondamentalisti americani siano in auge scenari apocalittici piuttosto
feroci, sono convinto che nulla sia più privo di umanità delle descrizioni
dei testimoni di Geova sulla Fine del Tempo. Vi è qualcosa di peculiarmente
infantile in queste aspirazioni della Torre di Guardia: mi fanno pensare
al motivo per cui i bambini molto piccoli non possono essere lasciati
soli in presenza di animali domestici feriti o sofferenti. Altre citazioni tratte dal medesimo libro: Gli americani e i Testimoni A proposito dell’escatologismo dei TdG A proposito della natura di Geova A proposito del termine “Geova” Paolo Naso, Il mosaico della fede. Ecco l’opinione di Raymond Franz, ex membro del Corpo Direttivo (link), riguardo al tema del condizionamento mentale tra i Testimoni. Franz dedica un intero capitolo (il dodicesimo, non ancora tradotto nella versione italiana del volume) del suo libro “Alla ricerca della libertà cristiana” al soggetto dell’indottrinamento. Tra l’altro, egli scrive: E ancora: “quando le
affermazioni dei componenti dei comitati di filiale riguardo alla mancata
comprensione della direttiva relativa al servizio alternativo furono
sottoposte all'attenzione del Corpo Direttivo, anche se la maggioranza
del Corpo si espresse a favore del cambiamento della direttiva, notai
con rammarico che ci fu una quasi totale assenza di costernazione o,
almeno, di preoccupazione per il fatto che degli uomini fossero disposti
ad andare in prigione senza capirne il motivo, che si rifiutassero di
essere "sottoposti alle autorità superiori" in questo specifico
aspetto senza rendersi conto se in realtà essi avessero avuto una base
biblica per assumere "una posizione in contrasto" con tali
"autorità superiori". L'evidenza che la "lealtà di gruppo"
e la sostanzialmente cieca accettazione della direttiva organizzativa
avessero sostituito - forse in certi casi addirittura dissimulato -
la coscienza individuale parve non essere una questione di rilievo né
svolse un ruolo concreto nella discussione del Corpo Direttivo. Addirittura,
un membro del Corpo Direttivo citò con approvazione le parole del coordinatore
della filiale danese, il quale aveva asserito riguardo al consentire
alla coscienza individuale di decidere sul problema del servizio alternativo:
"Rabbrividisco al pensiero di permettere a questi giovani di decidere
da soli". Ciò non solo rivela un'enorme mancanza di fiducia nei
giovani Testimoni di Geova - oppure di fiducia nella capacità dell'Organizzazione
di far uscire costoro dall'immaturità spirituale - ma documenta in effetti
che l'Organizzazione decide per loro di intraprendere una condotta implicante
una possibile, anzi probabile, incarcerazione senza che essi facciano
una vera scelta in proposito.” Riepilogando la propria posizione riguardo all’argomento in discussione, Franz scrive: L'Organizzazione si serve dell'esortazione biblica di 'non far parte del mondo' intendendola nel senso che i Testimoni di Geova dovrebbero limitare al massimo l'associazione con chiunque non condivida la loro fede, il che in ultima analisi significa con chiunque non accetti gli attuali insegnamenti dell'Organizzazione. Tali persone "non sono nella Verità", il che equivale a dire che sono tutti "nella menzogna". Tutti i non Testimoni sono "del mondo", indipendentemente dal fatto che possano manifestare eccellenti qualità personali, elevati standard etici di vita, profonda fede in Dio, in Cristo e nella Bibbia. Le relazioni sociali sono ammesse a patto che si prefiggano il fine di creare favorevoli occasioni di "testimonianza" alle "persone del mondo"; per altre finalità sono scoraggiate. “Gli articoli
di La Torre di Guardia e Svegliatevi! denigrano la ristrettezza
mentale e "l'attitudine isolazionista", eppure questa stessa
attitudine è più evidente tra i Testimoni di Geova che tra altri. I
Testimoni possono pure affermare di essere 'informati riguardo alle
altre religioni e ai rispettivi credi', ma - per la stragrande maggioranza
- l'informazione di cui beneficiano è solo quella che la loro Organizzazione
ritiene profittevole da rendere disponibile. Si tratta di informazione
precostituita, accortamente presentata, con conclusioni già preconfezionate
per gli affiliati, in genere.” Nota: «È possibile isolare, nel fiorire incessante di chiese e sette che esprimono altrettanti volti della spiritualità degli Stati Uniti, i lineamenti comuni di una vera e propria religione americana? A questa domanda Harold Bloom risponde con il taglio imparziale del critico della religione e della letteratura. In una panoramica ricca di informazioni e di suggestioni, Bloom approfondisce e discute le creazioni più importanti della spiritualità americana: dalla Chiesa mormone ai Testimoni di Geova, dalle diverse congregazioni Battiste ai gruppi di New Age, senza dimenticare l'impatto dei telepredicatori e l'influenza delle comunità religiose sulle scelte politiche». Dal web: link. "Poco solidali con i testimoni di Geova" Articolo pubblicato dal quotidiano "Il Messaggero" del 1° dicembre 2005.
FARSI PROSSIMO CHIUDENDO LA PORTA? Lettera scritta nel 1986 dal card. C.M. Martini alle famiglie di Milano, pubblicata nell'opuscolo "Testimoni di Geova: che fare? Un'introduzione pratica", di Cadei Battista, ed. Dehoniane Bologna, 1999, pp. 69-72.
Carissimi, questa lettera sarà un po' più lunga delle altre. Ma riguarda una domanda non facile che mi avete posto durante la visita pastorale. Si tratta niente meno di sapere se si vive la prossimità anche se qualche volta si rischia di chiudere la porta in faccia a qualcuno. Mi spiego. Mi avete detto che nelle vostre zone di periferia circolano persone che si introducono in casa con modi magari molto gentili, ma insistenti. Che cercano di persuadervi a leggere le loro riviste, i loro libri, sottintendendo che voi non conoscete la verità, che ciò che vi dicono nelle vostre chiese è sbagliato, che solo andando con loro avrete la vera felicità. E anche quando dite loro con cortesia che avete le vostre convinzioni e non intendete rinunciarvi né discuterle, ritornano con insistenza e senza mollare la presa. Certo se "farsi prossimo" è difficile per tutti e con tutti, persino con i propri cari e con coloro che condividono la nostra fede, come è apparso un po' dalle lettere precedenti, che cosa vorrà dire "farsi prossimo" a chi cerca di toglierci la fede? Certe volte sono gli stessi amici, o i compagni di ufficio, di lavoro, di studio. Ma voi mi avete posto la domanda soprattutto per alcuni movimenti religiosi che svolgono presso di noi una intensa azione di proselitismo fino a dover parlare di vera e propria "offensiva delle sette". Tra queste sette, quella più attiva e che ha maggior successo nel nostro paese, e anche nella nostra diocesi, è quella dei testimoni di Geova. Certamente molti di noi ne hanno sentito parlare; molti conoscono di persona la loro insistenza alla porta della propria casa e sanno quanto sia difficile liberarsene senza mancare almeno alla buona educazione. Ci si deve "fare prossimi" anche a loro? Ma in che senso, in che modo? Molti restano disorientati; molti non sanno come comportarsi. Certamente noi ricordiamo le parole di Gesù riportate dal Vangelo di san Luca, che ci hanno sempre impressionato: "A voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l'altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica" (Lc 6,27-29). Ma a chi tenta di levarci la fede? Di fatto l'insegnamento dei testimoni di Geova non soltanto è contrario a quello della Chiesa cattolica, ma lo è pure a quello delle altre Chiese cristiane. Infatti, essi negano le più fondamentali verità cristiane, quali la Trinità di Dio, la divinità di Gesù Cristo, la personalità dello Spirito Santo, l'esistenza dell'anima spirituale, tanto che ci si deve chiedere se possano ancora considerarsi "cristiani". Non c'e dubbio, quindi, che l'adesione al movimento geovista è un'apostasia dalla fede cristiana, non soltanto cattolica. In questione vi è la verità della fede. Ora, tutti ricordiamo a questo riguardo i gravi ammonimenti di Gesù nei riguardi dei "falsi profeti": "Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete" (Mt 7,15). E più avanti, proprio per le false attese apocalittiche, ripete: "Guardate che nessuno v'inganni! Molti verranno in mio nome, dicendo "sono io", e inganneranno molti... Allora, dunque, se qualcuno vi dirà: "Ecco, il Cristo è qui, ecco è la, non ci credete; perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno segni e portenti per ingannare, se fosse possibile, anche gli eletti". Voi però state attenti! Io vi ho predetto tutto" (Mc 13,5- 6.21-23). Ascoltiamo che cosa diceva ai primi cristiani un santo vescovo, Ignazio d'Antiochia, agli Efesini (n. 9): "Ho sentito che sono passati tra di voi alcuni, provenienti da laggiù, che portavano una dottrina perversa. Ma voi non avete permesso che la seminassero in mezzo a voi, anzi vi siete turati le orecchie per non ricevere la loro parola". La carità si deve, dunque, incontrare con la verità. "Carità e verità si cercano reciprocamente", scrivevo nella lettera Farsi prossimo. Sempre vanno ricercate la verità della carità e la carità della verità. La verità della carità consiste nella ricerca autentica del bene dell'altro. Non ci si fa prossimo a un drogato amando la sua malattia, ma aiutandolo a guarire, e meno che meno ci si drogherà anche con con la scusa di arrivare a capirlo di più. Non si aiutano i peccatori commettendo i peccati. Il peccato non è una tecnica positiva, poiché esso è fattore di opposizione, di divisione, all'interno del cuore come nella società. Perciò non si ama veramente un peccatore se non si odia il suo peccato. La verità della carità pone le domande fondamentali sulla vera idea di uomo e sulla vera idea di Dio, per cui - come ancora scrivevo nella lettera Farsi prossimo - "la passione per i bisogni umani è strettamente congiunta con la passione per la verità". Di qui si capisce che la prima carità è quella della verità. Gesù si e fatto prossimo a noi comunicandoci con la sua persona, la sua vita e la sua morte, la verità di Dio e la nostra "la grazia e la verità ci sono venute da Gesù Cristo" (Gv 1,17). Per questa suprema carità della verità Gesù è stato ucciso: "Voi cercate di uccidere me, che vi ho detto la verità udita da Dio" (Gv 8,4o). A questa verità si è consacrato e ha consacrato i suoi: "Conservali nella verità. La tua parola è verità. Come tu mi hai mandato nel mondo, anch'io li ho mandati nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità" (Gv 17,17-19). Bisogna, dunque, stare saldi nella verità e resistere contro la falsità e l'errore. Non è possibile costruire nessuna verità per l'uomo se si parte da una menzogna o da un rinnegamento. Gli apostoli sono stati ben consapevoli di questa loro responsabilità. San Paolo scrivendo ai cristiani della Galazia turbati dalla intromissione di falsi fratelli dichiara: "Noi non cedemmo, per riguardo, neppure un istante perché la verità del vangelo continuasse a rimanere salda tra di voi" (Gal 2,5). Nella seconda Lettera ai fedeli di Corinto fa notare che la mancanza di coraggio può portare a dissimulare la verità del vangelo, ciò che egli non ha mai fatto: "lnvestiti di questo ministero per la misericordia che ci è stata usata, non ci perdiamo d'animo; al contrario, rifiutando le dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di D1o, ma annunziando apertamente la verità, ci presentiamo davanti a ogni coscienza di fronte a Dio" (2Cor 4,1-2). Ho voluto riportare testualmente diversi passi biblici dal momento che per i testimoni di Geova la Bibbia è l'unica regola di fede. Ma basterebbe un piccolo ragionamento per capire che non si ama una persona se la si lascia nell'errore. Se uno volesse a tutti i costi convincerci che due più due uguale a cinque nessuno, credo, pensa che si debba accettare quello che dice per dimostrare che vogliamo bene anche a lui. Ci si deve fare prossimi alle persone, non all'errore che eventualmente insegnano. Qualche volta per "farsi prossimo" invece di aprire la porta occorrerà chiuderla. L'apostolo san Giovanni era ben deciso al riguardo "Chi si attiene alla dottrina possiede il Padre e il Figlio. Se qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo, poiché chi lo saluta partecipa alle sue opere perverse" (2Gv 9-10). Non si può restare indifferenti e inerti, sottovalutando la gravità del pericolo. Certo chiudere la porta non significa sbatterla. Non e necessario per difendere la verità offendere la carità. Lo stesso annuncio della verità che consiste nell'evangelo avviene "nella carità". La verità del vangelo si manifesta appunto nell'amore. La verità è situata nella carità. Perciò san Paolo esortando i cristiani delle comunità dell`Asia Minore "a non essere come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l'inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell'errore", conclude dicendo: "Al contrario, vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, il capo, che è Cristo" (Ef 4,14-15). La carità dovrebbe condurre ad aiutare chi sbaglia a capire e poi a correggere il suo errore: "...dite ciascuno la verità al proprio prossimo; perché siamo membra gli uni degli altri" (Ef 4,25). Questo non sempre è possibile; in certi casi non è neppure conveniente, e nel caso dei testimoni di Geova, quando insistenti non lasciano le vostre case, non è davvero il momento di discutere. L`estrema disinvoltura con cui i testimoni di Geova passano sopra ai loro errori più gravi, per esempio alle tante profezie fatte dai loro capi circa la fine del secolo presente e che non si sono avverate, non invita ad aprire con loro un sereno confronto. Purtroppo con loro un vero dialogo religioso è spesso praticamente impossibile, data la mentalità fanatica e settaria. Non bisogna credere che quanti passano al geovismo divengano con ciò più religiosi e migliori credenti: fanatismo e settarismo non sono vera religiosità. Però la carità è capace di salvare la buona fede soggettiva e la sincerità di chi, purtroppo, passa al geovismo. Soprattutto la carità insegna che è sempre doveroso pregare ed è sempre possibile sperare, e perciò "essere miti - come dice san Paolo -, pazienti nelle offese subite, dolci nel riprendere gli oppositori, nella speranza che Dio voglia loro concedere di convertirsi, perché riconoscano la verità e ritornino in sé..." (2Tm 2,24-26). Se mai si pone l'urgenza di "farsi prossimo" tra di noi, soprattutto verso i più semplici e indifesi, ai quali in modo particolare si rivolge più aggressiva la minaccia dei testimoni di Geova. Farsi prossimo vorrà dire allora intensificare l'opera di catechesi, approfondire lo studio della Bibbia, allargare la conoscenza della storia della Chiesa, dato che proprio l'ignoranza religiosa e gli attacchi contro la Chiesa rappresentano il terreno più adatto per la semina dei testimoni di Geova. Qualcuno a questo punto dirà che farsi prossimo è davvero molto complesso. Ed è vero, perché è molto più di un semplice gesto di bontà. E' un modo nuovo e originale di vivere, quale solo il buon Samaritano Gesù poteva rivelarci e comunicarci. Farsi prossimo anche a chi ci perseguita per turbare la fede, significa, alla fine, lasciarci raggiungere da Cristo e riempire della sua carità redentiva. Assimilati a lui diremo la sua verità anche senza parole, ma "pronti a rispondere a chiunque ci domanda ragione della speranza che è in noi; e tuttavia con dolcezza e rispetto, con retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di noi, restino svergognati quelli che malignano sulla nostra buona condotta in Cristo" (1Pt 3,15-16). Saluto tutti voi con molto affetto Carlo Maria
card. Martini |