Materiale stampato dal sito INFOTDGEOVA.IT a cura di Achille Lorenzi

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Enrico: la mia esperienza con i TdG

Testimonianza ricevuta via e-mail il 2 agosto 2012.

Ciao Achille, Mi chiamo Enrico Lancellotti, ho 20 anni e mi sono dissociato dai TdG da quasi 2 anni. Ho tratto grande aiuto e conforto leggendo la tua esperienza personale con i TdG e analizzando le ricerche e i ragionamenti che hai scritto nel sito. Se solo avessi scoperto questo sito prima di finire davanti al Comitato Giudiziario, mi sarei potuto difendere molto meglio di quanto abbia fatto, anche se ho portato alla loro attenzione diversi aspetti riguardanti il sangue e i trapianti, che poi ho scoperto essere trattati da te nell'apposita sezione correlati da diversi riferimenti alle loro stesse pubblicazioni che io non conoscevo nemmeno.

Avrei molto piacere di condividere con te la mia esperienza. Sono nato in una famiglia di TdG. Mio padre è stato un dirigente del PCI nella sezione Modenese fino al suo crollo; tutte le sue credenze e la sua fiducia riposta nel PCI svanirono in poco tempo; fu allora che fu contattato dai TdG, nel giro di un anno si battezzò e dopo poco divenne anziano di congregazione. Mia madre ha avuto un'infanzia molto difficile; un padre che la maltrattava continuamente (verbalmente e fisicamente), una madre che divenne TdG per convenienza (in Francia, dove avevano dovuto trasferirsi per lavoro, non conosceva nessuno; i TdG si erano mostrati particolarmente premurosi nei loro confronti, fornendole sostegno "emotivo" ed economico), ma che una volta tornata in Italia riprese a praticare la religione cattolica (la cosa bizzarra è che non fu mai disassociata, visto che, a detta del Comitato locale degli anziani in Sardegna, suo paese natìo, "non si è mai dedicata, quindi il battesimo non può essere considerato valido"; fatto sta che con me e i miei genitori continua ad avere rapporti normali...). Quindi, una volta tornata in Sardegna con i suoi, fu contattata dai TdG, i quali le fecero sentire che avrebbe potuto trovare fra di loro "una fratellanza mondiale" più forte dei legami carnali di parentela. Anch'essa si battezzò nel giro di un anno, e poco dopo divenne pioniera regolare. Lo è ancora oggi.

Sono cresciuto quindi in un ambiente fortemente indottrinato, sin da piccolo mi veniva insegnato a non legare con i compagni di scuola, a non festeggiare i compleanni, ecc. Naturalmente tutto ciò mi sembrava giusto, visto che alla mia allora tenera età avevo completa fiducia negli insegnamenti che mi venivano impartiti. A 5 anni feci il mio primo discorso (l'allora "discorso n.2", che consisteva nella lettura di un brano della Bibbia e un breve commento; te lo ricorderai sicuramente), due anni dopo mi fu assegnato il mio primo disc. n. 4 (ricordo ancora che trattava il tema dei videogiochi violenti). Insomma, ero considerato "una roccia", e man mano che crescevo mi venivano affidati innumerevoli compiti e responsabilità. Mi sentivo importante, e quando a 12 anni mi fu detto che per progredire ancora di più nella "Teocrazia" mi sarei dovuto battezzare, non esitai. Mi battezzai ad un'assemblea di distretto tenuta allo stadio di Reggio Emilia (RE). Fu un grande errore, perché non ero ancora entrato nella fase dell'adolescenza, la fase della vita in cui (credo) ci si pongono più domande in assoluto.

Non appena cominciai a frequentare le scuole superiori (scelsi il Liceo Linguistico), mi trovai davanti ad una realtà che mi appariva completamente nuova. Sono sempre stato un tipo di persona sicura di sé e inamovibile nelle sue decisioni, pertanto all'inizio volevo convincere gli altri e soprattutto me stesso che la mia scelta di vita non era condizionata da nessuno, se non dalla mia stessa volontà. Nel frattempo, mio padre intensificò progressivamente lo studio biblico insieme a me, trattando argomenti riguardanti la vita sessuale, affettiva, scolastica e "filosofica". Nel frattempo, grazie all'influenza dei miei ex professori di filosofia e di italiano, che ancora oggi considero dei pilastri della mia istruzione e che, essendo a conoscenza della mia ex fede religiosa (evidente dai miei comportamenti "anomali" rispetto ai miei coetanei, che fece sorgere in loro delle domande), mi consigliarono ripetute volte di usare la mia facoltà di ragionare e di non prendere per oro colato tutto ciò che mi veniva insegnato, cominciai a pormi delle domande importanti, che a mia volta ponevo a mio padre durante lo studio personale e familiare. Domande abbastanza "classiche" per la mia età, come ad esempio:

"Perché non posso andare a mangiare una pizza con i miei compagni di scuola?" (Risposte: Sono cattive compagnie, dovresti saperlo... Corrompono le tue utili abitudini... Ti sviano dalla strada giusta anche se tu non lo vuoi...), "Perché non posso andare a cena con una mia amica?" (E' testimone?.. Si... "E' battezzata?"... Si papà... "Sarete da soli?"... Si papà... "Allora non è appropriato, perché potrebbe nascere qualcosa di scorretto o di profondo per il quale non sei ancora maturo"... Ma papà, sai che non succederà nulla... "Lo spirito è forte, ma la carne è debole").

E, ogni volta che discutevamo di questi aspetti, mi veniva sempre ricordato che "ero un cristiano dedicato a Dio", e quindi avevo un modello di condotta ben preciso da seguire. Da allora, siccome queste risposte non mi soddisfacevano, sentii di scavare più a fondo in quella che è stata la mia religione per tanto tempo. Il mio bisogno di trovare risposte soddisfacenti era allora dettato dal bisogno di condurre una vita normale: quantomeno, volevo capire se era davvero giusto o meno privarmi della mia libertà decisionale. Per un po' di tempo decisi di sorvolare su questo problema, perché avevo paura di conoscere la verità; se avessi scoperto che la strada che stavo percorrendo era retta, allora sarei diventato davvero un TdG convinto e sicuro di quello che fa, e quindi avrei vissuto la mia vita senza troppi problemi; se invece avessi scoperto che quella strada era sbagliata, le conseguenze che la mia scelta avrebbe comportato (la disassociazione e il conseguente isolamento) sarebbero state troppo pesanti per me.

Presto, però, mi resi conto che non potevo tenere lontano da me questi dubbi, e a 16 anni decisi di cominciare a vivere una doppia vita. Cominciai a mentire ai miei genitori sulle compagnie che frequentavo, sulle attività che svolgevo quando non ero in casa, sulle letture che facevo. Avevo deciso di vivere due vite parallele, per rendermi conto di cosa desideravo davvero e di cosa era davvero giusto. Ora mi rendo conto che quella non fu una bella scelta, perché mentire, sebbene all'epoca potevo essere giustificato, non è mai una cosa bella. L'unica cosa giusta che feci fino al giorno del mio distacco dai TdG fu quella di studiare tante fonti diverse dal materiale che veniva servito dalla Società WT, confrontarle tra di loro e cercare di trarre delle conclusioni obiettive. Cominciai a capire allora come il divieto delle trasfusioni di sangue non era biblico, come il divieto di festeggiare i compleanni e come il divieto di frequentare amicizie non Testimoni. Spesso discutevo con mio padre su questi miei dubbi (es. la scrittura di 1 Corinti 15:33 dove si parla delle "cattive compagnie"; chiedevo a mio padre: Ma chi ha il diritto di stabilire se una compagnia è cattiva o meno? - mio padre rispondeva: "Chiunque non segue le norme espresse dallo Schiavo Fedele e Discreto è una cattiva compagnia, perché ti spinge a seguire uno stile di vita inappropriato" - "Ma come faccio a essere sicuro che il CD sia davvero ispirato da Dio?" - "Dubiti della veracità dello Schiavo?? Ricordi che 5 anni fa hai promesso di servire Dio per tutta la tua vita?? E ricordi che hai riconosciuto lo Schiavo Fedele e Discreto come strumento usato da Dio per guidarci?? - Non mi restava altro da fare che annuire e fare un passo indietro dandogli ragione; ancora, chiedevo a mio padre: "Ma papà, nella Bibbia non c'è scritto che i cristiani non possono ricevere trasfusioni di sangue" - "Leggiamo insieme Atti 15:28, 29...; se un medico ti dice che non devi assumere alcool, te lo inietteresti forse via endovenosa?? Non è chiaro che se Dio ci dice di astenerci dal sangue è un principio che si estende a tutti gli usi che ne conseguono??" - "Papà, se un medico ti dice di astenerti dal sangue, lo fa perché sa che nuoce alla tua salute; ma la trasfusione di sangue ha un altro scopo, e tu lo sai bene; visto che Dio ha comandato nel Pentateuco di "versare il sangue a terra" per rispetto verso il dono della vita, può essere corretto evitare di mangiarlo, ma non credi che la trasfusione di sangue sia invece un segno di assoluto rispetto nei confronti di una vita umana?" - "Se lo Schiavo ha dato questa interpretazione alle Scritture, dobbiamo sottostare a ciò che ci dice; se un giorno ci sarà un nuovo intendimento rispetto a questa scrittura, allora ci adegueremo anche noi" - "Ma nel frattempo, tutti i fratelli che sono morti...?" - "Non credi più nemmeno alla resurrezione nel nuovo mondo??"), ma finivamo sempre per alzare i toni della discussione, visto che nel momento stesso in cui provavo a sostenere un'opinione contrastante con gli insegnamenti del CD venivo aggredito e ricattato con il mio battesimo.

Man mano che continuavo a studiare capivo che le incongruenze erano troppe. Un Dio amorevole non poteva preferire vederti morire piuttosto che accettare una cura che lui stesso non ha mai vietato. Se Dio è definito nella Bibbia il "felice Dio", e ci incoraggia ad "usare le nostre facoltà mentali" e a sviluppare la qualità del "discernimento", come viene detto nel libro dei Proverbi, non può pretendere dai suoi servitori una vita basata su regole che abbattono il dono più prezioso che ci ha donato: l'intelligenza e il libero arbitrio.

Parallelamente, mi rendevo conto che i miei compagni di scuola, le "cattive compagnie", non erano poi così diverse dai TdG che frequentavo. I TdG che frequentavo cercavano di "scimmiottare" il mondo, cercando di tenersi ai margini estremi per non essere disassociati ma per cercare allo stesso tempo di non essere troppo "rigidi" e di sembrare agli occhi del "mondo" persone tutto sommato "normali". I miei compagni di scuola invece non facevano niente di fuori dal comune; si stava insieme, si andava a mangiare insieme una pizza e a bere qualcosa, e si parlava di tanti argomenti senza nessun problema. Erano semplicemente persone coerenti con se stesse con le quali si poteva parlare e divertirsi in completa tranquillità.

Presi una decisione; avrei aspettato di finire la scuola e di dare la maturità; poi avrei parlato con i miei genitori per comunicare la mia decisione di dissociarmi dall'Organizzazione.

Non fu facile. Dal giorno in cui comunicai alla mia famiglia la mia decisione, mia sorella e mia madre smisero completamente di parlarmi. Mangiavamo in orari diversi. Mi evitavano. L'unico che mi parlava era mio padre; naturalmente, solo con la Bibbia alla mano, e, successivamente, visto che da solo non riusciva a tenere testa ai miei ragionamenti, mi chiese se ero d'accordo ad incontrare due "anziani". Acconsentii.

Ti dico solo che leggendo l'articolo in cui parli del tuo comitato giudiziario, mi è sembrato di riviverlo. Solo che il mio è durato in tutto 15 minuti. Appena hanno capito che non sarebbero riusciti a "recuperarmi" mi hanno detto: "A noi non interessa argomentare sulle tue opinioni; ci interessa solo sapere se hai deciso di metterti contro le direttive del CD oppure no". Io risposi che non avevo alcun interesse a mettermi contro di esso, ma che semplicemente non ero in linea con le loro dottrine, e avevo deciso pertanto di distaccarmi. Loro mi dissero: "Sai che così facendo stai ripudiando la tua famiglia e tutti i tuoi amici, vero?". Risposi che non era assolutamente vero, che se una amico era davvero tale e se la mia famiglia davvero mi considerava parte di essa non avrebbero considerato il mio cambio di ideologia come un ostacolo all'affetto; essi affermarono, proprio come hanno fatto con te, che "Geova fa pulizia nella sua Organizzazione, e il vuoto che hai lasciato nei tuoi genitori e amici, suoi fedeli servitori, sarà presto da lui ricolmato". La frase clou? Uno degli anziani, alla fine del nostro incontro, mi strinse la mano e mi disse: "Buona fortuna, e arrivederci. Ne approfitto adesso, perché fino a giovedì (il giorno dell'annuncio, ndr.) ci possiamo ancora salutare".

Da allora mi sono trasferito da alcuni amici, che mi hanno ospitato per diversi mesi, fino a che non ho trovato il mio lavoro attuale all'inizio del 2011 (faccio l'agente immobiliare) e non ho trovato un piccolo e grazioso appartamento in cui ricominciare da zero. Ho perso tutti i miei amici, e ancora adesso sento un vuoto. Ma ho preferito seguire la mia coscienza piuttosto che calpestarla continuando a restare li dentro. Una cosa che mi da forza è che, seguendo il mio esempio, altre due ragazze con le quali uscivo quando ero testimone hanno deciso di essere coerenti con se stesse e affrontare la situazione di petto, come ho fatto io. Mi è dispiaciuto molto, invece, incontrare un mio vecchio amico (lo consideravo il mio migliore amico) per strada a Bologna e vederlo rivolgermi un saluto timido. L'ho fermato quasi con la forza, chiedendogli cosa lo spingeva a continuare a stare dentro. Mi ha risposto dicendomi che non aveva scelta, che aveva tutto li dentro e che non poteva permettersi di perderlo. Mi ha fatto pena. Spero che un giorno riesca a capire che, se vuole davvero avere successo nella vita, deve imparare ad usare la sua mente. E' davvero difficile, ma più si va avanti, più diventa arduo.

Piano piano mi sto ricostruendo una vita nuova. Ho conosciuto una ragazza durante gli ultimi giorni di scuola superiore, con la quale conduco tuttora una bellissima relazione. Un'ultima riflessione: molti decidono di rimanere all'interno di questa Organizzazione semplicemente per paura di guardarsi allo specchio e avere il coraggio di riconoscere che per tanto tempo sono stati tratti in inganno. Purtroppo l'essere umano tende a vivere nella sua cosiddetta "area comfort", ovvero l'abitudine e la comodità. E' davvero molto arduo riconoscere che quello che abbiamo fatto fino a questo momento ci ha arrecato dei danni; è quindi molto più facile far finta di niente, e continuare a vivere, giorno dopo giorno, sempre nello stesso modo, sprofondando lentamente ed inesorabilmente. E' perfetto per questo discorso l'esempio della "rana", tra le altre cose usato tantissimo dai TdG nei loro sermoni. Se metti una rana in una pentola piena d'acqua a temperatura ambiente, e poi cominci a riscaldarla fino a portarla lentamente in ebollizione, la rana muore bollita senza reagire. Per avere una vita soddisfacente, dobbiamo avere il coraggio di uscire dalla nostra area comfort e a non essere succubi di quello che ci succede intorno. Dobbiamo avere il coraggio di reagire a chi tenta di manipolare le nostre menti, e a fare il possibile per smascherarlo così da cercare di limitare il più possibile i danni.

Ultimo dettaglio: dopo la mia dissociazione, cominciai ad avere una corrispondenza elettronica con mio padre, dove discutevamo di argomenti inerenti l'organizzazione dei TdG. Mio padre, alla fine di questa corrispondenza durata qualche settimana, mi bollò come apostata. Sono due anni che sono dissociato, e nessun anziano ha ancora provato a contattarmi per la consueta visita annuale agli ex TdG. Hanno forse paura di essere sviati? Oppure hanno capito che è una perdita di tempo?

Spero di ricevere una tua risposta. Sei il solo con il quale posso condividere questa esperienza con la certezza di poter essere capito al 100%. Purtroppo chi non è mai stato Testimone non può capire cosa significhi tutto questo.

Grazie mille per l'attenzione e buon proseguimento.

Enrico Lancellotti

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