Materiale stampato dal sito INFOTDGEOVA.IT a cura di Achille Lorenzi

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Tuesday, 23 May 2017 01:12
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:: ESPERIENZE > ANTONELLA

"Forse ora riesco a raccontarmi..."
Testimonianza inviata nel forum (link).

Ho conosciuto  la "verità" a 11 anni, per via di una compagna di scuola che aveva una vicina di casa Testimone di Geova che faceva visita alla sua famiglia. Quando la mia mamma e io ci trovavamo là, capitava che scendesse questa signora e ci parlasse della Bibbia. Lei era una persona molto provata, subiva dura persecuzione da parte del marito, che era addirittura arrivato a chiuderla fuori casa quando tornava dall'adunanza, e anche a picchiarla. Questa vicenda aveva colpito molto mia mamma, che accettò uno studio biblico con una giovane sorella.

Nel giro di poco, ovviamente, lo studio fu proposto anche a me e anche mio padre cominciò a studiare col fidanzato della sorella. Mamma e papà capirono subito come stavano le cose... lei fumava e non accettava imposizioni, lui non sopportava di essere costretto ad andare in sala la sera e la domenica. A loro piaceva andare fuori Milano la domenica e a volte per tutto il weekend, anche per farmi visitare delle belle località e per stare insieme, quindi l'idea di chiudersi in Sala non andava a genio a nessuno. Per questi e altri motivi loro smisero lo studio mentre io continuai ancora un po' da sola.

Verso i 12-13 anni (ero una ragazzina precoce...) cominciavo ad avere le prime storielle d'amore, e una in particolare mi aveva preso tanto, infatti è durata ben tre anni. La sorella che mi teneva lo studio mi mise davanti ad una scelta: "Se vuoi continuare devi lasciare i tuoi amici e il ragazzino... non puoi tenere i piedi in due scarpe". Inutile dire quale fu la mia scelta... Ma prima di andarsene da casa mia la sorella mi disse: "Comunque se sei una pecora, Geova ti darà un'altra opportunità" e questa frase rimase impressa nel mio cuore.

E finalmente iniziò la mia adolescenza, bella, libera, serena, spensierata... Ero una monella e lo sono ancora nell'animo, per cui alle scuole superiori mi impegnai politicamente, iniziai a vendere giornaletti di gruppi di estrema sinistra, a fare i picchetti a scuola, partecipare alle manifestazioni... insomma io dovevo contestare... Le amicizie che strinsi certo non erano delle migliori, così iniziai anche a fumare e ben presto provai anche qualche spinello. Tutto questo con grande costernazione e preoccupazione dei miei che lavoravano e non sapevano più come tenermi a bada.

Così una serie di avvenimenti mi riportò nella tana del lupo: il mio ragazzino mi confidò di dover seguire i suoi genitori in un trasferimento a Campobasso, sorsero alcune divergenze con la mia compagnia, iniziai a sentirmi sola e in questo contesto in due giorni incontrai una marea di fratelli e sorelle in servizio: una venne a rinnovarmi l'abbonamento, un'altra coppia in predicazione a casa mia, uno lo incontrai per strada e mi offrì le riviste... insomma tutto in due giorni, così mi ricordai la frase detta dalla sorella: "Se sei una pecora, Geova ti darà un'altra opportunità", e mi convinsi che si doveva trattare di un segno, di un invito di Geova a tornare da Lui.

Quella domenica mi preparai per andare in discoteca e, arrivata lì, invece di entrare, presi l'ascensore e salii al quarto piano, dove sapevo esserci la Sala del Regno. Era l'ottobre del 1977 e io avevo 15 anni. Quel giorno fui guardata con curiosità dai giovani della Sala perché ero vestita "da discoteca" ma tutti mi accolsero volentieri. Diversi li conoscevo già per via del precedente periodo di studio biblico. Chiesi di studiare e subito un anziano incaricò sua figlia di studiare con me... indovinate cosa? Il libro "Giovinezza"! Questa ragazza non aveva nemmeno finito le scuole medie e proprio non riusciva ad essere un'insegnante con me, per cui lo studio proseguì con domande e risposte molto velocemente fino alla fine del libro. 

Nel giro di due mesi avevo smesso di fumare, a maggio diventai una proclamatrice e il 5 agosto del 1978, all'assemblea internazionale "Fede Vittoriosa" a San Siro, mi battezzai insieme ad altri 1026 fratelli e sorelle. Ricordo ancora l'emozione che provai nel sentirmi finalmente parte del popolo di Dio a tutti gli effetti, ma a pensarci ora mi rendo conto che il mio era solo un bisogno di essere accettata in un gruppo, un bisogno puramente adolescenziale, lo stesso che mi aveva spinto ad associarmi ai gruppi di estrema sinistra. 

Come avevano vissuto tutto questo i miei genitori? Certo, da un lato non erano contenti perché io non festeggiavo più niente con loro e perché ero sempre fuori casa, ma dall'altro si rasserenarono perché smisi di frequentare cattive compagnie, di fumare e di mettermi in pericolo. Ero chiusa nel mio recinto e questo risparmiava loro un sacco di grane e gli evitava parecchi grattacapi. 

Ricordo che mio papà disse da subito che era una società commerciale (anatema!!!) e che questa "purezza" di cui si era sempre pronti a vantarsi poteva esserci solo finche eravamo in pochi e si riusciva a mantenere il controllo, ma se fossimo cresciuti come i cattolici non sarebbe più stato possibile. Comunque, in fondo non facevo male a nessuno e loro mi hanno cresciuta senza fatica.

Durante quell'anno scolastico avevo conosciuto a scuola un ragazzino che aveva 2 anni più di me e frequentava la mia stessa sezione, io ero in seconda e lui in quarta. I suoi compagni di classe erano i miei amici estremisti di sinistra che, quando seppero che volevo smettere tutto per diventare TdG, mi presentarono al loro compagno che già lo era. Ci vedemmo spesso all'intervallo e stringemmo una certa amicizia. Ci rendemmo conto di essere della stessa congregazione (io frequentavo da pochissimo e lui non mi aveva ancora notata) e cominciammo ad uscire in compagnia con altri ragazzi/e della nostra età. Subito dopo il mio battesimo ci fidanzammo (io avevo 16 anni e mezzo e lui quasi 19).

Trascorsero così gli anni delle superiori, mentre i miei compagni si divertivano ed avevano le prime esperienze con i ragazzi/e dell'altro sesso e crescevano e maturavano anche attraverso i loro errori. Io all'apparenza sembravo sempre più matura di loro, ero la ragazzina perfetta, niente fumo, niente alcool, niente droga, niente sesso, niente parolacce, svaghi sani, compagnie sane... però... io ero costruita, ero quello che mi dicevano avrei dovuto essere, e piano piano si spense anche la mia spontaneità, la mia allegria, la mia voglia di vivere, la gioia che illuminava i miei occhi, la spensieratezza. Ero già una donna... ma non lo ero dentro...

L'ultimo anno delle scuole superiori il mio fidanzato era in carcere per "sostenere la prova della neutralità cristiana". Al termine delle scuole il mio desiderio sarebbe stato quello di laurearmi, visto che avevo sempre il massimo dei voti, ma i miei genitori mi dissero che avrei dovuto pagarmi l'università col mio lavoro e il mio fidanzato che non potevamo rimanere senza sposarci altri cinque-sei anni, protraendo così il nostro fidanzamento ad un totale di nove anni. Se considerate il punto di vista dei Testimoni di Geova sulla fornicazione, al quale noi ci attenevamo scrupolosamente, potrete anche capire perché...

Così trovai un lavoro, un ottimo lavoro, e l'anno dopo ci sposammo (20 anni io e 22 lui). Inizialmente tutto andò per il meglio, facemmo della "verità" il fulcro della nostra vita, lui si impegnò nella congregazione e io nel servizio. Vedendo che il mio lavoro a tempo pieno era un impedimento, decisi di cambiarlo e iniziai a fare la supplente per avere più tempo libero per la predicazione. Feci la pioniera regolare e l'anno dopo frequentai la Scuola dei Pionieri. Mi impegnai anche come insegnante nella scuola per imparare a leggere e a scrivere tenuta in congregazione. Ma tutti quegli impegni mi sfiancarono e, insieme ad una dieta fatta con l'ausilio di anfetamine, mi provocarono un bell'esaurimento nervoso. Decisi così di smettere il servizio, sentendomi poi però soffocata dai sensi di colpa, soprattutto quando partecipavo ad assemblee che incoraggiavano ad impiegare così la propria vita.

Nel 1987 ci fu quel famoso discorso che incoraggiava a non avere figli, subito seguito dall'articolo della Torre di Guardia. Per fortuna noi avevamo appena cercato un figlio e così iniziò un periodo meraviglioso ma difficile, che portò piano piano al mio allontanamento. 

Al momento del parto si verificò un grave imprevisto: il mio utero non si dilatava a sufficienza, le contrazioni mi furono provocate con flebo di ossitocina poiché le acque erano già tinte e c'era in atto una sofferenza fetale. Dopo 12 ore di travaglio fui portata in sala parto e il bambino fu spinto fuori dal medico che si sdraiò sulla pancia. Non so se sia stata questa la causa, ma il collo dell'utero si lacerò. Nessuno si accorse dell'accaduto e i miei genitori e mio marito furono rimandati a casa. Una volta in corsia svenni a motivo dell'emorragia interna e fui operata d'urgenza. Le ultime parole che dissi sono: "Niente sangue. Chiamate mio marito". Ormai però di sangue ne avevo perso troppo e sarebbe stata necessaria una trasfusione che mio marito rifiutò. Quando mi risvegliai, ero in rianimazione, intubata, senza energie. Mi spiegarono che era in atto uno stillicidio, non si capiva da dove perdevo sangue, ma continuavo a perderne, e senza una trasfusione non sarei sopravvissuta. L'emoglobina scendeva rapidamente. I miei genitori erano lì, fuori dalla rianimazione, e litigavano di continuo con mio marito, i fratelli, i membri del Comitato Sanitario che non lasciavano mai l'ospedale, facendo i turni. Io continuai a firmare contro la trasfusione finche venni informata che era in atto un'ischemia e che avrei potuto rimanere gravemente danneggiata al cervello o al cuore. Nonostante tutto io continuai a rifiutare e durante la notte i medici, ottenuto il permesso del Magistrato, mi trasfusero in modo coatto. Ricordo ancora l'emozione violenta che provai quando me ne resi conto: da un lato la rabbia, la paura, il dolore per aver trasgredito ad un comando di Geova, dall'altro il sollievo perché io volevo vivere e crescere il mio bambino che aveva bisogno di me. Non ammisi mai a me stessa questi sentimenti, continuai a paragonarmi ad una donna violentata, ma sapevo di non aver fatto tutto il possibile per impedirlo. Avevo letto su una rivista di una sorella che si era strappata tutti i tubicini e io non avevo il coraggio di farlo.Questi sensi di colpa continuarono a tormentarmi per molti e molti anni dopo questo episodio. 

Dopo una settimana finalmente uscii dalla rianimazione e tornai in corsia. In ospedale non si parlava d'altro, le mamme mi evitavano, le infermiere mi trattavano male: nessuno capiva. come può una mamma abbandonare il suo bambino??? Qualcuno chiedeva spiegazioni, ma poi mi trattava male. Finalmente tornai a casa. Il mio cucciolo aveva già 12 giorni. Da quel momento lui diventò la mia ragione di vita, il mio unico e grande amore. Piansi per molti giorni e molte notti. Mi sentivo in colpa e telefonai agli anziani per sapere che provvedimenti avrebbero preso nei miei confronti. Mi dissero di non pensarci per ora. L'unica visita che ricevetti fu quella del sorvegliante che non accennò al problema.

Quando finalmente riuscii a tornare in sala, avvicinai un anziano e lui mi disse che gli anziani si erano riuniti e non avevano ritenuto opportuno formare il comitato in quanto la cosa non era dipesa da me. Nient'altro.nessuno mi chiese come mi sentivo nell'anima.e io ero a pezzettini. Espressi il desiderio di denunciare i medici per avermi trasfuso contro la mia volontà, fu interpellato l'Ufficio della Betel, e la risposta fu che in questi casi si procede alla denuncia solo se ne può derivare una pubblicità positiva all'organizzazione, ma nel mio caso l'opinione pubblica non si sarebbe certamente schierata a nostro favore, quindi meglio lasciar perdere.

Non capii, ma accettai ugualmente, anche se questa risposta calpestava totalmente i miei sentimenti e la mia coscienza.

Continua...

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