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:: STORIA E DOTTRINA ::

LA CROCIFISSIONE NEGLI SPETTACOLI LATINI
IL GRAFFITO DELLA TABERNA DI POZZUOLI
di Gino ZANINOTTO
Articolo pubblicato su Collegamento Pro Sindone, 1987 September/October, p. 18-26.

Scoperta e descrizione

Di sommo interesse, perché del tutto eccezionale, appare la raffigurazione di una crocifissione romana ritrovata di recente in un graffito di una taberna di Pozzuoli, posta nei paraggi dell'anfiteatro.

Elementi notevoli: la Croce a Tau: lo stipes è costituito da un palo e il patibulum presenta una forma meno grossa. Le mani sono fissate al patibulum all'altezza dei polsi. I piedi, in opposizione, sono fissati con un solo chiodo (?). Il cruciario cavalca un 'cornu' e presenta la divaricazione delle ginocchia. Il corpo sembra ricoperto da una pelle di animale, probabilmente per attirare le belve alla conclusione del supplizio per farne scempio del cadavere e divorarlo.

In occasione del Congresso Internazionale di Sindonologia, tenuto a Torino nel 1978, il P. Umberto Fasola ne diede comunicazione ufficiale. In quel congresso furono date anche le misure del disegno: altezza cm 40, larghezza del patibolo cm 26, figura del cruciario cm 35 (1). Raffigurato presumibilmente di spalle al pari del crocifisso 'blasfemo' del Palatino, il cruciario presenta le braccia in estensione, mentre le mani appaiono fissate alle estremità del patibolo mediante chiodi infissi nei carpi. Non sono individuabili corde o anelli. I piedi, anche questi presumibilmente inchiodati al palo verticale, risultano sovrapposti ed in opposizione tra loro. Ad un terzo dello stipes fuoriesce un paletto, su cui 'cavalca' il cruciario. La sua funzione è di sostenere il peso del corpo. E' evidente, infatti, che le braccia non sono tese; la mano destra, inoltre, ha un movimento rotatorio attorno al foro del carpo: il che non è affatto casuale se sì considera la rozzezza del disegno. Attorno al graffito corrono le lettere dell'alfabeto greco, tracciate presumibilmente in un periodo successivo alla incisione. Le prime quattro rivelano una mano differente da quella che ha inciso le successive.

Per la sua posizione lungo l'arteria che convogliava il traffico per Cuma è da ritenersi che la tabena stette in esercizio prevalentemente nel I secolo d. C.; non è da escludere che lo fu anche in epoca seguente all'entrata in funzione della Via Domitiana. La datazione al I secolo viene confortata dall'esame della parete costruita in 'opus reticulatum' (2). Dalle semplici linee del graffito emerge la drammatica descrizione del "supplicium servile" di cui manca qualsiasi notizia figurata (3). Potremmo dire che la più umile delle arti figurative si è incaricata di trasmettere una crocifissione, al pari della pantomima, l'ultima nelle arti sceniche.

In confronto con le altre crocifissioni a noi note, sembra che non ci siano riferimenti ad un culto, come nella croce di Ercolano, oppure ad una irrisione cristiana come nel graffito del Palatino.

Ipotesi proposte

Prima di presentare le ipotesi fin qui formulate, sembra opportuno accennare alle attività sceniche dell'anfiteatro presso il quale la tabena è situata. Probabilmente in questo ambiente è da ricercarsi la causa o l'emozione che ha indotto l'ignoto disegnatore a graffire la parete con una scena di crocifissione.

L'anfiteatro era stato creato per accogliere i 'munera', spettacoli in cui venivano eseguite carneficine di uomini e di animali. A seconda dell'ora del giorno, si offrivano attrazioni differenziate. Al mattino si godeva la 'venatio' in cui si cacciava e si faceva strage di bestie feroci. Talvolta delinquenti comuni e condannati di ambo i sessi, in base alle scelleratezze comprovate e alla condizione sociale (4), venivano trascinati nell'arena e dati in pasto alle fiere.

A mezzogiorno, nella pausa tra la venatio e i ludi gladiatori, le autorità offrivano lo spettacolo atroce della carneficina reciproca tra quanti erano stati dichiarati rei di ladroneggio, di incendio o di assassinio. Spinti nell'arena a staffilate, minacciati da ferri roventi, due disgraziati si affrontavano, l'uno disarmato, l'altro munito di spada e di corazza; il che non offriva al primo possibilità alcuna di scampo. Costui, a sua volta, affrontava disarmato un altro rivale armato, soccombendo fatalmente. Il terzo ripeteva il copione di chi lo aveva preceduto e cosi via finché il rito si concludeva con la vicendevole eliminazione dei "noxii" (5). In assenza di condannati, o quando la feroce cerimonia si esauriva in tempi brevi, l'intervallo veniva occupato da attori, mimi o pantomimi, che si incaricavano di mantenere allegro il volgo con la rappresentazione gestuale, i miti sensuali dei greci e dei romani. L'anfiteatro si adornava allora di altri scenari. Da quelli truci (6) e pericolosamente fascinosi si passava a quelli molli e degradanti (7) al fine di procurare momenti di rilassamento, solleticare gli istinti più bassi con l'ausilio anche di flautisti e di mimi (8).

Il pomeriggio e fino a notte inoltrata, la plebaglia si accalorava con le schermaglie e con le esibizioni di gladiatori allenati in scuole specializzate, dette "ludi gladiatorii", cui potevano iscriversi persino le donne (9). Essi avevano il compito di appagare i palati più fini, in fatto di armi, mediante esercizi di alta scuola, dette "oplomachie", in cui "l'uomo, cosa sacra all'uomo, viene ucciso ormai per semplice divertimento" (10).

Ora nel graffito potrebbe esserci qualche accenno alle scene circensi?

Il Maiuri, il primo ad aver dato notizia del rinvenimento del graffito, non sospetta nulla che riguardi scene di anfiteatro. Egli ritiene che si tratta di una rappresentazione della crocifissione di Gesù. Le città portuali della Campania - egli afferma - e tra queste in particolare Pozzuoli, accolsero volentieri la predicazione del Vangelo, sicché il seme della nuova Parola cominciò a dare presto i suoi frutti. La taberna, quindi, potrebbe ritenersi un luogo di riunione dei seguaci del Crocifisso, i quali, al pari di S. Paolo, vedevano nella croce di Cristo un motivo di cui gloriarsi (11).

L'ipotesi, davvero affascinante, non ha finora trovato tra gli studiosi sufficienti consensi. Lo vieterebbero, infatti, i motivi figurati che decorano la taberna, la natura dell'ambiente (una caupona), i frequentatori usuali (carrettieri e spettatori dei ludi). Posta nei paraggi dell'anfiteatro, e perciò strettamente legata alle vicende del luogo, la taberna non poteva non riflettere gli umori di chi aveva assistito agli spettacoli.

Questi motivi hanno indotto la Guarducci a indagare in direzione opposta a quella che vede rappresentato il Cristo sofferente. Essa esclude che sia un segno cristiano sia per il periodo di tempo (il I secolo), sia per il tipo di rappresentazione crudamente realistica, molto distante da un simbolo culturale. Il rozzo disegnatore, a suo parere, avrebbe inciso la parete sotto l'emozione di una esecuzione capitale mediante crocifissione. Vista infatti nell'insieme delle altre figure graffite, la crocifissione presenta dei collegamenti con i massacri circensi, in palese opposizione alle mistiche riunioni di preghiera (12). Anzi, il graffito descrive in maniera aperta l'esecuzione capitale di una donna di condizione servile. L'ipotesi viene confortata da tre elementi. Il condannato, meglio la condannata, è rivestita di un'ampia tunica, mentre i cruciari in genere, e cosi anche Gesù, erano affissi nudi, oppure con un panno (subligaculum, perizonium) attorno ai fianchi; e presumibile, invece, che le donne fossero ricoperte di una tunica (13). Un secondo elemento si desume dall'accenno ad una lunga chioma. Infine sopra il capo del cruciano è tracciato il nome femminile ALCIMILLA.

La studiosa conclude ipotizzando che il graffito rappresenti verosimilmente la crocifissione di una cristiana, in accordo con il testo di Tacito concernente la persecuzione di Nerone in cui vennero torturate ed uccise alcune donne (14). A suo sostegno si può aggiungere la rarità, almeno durante il I secolo, della crocifissione di persone di sesso femminile (15), per cui la singolarità del fatto potrebbe aver scosso la sensibilità dell'ignoto disegnatore.

Sulla linea della Guarducci, anche se perviene ad una conclusione diversa, procede la Sabatini Tumolesi, cui va il merito di aver assicurato la corretta lettura dell'iscrizione pompeiana di CRUCIANI in CRUCIARII, come aveva precedentemente suggerito la Guarducci stessa (16). La studiosa esclude, però, collegamenti con la persecuzione cristiana. Alcimilla, l'ipotetica crocifissa, doveva essere una donna di condizione servile, rea di un delitto per la cui punizione si mossero dei magistrati, incaricati da precise disposizioni giuridiche (17). Luogo di esecuzione potè essere sia l'anfiteatro di Pozzuoli, sia quello di Cuma, se si ritiene probante il termine CUMIS che compare accanto alla croce, per cui sarebbe possibile un collegamento tra il 'munus' dell'iscrizione pompeiana e il nostro graffito.

Padre Fasola ritiene invece che il graffito raffiguri un individuo di sesso maschile, messo in croce nell'anfiteatro puteolano. Nel disegno tracciato da una mano rozza non è infatti individuabile quell'ampia tunica che indicherebbe una donna. Se un panno esiste, questo avvolgerebbe soltanto la zona inferiore del tronco, al pari di una frangia. In ogni caso, solo l'imperizia con cui il disegnatore ha segnato il contorno delle cosce suggerisce una tale interpretazione. Del resto, afferma ancora lo studioso, non risulta visibile alcun indumento nelle restanti parti del corpo, in quanto è assente qualsiasi indizio di maniche e qualsiasi traccia di orlo attorno al collo. Si tratterebbe, invece, di un uomo crocifisso in completa nudità. Le linee del tronco stanno a rimarcare le costole fortemente tese per la dilatazione del torace. I segni dell'asfissia sarebbero indicati dalla bocca spalancata come di chi, sentendosi soffocare, tenti di inspirare aria. E' probabile che chi ha tracciato il graffito "doveva portare nel ricordo una forte impressione dello spettacolo" (18).

Ad eccezione del Maiuri, quindi, gli studiosi concordano nel collocare la crocifissione all'interno di un anfiteatro, quello di Pozzuoli o di Cuma e vedono nell'autore del graffito uno spettatore profondamente impressionato dalla crocifissione; divergono, invece, sul sesso del personaggio, sulla categoria sociale, sui motivi della condanna. Si potrebbe suggerire che l'autore del graffito volesse dichiarare la soddisfatta compiacenza per l'esecuzione di un famigerato brigante che aveva infestato la zona con i suoi soprusi, portando a termine imprese banditesche o stragi (19). A queste ipotesi, perchè non aggiungere la recita di un mimo, il cui protagonista era il brigante Laurealo?

NOTE
1] U. FASOLA. Scoperte e studi archeologici dal 1939 ad oggi che concorrono ad illuminare i problemi della Sindone di Torino. AA.VV.. La Sindone e la Scienza. Atti del II Congresso Internazionale di Sindonologia 197B. Torino. 1979. p. 76.

2] U. FASOLA. Scoperte pp. 75-76: SABBATINI TUMOLESI. Gladiatorum Paria nella Serie TITULI dell'Università di Roma. 1979. p. 108.

3] Appare del tutto assente nell'iconografia romana la crocifissione. Solo recentemente F. COARELLI [Cinque Frammenti di una tomba dipinta dall'Esquilino. in AA.VV., Affreschi romani dalle Raccolte dell'Antiquarium Comunale. Roma. 1976. pp. 25-28) propone di vedere in un affresco del II sec. a. C. da una tomba dell'Esquilino una probabile crocifissione. Si tratta di un dipinto raffigurante un uomo nudo e barbato appeso ad una trave. Sarebbe indubbiamente la più antica raffigurazione di una crocifissione romana e per di più l'unica. A mio avviso si tratterebbe di un "Supplicium more maiorum' che colpiva i cittadini, rei di attentati allo stato [ad es. Perdulleio. Livio 1? 26; tentativo di restaurazione monarchica]. La punizione consisteva nella sospensione ad una trave, ad un albero o ad un palo e nella battitura del condannato mediante verghe fino a procurarne la morte.

4] Le 'Passiones' e gli 'Acta Martyrum' raccontano con quale coraggio tanti cristiani, uomini e donne, abbiano affrontato il martirio durante la 'venatio' [Eusebio EH 5.1.36]. Cf J. CARCOPINO. La vita quotidiana a Roma. Bari 1972. pp. 264-279.

5] SENECA. Epistola 7. racconta di essere entrato nel circo verso mezzogiorno per "assistere ad una scenetta comica per distrarre la mente e per far riposare gli occhi dalla vista del sangue umano".

6] G. FLAVIO. AJ 19. 1.31 [91].

7] APULEIO. Metamorfosi 10. 29 in cui ricorda anche scene di bestialità.

8] FILONE. In Flaccum 84:85 riferisce che le esecuzioni capitali e le torture di giudei nell'anfiteatro erano 'rallegrate' da flautisti e da mimi.

9] MARZIALE. Spect. 1. 6b. 3-1; GIOVENALE. Sat 11.

10] SENECA. Ep 90. MS; 95. 33.

11] S. PAOLO. Galati 6. 14; A. MAIURI. La Campania al tempo dell'approdo di S. Paolo, in Studi Romani 9 [1961], 135-147.

12] M. GUARDUCCI. Iscrizioni greche e latine in una taberna di Pozzuoli, in Acta of the Fifth Epigraphic Congress 1967. pp. 219-223.

13] Si hanno notizie di flagellazioni di Vestali eseguite dal Pontefice Massimo [Livio 20. B; V. Massimo 1. 11. Mentre la denudazione era obbligatoria in questi frangenti secondo la formula: "Summove. lictor. verbera, despoglia" [Seneca. Controv. 9. 2] la Vestale, invece, veniva colpita in un luogo buio e con interposto un velo [Dionigi 1. 78. 5]

14] M. GUARDUCCI. Iscrizioni... p. 222.

15] Benché rare, sono giunte a noi notizie di crocifissioni di donne in Oriente. Così era contemplata tale punizione nei codici Assiri [VAT 1000. 52], in quelli babilonesi [Codice di Harnmurabi. 153]. Esecuzioni in Egitto [Giustino 30. 2. 7], in Giudea [Mishna Sanhedrin 6. 4]. Presso i Romani, oltre a notizie tramandate nel Martirologio [Blandina. Eulalia. Giulia], il Procuratore Floro nel 64-66 d. C. crocifisse 3.600 persone tra cui donne e bambine [G. FLAVIO, BJ, 2 11, 9 [206] ss.], l'imperatore Tiberio condannò alla croce Ida. serva di Paolina [G. FLAVIO, AJ 18. 3.4 [878].

16] CIL IV. 1. Supp. 9983. Il termine 'cruciarius' indica sia i condannati alla croce sia chi è degno di croce. Gli Acta Martyrum raccontano che i cristiani messi a morte negli anfiteatri venivano poi dati in pasto alle fiere. Siccome Tertulliano ricorda il termine 'semiaxi' per deridere i cristiani legati ad un mezzo asse, oppure 'sarmentarii' perché circondati da fascine una volta legati al palo. E' presumibile che il termine usato nell'epigrafe indichi i colpevoli legati a pali [stipites, cruces] per essere dati alle fiamme o in pasta alle Fiere. E' probabile che la modalità di crocifissione nell'anfiteatro presentasse delle varianti rispetto a quella eseguita nei 'campi scelerati'. Mentre qui i condannati erano mantenuti in vita per più giorni, là venivano divorati, al termine dello spettacolo e perciò, per attirare le fiere, venivano rivestiti di pelli ferine.

17] P. SABBATINI-TUMOLESI. Gladiatorum... p. 108.

18] U. FASOLA. Scoperte... p. 76.

19] Durante l'impero, massimamente al suo declino, la crocifissione da 'supplicium servile' [supplizio di schiavi] si trasformò in 'supplicium latronum' [supplizio per briganti], a causa della diffusione del brigantaggio in tutto l'impero [APULEIO. Metam. 4; PLINIO. Ad Familiares 6. 25]. La crocifissione dei malfattori veniva solennemente pubblicizzata sicché il Dig MB. 19, 28, 15 sentenzia: "Punire i briganti nei luoghi stessi dove hanno perpetrato i delitti serve sia a distrarre gli altri da imprese similari (...) sia a dare una certa soddisfazione ai parenti delle vittime". Così Callistrato, De Poenis 38.

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