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Wednesday, 28 June 2017 12:38
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:: ESPERIENZE ::

Questa non è un'esperienza "vera", è solo un racconto, in cui si descrivono sensazioni, pensieri, sentimenti, che molti, in varia misura, hanno provato nel lungo e doloroso percorso della fuori uscita. Non è quindi una testimonianza strettamente reale, però...

Per qualcuno forse ha funzionato davvero così . . .

Era appena tornata dal servizio. Come sempre aveva poggiato la sua borsa sul ripiano all’ingresso, vicino al telefono. Quella mattina la borsa le era pesata più del solito. Con un movimento rotatorio del braccio si era sgranchita l’articolazione della spalla. Erano le 12.10 e lei era in ritardo, suo marito sarebbe arrivato alle 12.30 dal lavoro. Doveva essere organizzatissima. Suo marito era impiegato alle poste e non aveva che 1 ora di pausa pranzo, sicché quasi meccanicamente aveva riempito la pentola d’acqua e l’aveva messa sul fornello. Nell’istante in cui la testa del fiammifero aveva preso fuoco il pensiero che l’accompagnava da metà mattina si era improvvisamente appesantito.

Aveva conversato con una signora di mezza età, a cui lei aveva fatto una presentazione da manuale. Questa aveva preso ad ascoltare pazientemente. Mentre parlava Sonia si era accorta di trovarsi di fronte ad un’ascoltatrice diversa. Lei ascoltava davvero. Ascoltava così attentamente da mettere in imbarazzo. Annuiva con un’accondiscendenza cosciente, come se stesse preparando una serie di argomentazioni inoppugnabili. La dolcezza e la severità del suo sguardo avevano spaventato Sonia oltre ogni dire.

Eppure non aveva opposto molta resistenza. Aveva risposto con molta grazia alle domande di Sonia. La conversazione era durata in tutto un quarto di ora. Sonia quindi le aveva proposto di ritornare per considerare assieme un paio di paragrafi di un opuscoletto. Dopo essersi congedate la signora aveva detto qualcosa del tipo: “La sua fede mi attira e mi spaventa . . . Mi attira la determinazione con cui lei è disposta a sostenere ciò in cui crede, mi attirano i suoi modi di fare. Lei è una bella persona ed io ho potuto leggerlo nei suoi occhi . . . Mi spaventa il fatto che in diversi punti della nostra conversazione avrebbe voluto darmi ragione, ma si è costretta a non farlo . . . Mi piacerebbe davvero che lei tornasse come ha promesso.”

Una richiesta così esplicita non l’aveva mai ricevuta. E questa le pesava adesso come un macigno. Avrebbe voluto non aver suonato lei quel campanello. La compagna aveva continuato a parlottarle addosso per tutta la mattina, ma era inquieta e non aveva ascoltato un granché. “Dunque ci vediamo oggi pomeriggio alle 15.00” le aveva gridato mentre andava via, ed aveva riposto di sì, mentre sapeva benissimo che alle tre avrebbe dovuto accompagnare sua mamma dal dentista. Non era una donna distratta, ma adesso lo era diventata improvvisamente.

Le prime bolle cominciavano a scoppiare sul pelo libero dell’acqua nel pentolone. Era vero. Tutto ciò che la signora le aveva detto aveva il suono di essere straordinariamente vero. Avrebbe voluto darle ragione. E si era costretta a non farlo! Si stava rimproverando per questo, ora. Aveva cominciato un interessante contraddittorio contro se stessa . . . ma il veemente suono del campanello l’aveva distolta dai suoi pensieri. Erano già le 12.30.

Aveva fatto tutto di fretta, apparecchiato, mangiato un boccone; il marito aveva approfittato di quei 10 minuti di pausa per dare un’occhiata alla parte che avrebbe tenuto quella sera all’adunanza di servizio. Subito dopo era uscito per tornare a lavoro.

Sonia si era un attimo rilassata, aveva voluto fare un pennichella prima che arrivasse la mamma. E nel duello tra la stanchezza e quel pensiero che diventava sempre più pesante questa volta il sonno aveva avuto la meglio. Poco dopo si era svegliata di soprassalto al suono del campanello, ed era rimasta infastidita da quel rumore . . . proprio lei . . . Era la sorella a cui aveva dato appuntamento.

All’adunanza era stata distratta. Mentre suo marito teneva la parte aveva pensato alla monotonia di quanto stava dicendo. Le adunanze, il servizio . . . quanto tempo era passato dall’ultima volta che aveva fatto qualcosa per se? Aveva guardato suo marito con aria di stizza e si era alzata per andare in bagno. Non perché ne avesse bisogno, solo per prendere una boccata d’aria.

Sonia non era mai stata una ragazza ordinaria. Mamma, papà e nonni, si erano tutti dati da fare per allevare questa piccola frugolina che a 2 anni sapeva dire in ordine alfabetico i 12 apostoli, i 12 figli di Giacobbe e indicare con estrema precisione e senza nessun indugio tutti i personaggi del libro Racconti Biblici che amici parenti e fratelli tutti si divertivano a chiederle. Le nonnette più anziane e più prodighe le regalavano sempre qualcosa per la sola gioia che avevano nel vederla così sveglia! E sarebbe diventata ricca se avesse avuto sempre due anni!

La piccola Sonia cresceva e con immensa gioia di mamma e papà li accompagnava sempre molto volentieri in predicazione. Aveva sviluppato sin da piccola questa ‘prevalenza’ per il servizio. Sonia era una personcina deliziosa. Serena ma vivace, lo capivi guardandola negli occhi. Aveva due occhietti piccoli e uno sguardo acuto, penetrante, avido di sapere. A scuola era molto capace, sin da subito tutti si resero conto della sua propensione per le materie scientifiche. Quando si dovette discutere se avesse dovuto andare o meno all’università non ci furono dubbi sul fatto che Sonia sarebbe andata. Tutto il gran parlare che si faceva dietro in congregazione assunse valore pari a zero. Tutti i pareri che contavano erano ‘pro’. Aveva scelto Medicina, perché quella era la sua vocazione. Non aveva desiderato altro che negli ultimi mesi prima del test. La sua attenzione per gli altri, la perentorietà del suo sguardo e la cura dei dettagli che era solita avere avrebbero fatto di lei un buon medico.

I primi anni erano passati veloci e Sonia si destreggiava con estremo equilibrio tra i carichi accademici e quelli teocratici. Tutti però in congregazione in qualche modo collaboravano. La sua non era più una missione personale. Era diventata una missione collettiva. I rancori iniziali, le malelingue che non avevano saputo tacere all’inizio si erano subito chetate. Ed anche loro in qualche modo erano diventate cooperative.

Dentro però Sonia stava cambiando. Cominciava a chiedersi del perché di cose la cui risposta era sempre stata considerata ovvia. Le risposte dentro di lei cambiavano il loro valore di ovvietà per diventare delle non risposte! Ma si era imposta di lasciare che “l’evidente ovvietà” avesse il sopravvento. E non l’aveva fatto per caso; ci aveva ragionato su . . . “Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem” (Non moltiplicare gli elementi più del necessario), era la concezione che sottendeva al suo caro Rasoio di Occam "A parità di fattori la spiegazione più semplice tende ad essere quella esatta" . Era sempre stata quella la sua fortezza, il suo castello inespugnabile. Quante notti aveva passato a riflettere su ciò che la turbava profondamente. E quando si rendeva conto che perché tutti i pezzi del puzzle tornassero al loro posto bisognava ammettere l’esistenza di un che alchemico. A questo che alchemico talvolta dava il nome di Spirito Santo.

Aveva combattuto grandi battaglie contro se stessa, ma aveva firmato altrettanti armistizi. Viveva dentro di se una dicotomia costante, un fortissimo attaccamento per la congregazione, per il suo Dio . . e parimenti una trascinante passione per quello che avrebbe voluto fosse diventata la sua professione. Ciò che le pesava di più erano i sensi di colpa che puntualmente si presentavano a batter cassa alle assemblee. I discorsi poderosi da sempre le avevano fatto un effetto strano. Piangeva dentro, costruiva sofisticati paragoni, si sentiva esposta; e quando si parlava di chi aveva messo gli interessi del Regno al primo posto, una parte di lei ogni volta moriva un po’.

Dentro di lei stava accadendo qualcosa di molto particolare.

Tutte assieme, la sua vivacità, la sua forza di volontà, la sua capacità di autonomia decisionale avevano dovuto subire nel corso degli anni un costante confronto con la perentorietà della massima “Il cuore è più ingannevole di ogni altra cosa . . .” Aveva dovuto imparare a filtrare le sue considerazioni, sin da piccolissima. E nel duello le sue considerazioni erano state addestrate a perdere, sempre.

Aveva accettato che potesse esistere una logica che sfuggiva alla sua comprensione. Ma non aveva mai rinunciato a scovare quella logica.

A volte si costringeva addirittura a chiamarla logica. Sonia era sottoposta ad una sollecitazione continua. La sua ‘sezione resistente’, con l’aumentare dell’intensità di queste sollecitazioni del pensiero autoindotte o provocate, cominciava a diminuire lentamente. In questa fase alcune considerazioni cominciavano ad allontanarsi dal suo modo di pensare di sempre. Incominciava una sorta di deformazione del pensiero permanente. Quindi era incominciato uno ‘snervamento’ del suo pensiero. Lo snervamento produceva delle conseguenze, una apparente, l’altra di sostanza.

Apparentemente la sua capacità di resistere ai colpi delle illogicità che percepiva variava in modo molto disordinato. Si sentiva forte in alcuni momenti, riusciva persino a pregare con continuità . . . poi cadeva miseramente in uno stato di confusa fragilità . . . In sostanza quello che stava accadendo era che la sua ‘struttura pensante’ stava cambiando definitivamente: quello era una sorta di segnale di avvertimento da parte del suo io cosciente.

Tutto questo avveniva ad un livello di coscienza che Sonia era in grado solo di ‘sentire’. Non era ancora il momento di capire, avrebbe capito . . . ma più tardi.

In quel guazzabuglio di emozioni in cui è immersa la mente umana, il pensiero razionale fatica a farsi prestare udienza. Ma se c’era una cosa di cui Sonia era convinta e concorde con l’intera comunità scientifica, questa era il concetto di legge fisica.

Perché di un ‘fatto fisico’ si possa scrivere una legge, quel fatto deve avere caratteristiche di ripetibilità che prescindono dal conduttore dell’esperimento e dal luogo ove questo viene condotto.

Il suo approccio alla religione era sempre stato molto speciale. Amava definire il suo Dio “Geova, il grande Scienziato”. Aveva riflettuto sul fatto che la Bibbia esordisce con il ‘più grande ed irripetibile’ esperimento scientifico mai condotto nell’universo. La lettura letteralista, fondamentalista, dello Schiavo le aveva imposto di considerare i fatti così come sono scritti.

Sicché Sonia non stava chiedendosi se quel tipo di lettura dell’evento fosse corretta o meno in funzione del contesto e del tempo, il suo metodo d’indagine rifletteva a specchio quello dello Schiavo. Esso indaga partendo da presupposti che una classe precedente ha fissato. Non si interroga sulla correttezza e liceità dei presupposti. Era come muoversi dentro un telaio precostruito. Era come arredare un appartamento di cui siano stati già costruiti i divisori. Tutto ciò che rimane da fare in un appartamento chiavi in mano è scegliere il colore delle pareti, i mobili. . . oppure continuare a chiedersi cosa mai avesse potuto spingere il costruttore a fare le cose così come erano state fatte.

Era questo quello che continuava a fare Sonia. Domandare, domandare, domandare . . . e dare risposte. Da sola. Continuava a dare risposte inutili a domande inutili. Aveva intrapreso una sorta di ‘gara clandestina’ con lo Schiavo. Ed anche se l’unica lente che le era stato permesso di usare era la sua immaginazione, con questa Sonia si spingeva sempre lontana. La gara era a chi riusciva per primo a dare le risposte più bizzarre ai quesiti insoluti, o a chi riusciva a dare le riposte più bizzarre ai veti più bizzarri. . .

Ora, non è che Sonia pretendesse di trattare le questioni religiose con rigore galileiano. Sapeva benissimo che in questo tipo di questioni entravano in gioco delle grandezze sconosciute sia dal punto di vista dimensionale che direzionale. Sapeva molto bene che la sua relazione con Dio non poteva essere sottoposta ad indagine rigorosa. Usava questa sovrastruttura perché lo Schiavo aveva sempre sostenuto la logicità di quanto esso stesso afferma. E si era sempre fregiato del merito di usare lo strumento di deduzione per giungere a risposte. Dunque Sonia usava lo strumento della logica perché se lo si usava per dimostrare qualcosa allora doveva poter essere usato SEMPRE oppure MAI.

In realtà se vuoi cambiare gli spazi devi rompere le pareti . . . Questo è ciò che le aveva suggerito la sua amica Giulia, in un interessantissima conversazione fatta a colazione, prima del servizio. Anzi quella mattina non avevano affatto predicato.

Giulia era da sempre stata l’amica ‘dal parere che conta’. Non che degli altri non ne tenesse conto. Ma per Giulia nutriva una stima autentica. Era più grande di lei, ed aveva una personalità molto equilibrata. Uno straordinario controllo della voce e della mimica le conferiva un’aria solenne e simpatica.

Usciva spesso in servizio con lei perché riuscivano ad uscire dalla monotonia dei soliti discorsi e perché il servizio era differente. Con Giulia riuscivano a fare poche case, ma delle conversazioni straordinarie. Perché il padrone di casa con loro si sentiva come cullato. Tra loro due bastava uno sguardo ed entrambe avevano subito inteso la direzione che avrebbe dovuto prendere la conversazione. E lo portavano per mano sino ad ottenere quanto meno una visita ulteriore. Sarà stato anche perché a due giovincelle carine nessuno avrebbe detto mai di no e sarebbe rimasto ad ascoltare . . . quantunque avessero parlato di teologie impossibili.

Con Giulia poteva condividere le sue speculazioni. Lei e Giulia non si raccontavano eventi. Discutevano di idee e del perché delle cose. Un interessante contraddittorio era nato in occasione del restyling della posizione dell’organizzazione sul sangue. Sonia aveva condotto un’analisi indipendente sulla logicità oggettiva di quel tipo di posizione. Il risultato della sua indagine medica era stato negativo. Era quasi certa che c’era qualcosa che non andava in quella posizione. Nelle loro conversazioni Sonia e Giulia avevano cominciato a parlare di quest’ultima e sembrava che da entrambe le parti ci fosse diffidenza verso il provvedimento.

Naturalmente non era stato facile per nessuna delle due comprendere il punto di vista dell’altra. Nessuna si sporgeva più del quanto non fosse consentito dalla prudenza per evitare che l’altra potesse pensare ad un atteggiamento insubordinato. Di conversazione in conversazione però le distanze concettuali si riducevano sempre di più sino ad annullarsi del tutto, e quando entrambe erano assolutamente certe come la pensava l’altra sul tipo di provvedimento e, soprattutto su chi lo avesse posto in essere, allora le disquisizioni avevano cominciato ad assumere un valore differente.

Il climax delle loro conversazioni però era stato raggiunto proprio quella mattina in cui Giulia le aveva detto “se vuoi cambiare gli spazi devi rompere le pareti” . Sonia aveva deciso di rischiare un poco di più e l’aveva guardata fissa negli occhi per un attimo e poi le aveva chiesto “Cosa pensi dello Schiavo Fedele e Discreto?”. Le batteva forte il cuore mentre faceva quella domanda. Lo sentiva sulle tempie, il battito accelerato. . .

Giulia aveva dovuto pensarci un po’ prima di risponderle. Dopo tutto se Sonia fosse stata ancora quella che lei conosceva, cosa lei pensasse dello Schiavo non avrebbe potuto dirglielo. Aveva pensato di dare una risposta evasiva al quesito ma il tremolio della voce avrebbe tradito il disagio intenso . . . “Beh, io penso che si diano tanto da fare . . . che siano assolutamente convinti di quello che fanno . . . tuttavia non posso negare che rimango sorpresa di fronte ad atteggiamenti contraddittori che ha assunto nel tempo. . . tutto ciò mi lascia profondamente perplessa”.

A Sonia questa risposta suonava come una dolce melodia. In un attimo aveva ripreso fiato e a respirare normalmente. Non sapeva esattamente in che misura e come, ma era come se in quel momento avesse trovato qualcuno che l’avrebbe aiutata a trasportare un carico troppo pesante per lei . . .

A pensare adesso erano in due. E non solo a pensare, soprattutto a confrontarsi.

Aveva incontrato Giorgio una sera dopo l’assemblea di distretto. La sua famiglia abitavano lontana dal luogo dell’assemblea e sovente pernottava nel centro abitato più vicino. Capitava così che diverse famiglie di fratelli pernottassero nello stesso alberghetto, e la sera ci si ritrovava perlomeno a mangiare assieme. Era sceso più tardi degli altri ma non era certo passato inosservato.

Un bel giovane di un metro e novanta, dalle spalle possenti, un iride tra l’azzurro e il grigio ed un profilo degno di uno dei modelli più carini . . . non passa certo inosservato. Sonia ne era rimasta estasiata. E a dirla tutta l’imprinting era stato assolutamente determinante. A suo favore, Giorgio era estremamente silenzioso. Sembrava un angelo.

Nel giro di qualche anno si erano sposati. Lui aveva un lavoro sicuro, questo avrebbe permesso a Sonia di terminare gli studi, anche se era diventato ormai chiaro che non avrebbe continuato con la specializzazione. Terminare la specializzazione sarebbe diventato insostenibile considerati gi impegni familiari e teocratici. Si sarebbe accontentata delle guardie mediche e di fare da consulente.

Dopo aver conosciuto Giorgio il suo malessere spirituale si era completamente silenziato. Non che fosse scomparso. Era lì, latente, come un virus che aspetta l’abbassamento delle difese immunitarie per aggredire. Quattro anni di incubazione ed il suo malessere, la sensazione di fastidio era tornata a farsi sentire a voce alta. Ma non ne parlava mai con Giorgio. No . . . Giorgio era troppo . . . . Giorgio . . . per quel tipo di argomenti. Era uno che stava bene in sala, come una rana nel suo stagno. Riusciva ad intrattenere rapporti cordiali con tutti pur mantenendo un discreto equilibrio.

A dirla tutta spiccava più per la sua bontà che per la sua capacità logica. A Sonia questo aveva cominciato a dare fastidio dopo qualche mese dal matrimonio. Non che prima non se ne fosse accorta, ma l’entusiasmo gli suggeriva che la bontà in fondo fosse più importante e che in un certo qual mondo quel suo modo di essere compensasse il suo. Tuttavia non aveva parlato con Giorgio dei suoi malesseri spirituali passati né di quello che avvertiva adesso perché non era l’interlocutore giusto ed avrebbe frainteso il tutto. Dopo tutto c’era Giulia . . .

E loro due si confrontavano . . . eccome! Avevano preso a farlo con metodo, diverse volte e con l’uso di ausili ‘extrateocratici’. Le informazioni che avevano acquisito e che continuavano a studiare, le stavano conducendo in una direzione complicata.

Mentre proseguivano nel loro percorso, le piccole discrepanze diventavano voragini ideologiche e concettuali. Ci si trovava desso di fronte ad errori SEMANTICI non più soltanto SINTATTICI . . Ed un errore semantico non è facilmente eliminabile, perché solitamente coinvolge le strutture adiacenti.

Il costante confronto con Giulia e con il suo background inducevano in Sonia una forza ideologica di intensità sempre maggiore. Questa forza era a sua volta la risultante di innumerevoli e minute osservazioni raccolte qua e la nel tempo e nello spazio. Si dice che l’unione faccia la forza e non a caso . . . Determinati errori concettuali, la circolarità delle ‘dimostrazioni’ erano elementi che si presentavano così frequentemente da evidenziare un chiara ripetibilità.

A questa ripetibilità Sonia però, non attribuiva un carattere doloso. Differente era la posizione di Giulia, la quale piuttosto, era più propensa nella sua analisi ad evidenziare responsabilità coscienti. Quelle analisi stavano producendo risultati concreti. Tuttavia c’erano elementi esterni alla pura analisi critica che offrivano resistenza al percorso; il contesto di Sonia costituiva un elemento di attrito puro. Accadeva che le vette scalate e le conclusioni raggiunte dovevano essere confrontate con la sua storia più che con il suo presente. E così i risultati diventavano stantii. Risultati destinati a perdere, confrontati con elementi fuori tempo e fuori luogo.

La sua paura più grande era quella di deludere tutti. Era questo l’elemento che sbilanciava più di qualsiasi altra cosa la limpidezza delle sue riflessioni. La paura di deludere confrontata con la ragione. Evidentemente la seconda stava prendendo terreno. Ma la prima costituiva un ostacolo serio. Quella bizzarra teologia stava trasformandosi in ‘teopatia’. Per questo ‘male che non esiste’ non esisteva cura. Non esisteva diagnosi. E Sonia se ne stava lentamente ammalando.

Sonia era tornata dalla signora. Il dialogo si era fatto interessante. Non avevano conversato su nessuna teologia. Si era varcata quella soglia. Entrambe avevano compreso che il baricentro non era Dio, né la sua natura, né la sua interazione con l’uomo. Il baricentro era l’uomo e la sua anima. La sua anima nel senso ‘quel qualcosa che lo rende uomo’. Nulla di spirituale o di magico.

Avevano discusso di mente e di pensieri. Avevano discusso di quel “vacillante bulbo di sogni e sospiri”, e di come questo potesse in qualche modo determinare scelte e spinte d’azione. Avevano discusso sul concetto di libero arbitrio e della scelta. Ci si era chiesti che cosa davvero rendesse un essere umano differente da altri animali, e se questa differenza (nel qual caso esistesse) possa renderlo in un qualche modo soggetto ad una giurisdizione speciale. Si erano domandate più che sul fine ultimo dell’uomo sul suo fine contingente. Si erano domandate che cosa comportasse di fatto l’esistenza di Dio.

Sonia aveva finalmente compreso il concetto di “etica trascendente”. Tuttavia non era stato quel giorno in sé a cambiare forse in tutto e per tutto la vita di Sonia. Quel giorno era stato solo il culmine di un percorso.

Sonia aveva intrapreso molto tempo prima un percorso a feedback. Ed ogni giorno diventava qualcosa di diverso che avrebbe cambiato l’immagine successiva di sé. Quella diversa persona alimentava a sua volta una persona differente giorno dopo giorno. Affinava continuamente la percezione del mondo intorno a sé e di sé. Aveva smesso di essere stantia. Aveva smesso di essere un robot. Aveva scelto di far tacere i suoi pregiudizi.

La gente intorno a lei non avrebbe purtroppo mai capito. Continuava testardamente ad essere vittima dei propri pregiudizi e a fare confronti con la Sonia di prima e la Sonia di dopo. Ma non esisteva nessuna Sonia di prima, né nessuna Sonia di dopo. Sonia era diventata qualcuno di completamente differente. Non aveva nessun senso confrontarla a se stessa. Non era peggio, non era meglio. Questi due aggettivi non avevano senso. Sonia aveva cominciato a crescere una seconda volta, finalmente.

Sintesi

Ed è forse così che il tentativo di comprensione degli altri si infrange come onde sugli scogli. Il fallimento costante dei rapporti con i nostri simili nasce dal fraintenderne la loro vera natura. Non siamo chiamati ad essere arbitri ed investigatori dell’altro. Piuttosto osservatori discreti e quasi invisibili. L’equilibrio e la natura conservativa dell’intero universo ci consigliano un moderato compromesso tra cooperatività e competitività con le strutture che ci circondano. Se qualcuno decide quanto investire in qualcosa di conteso è solo razionale che lotti tanto per quanto quel qualcosa vale per lui. Non ha senso attribuire o creare scale di valore generali. Né razionale.

Autore "Bioscientist" (link)

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