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Thursday, 30 March 2017 18:35
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:: ESPERIENZE > ANNA

«La mia ribellione a una fede da marketing»
Ex testimone di Geova: matrimonio a rischio dopo
la decisione di lasciare il gruppo
di Marina Corradi

Milano. «Avevo sedici anni, un'infanzia difficile alle spalle, ero irrequieta e piena di domande. A casa di una parente incontrai una signora sulla sessantina, molto dolce, la nonna che avrei voluto avere. Aveva sempre una Bibbia in mano, e parlava di giustizia e di salvezza. Io l'assalii con la mia rabbia d'adolescente: Dio è ingiusto, le dissi. E lei cominciò a parlarmi, a farmi leggere la sua Bibbia. Molto presto, mi assicurava, tutte le sofferenze del mondo sarebbero finite. Le sue parole mi conquistarono. La sua Bibbia era quella di Geova. Mi ritrovai a leggere con fervore un libro, «La Verità che conduce alla vita eterna», diffuso in milioni di copie nel mondo, e conosciuto come la ‘Bomba blu'».

Anna oggi, di anni, ne ha 42. Coi Testimoni di Geova ha passato 23 anni. Ha convertito suo marito, e ha educato in questa confessione i suoi due figli, oggi adulti. Poi, con una grande fatica interiore e rischiando di distruggere il suo matrimonio, se ne è andata. Dopo mesi di discussioni e liti, anche il marito l'ha seguita, e i figli. Il ragazzo nel frattempo ha sposato una Testimone: con lui e la nuora, Anna non riesce ad avere praticamente alcun rapporto. E lei oggi guarda la sua vita e la racconta con passione e sbalordimento, come se all'improvviso si fosse svegliata da un sogno.

Sposa a 18 anni, e subito i due bambini. «Casalinga, perché i Testimoni spingono in questo senso. A comandare è il marito, la donna deve ubbidire, è stata creata in funzione dell'uomo. La concezione della vita è fortemente puritana, la famiglia deve essere esemplare, i figli obbedienti e sottomessi. Abbiamo educato i bambini molto rigidamente. È ciò di cui più mi pento: mi sembra di avere tolto loro l'infanzia. Quanti drammi per le festicciole dei compagni di scuola, a cui loro non potevano andare perché le feste sono considerate diaboliche, una partecipazione al regno di Satana. Tutto, al di fuori di noi ‘salvati’, era in potere del Male. Oggi mi rendo conto di quanto quest'educazione li abbia portati a vedere in tutti gli estranei dei nemici. Gli insegnavamo che la fine era vicina, imminente, e che Dio avrebbe distrutto i cattivi, cioè gli altri. Ci davano retta, ma con un crescente rancore verso l'esterno, verso quegli ‘altri’ che si divertivano».

Ad Anna piaceva, racconta, andare casa per casa con i fasci della «Torre di Guardia» sottobraccio. Tre ore al giorno, tutti i giorni. «Chi mi dava retta? Persone di ogni età, accomunate da una ricerca, da un bisogno di senso. Allora non mi rendevo conto che i testi geovisti sono tradotti non fedelmente rispetto agli originali biblici. Ma più ancora che questo, secondo me, funziona un meccanismo psicologico che ti porta a delegare la tua coscienza all'organizzazione. L'organizzazione non può sbagliare, e tu sei a posto, sei salvo. Ti ritrovi presto a vivere in una realtà a parte. Anche perché, convinto come sei di dovere convertire tutti, vieni subito evitato dagli amici di prima. Ti chiudi un mondo diverso. Usi parole diverse. E ti senti a tuo agio solo ‘dentro’. Il tuo senso critico è metodicamente soppresso. Non è possibile avanzare alcun dubbio sulla dottrina. Il dubbio viene da Satana. In un momento diventi un ‘apostata’. E l'apostata non deve nemmeno essere salutato dai compagni. Anzi, bisogna odiare gli apostati. Se dubiti, sei subito solo. Non puoi avere dubbi nemmeno parlando con un amico. C'è l'obbligo della delazione».

Cinque adunanze alla settimana, lunghe funzioni domenicali, la scuola di ministero («Ti insegnano come contattare le persone da convertire. Ci si esercita in domande e risposte. È strutturata come una scuola di marketing»). Libri e articoli da leggere. «Non ti resta il tempo per guardare ‘fuori’», dice la signora. Lei, però, continua a covare, silenziosa, la sua inquietudine. «Facevo fatica a ammetterlo, ma non ero felice. Mi sembrava d'avere addosso un giogo. E la figura del Testimone ideale dipinto dalla Torre di Guardia era irraggiungibile per me. Non sono abbastanza spirituale, mi rimproveravo. Ma mi guardavo anche attorno: vedevo i figli adolescenti di tanti amici cadere in crisi profonde per quell'educazione così rigida. Avrebbero avuto bisogno di uno psicologo, ma non si poteva portarceli: anche lo psicologo era considerato uno strumento del Male. Non mi era possibile nemmeno confrontarmi su queste cose con gli altri: in realtà, i rapporti, dentro al gruppo, sono molto superficiali. Finalmente mi sono decisa a parlare con una coetanea, in piena sincerità. Ci siamo ascoltate, ci siamo guardate sbalordite: soffrivamo lo stesso disagio, avevamo le stesse inquietudini. Lei, non mi ha denunciato. Anzi ha portato un'altra donna. In tre, poi in quattro, abbiamo cominciato a dirci cosa non andava. Di nascosto».

«Presto lo hanno saputo. Hanno tentato di dividerci. Ma io avevo cominciato a leggere dei libri di fuoriusciti da Geova. Li tenevo nascosti sotto i maglioni, nell'armadio. Poi ho iniziato a dire ciò che non mi convinceva. Sono andata a dirlo anche ai capi. Hanno detto che ero stata presa dagli spiriti maligni. Io intanto cercavo di spiegarmi con mio marito, ancora Testimone convinto. Liti interminabili, minacce, da parte sua, di separazione. E i ‘fratelli' gli dicevano: ma non puoi metterla a posto con due ceffoni? Abbiamo rischiato di lasciarci. L'ho supplicato: leggi quello che ho letto, ascolta quello che ho capito, sono tua moglie, ti prego».

«Gli ultimi mesi nel gruppo sono stati un linciaggio morale. Io ero superba, invidiosa, cattiva. Apostata. Ma, nel mio andarmene, ero del tutto sola, e la mia vita mi crollava addosso. Sono stata dal parroco. M'ha ascoltato frettoloso, poi: signora, non vedo il problema. Lei domenica si confessa, e torna dentro la Chiesa. Mi sarei messa a piangere. Non capiva come fosse difficile tornare indietro, entrare in quella chiesa che per vent'anni per me era stata il luogo della menzogna. Quel prete non capiva assolutamente il mio dramma. Poi ho trovato un sacerdote del Gris, don Minuti. Per ore, al telefono, mi ha spiegato, mi ha ascoltato, mi ha dato coraggio. Ora sono fuori, con la mia famiglia. Stiamo imparando a scegliere con la nostra libertà. Mi resta il dolore dell'educazione data ai miei figli. Il ragazzo, per essere fedele all'obiezione alla leva, è stato anche in carcere, e ce l'ho spinto io».

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