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Saturday, 16 February 2019 19:34
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:: STORIA E DOTTRINA ::

GESÙ E IL NOME DI DIO

Oggi, in mezzo a discussioni sempre più accese che tendono ad una comprensione nuova della figura di Gesù, in mezzo ad affermazioni che vogliono fare di Gesù uno “theiòs aner”, “un uomo divino”, un uomo divinizzato dai suoi seguaci dopo la morte, (Cf. R. Bultmann, Theology of the New Testament, vol. 1, London 1976, pp. 128÷133) risuona ancora decisa e solenne la domanda che il Maestro pose ai discepoli di Cesarea: “E voi, chi dite che io sia?” (Matteo 16:15).

Per apportare qualche elemento a questa discussione sulla divinità di Cristo, vorrei considerare in questo articolo un problema che si presenta soprattutto nell’evangelo di Giovanni: l’uso, da parte di Gesù, della formula “Ego eimi” (Io sono), senza alcun predicato, quale formula di rivelazione.

In effetti, leggendo il quarto evangelo ci si rende conto che in nove occasioni Gesù utilizza questa formula e precisamente in Giovanni 4:26; 6:20; 8:24, 28, 58; 13:19, 18:5, 6, 8, (bisogna notare che in Giov. 4:26; 6:20 e 18:5, 6, 8, il predicato si può sottintendere, ma ciò è veramente difficile per gli altri passi).

Quale significato ha questo “Io sono” in bocca a Gesù? (Per la storia dell’interpretazione degli “Ego eimi” Giovannei vedi R. Schnackenburg, Vangelo di Giovanni, vol. 1, Brescia 1977, pp. 91÷98).

Da dove Gesù lo riprende?

Per addentrarci nel problema, dobbiamo innanzitutto chiarire qualche particolare relativo al nome di Dio nel Giudaesimo. 

1-- Il NOME DI DIO NEL GIUDAESIMO 

Per gli Ebrei il nome proprio di Dio, il suo nome per eccellenza, era rappresentato dalle quattro consonanti YHWH (chiamate tetragramma sacro). Questo nome veniva considerato ineffabile, impronunziabile a causa della sua sacralità.

Come afferma il Kuhn, “Il tardo giudaismo ha di conseguenza applicato il secondo comandamento ...non abusare del nome di Dio... soltanto al nome proprio, il tetragramma”. 

Per evitare ogni abuso di questo nome, il tardo giudaismo già molto prima dell’era cristiana, aveva assolutamente vietato ogni uso di questo nome: “L’uso del nome era permesso soltanto in certi casi accuratamente precisati, principalmente nel Tempio”.A

Perciò, ben presto prese piede l’uso di leggere “Adonai” (= Signore), il tetragramma.B

Questo uso è molto antico, tanto è vero che anche la prima traduzione greca della Bibbia ebraica, la cosiddetta “Settanta” (III-II sec. a.C.), traduce il tetragramma con “Kyrios” (= Signore), che corrisponde all’ebraico “Adonai”.C

Nell’Antico Testamento troviamo anche un’altra espressione che venne a poco a poco considerata come equivalente al nome di Dio. Essa viene usata da Dio stesso nelle formule di rivelazione, ed è costituita da due pronomi ebraici: “ani-hu” (= Io, Lui; Io sono Lui).

Troviamo questa espressione in Deuteronomio 32:39; Isaia 41:4; 43:10, 13; 46:4; 48:12; 52:6. Troviamo anche l’equivalente “anoki-hu” in Isaia 43:25 e 51:12.

I Settanta traducono questa formula generalmente con “ego eimi”, che quindi viene ad essere considerato come un sostituto del nome di Dio,D  tanto è vero che “ani YHWH” di Isaia 45:18 viene tradotto con “ego eimi”. Inoltre, come dice Harner, «Si può notare ... che la frase ‘io sono Lui’ (cioè ani-hu = ego eimi) a volte appare nell’immediato contesto o unità di discorso di “Io sono YHWH”».

Questo è il caso in Isaia 41:4 e 43:10. In Isaia 51:12 essa appare nello stesso contesto della frase ‘Io sono YHWH il tuo Dio’ ed Isaia 46:4 è seguita alcuni versetti dopo (ver. 9) da ‘Io sono Dio’. In Isaia 48:12 essa appare in una affermazione che è quasi identica ad Isaia 41:4 in cui sono usati ‘Io sono YHWH’, ‘Io sono Lui’.

«Tutti questi fattori indicano che il secondo Isaia considerava la frase ‘Io sono Lui’ come una forma abbreviata di altre espressioni, specialmente “Io sono YHWH”». (P. B. Harner, The ‘I am’ of the fourth gospel, Philadelfia 1971 pag. 14).

E ancora: “Per il secondo Isaia, la frase ‘Io sono Lui’ riassumeva l’autoaffermazione ‘Io sono YHWH’, che era un tema importante della tradizione israelita”. (Harner, op. cit. pag. 15) .

Questa formula, dunque, (ani-hu, ego eimi) diventa una formula di rivelazione di Dio, “una solenne affermazione o asserzione che solo Lui può fare propriamente. Se qualcun altro dicesse queste parole, ciò sarebbe un segno di presuntuosa superbia, un tentativo di rivendicare l’uguaglianza con Yahwè o di spodestarlo”. (Harner, op. cit. pag. 7, cf. Isaia 47:8, 19 ed Ezechiele 28:2, 9).

La formula viene usata in Isaia sempre in un contesto monoteistico, quando si tratta di far valere l’unicità del Dio d’Israele contro i falsi dei. (Cf. Isaia 43:10b: “Prima di me nessun Dio fu formato e dopo di me non ve ne sarà alcuno”).

Possiamo, quindi, tranquillamente affermare che questo ‘ani-hu’ o ‘ego eimi’ al tempo di Gesù veniva considerato nel giudaesimo come una formula di rivelazione di Dio, sostitutiva del nome ineffabile, il tetragramma.E 

2 -- GLI  “EGO EIMI” ASSOLUTI DEL QUARTO VANGELO (e dei sinottici) 

Tutto ciò che abbiamo detto è della massima importanza per la comprensione dell’uso che Gesù fa dell’ego eimi assoluto, soprattutto nel vangelo di Giovanni.F  In effetti abbiamo già detto che in nove occasioni Gesù utilizza la formula per se stesso (Giov. 4:26; 8:24, 28, 58; 13:19; 18:5, 6, 8;). Vediamo ora alcuni tra gli esempi più significativi.

In Giovanni 8:58 Gesù afferma: “Prima che Abramo fosse nato, IO SONO [ego eimi]!”. È evidente che qui Gesù si attribuisce il nome di Dio. Per i Giudei presenti questa è una bestemmia che va punita con la lapidazione (vers. 59), secondo Levitico 24:10÷16.G

In Giovanni 10:33 viene apertamente detto che Gesù bestemmia e così pure in Luca 5:21. Inoltre, in Matteo 26:65 e Marco 14:64, viene esplicitamente affermato che Gesù fu condannato dal Sinedrio per bestemmia.

Un autore giudeo, Jacobs, nota: “Lo stracciarsi le vesti del Sommo Sacerdote (nel processo a Gesù) sembra...implicare che l’accusa fosse quella di gidduf o bestemmia”.H

È interessante notare che “la  Mishna ...dichiara che il bestemmiatore non è colpevole, a meno che egli non pronunci il nome di Dio (Misnah, Sanhedrin VII. 5).” (D.W.Amram, art. ‘Blasphemy’, in the Jewis Encyclopedia, op. cit. vol VII pag. 237). E ancora: “Per tutto il tempo che la corte giudaica esercitò una giurisdizione sui criminali, la pena di morte fu inflitta solo al bestemmiatore che aveva usato il nome ineffabile, mentre il bestemmiatore era soggetto a punizioni corporali (Sanhedrin 56a).” (ibidem).

Questo argomento tuttavia non è decisivo, perché diversi contestano che il diritto penale mishnaico avesse già valore al tempo di Gesù  (cf. J. Blinzer, Il processo di Gesù, Brescia 1966 pp. 182÷198; e Grande Lessico del N.T., citazione alla voce ‘Blasfemia’).

Comunque, sulla base di queste testimonianze e di testi come Giovanni 5:17-18 e 10:31÷33, si può arguire che il fatto che Gesù pronunciò per se stesso il nome di Dio, giocò un ruolo importante nella sua condanna a morte da parte del Sinedrio.I

Un altro passo chiave per la comprensione del valore di “ego eimi” assoluto in bocca a Gesù è Giovanni 18:5, 6, 8. Agli uomini che lo cercano per arrestarlo nel Getsemani, Gesù risponde “ego eimi” (18:5), e “mirabile dictu”, gli uomini “indietreggiarono e caddero in terra” (18:6). “Come un uomo si inchina all’apparizione della divinità”.L

Effettivamente dal contesto appare che qui ebbe luogo una vera e propria teofania o manifestazione della potenza divina. Gesù si manifestò come YHWH dell’A.T. utilizzando il suo nome ineffabile.M

Per Giovanni 6:20 ( Marco 6:50; Matteo 14:27), Schnackenburg commenta: “Agli orecchi dei primi cristiani quella parola (cioè ‘ego eimi’, ‘io sono’) non ha soltanto il significato di una identificazione, ma riceve anche quel solenne tono di promessa che nell’A.T. ha l’autorivelazione divina (cf. Isaia 43:1÷3, 11)”. (R. Schnackenburg, op. cit. pag. 159).

J. Galot afferma: “È il ‘sono io’ familiare di un uomo che raggiunge i suoi amici, ma anche di colui che manifesta la magnificenza divina nel suo dominio sulla natura. Dietro queste parole ritroviamo ancora il Deutero-Isaia: “Non temere.... perché sono io, Yahweh, il tuo Dio, il Santo d’Israele, il tuo Salvatore” (Isaia 43:1÷3). Si potrebbe anche dire che per giustificare questo avvicinamento, Gesù è avanzato sul lago, giacché l’oracolo riferiva: “Se dovrai passare attraverso le acque, io sono con te; attraverso i fiumi, essi non ti sommergeranno” (43:2). Tutto si svolge come se Gesù avesse ‘incarnato’ questo annuncio profetico, realizzando sensibilmente il passaggio attraverso le acque per essere con i suoi discepoli.

“Il ‘sono io’ risuona dunque come quello di Yahweh nell’A.T. ed in un certo senso, anche in modo più impressionante, in virtù di una presenza sensibile, umana. Secondo la testimonianza di Matteo, i discepoli hanno riconosciuto in Gesù un mistero divino, poiché si sono prostrati davanti a lui dicendo: ‘Veramente tu sei il Figlio di Dio’ (Matteo 14:33)”.N

Per Giovanni 8:24, 28 e 13:19 si può citare Isaia 43:10 come fonte (notare il contesto strettamente monoteistico). Su questi testi il Dodd commenta: “É difficile non vedere qui un’allusione al nome divino ‘ani-hu’. Si potrebbe concludere che a Cristo è applicato il nome proprio di Dio; è quanto viene esplicitamente affermato in Giovanni 17:11” (Dodd, op. cit. pag. 128). E lo stesso aggiunge: “Secondo Giovanni 17:6, 26, la missione di Cristo consisteva nel far conoscere il nome di Dio in questo mondo, missione che dichiara di aver portato a termine... è difficile negare che qui si allude alla rivelazione dello shem hammeforash (= il nome ineffabile di Dio)”. (Dodd. op. cit., pp. 130-131. Gesù adempie la profezia di Isaia 52:5-6, da notare al vers. 6 ‘ani-hu’, ‘ego eimi’).

A queste affermazioni, molti hanno obiettato che l’espressione ‘ego eimi’, viene anche usata nel linguaggio profano nel senso comune di ‘io sono io’ (cf. Giov. 9:9 dove la formula è attribuita al cieco nato).

Ebbene, si può rispondere che è tipico di Gesù stesso (specialmente nel quarto vangelo) usare espressioni o compiere azioni che possono venire interpretate in due modi.

Parlando dei miracoli di Gesù in Giovanni, Bultmann afferma: «Come “segni” i miracoli di Gesù sono ambigui. Come le parole di Gesù, essi possono essere fraintesi» (Bultmann, op. cit., vol. II,  pag. 44; Cf. O. Cullmann , Der Johanneische gebrauch doppeldeutiger ausdrucke als schlussel zum verstandnis des vierten evangeliums, in Theologische Zeitschrift 4  1948, pp. 360÷372).

Infatti, a volte i Giudei non capiscono. (Cf. Giovanni 8:24 ‘ego eimi’ e 8:25, la domanda ‘chi sei tu?’). A volte intendono la bestemmia del nome e vogliono lapidare Gesù. (Cf. Giovanni 8:58).

Gesù “adotta un’espressione che per la sua indeterminatezza, può essere usata nelle relazioni umane senza urtare necessariamente gli interlocutori, affidando il suo mistero solo a coloro che vogliono penetrarvi. Notiamo che la formula permette a Gesù una perfetta incarnazione della sua affermazione d’identità Divina. Gli consente di dire ‘sono io’ così come lo dicono gli altri uomini quando arrivano dai loro familiari e si fanno riconoscere da essi. È così che la si trova in altri contesti evangelici.. nei quali essa ha innanzitutto il significato normale che il dialogo le conferisce, ma nello stesso tempo anche un significato misterioso che è suggerito da taluni indizi del racconto.” (Galot, op. cit. pag. 158. Cf. Stauffer, art. ‘ego’ in Grande Lessico del N.T. cit. vol. III col. 70).

E ancora: “Dicendo ‘ego eimi’, Egli (Gesù) ha scelto un’autodesignazione di Dio poco frequente, limitata ad alcuni testi dell’A.T. e suscettibile di nascondere molte oscurità; mentre la formula ‘Io sono Jahweh’ appare più spesso ed ha in sé una chiarezza decisa. Egli preferisce un ‘sono io’ indeterminato. Desidera che il suo linguaggio renda il mistero nel quale egli percepisce il suo io. Notiamo che il carattere enigmatico dell’ego eimi non implica alcun dubbio, alcuna esitazione da parte di Gesù, della sua identità. Si deve riconoscere che... l’uso della formula implica un’audacia notevole.” (Jean Galot, La coscienza di Gesù, Assisi, s.d. pag. 67. Cf. Giovanni 5:18 e 10:33 dove viene detto che Gesù osa ‘farsi Dio’). 

3 - GESÙ, IL NOME

Che Gesù abbia usato per sé il nome di Dio, risulta probabilmente anche da un altro fatto. Abbiamo detto prima che gli Ebrei, leggevano il tetragramma (YHWH) ‘Adonai’, ma a poco a poco esso venne letto semplicemente ‘hasshem’ (= il Nome).

“Già in Levitico 24:11, 16 si trova ‘shem’ usato per il tetragramma. Va osservato che citando la Scrittura, i rabbini sono ricorsi sempre più frequentemente ad ‘hasshem’ e non ad ‘Adonai’ per sostituire la lettura di Yahweh”. ( H. Bietenhard, art. ‘Onoma’, in Grande Lessico del N.T., op. cit. vol. III col. 754).

Ebbene, questa consuetudine si trova nel N.T. applicata a Gesù; Atti 5:21 (vers. Luzzi) che afferma: “Rallegrandosi d’essere stati reputati degni di essere vituperati per il nome (upér  toù onòmatos),”  ‘di Cristo’, non c’è nel testo greco.

III Giovanni 7 (vers. Luzzi): “Perché sono partiti per amore del nome (upér toù anòmatos)”, ‘di Cristo’ non c’è nel testo greco.

Su quest’ultimo testo, Strack e Billerbeck commentano: “Come negli scritti rabbinici, per ‘Dio’ o ‘Jahweh’ si diceva ‘hasshem’, il ‘Nome’... così qui per Iesoùs è posto ‘tò ònoma’ (= il Nome)”. (Strack-Billerbeck, Kommentar zum Neuen Testament aus Talmud und Midrash, vol. III  Munchen 1926 pag. 779).

E. Bruce Vawter dice: “Nelle scuole i Giudei parlavano di ‘il Nome’, anziché pronunciare la parola sacra Jahweh... tale consuetudine è stata qui applicata al nome di Gesù o Signore (cf. Filippesi 2:9; Giacomo 2:7, 1° Giovanni 2:12)”. (B. Vawter, Grande Commentario Biblico, traduzione italiana del Jerome biblical commentary, Brescia 1973 pag. 1364).

La consuetudine di designare Gesù con ‘il Nome’ si ritrova poi nei Padri Apostolici. Vedi Ignazio, Ad Ephesios III 1 (‘sono incatenato per il nome’); VII 7 (‘portare in giro il nome’); Ad Philadelphios X, 1 (‘glorificare il nome’).

Ciò, oltre ad essere un’affermazione della divinità di Gesù, è forse il ricordo della comunità primitiva del fatto che il Maestro pronunciò per se stesso il nome di Dio. 

4 - CONCLUSIONE 

Come abbiamo visto, Giovanni è colui che ricorda di più l’uso che Gesù ha fatto del nome di Dio. In questo modo egli “esprime la sua fede che il Figlio è uno con il Padre. Nello stesso tempo egli riconosce che tale credenza pone un reale problema per la fede monoteistica. Se i primi cristiani credono che Dio è uno, come possono asserire che il Figlio è uno con il Padre?

I cristiani si porranno questa domanda ed i Giudei la useranno come obiezione alla fede cristiana.

Giovanni, quindi, indica che i Giudei del suo tempo accusavano il cristianesimo di violare il monoteismo, perché egli narra l’obiezione giudaica che Gesù si faceva uguale a Dio (Giov. 5:17-18) o si faceva Dio (Giov. 10:33).

Alla luce di questi passi possiamo affermare che uno dei propositi di Giovanni nello scrivere il suo vangelo, fu quello di trattare questo problema dell’integrità del monoteismo nella fede cristiana, come sorse internamente alla comunità cristiana e come fu sollevato all’esterno dai critici giudaici”.O

IVO  FASIORI

Note:

A K. G. Kuhn, art. ‘theos’, in Grande Lessico del Nuovo Testamento, edito da G. Kittel-G. Friedrich, Brescia 1965 vol. IV. COLL. 393-394. Per i vari casi in cui il nome sacro veniva pronunciato e per la sua storia, cf. The Jewish Encyclopedia, New  York and London 1901-1907, s.v. “Names of God” e “Shem Ha-meforash”.

B Questo uso è testimoniato dal Talmud babilonese. In Pesahim 50a leggiamo: “Dice il Santo, benedetto egli sia: non come sono scritto sono letto; sono scritto Yod-He (= YHWH), ma sono letto Alef-Daleth (= Adonai).

C Questo uso di leggere ‘Adonai’ il tetragramma fece si che , quando dal VI secolo in poi si introdussero le vocali nel testo ebraico (in origine solo consonanti), le vocali di Adonai furono messe al tetragramma e ne risultò la forma Jehova (Geova), che dal punto di vista grammaticale quindi  non esiste, perché gli Ebrei non leggevano Jehova il tetragramma, ma Adonai. Cf. l’articolo ‘Jehova’ in The Jewis Encyclopedia, cit. vol. VII pp. 87-88, che spiega come la lettura Geova si è introdotta nella letteratura cristiana (i Giudei la rifiutano completamente).

D Cf. C. H. Dodd, L’interpretazione del quarto vangelo, Brescia 1974 pag. 127. Nei Settanta, “ego eimi” viene quindi  considerato un nome proprio. In Isaia 43:25 i Settanta leggono: “Io sono l’IO SONO che cancella i tuoi peccati”.

E Per la storia dell’uso della formula nella liturgia giudaica e negli scritti di Qumran, vedi E. Stauffer, Jesus and his story, traduzione dal tedesco di D. M. Barton, London 1960, pp. 142÷149.

F Per l’uso della formula ‘ego eimi’ nell’ellenismo ed in altri contesti, rimando all’ottimo articolo di H. Zimmermann, in Biblische Zeitschrft, Neue Folge 1960 pp. 54÷69 e 266÷269.

G È interessante notare come Ellen White (scrittrice Americana avventista N.d.R.), commenti il passo: “Si fece un profondo silenzio. Il Maestro di Galilea si era appropriato del nome di Dio, rivelato a Mosè per esprimere l’idea di una presenza eterna”. (Vedi La Speranza Dell’Uomo, pag. 335, ediz. ADV 1978). La White qui fa riferimento a Esodo 3:14 come fonte, perché “la traduzione greca della Settanta, poi la tradizione rabbinica, hanno visto in questi ‘io sono’ dei testi di Isaia un equivalente del nome divino rivelato a Mosè all’epoca dell’Esodo” (Boismard - Lamouile, Synopse des quatre Evangelis, vol. III Parigi 1977, pag. 230 ).

H J. Jacobs e altri, art. “Jesus of Nazareth”, in The Jewis Encyclopedia, cit. vol. VII, pag. 165. La cosa è già conosciuta da fonti dell’A.T. come 2° Re 18:37 e 19:1÷4.

I Lo Stauffer (op. cit.. pag. 150) afferma che anche di fronte al Sinedrio Gesù pronunciò l’Ani-hu, testimoniato da Marco 14:62 (Ego eimi). Il grande studioso Franz Delitsch, nella sua versione del N.T. in ebraico (edito dalla Israel Bible Society), traduce l’ego eimi di Marco 14:62 con “ani-hu”. Il Galot commenta: “Non si potrebbe comprendere l’ego eimi della risposta a Caiafa nel semplice significato di ‘Io lo sono’, cioè ‘Io sono il figlio di Dio’. Gesù vuol certamente affermare di essere il figlio di Dio, ma esprime ciò nel proprio linguaggio, dicendo ‘sono io’ o ‘io sono’, come Yahweh aveva detto nell’A.T. ... Egli sa che con questa risposta si rende reo di bestemmia agli occhi dei suoi avversari e provoca la sua condanna, ma la formula indica proprio una persistenza nell’essere capace di superare la morte”. (J. Galot, Chi sei tu, o Cristo?, Firenze 1979, pag. 159). 

L R. Bultmann, The gospel of John, tradotto dal tedesco da G.R. Beasley-Murray, Oxford 1971 pag. 639; Cf. Daniele 10:7, Apocalisse 1:17.

M Ancora ottimo il commento di Ellen White: “Gesù disse loro: “sono io”. Appena ebbe pronunciato queste parole, l’angelo che lo aveva soccorso si mise tra lui e la folla. Una luce divina illuminò il volto del Salvatore e una forma di colomba si delineò su di lui. La folla sanguinaria non poté resistere neppure per un momento davanti a quella gloria divina, tutti si ritrassero indietro; Pietro, sacerdoti, anziani, soldati, e persino Giuda, caddero come morti al suolo”. (La Speranza Dell’uomo op. cit. pag. 495). In questi versetti Delitsch (op. cit.) rende ego eimi con ani-hu. Boismard-Lamouille (op. cit. pag. 406) commentano: Gesù porta in sé il Nome che è al di sopra di ogni nome (Filippesi 2:9), quel nome che è lo stesso di Dio, rivelato a Mosè nella scena del pruno ardente: ‘Io sono colui che sono ... ecco ciò che dirai agli Israeliti : ‘IO SONO mi ha inviato a voi’ (Esodo 3:14). È questo nome che è evocato quando Gesù risponde alle persone venute per arrestarlo: ‘IO SONO’. Alla sola evocazione di questo nome i nemici di Gesù “indietreggiarono e caddero per terra”, come i nemici del Salmista protetto da Dio (Salmo 35:4÷8; cf. Salmo 40:15; 70:3-4; 56:10). “Al di là delle apparenze umane si nasconde la divinità”.

N J. Galot, op. cit. pag. 159. È sorprendente che la frase ‘sono io (ego eimi) non temete’ si ritrovi, secondo alcuni manoscritti, anche in Luca 24:36 dopo le parole “Pace a voi”. Cf. Nestlé-Aland, Novum Testamentum Graece, ediz. XXVI, STUTTGART 1979, apparato critico ad loc.

O Harner, op. cit. pp. 53-54. Cf. Giustino Martire, Dialogo con Trifone, capp. 48÷108. Si può dire che in questo senso Giovanni precorra affermazioni più nette dei Padri Apostolici, come Ignazio, che nella sua lettera agli Efesi, reagendo contro i critici Giudei, parla (18:2) del “nostro Dio, Gesù il Cristo” (cf. anche Ad Tralianos 7:1).

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