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Sunday, 16 December 2018 06:35
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:: OPINIONI SUI TDG ::

Dicono di loro

Opinioni tratte da varie fonti a proposito sia dell’organizzazione dei Testimoni di Geova 
che dell’esperienza religiosa vissuta dagli associati

Una citazione  dal libro di Miriam Castiglione, intitolato “I Testimoni di Geova: ideologia religiosa e consenso sociale” (Editrice Claudiana, 1981). L’autrice, deceduta poco dopo la pubblicazione di questo libro, era contrattista presso l’Istituto di Storia Moderna della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bari. La Castiglione, dopo aver assistito alle adunanze del giovedì in una Sala del Regno, descriveva la propria esperienza di partecipazione e concludeva:

In tutto ciò consiste complessivamente lo svolgimento-tipo delle adunanze dei Testimoni di Geova. L'estrema fissità di tutto, la ripetitività, l'assenza di libertà espressiva e di ricchezza emozionale ricorrono sempre e dovunque. Questa esperienza religiosa, pertanto, suscita l’impressione di essere di fronte ad un massiccio esempio di annullamento della libertà dell'individuo e del gruppo.
Qui il senso del peccato e dell'annientamento dell’uomo di fronte a Dio, tipico del culto riformato, diviene superbo rifiuto di una realtà rinnegata soltanto formalmente: le dinamiche di egemonia e subalternità sottese al vivere sociale sono quotidianamente rivissute dai Testimoni nell'organizzazione della loro vita comunitaria.

La creatività e la potenzialità espressiva vengono coartate entro gli schemi di un ritualismo fisso, standardizzato, che non conoscerà mai la ricchezza espressiva di altre realtà religiose appartenenti al cristianesimo occidentale.
La notte è ormai calata sul quartiere-ghetto, quando esco dalla sala delle adunanze; … Ma resta la sensazione di aver toccato con mano il più rilevante esempio di coercizione psicologica e di manipolazione di massa che il protestantesimo statunitense sia riuscito a partorire nel corso della sua storia e la pressante domanda su come tutto ciò possa aver avuto luogo.

L'opinione di un antropologo

Il rinomato antropologo Alfonso M. di Nola, la cui autorevolezza è stata riconosciuta anche dai vertici geovisti (vedi Svegliatevi! dell'8/12/1983, p. 27), ha scritto a proposito dei Testimoni di Geova:

«... ci si deve chiedere perché negli ultimi anni si sia intensificato l'interesse degli studiosi intorno al problema dei Testimoni. Mi sembra che le motivazioni sono facilmente individuabili: da un lato la circostanza ben nota che la consistenza statistica degli aderenti alla setta si pone come stimolo premente all'accertamento dei suoi messaggi e dei suoi significati nella nostra attuale società, … da un altro lato la particolare qualità della presenza dei Testimoni che, attraverso la loro propaganda petulante e notoriamente aggressiva (di un'aggressività, si intende, verbale), costituiscono un incontro inevitabile con l'uomo medio del nostro Paese. … In sostanza — ed è questa opinione personale di studioso distante da ogni forma di fede religiosa — la considerazione storica sui dati geovisti e il rilievo della loro diffusione non possono trascurare le profonde carenze proprie del cattolicesimo ufficiale e istituzionalizzato che, soprattutto nelle periferie contadine, ma anche all'interno delle stratificazioni proletarie delle città, ha creato enormi vuoti.

Resta drammaticamente vera la qualificazione che l'abbé Godin adottava per la Francia, il pays de mission per eccellenza, che si moltiplica negli innumeri paesi di missione delle altre parti del continente, nel senso che sopra di esse l'annunzio evangelico è passato labile e inconsistente e si è sigillato nei formalismi istituzionali. In tali vuoti si sono insinuati, negli ultimi anni, molteplici cose, e fra esse le nuove predicazioni di fonte più o meno autenticamente evangelica e biblica, trovando spazi congrui prima nelle campagne, poi nelle città. I Testimoni, come altri movimenti, sembrano aver prestato alla vita, alla storia e alle sofferenze e incertezze del singolo un'attenzione sollecita — poi malamente diretta e strumentalizzata - che le vetuste istituzioni parrocchiali, anche in conseguenza della crisi vocazionale, non offrivano da molto tempo. Così che il contadino lanciato nell'avventura delle radicali modificazioni della società industriale o il proletario imprigionato nelle borgate o nei falansteri delle case popolari sono stati proiettati improvvisamente in un protagonismo, quello delle personali chiamate e scelte, quello delle funzioni e dei ministeri, che appare ignoto nella storia della chiesa almeno fino a tempo recente. Per i Testimoni va anche detto che la capacità aggregativa della setta ha trovato anche risposta notevole nelle classi medie e piccolo-borghesi, per motivi diversi, poiché al protagonismo si è congiunta la gratificazione di un messaggio di natura neocalvinista: in effetti la dottrina geovista, mentre dichiara il suo netto rifiuto di "questo mondo" nel significato evangelico, non esclude che i segni esteriori e visibili dell'appartenenza al Regno e alla condizione di elezione si manifestino nel successo mondano. … emerge un duro atto di accusa contro il gruppo che detiene la gestione del movimento, un gruppo che, per l'evidenza dei documenti, opera violenza sulle coscienze degli adepti e li piega con estrema abilità alle proprie decisioni. Ciò che non è esplicito e chiaro è la finalità cui la sottile tecnica di persuasione e di violenza tende, e si ha l'impressione che essa appartenga ad un più ampio piano di destabilizzazione delle coscienze bene studiato ed accertato per quanto riguarda certe forme della propaganda americana.

… i fermenti che circolano intorno ai Testimoni di Geova appartengono ad un crollo della tensione razionale e della capacità di giudizio in una società come la nostra, attraversata da profonde incertezze ed esposta a rischi continui di identificazione. … I Testimoni si collocano, perciò, fra gli incantesimi di un'età di crisi, e, sia detto per inciso, sono incantesimi che, per la distanza da serie tradizioni, per i risibili compromessi numerologici sulle prossime apocalissi, per la evidente falsificazione delle fonti bibliche, per la stessa assunzione dell'assurdo termine "Geova" (non giustificato da alcuna lettura valida), rappresentano una fase piuttosto squallida all'interno di una tradizione non-cattolica che, nel nostro Paese, ha sempre avuto solide ascendenze culturali e serietà di strutture ideologiche».

(Citazione dalla Presentazione di Alfonso M. di Nola al libro di A. Aveta, Analisi di una setta: i Testimoni di Geova, Filadelfia Editrice, 1985).

Osservazioni di un antropologo canadese

In un articolo pubblicato in una rivista accademica canadese di antropologia, uno studioso racconta di aver iniziato uno studio biblico, frequentato una sala del Regno e consultato molte pubblicazioni della WTS per studiare i TdG da vicino. A un certo punto nell'articolo racconta un episodio dello studio, in cui leggendo il passo sulla "grande moltitudine" raccolta davanti al trono dell'Agnello la sua insegnante aveva ripetuto insistentemente che la grande moltitudine era sulla terra, e riguardo al versetto di Rivelazione 19:1, in cui è scritto chiaramente "cielo", aveva affermato "Dice cielo, ma intende terra". Ecco le osservazioni successive a questo episodio.

Avevo sentito dire che I Testimoni di Geova usano la loro traduzione della Bibbia, chiamata La Traduzione del Nuovo Mondo, perciò ero alla ricerca di differenze di testo. Ma non avevo pensato di guardare più in profondità ed ero quindi impreparato alla nostra divergenza di percezione. La sua era così alterata che poteva letteralmente guardare la parola “cielo” e vedere la parola “terra” – così come per lei ero io quello che non riusciva a vedere. In breve, ciascuno di noi stava guardando un mondo diverso, ed io sapevo che non avrei mai compreso lei o nessuno dei suoi fino a quando non avessi trovato un modo per vedere qualcosa di ciò che essi vedevano. Non ero nemmeno sicuro che fosse possibile. Diventava sempre più ovvio, comunque, che il punto di partenza non era la Bibbia ma la loro letteratura. Che era quella da cui essi di solito prendevano le citazioni, e quella che distribuivano agli altri.

(...) La parte omessa cita varie pubblicazioni della WTS consultate dall'autore (ndr).

Nonostante le apparenze e persino le loro stesse affermazioni, la Bibbia in pratica non sembra essere la loro massima autorità. Come può questa radicale scissione conciliarsi con la pretesa che i Testimoni di Geova siano Cristiani?

Il pericolo di tale conciliazione è osservato da Ricoeur. Nel momento in cui è scritto, un messaggio diviene un testo, congelato nella forma e indipendente dal suo autore (Ricoeur, P. 1981 "The model of the text: meaningful action considered as text." In Hermeneutics and the Human Sciences. J. Thompson, ed. and trans., pp. 197-221. Cambridge: Cambridge University Press). Nella misura in cui un messaggio è costituito dall’organizzazione di parole, questo congelamento non supporterebbe la tesi che i Testimoni di Geova usino un libro diverso. Ciò che Ricoeur obbietta, però, e ciò che drammaticamente si era manifestato nel caso della “moltitudine” di cui sopra, è che il testo è messaggio solo quando risuona come voce nella mente di un lettore, e che un testo senza voce è del tutto privo d’effetto. Posto che la voce sorge dall’incontro fra testo e mente, e che le menti differiscono, ne segue che da un singolo testo può sorgere una varietà di voci. Un testo vive e respira solo a livello di voce; da qui l’unicità di un testo che dia origine a interpretazioni diverse è illusoria. E se è illusoria l’identità del libro usato sia dai Cristiani tradizionali che da quelli dissidenti, allora porli sotto la stessa definizione di “Cristianità” è fuorviante rispetto allo scopo presente: essere correlati storicamente non significa appartenere allo stesso tipo, e la subordinazione della Bibbia alla Torre di Guardia suggerisce ancora di più che non lo sono. Ma allora come dobbiamo prendere l’affermazione dei Testimoni di Geova di essere Cristiani … "Non ci può essere dubbio su chi praticava la vera religione nel primo secolo. Erano i seguaci di Gesù Cristo. Questi appartenevano tutti all’organizzazione Cristiana. E oggi? Qual è l’insegnamento centrale della vera organizzazione di Gesù Cristo? (Live Forever. Watch Tower Bible and Tract Society of New York, Inc., Brooklyn. 1989, pg. 184)" … e di seguire la Bibbia? "E’ di vitale importanza per I Testimoni di Geova che il loro credo è basato sulla Bibbia e non su mere speculazioni umane o credenze religiose". (Jehovah's Witnesses in the Twentieth Century, Watch Tower Bible and Tract Society of Canada, Halton Hills, pg. 3).

Di nuovo, poiché le due posizioni – Cristiana e Testimone di Geova – implicano voci diverse, termini come “Bibbia” e “Cristiano” non hanno per entrambe lo stesso significato. Solo le parole sono le stesse. Da lì in poi, il mio studio è proseguito secondo questa ipotesi di lavoro: I Testimoni di Geova non leggono la Bibbia più di quanto i Cristiani leggano il Corano. Essi leggono il loro testo sacro, uno che si dà il caso somigli molto alla Bibbia Cristiana. Questo è cruciale, e significa che ogni accusa ai Testimoni di Geova di usare o citare la Bibbia in modo sbagliato è fondamentalmente errata. Quel presupposto, forse più di qualsiasi altra cosa, mi ha aiutato a vedere i Testimoni di Geova coi loro stessi occhi. (Totem: The University of Western Ontario Journal of Anthropology. Volume 2 | Issue 1 Article 4, 6-20-2011, Different Worlds: Looking at Jehovah's Witnesses, Tim Bisha).

L'opinione di un giurista

Nonostante l’insistenza della Società perché i Testimoni di Geova seguano i suoi dettami, pena la disassociazione, essa non si dichiara infallibile. Perciò i membri sono alla mercè della Società in termini di cambiamenti dottrinali. I membri devono credere nell’oracolo, non importa quanto possa avere torto – e per davvero Frederick Franz è ritenuto dai membri del Corpo Direttivo “il nostro oracolo negli ultimi 67 anni” (Watters, 1981, 3). Lo stesso Franz ha ammesso, durante un interrogatorio nella causa Walsh, che di tanto in tanto “ci fu bisogno di rivedere le nostre credenze riguardo al modo in cui le profezie si sarebbero realizzate” (Trascrizione 105):

D. Dunque ciò che oggi la Società pubblica come verità potrebbe essere riconosciuto sbagliato fra qualche anno.
R. Dobbiamo aspettare e vedere.
D. E nel frattempo i Testimoni di Geova seguono un errore?
R. Seguono una malintesa interpretazione delle Scritture.
D. Errore?
R. Beh, errore. (Trascrizione 114)

L’importanza della cronologia biblica per I Testimoni di Geova fu enfatizzata da Franz nel seguito dell’interrogatorio. Alla domanda sulla data della creazione di Adamo, che era stata “modificata tre volte”, Franz Rispose:

R. La data è stata corretta.
D. Ma una volta pubblicata dalla Società tutti i Testimoni di Geova erano tenuti ad accettarla come scritturalmente vera?
R. Sì.
D. E col rischio della disassociazione se sollevassero dubbi sulla data?
R. Se a motivo di questo causassero disordine, perché le Scritture dicono che se qualcuno è un disturbatore dentro la congregazione egli ostacola la crescita della congregazione e delle sue attività, e dovrebbe essere disassociato.
D. Anche se per caso, quando la Società pubblicava una data sbagliata, avesse sostenuto la data che ora la Società ha adottato?
R. Uno che abbia una differenza di vedute come quella deve attendere che Geova Dio provveda, se ha ragione, e nel frattempo deve attenersi a ciò che viene pubblicato.
D. Ma se nell’attesa capisce di avere ragione cosa deve fare?
R. Riceve benedizioni per la sua sottomissione e per avere atteso Geova e non aver seguito il proprio intendimento.
D. Anche a questo specifico riguardo, cioè la data dell’arrivo dell’umanità sulla terra, due errori sono stati pubblicati come Scritture autorevoli?
R. Sì, poiché le date dell’autorevole cronologia della creazione dell’uomo rimangono assolutamente vere. (Trascrizione 119)

Il punto di vista di Franz fu sostenuto il giorno seguente dal legale della società, H.G. Covington, che aggiunse “Dovete capire che noi dobbiamo mantenerci uniti, non possiamo avere divisione, con molta gente che fa a modo suo; da un esercito ci si aspetta che marci al passo”.

D. Se un membro dei Testimoni di Geova fosse convinto che la profezia è sbagliata e lo dicesse sarebbe disassociato?
R. Sì, se lo dicesse e insistesse nel creare disordine, perché se l’intera organizzazione crede una cosa, anche se erronea, e qualcun altro inizia per conto suo a mettere di mezzo le sue idee, allora ci sono divisione e disordine, non ci può essere armonia, non ci può essere marcia ... Il nostro proposito è avere unità.
D. A tutti i costi?
R. Unità a tutti i costi ...
D. Anche l’unità basata sull’accettazione forzata di una profezia falsa?
R. Ammettiamo che è vero. (Trascrizione 346-7)

Questa testimonianza, resa sotto giuramento in un tribunale dal consulente legale della Watch Tower Bible and Tract Society è probabilmente il più classico esempio di bipensiero sinceramente espresso che si possa trovare. Il bipensiero, come lo concepì Orwell in 1984, è un “ampio sistema d’inganno mentale”:

Il bipensiero implica la capacità di accogliere simultaneamente nella propria mente due opinioni tra loro contrastanti, accettandole entrambe. L'intellettuale di Partito sa in che modo vanno trattati i suoi ricordi. Sa quindi di essere impegnato in una manipolazione della realtà, e tuttavia la pratica del bipensiero fa sì che egli creda che la realtà non venga violata. Un simile procedimento deve essere conscio, altrimenti non potrebbe essere applicato con sufficiente precisione, ma al tempo stesso ha da essere inconscio, altrimenti produrrebbe una sensazione di falso e quindi un senso di colpa. Il bipensiero è l'anima del Socing, perché l'azione fondamentale del Partito consiste nel fare uso di una forma consapevole di inganno, conservando al tempo stesso quella fermezza di intenti che si accompagna alla più totale sincerità. Raccontare deliberatamente menzogne e nello stesso tempo crederci davvero, dimenticare ogni atto che nel frattempo sia divenuto sconveniente e poi, una volta che ciò si renda di nuovo necessario, richiamarlo in vita dall'oblio per tutto il tempo che serva, negare l'esistenza di una realtà oggettiva e al tempo stesso prendere atto di quella stessa realtà che si nega, tutto ciò è assolutamente indispensabile. [GEORGE ORWELL. 1984. 1949. Traduzione di Stefano Manferlotti, 2000].

(H. BOTTING, G. BOTTING. The Orwellian World of Jehovah’s Witnesses. University of Toronto Press, 1984, Pg. 66-68).

Nota: Se i testimoni di Geova volessero sostenere che Gary Botting, avvocato e giurista, è inattendibile e pieno di risentimento in quanto "apostata" (battezzato a 12 anni, dissociato a 20) avranno difficoltà a far credere che si tratti di una voce che manca di obiettività. Infatti ha pubblicato anche un altro libro, Fundamental Freedoms and Jehovah’s Witnesses, in cui descrive le battaglie legali condotte dai testimoni di Geova in Canada per ottenere libertà di espressione, e il modo in cui proprio quei processi hanno spinto il potere legislativo canadese a formulare quelle leggi che si sono poi tradotte nella "Carta dei diritti e delle libertà".

Uniformità!

James A. Beckford, sociologo dell’Università di Durham, nel suo studio “The Trumpet of Prophecy: A Sociological Study of Jehovah’s Witnesses” (New York 1975), rilevando, tra l’altro, uno dei tratti distintivi di questo movimento religioso ha espresso le seguenti osservazioni:

Esso è organizzato in modo tale da facilitare, anzi richiedere, uniformità di credenze e di comportamenti ai suoi componenti. A questo riguardo vi sono due principali motivi che ne garantiscono la riuscita. Da un lato è sempre stato fatto assegnamento sulla parola scritta come mezzo dominante per la comunicazione, d'altro canto i suoi leaders hanno costantemente insistito sul fatto che i Testimoni di Geova apprendano le loro dottrine ed imparino come presentarle metodicamente al mondo. Nel caso di questa setta, dunque, è possibile ipotizzare a proposito delle sue dottrine e dei suoi membri un grado di uniformità più alto di quello che solitamente ci si possa attendere da un gruppo religioso di analoga estensione.

Troppo controllo

Nella monografia della rivista “Religioni e sette nel mondo”, n.° 29, pag. 179 (ed. GRIS, Via del Monte, 5 - 40126 Bologna), viene citato Havor Montague, dell’Università statale dell’Ohio, che nel 1977 osservava:

Pochissima gente ben informata e istruita si aggrega ai Testimoni, e quei pochi che si lasciano coinvolgere dai Testimoni, non resistono a lungo. E’ difficile per una persona dinamica, informata e pronta di spirito restare Testimone: non perché le loro credenze siano prive di fondamento, ma per il fatto che la gerarchia della Torre di Guardia tende ad esercitare il controllo sul complesso di credenze dei propri affiliati perfino in questioni di minore importanza. Addirittura non viene tollerato neanche quel Testimone che cerca di darsi da fare come apologista del gruppo. ... I Testimoni di Geova vengono costantemente esortati a non ‘precedere la Società’, come se ciò fosse possibile in base agli insegnamenti propri della stessa Società. Molti Testimoni, attraverso una personale e indipendente ricerca biblica, hanno precorso importanti cambiamenti che la Società ha realizzato successivamente. Fino a quel tempo, coloro che hanno avuto l’audacia di divulgare le conclusioni delle loro ricerche sono stati spesso severamente ripresi, anche se la Società ha successivamente confermato i risultati delle loro ricerche - H. Montague, “Pessimistic Sect’s Influence and Mental Health” in Social Compass, 1977 n° 1, pp.135-147.

Un culto americano?

Harold Bloom, uno dei più autorevoli critici letterari americani, docente di lettere all’Università di Yale e di letteratura inglese all’Università di New York, nel libro La religione americana, (Milano 1994, [nota]), ha scritto a proposito dei Testimoni:

La fede assoluta nell'infallibilità della Bibbia comporta tutta una serie di conseguenze, e i testimoni di Geova non rappresentano nient'altro che l'espressione più estrema di un atteggiamento mentale prevalente presso una notevole percentuale di americani. Quel che rende i testimoni di Geova diversi dagli altri non è la loro aspettativa della distruzione, ma piuttosto il loro odio violento per ciò che sarà distrutto, vale a dire il nostro paese, il nostro mondo, il nostro pianeta. La passione per la distruzione può essere una passione creativa, come asseriva l'anarchico Bakunin, ma quella dei testimoni di Geova non crea nulla. Non vi sono elementi positivi dell'esistenza che i testimoni di Geova cerchino di salvare; si augurano che tutti si scompaia, e il più rapidamente possibile.

Benché tra i fondamentalisti americani siano in auge scenari apocalittici piuttosto feroci, sono convinto che nulla sia più privo di umanità delle descrizioni dei testimoni di Geova sulla Fine del Tempo. Vi è qualcosa di peculiarmente infantile in queste aspirazioni della Torre di Guardia: mi fanno pensare al motivo per cui i bambini molto piccoli non possono essere lasciati soli in presenza di animali domestici feriti o sofferenti.

Altre citazioni tratte dal medesimo libro:

Gli americani e i Testimoni

«Nell'opinione pubblica è diffuso un certo imbarazzo a proposito dei testimoni di Geova, dal momento che essi sembrano infrangere molte delle norme condivise dalla società americana. La loro mancanza di patriottismo offende in modo particolare in tempo di guerra; nei periodi di pace, invece, non desta maggior dispetto della loro avversione alla celebrazione dei compleanni, perfino nel caso dei bambini piccoli. Assai più seria è la loro intransigente opposizione alle trasfusioni di sangue, dal momento che il loro agire in nome di una volontà di santificazione della vita spesso finisce, nei fatti, per provocare la morte».

A proposito dell’escatologismo dei TdG

«A cronologia è seguita cronologia, e altre ne verranno ancora. Tuttavia non sembra che siano le date esatte o gli schemi cronologici a essere importanti, quanto piuttosto l'idea stessa di una cronologia. L'esattezza delle date costituisce uno straordinario elemento di conforto e di rassicurazione per i millenaristi; esse danno un'illusione di forza e di conoscenza e sembrano offrire una sorta di scudo protettivo nei confronti della realtà. Non c'è nessuna altra setta che si sia dedicata in egual misura alle speculazioni numerologiche sulla città celeste o che abbia dato risposte altrettanto gratificanti all'avidità di congetture che è tipica degli americani».

A proposito della natura di Geova

«Benché sia padre universale, nostro come di Gesù, Geova non può dirsi un padre particolarmente amorevole. Il potere, non l'amore, è il suo vero attributo. Ciò che Geova persegue è la supremazia, nonché il riconoscimento universale del suo dominio. Il Geova dei testimoni ricorda molto da vicino lo Yahweh che gli antichi gnostici criticavano e facevano bersaglio della loro satira, ma è proprio sugli aspetti che suscitavano il dissenso degli gnostici che si incentra il culto dei testimoni di Geova. Il fine ultimo di questo Dio è la vittoria definitiva nella battaglia di Armageddon, che sancirà per sempre la sua preminenza. La missione di Cristo non consiste tanto nel redimere l'umanità, quanto nel contribuire a celebrare e a difendere il potere di Geova. Il potere di Geova è infatti per i testimoni una vera e propria ossessione; nei loro scritti l'esaltazione di questo potere è talmente marcata che mi sentirei di etichettarla come patologica.»

A proposito del termine “Geova”

Paolo Naso, Il mosaico della fede.
Le religioni degli italiani
, Milano 2000, pp. 50-51.

«Sul piano dottrinale, al centro della fede dei Testimoni c'è Geova, il nome di Dio traslitterato dall'ebraico, in una forma linguisticamente contestata dall'assoluta maggioranza degli studiosi dell'Antico Testamento, ancorché non pronunciabile per gli ebrei e addirittura offensiva della loro sensibilità. In pratica i Testimoni vocalizzano il Tetragramma IHVH - che indica il nome di Dio - con le vocali della parola Adonai (Signore), che gli ebrei utilizzavano al posto del vero nome che non possono proferire. La vocalizzazione del Tetragramma - impropria perché utilizzava le vocali di Adonai - avvenne solo dopo il V secolo dell'era volgare e produceva una parola che suonava approssimativamente Jeovah e da qui, per i Testimoni, Geova. E’ interessante notare che alcune versioni della Bibbia, ad esempio quella del Brucioli, del XVI secolo, riportano ancora il nome Jeovah. Successivi studi filologici hanno appurato l'errore di vocalizzazione compiuto all’incirca nel V secolo, e lo hanno corretto nella corrente fonetica attribuita al Tetragramma; alcune versioni, ad esempio la Riveduta della celebre edizione del Diodati, recentemente ripubblicata con un importante apparato critico, riconoscendo l'autorità ebraica sulla impronunciabilità del nome di Dio, traducono sempre «L'Eterno». I Testimoni di Geova non fanno propri i risultati delle ricerche filologiche e della moderna critica biblica, preferendo trincerarsi dietro una presunta irrisolta controversia all'interno della stessa comunità scientifica. Per loro Dio è Geova e tanto basta».

L’opinione di Raymond Franz, ex membro del Corpo Direttivo

Ecco l’opinione di Raymond Franz, ex membro del Corpo Direttivo (link), riguardo al tema del condizionamento mentale tra i Testimoni. Franz dedica un intero capitolo (il dodicesimo, non ancora tradotto nella versione italiana del volume) del suo libro “Alla ricerca della libertà cristiana” al soggetto dell’indottrinamento. Tra l’altro, egli scrive:

“Che senso ha il fatto che un'Organizzazione incoraggi la gente a respingere il sottile inganno, la manipolazione dei fatti e le mezze verità provenienti da estranei, se contemporaneamente essa viene meno a questo approccio nel caso dei propri insegnamenti? Per giunta, quanto onesta e coerente è questa Organizzazione, allorché tenta di imporre il silenzio a chiunque vorrebbe far uso delle proprie facoltà mentali, donate da Dio, per individuare tali errori, e giunge al punto di etichettare ogni discussione sull'argomento come "discorso ribelle"? Quanta coerenza c'è nel lodare il pensiero indipendente, se questo è rivolto a informazioni esterne, ma nel condannare lo stesso tipo di pensiero come un segno di immodestia e di mancanza di umiltà, se esso è rivolto a informazioni offerte dalla stessa Organizzazione?”.

E ancora:

“quando le affermazioni dei componenti dei comitati di filiale riguardo alla mancata comprensione della direttiva relativa al servizio alternativo furono sottoposte all'attenzione del Corpo Direttivo, anche se la maggioranza del Corpo si espresse a favore del cambiamento della direttiva, notai con rammarico che ci fu una quasi totale assenza di costernazione o, almeno, di preoccupazione per il fatto che degli uomini fossero disposti ad andare in prigione senza capirne il motivo, che si rifiutassero di essere "sottoposti alle autorità superiori" in questo specifico aspetto senza rendersi conto se in realtà essi avessero avuto una base biblica per assumere "una posizione in contrasto" con tali "autorità superiori". L'evidenza che la "lealtà di gruppo" e la sostanzialmente cieca accettazione della direttiva organizzativa avessero sostituito - forse in certi casi addirittura dissimulato - la coscienza individuale parve non essere una questione di rilievo né svolse un ruolo concreto nella discussione del Corpo Direttivo. Addirittura, un membro del Corpo Direttivo citò con approvazione le parole del coordinatore della filiale danese, il quale aveva asserito riguardo al consentire alla coscienza individuale di decidere sul problema del servizio alternativo: "Rabbrividisco al pensiero di permettere a questi giovani di decidere da soli". Ciò non solo rivela un'enorme mancanza di fiducia nei giovani Testimoni di Geova - oppure di fiducia nella capacità dell'Organizzazione di far uscire costoro dall'immaturità spirituale - ma documenta in effetti che l'Organizzazione decide per loro di intraprendere una condotta implicante una possibile, anzi probabile, incarcerazione senza che essi facciano una vera scelta in proposito.”

Riepilogando la propria posizione riguardo all’argomento in discussione, Franz scrive:

“Non sono favorevole al disinvolto ricorso alla parola "setta", così diffuso oggi. Come è stato osservato, per molti questo termine è un'etichetta che viene affibbiata a qualsiasi religione che non piaccia. Ritengo che una religione, pur non essendo una "setta", può tuttavia manifestare alcune caratteristiche settarie. Degli elementi finora esaminati come aspetti fondamentali di religioni che praticano il controllo mentale, è un fatto che tutti sono sicuramente evidenti tra i Testimoni di Geova. Nel caso dei Testimoni di Geova non si ricorre all'isolamento fisico, come invece accade in alcuni movimenti religiosi (o come avviene ad opera di certe autorità che ricorrono all'indottrinamento nel caso di prigionieri politici). Eppure tra i Testimoni esiste un isolamento di tipo ben definito.

L'Organizzazione si serve dell'esortazione biblica di 'non far parte del mondo' intendendola nel senso che i Testimoni di Geova dovrebbero limitare al massimo l'associazione con chiunque non condivida la loro fede, il che in ultima analisi significa con chiunque non accetti gli attuali insegnamenti dell'Organizzazione. Tali persone "non sono nella Verità", il che equivale a dire che sono tutti "nella menzogna". Tutti i non Testimoni sono "del mondo", indipendentemente dal fatto che possano manifestare eccellenti qualità personali, elevati standard etici di vita, profonda fede in Dio, in Cristo e nella Bibbia. Le relazioni sociali sono ammesse a patto che si prefiggano il fine di creare favorevoli occasioni di "testimonianza" alle "persone del mondo"; per altre finalità sono scoraggiate.

“Gli articoli di La Torre di Guardia e Svegliatevi! denigrano la ristrettezza mentale e "l'attitudine isolazionista", eppure questa stessa attitudine è più evidente tra i Testimoni di Geova che tra altri. I Testimoni possono pure affermare di essere 'informati riguardo alle altre religioni e ai rispettivi credi', ma - per la stragrande maggioranza - l'informazione di cui beneficiano è solo quella che la loro Organizzazione ritiene profittevole da rendere disponibile. Si tratta di informazione precostituita, accortamente presentata, con conclusioni già preconfezionate per gli affiliati, in genere.”

“In definitiva, l'evidenza indica che, sebbene non si verifichi alcun radicale isolamento fisico, l'interpretazione - che l'Organizzazione dà delle parole di Gesù riguardo al non essere parte del mondo - induce un isolamento mentale molto efficace. La comunità degli affiliati si trova abbastanza isolata e intellettualmente lontana da qualsiasi fonte d'informazione biblica che non sia l'unica voce accettata: quella dell'Organizzazione. Viene continuamente ribadito che questo è l'unico modo per non essere ingannati. L'obiettivo evidente è la creazione di un'atmosfera sterile in cui le opinioni e le interpretazioni dell'Organizzazione possono circolare liberamente senza dover fronteggiare alcuna critica.”

“In verità, periodicamente nelle pubblicazioni compaiono ammissioni con le quali si riconosce che, dopo tutto, gli autori d'esse sono "imperfetti" e che l'Organizzazione "non ha mai preteso di essere infallibile". Nella prassi le cose vanno diversamente. Si scopre che queste ammissioni riguardano il passato, non il presente. Mentre l'Organizzazione è costretta ad ammettere di aver modificato un notevole numero delle sue passate dottrine - il che prova che essa ha commesso errori - essa non si sente costretta da tali errori a mostrare modestia, al punto di ammettere dinanzi ai lettori che anche quanto afferma ora possa essere condizionato dalla medesima imperfezione. Al contrario, i Testimoni di Geova sono esortati a considerare l'insegnamento corrente come se fosse infallibile. In effetti, si dice loro: "Dovete considerare tutto ciò che si pubblica come verità assoluta fino a quando noi eventualmente vi diremo che non lo è". Questo è controllo mentale puro e semplice.”

Nota: «È possibile isolare, nel fiorire incessante di chiese e sette che esprimono altrettanti volti della spiritualità degli Stati Uniti, i lineamenti comuni di una vera e propria religione americana? A questa domanda Harold Bloom risponde con il taglio imparziale del critico della religione e della letteratura. In una panoramica ricca di informazioni e di suggestioni, Bloom approfondisce e discute le creazioni più importanti della spiritualità americana: dalla Chiesa mormone ai Testimoni di Geova, dalle diverse congregazioni Battiste ai gruppi di New Age, senza dimenticare l'impatto dei telepredicatori e l'influenza delle comunità religiose sulle scelte politiche». Dal web: link.

"Poco solidali con i testimoni di Geova"

Articolo pubblicato dal quotidiano "Il Messaggero" del 1° dicembre 2005.

«I ricercatori dell'Eures l'hanno definita distanza sociale. Misura, con un voto da uno a dieci espresso dai 1.075 intervistati della Provincia di Roma (esclusa la Capitale), la solidarietà, la propensione positiva nei confronti delle differenti religioni. E il risultato finale riserva delle sorprese: non certo per i primi posti della classifica, perché il voto più alto (7,7) va ai cristiani, seguiti da ebrei (6,4), buddisti (5,9), atei (5,9). Anche i musulmani (5,6) sono al di sopra del dato minimo che i ricercatori pongono nell'area della "sufficiente solidarietà". Gli unici, invece, a essere ben al di sotto di quel dato e quindi a registrare una sensibile distanza sociale da parte dei cittadini della provincia di Roma sono i testimoni di Geova, il cui voto medio è 3,8».

L'opinione di un sociologo

«In un mondo secolare moderno in cui sono aperte tutte le opzioni di stile di vita, i Testimoni si distinguono per essere calcolatori, conservatori e autoritari. Il fatto che il movimento esiga una fedeltà che non fa domande significa che chi viola il suo codice morale o dottrinale rischia la disassociazione. Per un osservatore esterno scettico, questo è un movimento che porta tutti i segni distintivi di un regime totalitario. All'interno di un movimento religioso di queste dimensioni, ci sarà sempre una percentuale di persone che decidono, per una ragione o per l'altra, di porre fine alla propria adesione. Però dalla prospettiva della Società non c'è mai nessuna ragione valida per la defezione. Il suo monopolio sulla verità non permette ai devoti di sostenere che la loro ricerca della salvezza li porta a cercare nuovi pascoli o che la loro fame spirituale non è stata soddisfatta. La defezione è il massimo tradimento poiché è il segno che l'individuo entra volontariamente nel mondo di Satana. (...) E' improbabile che coloro che sono entrati nel movimento negli ultimi due decenni siano al corrente delle attese di Armageddon nel 1975 o degli errori escatologici precedenti. In tutta la letteratura della Torre di Guardia che è stata pubblicata dopo il 1975 non è fatta menzione di queste profezie, a parte il ritorno invisibile di Cristo nel 1914. L'informazione presentata ai fedeli è riveduta in un modo che è tipico delle organizzazioni totalitarie. Secondo i calcoli attuali, più del 60 per cento dei Testimoni di Geova nel mondo oggi si sono convertiti dopo il 1975, ciò significa che il Corpo Direttivo non ha nessuna ragione per voler suscitare curiosità sulle sue dottrine precedenti. La soppressione del fallimento della profezia del 1975 da parte di quelli che erano attivi a quel tempo ma nonostante tutto sono rimasti membri suggerisce un insolito grado di complicità. Ancor più importante, sfida la nozione che i movimenti millenaristi non siano in grado di sopravvivere le disconferme empiriche» - Andrew Holden, ‘Cavorting With the Devil: Jehovah’s Witnesses Who Abandon Their Faith’, pubblicato da Department of Sociology, Lancaster University, Lancaster LA1 4YL, UK. Prima pubblicazione 2002, ultima revisione il 29 novembre 2003.

L'opinione di uno storico

«Si tratta di una setta escatologica, millenarista, contestatrice, volontarista, radicale e militante che si colloca all'interno della tradizione del millenarismo cristiano con un'originalità tutta sua. Sorta da un gruppo di discepoli raccolti attorno al profeta moderno Russell, è diventata, dopo le peripezie di una crisi di successione, un'organizzazione amministrativo-burocratica come altre, concepita come un'impresa industriale per raggiungere il suo scopo principale che è la sua diffusione a livello mondiale. Questa evoluzione ha reso la sua religiosità sempre meno emotiva e sempre più razionale. Accentuando il controllo sul piano religioso e su quello privato e abolendo la barriera che può separarli, essa si presenta come un'istituzione totalitaria che esercita un forte controllo sull'adepto e richiede da lui la massima ortodossia» - Bernard Blandre, La storia dei testimoni di Geova, Cinisello Balsamo, Edizioni paoline, 1989, p. 127 s.

FARSI PROSSIMO CHIUDENDO LA PORTA?

Lettera scritta nel 1986 dal card. C.M. Martini alle famiglie di Milano, pubblicata nell'opuscolo "Testimoni di Geova: che fare? Un'introduzione pratica", di Cadei Battista, ed. Dehoniane Bologna, 1999, pp. 69-72.

Carissimi,

questa lettera sarà un po' più lunga delle altre. Ma riguarda una domanda non facile che mi avete posto durante la visita pastorale. Si tratta niente meno di sapere se si vive la prossimità anche se qualche volta si rischia di chiudere la porta in faccia a qualcuno.

Mi spiego. Mi avete detto che nelle vostre zone di periferia circolano persone che si introducono in casa con modi magari molto gentili, ma insistenti. Che cercano di persuadervi a leggere le loro riviste, i loro libri, sottintendendo che voi non conoscete la verità, che ciò che vi dicono nelle vostre chiese è sbagliato, che solo andando con loro avrete la vera felicità. E anche quando dite loro con cortesia che avete le vostre convinzioni e non intendete rinunciarvi né discuterle, ritornano con insistenza e senza mollare la presa.

Certo se "farsi prossimo" è difficile per tutti e con tutti, persino con i propri cari e con coloro che condividono la nostra fede, come è apparso un po' dalle lettere precedenti, che cosa vorrà dire "farsi prossimo" a chi cerca di toglierci la fede?

Certe volte sono gli stessi amici, o i compagni di ufficio, di lavoro, di studio. Ma voi mi avete posto la domanda soprattutto per alcuni movimenti religiosi che svolgono presso di noi una intensa azione di proselitismo fino a dover parlare di vera e propria "offensiva delle sette". Tra queste sette, quella più attiva e che ha maggior successo nel nostro paese, e anche nella nostra diocesi, è quella dei testimoni di Geova.

Certamente molti di noi ne hanno sentito parlare; molti conoscono di persona la loro insistenza alla porta della propria casa e sanno quanto sia difficile liberarsene senza mancare almeno alla buona educazione. Ci si deve "fare prossimi" anche a loro? Ma in che senso, in che modo? Molti restano disorientati; molti non sanno come comportarsi.

Certamente noi ricordiamo le parole di Gesù riportate dal Vangelo di san Luca, che ci hanno sempre impressionato: "A voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l'altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica" (Lc 6,27-29). Ma a chi tenta di levarci la fede?

Di fatto l'insegnamento dei testimoni di Geova non soltanto è contrario a quello della Chiesa cattolica, ma lo è pure a quello delle altre Chiese cristiane. Infatti, essi negano le più fondamentali verità cristiane, quali la Trinità di Dio, la divinità di Gesù Cristo, la personalità dello Spirito Santo, l'esistenza dell'anima spirituale, tanto che ci si deve chiedere se possano ancora considerarsi "cristiani". Non c'e dubbio, quindi, che l'adesione al movimento geovista è un'apostasia dalla fede cristiana, non soltanto cattolica. In questione vi è la verità della fede.

Ora, tutti ricordiamo a questo riguardo i gravi ammonimenti di Gesù nei riguardi dei "falsi profeti": "Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete" (Mt 7,15). E più avanti, proprio per le false attese apocalittiche, ripete: "Guardate che nessuno v'inganni! Molti verranno in mio nome, dicendo "sono io", e inganneranno molti... Allora, dunque, se qualcuno vi dirà: "Ecco, il Cristo è qui, ecco è la, non ci credete; perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno segni e portenti per ingannare, se fosse possibile, anche gli eletti". Voi però state attenti! Io vi ho predetto tutto" (Mc 13,5- 6.21-23).

Ascoltiamo che cosa diceva ai primi cristiani un santo vescovo, Ignazio d'Antiochia, agli Efesini (n. 9): "Ho sentito che sono passati tra di voi alcuni, provenienti da laggiù, che portavano una dottrina perversa. Ma voi non avete permesso che la seminassero in mezzo a voi, anzi vi siete turati le orecchie per non ricevere la loro parola".

La carità si deve, dunque, incontrare con la verità. "Carità e verità si cercano reciprocamente", scrivevo nella lettera Farsi prossimo. Sempre vanno ricercate la verità della carità e la carità della verità.

La verità della carità consiste nella ricerca autentica del bene dell'altro. Non ci si fa prossimo a un drogato amando la sua malattia, ma aiutandolo a guarire, e meno che meno ci si drogherà anche con con la scusa di arrivare a capirlo di più. Non si aiutano i peccatori commettendo i peccati. Il peccato non è una tecnica positiva, poiché esso è fattore di opposizione, di divisione, all'interno del cuore come nella società. Perciò non si ama veramente un peccatore se non si odia il suo peccato.

La verità della carità pone le domande fondamentali sulla vera idea di uomo e sulla vera idea di Dio, per cui - come ancora scrivevo nella lettera Farsi prossimo - "la passione per i bisogni umani è strettamente congiunta con la passione per la verità".

Di qui si capisce che la prima carità è quella della verità. Gesù si e fatto prossimo a noi comunicandoci con la sua persona, la sua vita e la sua morte, la verità di Dio e la nostra "la grazia e la verità ci sono venute da Gesù Cristo" (Gv 1,17). Per questa suprema carità della verità Gesù è stato ucciso: "Voi cercate di uccidere me, che vi ho detto la verità udita da Dio" (Gv 8,4o). A questa verità si è consacrato e ha consacrato i suoi: "Conservali nella verità. La tua parola è verità. Come tu mi hai mandato nel mondo, anch'io li ho mandati nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità" (Gv 17,17-19). Bisogna, dunque, stare saldi nella verità e resistere contro la falsità e l'errore. Non è possibile costruire nessuna verità per l'uomo se si parte da una menzogna o da un rinnegamento.

Gli apostoli sono stati ben consapevoli di questa loro responsabilità. San Paolo scrivendo ai cristiani della Galazia turbati dalla intromissione di falsi fratelli dichiara: "Noi non cedemmo, per riguardo, neppure un istante perché la verità del vangelo continuasse a rimanere salda tra di voi" (Gal 2,5).

Nella seconda Lettera ai fedeli di Corinto fa notare che la mancanza di coraggio può portare a dissimulare la verità del vangelo, ciò che egli non ha mai fatto: "lnvestiti di questo ministero per la misericordia che ci è stata usata, non ci perdiamo d'animo; al contrario, rifiutando le dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di D1o, ma annunziando apertamente la verità, ci presentiamo davanti a ogni coscienza di fronte a Dio" (2Cor 4,1-2).

Ho voluto riportare testualmente diversi passi biblici dal momento che per i testimoni di Geova la Bibbia è l'unica regola di fede.

Ma basterebbe un piccolo ragionamento per capire che non si ama una persona se la si lascia nell'errore. Se uno volesse a tutti i costi convincerci che due più due uguale a cinque nessuno, credo, pensa che si debba accettare quello che dice per dimostrare che vogliamo bene anche a lui. Ci si deve fare prossimi alle persone, non all'errore che eventualmente insegnano. Qualche volta per "farsi prossimo" invece di aprire la porta occorrerà chiuderla.

L'apostolo san Giovanni era ben deciso al riguardo "Chi si attiene alla dottrina possiede il Padre e il Figlio. Se qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo, poiché chi lo saluta partecipa alle sue opere perverse" (2Gv 9-10). Non si può restare indifferenti e inerti, sottovalutando la gravità del pericolo.

Certo chiudere la porta non significa sbatterla. Non e necessario per difendere la verità offendere la carità. Lo stesso annuncio della verità che consiste nell'evangelo avviene "nella carità". La verità del vangelo si manifesta appunto nell'amore. La verità è situata nella carità. Perciò san Paolo esortando i cristiani delle comunità dell`Asia Minore "a non essere come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l'inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell'errore", conclude dicendo: "Al contrario, vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, il capo, che è Cristo" (Ef 4,14-15).

La carità dovrebbe condurre ad aiutare chi sbaglia a capire e poi a correggere il suo errore: "...dite ciascuno la verità al proprio prossimo; perché siamo membra gli uni degli altri" (Ef 4,25). Questo non sempre è possibile; in certi casi non è neppure conveniente, e nel caso dei testimoni di Geova, quando insistenti non lasciano le vostre case, non è davvero il momento di discutere. L`estrema disinvoltura con cui i testimoni di Geova passano sopra ai loro errori più gravi, per esempio alle tante profezie fatte dai loro capi circa la fine del secolo presente e che non si sono avverate, non invita ad aprire con loro un sereno confronto. Purtroppo con loro un vero dialogo religioso è spesso praticamente impossibile, data la mentalità fanatica e settaria. Non bisogna credere che quanti passano al geovismo divengano con ciò più religiosi e migliori credenti: fanatismo e settarismo non sono vera religiosità. Però la carità è capace di salvare la buona fede soggettiva e la sincerità di chi, purtroppo, passa al geovismo.

Soprattutto la carità insegna che è sempre doveroso pregare ed è sempre possibile sperare, e perciò "essere miti - come dice san Paolo -, pazienti nelle offese subite, dolci nel riprendere gli oppositori, nella speranza che Dio voglia loro concedere di convertirsi, perché riconoscano la verità e ritornino in sé..." (2Tm 2,24-26).

Se mai si pone l'urgenza di "farsi prossimo" tra di noi, soprattutto verso i più semplici e indifesi, ai quali in modo particolare si rivolge più aggressiva la minaccia dei testimoni di Geova.

Farsi prossimo vorrà dire allora intensificare l'opera di catechesi, approfondire lo studio della Bibbia, allargare la conoscenza della storia della Chiesa, dato che proprio l'ignoranza religiosa e gli attacchi contro la Chiesa rappresentano il terreno più adatto per la semina dei testimoni di Geova.

Qualcuno a questo punto dirà che farsi prossimo è davvero molto complesso. Ed è vero, perché è molto più di un semplice gesto di bontà. E' un modo nuovo e originale di vivere, quale solo il buon Samaritano Gesù poteva rivelarci e comunicarci. Farsi prossimo anche a chi ci perseguita per turbare la fede, significa, alla fine, lasciarci raggiungere da Cristo e riempire della sua carità redentiva. Assimilati a lui diremo la sua verità anche senza parole, ma "pronti a rispondere a chiunque ci domanda ragione della speranza che è in noi; e tuttavia con dolcezza e rispetto, con retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di noi, restino svergognati quelli che malignano sulla nostra buona condotta in Cristo" (1Pt 3,15-16).

Saluto tutti voi con molto affetto

Carlo Maria card. Martini

Ostracismo crudele

"La politica dell’organizzazione dei Testimoni di Geova di costringere i propri aderenti a evitare attivamente coloro che lasciano l’organizzazione … è particolarmente crudele verso coloro che hanno sofferto abusi sessuali infantili nell’organizzazione e che vogliono andarsene poiché ritengono che le loro denunce non sono state adeguatamente affrontate". Angus Stewart, avvocato della Commissione Reale Australiana (link).

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