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:: ESPERIENZE ::

La storia di Marco

01/08/2009

Parto dalla fine della mia esperienza, da ciò che sono oggi, da come vivo adesso. Con una immagine. Mia madre che mi saluta prima di partire, mi abbraccia e all’orecchio mi sussurra “non farti troppo del male”. Non sono un tossicodipendente, né un ladro, né un mafioso, né un terrorista, né un comune mentecatto. Sono giovane, laureato, con un buon lavoro, autoironico, curioso rispetto alla vita, sensibile, aperto agli altri, equilibrato (così credo). E se la donna che mi ha generato e cresciuto arriva a dirmi una frase del genere, quasi con la morte nel cuore per le sorti del proprio figlio, capisco che davvero c’è qualcosa che va al di là della mia comprensione. Che tra noi c’è un solco profondo, che io non ho certo voluto, che neanche i miei genitori vogliono, ma che qualcuno (o qualcosa) impone loro dall’alto.

Ho fatto in tempo a festeggiare un solo compleanno, il primo della mia vita. I miei genitori, giovani e delusi da un’esperienza politica nell’estrema sinistra, si erano sposati lasciando gli studi e andarono a vivere in un casolare in mezzo ai boschi. Lì, in mezzo alla natura, cominciarono a reimpostare la loro vita. Era quello il momento giusto, quello della ridefinizione di se stessi, quando alla loro porta suonarono i testimoni di Geova. Lo spirito pioneristico di quei fratelli, la loro semplicità, la forza della loro fede, l’accoglienza ricevuta alla prima visita della sala del regno, fecero presto a sedurre i miei genitori. Via la barba lunga e le gonne hippie, nel giro di un anno divennero fratelli anche loro.

E io? Sono cresciuto gattonando tra le sedie di plastica della piccola sala del regno. In mezzo a tanti ragazzini, ero il più piccolo, la mascotte. Anni tutto sommato felici, in cui ancora non si ha bene la concezione del mondo. Non mi sentivo ancora diverso dagli altri.

Dalla prima elementare in poi, però, e me ne accorgo solo adesso, cominciai a fare fatica. Ero molto rigoroso con me stesso e allo stesso tempo insicuro. Mai e poi mai avrei deluso i miei genitori e “Dio”: mai un pezzo di torta durante i compleanni dei miei compagni, durante la ricreazione. Durante le recite di fine anno, a Natale, restavo regolarmente in disparte. Ed ero felice che insieme a me ci fosse un compagno di classe ebreo e, durante l’ora di religione (per noi quella di “alternativa”), anche di un ragazzino coi genitori buddisti.

Mi fidavo dei miei genitori, e non poteva che essere così. Solo su un punto, io otto anni, bambino timido e silenzioso, non riuscii a capire i discorsi di mio padre, grande carismatico e sicuro di sé (nel frattempo diventato anziano di riferimento della circoscrizione): volevo, semplicemente, fare scuola calcio. Non per la compagnia dei miei amichetti (che vedevo pochissimo fuori dalla scuola) ma per la passione per questo sport. Vi risparmio le argomentazioni fornite per il diniego, accompagnato da volumi giganteschi delle vecchie riviste.

Morii di vergogna quando (nove anni) i miei genitori scoprirono che avevo la “fidanzatina” compagna di classe che (sic) volevo sposare. Era “del mondo”. E così (ripeto, nove anni) dovetti spiegare a questa povera ragazzina che non ci saremmo mai potuti sposare. Nel frattempo (sei anni) feci il mio primo discorso, e tutti dicevano che ero un prodigio perché leggevo benissimo per la mia età. Infatti mi piaceva leggere (e quella è stata la mia salvezza). A dieci anni divenni proclamatore. A 12 annunciai ai miei genitori che volevo battezzarmi. E lo feci.

Cominciava a formarsi il mio carattere, sempre più introverso, e andare in predicazione diventava davvero difficile. E così speravo sempre che quella porta non si aprisse mai. E se proprio doveva aprire qualcuno, che fosse una vecchietta un po’ rimbecillita e non qualcuno che mi facesse argomentare sul serio.

Eppure ero sempre convinto che fosse quello l’unico mondo possibile. Le difficoltà facevano parte del gioco, i sacrifici erano necessari per avere l’approvazione ora dei genitori e domani di “Dio”. Si parlava ancora di Armaghedon (oggi non lo fanno quasi più): ricordo nitidamente i sacchi di pasta nascosti negli armadi perché bisognava farsi trovare pronti. Il 2000 era lontano, così pensavo.

In congregazione non ero io, ero “il figlio di…”, e fino a un certo punto la cosa mi piacque anche. Un babbo intelligente e generoso, lanciatissimo, io sarei stato uguale a lui. I miei genitori hanno sempre dato l’esempio a me e ai miei fratelli nati dopo di me: lealtà massima verso l’Organizzazione, sacrifici di ogni tipo per la causa, coerenza con se stessi anche a costo di farsi del male. Sempre molto severi e contemporaneamente grande esempio di purezza d’animo.

Il primo anno del liceo cominciò a cambiarmi. Venni a contatto con passioni “eretiche”: ricordo mamma che sorrideva, forse pensando alla sua giovinezza, quando vide una gigantesca falce e martello sulla copertina del mio diario. Cominciò a preoccuparsi quando tornai a casa con la maglietta del Che Guevara, che dovetti regalare. La goccia che fece traboccare il vaso fu quando venni scoperto da condomini incazzati con la bomboletta in mano intento a scrivere slogan comunisti. E così mi imposero di leggermi “Arcipelago Gulag”.

Il primo bacio dato a una “ragazza del mondo” (quindici anni) fu fonte di grossi sensi di colpa per me. Se ne accorsero i miei genitori, che ero strano. E quando il mio migliore amico, un “fratellino”, fece la spia preso anche lui dai senso di colpa, ebbero la conferma che qualcosa stava succedendo. Dopo ore di passeggiate con babbo, un babbo ancora comprensivo con me, lasciai la ragazzetta. O meglio, lei aveva già lasciato me che uscivo sempre troppo poco di casa.

Ero solo un po’ ribelle, ma niente e nessuno mi avrebbe fatto cambiare idea sulla bontà dell’Organizzazione e sulla validità delle sue promesse. Pregavo tutte le sere, anche per mezz’ora, e raccontavo a “Dio” tutto quello che mi passava per la testa.

Fino a quando avevo fiducia dei miei genitori, niente era in discussione. Non capivo certe chiusure preventive, ma ero sicuro di essere al primo posto per loro. Il mio bene era la cosa suprema, per loro. Smisi di pensarlo, anzi capii che non era così, che al primo posto c’era sempre e comunque mamma Organizzazione, quando contro ogni rigore di logica i miei decisero di mollare la nostra vita ben inserita e tutto sommato piacevole per trasferirci al capo opposto dell’Italia, paesello sperduto, per “servire dove c’è più bisogno”.

Quella scelta dissennata sotto ogni punto di vista (economico, lavorativo, organizzativo, anche “spirituale”), presa senza tenere in considerazione i bisogni della famiglia ma solo per il bene dell’Organizzazione (che ovviamente si fregò le mani), creò una frattura insanabile tra me e i miei genitori. Il patto di fiducia tra noi venne meno, ma non ce ne accorgemmo subito.

L’impatto con la nuova realtà fu durissimo per tutti. I miei genitori compresi. Visti nella congregazione come gli “usurpatori” e “quelli del nord” troppo aperti, visti nel paesello come “gli stranieri”, a scuola facevo fatica a capire quello che mi dicevano i miei compagni… Per quasi un anno non uscii di casa se non per andare a scuola e in sala.

Mi innamorai di una ragazzina della congregazione. Ci diedero la morte. Era un sentimento assolutamente platonico, e tale rimase. Ma neanche quello era permesso. Arrivò un sorvegliante che prima mi fece aprire il cuore coi suoi modi gentili e comprensivi e che il giorno dopo fece pressione sui miei genitori per sequestrarmi (e leggere) le nostre letterine da innamorati. Mi fece togliere anche il cellulare. E, dulcis in fundo, ci fece cambiare di studio di libro, visto che frequentavamo quello a casa di lei. Per eliminare un moscerino usarono bombe al napalm.

Un anno di quella vita difficile decisa per il bene di non si sa chi unita a quella violenza (per me fu tale) mi fece esplodere e annunciai che non avrei messo più piede in sala del regno. Il mio babbo piangeva. Quel giorno non andai. La volta dopo il solito sorvegliante quasi mi prelevò di peso da casa, e andai. Ma ce l’avevo ancora con lui, con i miei genitori, con la congregazione. Con la ragazzina non potevo più parlare, neanche in sala. L’ho risentita poche settimane fa, dopo quasi dieci anni: mi ha raccontato del dolore che provò anche lei con rabbia da una parte e sollievo dall’altra, visto che non è più una testimone.

Quella estate non frequentai più, me ne andai nella mia città di origine per un po’. Tornai a casa ancora più ribelle, la notte uscivo di casa di nascosto e i miei venivano a ripescarmi in qualche locale. Ero ancora minorenne e non potevo forzare la situazione. In me c’era solo rabbia e non un’analisi obiettiva della realtà. Durante uno di quei “ripescaggi” notturni ebbi un scontro verbale col mio babbo, violento e doloroso per entrambi (non ne abbiamo mai più parlato), e per diversi mesi non ci rivolgemmo più la parola.

Corsero ai ripari. Ci trasferimmo di nuovo, in una terza località, più grande e aperta. Volevo smettere di studiare e andare a lavorare per essere indipendente ma non me lo permisero (e gliene sono grato). Nella nuova congregazione c’era un’altra “sorellina”. Ci innamorammo. Con lei, mia fidanzata per sei anni, passammo tutta la trafila di privazioni e cattiverie tipiche della congregazione. Mille peripezie, ogni volta, per vederci. Mille bugie e mille colloqui con gli anziani, sempre sulla bocca di tutti. Io “figlio di…” e lei “figlia di…”. Passammo indenni anche le forche caudine di un mezzo comitato.

Ero comunque tornato ad essere un “fratello” quasi normale, a parte questo rapporto sentimentale sul filo del rasoio. Avevo qualche “privilegio”, facevo le cose sempre un po’ di testa mia ma comunque ero ancora “accettabile”. Passò qualche anno così, nel frattempo cominciai a lavorare e a studiare contemporaneamente all’università, ma sempre da casa.

Il labile equilibrio familiare si ruppe nuovamente quando si scoprì che frequentavo anche un’altra ragazza della congregazione. Da lì fu un crescendo di diverbi e recriminazioni con i miei genitori, ai quali non avevo mai davvero perdonato quel trasferimento di qualche anno prima e dal quale non mi ero mai ripreso, anche a livello psicologico. L’aria si fece così pesante che, messo alle strette, mi costrinsero ad andarmene di casa. Mi affittarono una casetta a un paio di chilometri da loro. Lì ho vissuto da solo per quasi un anno. Posso dire di essere diventato un uomo durante quel periodo. Non mi ero mai lavato una maglietta né cucinato un piatto di pasta. Smisi nuovamente di frequentare la sala del regno, indignato per l’incoerenza evidente dei miei genitori che davano l’anima per gli altri ma che piuttosto che capirmi preferivano tenermi lontano da casa loro.

Praticamente, con loro, non ci parlammo più. E così con i miei fratelli carnali. Non ricevetti neanche una loro visita. Ne ricevetti molte, invece, dagli anziani. Che ovviamente glissarono sul comportamento di mio padre trincerandosi dietro “sono cose di famiglia, non ci mettiamo bocca”. Certo, non mettevano bocca sul mio caso e magari l’ora dopo erano a colloquio con una coppia di sposi per parlare delle loro pratiche sessuali.

Studiare mi faceva bene. Bastò un po’ di sociologia per rendermi conto del sottile meccanismo mentale che alimentava il funzionamento della congregazione. Lo stesso che foraggiava tutte le religioni del mondo. Unire le persone che la pensano come te, fare la guerra con le altre. Io, così simile ai miei genitori nel modo di pormi con gli altri e con la vita, loro nemico solo perché vedevo diversamente l’adesione al culto. Mi reputavo ancora testimone di Geova ma sicuramente troppo, troppo aperto e accondiscendente per i loro gusti. Criticavo quel mondo, ma da dentro.

Piano piano, senza mai tornare sui motivi del mio allontanamento, recuperammo il rapporto genitori – figlio. Un processo fatto di piccole tappe. Passarono tre anni prima che accettai di tornare a dormire a casa loro per una notte.

Mi ero trasferito per lavoro, a diverse centinaia di chilometri dalla mia famiglia e dalla mia fidanzata (che era rimasta la stessa). Provai, molto blandamente, a riprendere i contatti con la congregazione. La mentalità che trovai era quella che più si addiceva a me. Ma ormai ero cambiato davvero. Non mi tornava più niente. L’impianto stesso della religione, quella dei testimoni così come quella cattolica o musulmana, era in discussione.

Ne parlavo con la mia fidanzata, ma da quell’orecchio non ci sentiva. La sua critica era rimasta quella da dentro. Io ormai parlavo di “loro, i testimoni”. Lei parlava di “noi, i testimoni”. La conferma dello spirito distruttivo e integralista del culto religioso ce l’avevo davanti. Io accettavo lei, ma lei non accettava più me. Una volta recuperato il rapporto con i miei genitori ho perso lei. Non riuscivamo più a parlare di niente senza litigare con furore. Mi assunsi la responsabilità di troncare una situazione insostenibile ma che nessuno riusciva a mettere nero su bianco.

A quel punto scrissi una lunga lettera ai miei genitori, e anche con loro fui sincero fino in fondo: il loro mondo non era più il mio, esposi le mie ragioni e rinnovai il mio amore incondizionato per loro. Sono passati dei mesi e mi hanno sempre trattato con rispetto. Ho anche avuto modo di aiutarli in modo sostanzioso in alcune cose, io, la pecora nera.

Credo che, senza parlarne, abbiamo raggiunto un compromesso. Sanno benissimo che la vita che conduco è passibile di non una ma almeno dieci disassociazioni. E che comunque la lettera è stata implicitamente, se non esplicitamente, un atto di dissociazione. Ma, silenziosamente, evitiamo di farci del male. Io non mi dissocerò per non metterli di fronte a comportamenti spiacevoli, loro cercheranno di non avere le prove per farmi disassociare.

Questo, per adesso, è il mio ultimo atto di ribellione verso questa Organizzazione che pretende coerenza dagli altri ma che è lei stessa incoerente e ingiusta con i suoi adepti. No, non sarò coerente e non metterò per iscritto la mia scelta. Non si meritano né sincerità né spiegazioni. Non darò loro la soddisfazione di distruggere di nuovo il rapporto con i miei genitori, i miei fratelli e le mie sorelle.

Marco

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