In
un sito a cui ha collaborato anche ling. Angelo Palego sono riportate
numerose foto che dimostrerebbero la presenza dell’Arca sull’Ararat.
Nel suo libro
Ho
camminato sopra l’Arca di Noè (Editrice
Nuovi Autori, Milano, 1990), alle pp. 149-154, l’ingegnere parla in
maniera entusiastica di queste sue foto, sostenendo che esse
dimostrino, al di là di ogni ragionevole dubbio, che l’Arca si
trova sull’Ararat. Ecco alcune sue frasi: "Ma se qualcuno
ancora si azzarda ad aprir bocca e sollevare qualche dubbio...
"; "E se qualcuno ancora non si è arreso all’evidenza
dei fatti e non ha piegato il collo d’innanzi all’Iddio di
giudizio, si ricordi allora che quei due crepacci sono
esattamente sopra lo spuntone emergente, da me già fotografato
nella mia prima salita all’Ararat"; "Se proprio c’è
ancora qualcuno (e sicuramente c’è) che ostinatamente non si
arrende all’evidenza..."; "E se tutta questa evidenza
non vi sembra ancora abbastanza, ...".
Nonostante queste fiduciose asserzioni,
le foto pubblicate non dimostrano nulla di certo ed
inequivocabile. Vi si intravedono solo delle ombre, dei singolari crepacci, ma
nulla di chiaramente ed inequivocabilmente distinguibile.
In
un più recente libro di Palego - Come ho trovato l'Arca di Noè,
pubblicato nel 1999 dalle Edizioni Mediterranee -, vi trovate di fronte ad altre
dichiarazioni ed affermazioni la cui sicurezza lascia a dir poco sconcertati.
Per esempio, dalle pp. 149 a 153 vengono pubblicate sei fotografie dove, secondo
l'ing. Palego, sarebbero chiaramente visibili i resti dell'Arca. Palego vi
intravede addirittura "l'alloggiamento di Noè e della sua famiglia", e il tetto
dell'Arca, quello che nella TNM viene chiamato "tsòhar". Secondo lui
la foto a p. 150 mostrerebbe proprio questo particolare e questo, sostiene, «conferma
dunque esattamente ciò che dice la Bibbia in Genesi 6:16».
Ecco
la foto:

Qualcuno
riesce solo ad immaginare quello che invece l'ingegnere
riesce a vedere
con tanta sicurezza?
Ecco
un'altra foto che si trova a p. 100:
L'ingegnere così commenta questa foto alle pp.
153 e 154 (i commenti in azzurro sono miei):
Indicato dalla freccia si
può vedere il troncone dell'Arca nella gola di Ahora, disposto nel
senso di marcia del ghiacciaio Araxes. La foto stata scattata nel 1976
dal ricercatore dell'Arca turco Ahmet Ali Arsla 40 spedizioni
sull'Ararat, ed è pubblicata nel libro di Charles Berlitz La nave
perduta di Noè (Euroclub). [Nel
libro di Berlitz la foto è ancora più chiara e non si vede
assolutamente nulla di ciò che dice Palego! Fra l'altro nemmeno
Berlitz che ha pubblicato per primo questa foto vi ha scorto quello
che invece Palego "vede" così chiaramente.]
Quando Karim mi fa vedere la foto, telefono ad Arslam (vive a
Washington). Ha scattato anche lui la foto, ma non ha visto l'Arca. [ovviamente!]
A questo punto un sincero ricercatore dell'Arca cosa avrebbe dovuto
fare? [Avrebbe dovuto rendersi conto che
in queste foto non si vede proprio nulla] E cosa, in realtà,
ha fatto? Ve lo dico subito. Siamo ai primi dì dicembre 1996. Il
ricercatore ha:
1 - stampato subito centinaia e centinaia di copie delle nuove foto;
2 - spedito subito tutta la documentazione a tutti i ricercatori
dell'Arca chiedendo di controllare, nelle loro foto, la gola di Ahora.
A tutto (17 febbraio 1997) sono passati più di due mesi e nessuno,
dico nessuno, ha risposto con una sola riga; [evidentemente
a questi ricercatori mancava la "fede" di Palego che non ha
permesso a loro di vedere quello che solo l'ingegnere è riuscito a
vedere...]
3 - Ho spedito foto a decine e decine di capi di stato, primi
ministri, re, regine, autorità scientifiche e culturali di tutto il
mondo. A tutti ha chiesto di essere ricevuto. [e
quale è stata la reazione?] Nessuno, ma proprio nessuno, ha
pochi minuti di tempo per l'Arca di Noè...; |
Così
conclude lo sconsolato Palego.
In realtà non c'è alcun dubbio che se questo foto rivelassero davvero
quello che Palego sostiene, se non capi di stato o re e
regine, almeno qualche ricercatore o studioso, lo avrebbe degnato di
attenzione.
Palego, nel 1989, scrisse che non sarebbe più
tornato sull’Ararat, dato che "quello che [doveva] scoprire dell’Arca" lo aveva già scoperto, "cioè la sua
localizzazione a dimostrazione che la Bibbia è assolutamente
verace" (p.155). Evidentemente qualche dubbio doveva ancora
nutrirlo, dato che in seguito le sue spedizioni sono continuate e
nel 2000 ha effettuato il suo 15° viaggio sull’Ararat. Ogni anno
Palego annuncia che dimostrerà di aver trovato l’Arca e ogni
volta ritorna senza le prove certe
di questa sua scoperta. Da parecchi anni inoltre mostra sempre le
solite fotografie: possibile che in tutte le sue spedizioni non
sia riuscito a fare qualche nuova foto, magari più nitida e chiara, e che
si debbano invece "elaborare" le stesse foto per cercare di essere più
credibili?
E se invece sull’Ararat non ci fosse nulla? O se
quella che Palego ha scambiato per l’Arca in realtà fosse una
particolare conformazione rocciosa, o un gioco di luci e di ombre?
Che ne sarà della "fede" di Palego e di chi gli ha
dato credito?
Non rimane che aspettare il suo ritorno dall’ennesimo
viaggio sull’Ararat e sperare che porti finalmente prove (e foto) più
convincenti.
Cliccando
qui si può visualizzare il sito con le presunte foto dell’Arca
La rivista scientifica Newton del
mese di dicembre 1998, ha pubblicato
un articolo in cui si parla anche
delle ricerche di Angelo Palego:
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L'ipotesi italiana
L'Ararat,
resta dunque la meta preferita dai ricercatori, in particolare
il ghiacciaio Parrot sul versante ovest, la gola Ahora e il
ghiacciaio Abich II su quello nord-est. Secondo Angelo Palego,
chimico sessantatreenne di Trecate (Novara), personaggio di
spicco della comunità dei Testimoni di Geova e archeologo
dilettante (ha già al suo attivo 13 spedizioni) è in questa
zona che si trova l'Arca di Noè; ma le sue ipotesi sono state
smentite da ricercatori universitari.
Studiando le parole della
Bibbia, Palego ha calcolato con esattezza il luogo d'approdo (un
altopiano a quota 4800 metri con una superficie pari a 16 volte
un campo di calcio). Poi, in base ai successivi eventi naturali
documentati, ha dedotto la posizione attuale dei frammenti: uno
a 4300 metri di quota e un altro a 4000. Palego ha fatto
esaminare le sue foto (in cui viene evidenziata una massa scura)
e quelle scattate dal satellite francese Spot, da un gruppo di
esperti guidato da Nello Balossino, docente di Elaborazione
d'immagini al Dipartimento d'Informatica dell'Università di
Torino, e da Corrado Lesca, che insegna Topografia e
fotogrammetria al Politecnico di Torino. Ma i risultati non sono
stati quelli sperati.
Il giudizio del professor Lesca, spiegato
a Newton, è drastico: "Non c'è nessun elemento che possa
far pensare che la "macchia" fotografata da Palego sia
l'Arca, e questo per due ragioni. Innanzitutto i ghiacciai
dell'Ararat fanno parte dei cosiddetti "temperati": la
loro caratteristica principale è di comportarsi come spugne,
ovvero di trattenere, al di sotto della crosta, una grande
quantità d'acqua ancora allo stato liquido". Ora, 4000
anni di acqua in movimento avrebbe sicuramente distrutto
qualsiasi relitto di legno. "Anche se così non
fosse", continua Lesca, "sarebbe bastato il continuo
movimento del ghiaccio a distruggere l'Arca. Il monte Bianco,
per esempio, ci ha restituito resti di elicotteri e di piccoli
aerei precipitati solo poche decine di anni fa, ridotti in pezzi
davvero minuti". E il metallo con cui erano costruiti è
certo più robusto del legno di biblica memoria. "E' infine
assolutamente impossibile", conclude Lesca, "che
Palego sia riuscito a vedere a occhio nudo, e a fotografare con
una macchinetta, una struttura che dovrebbe essere intrappolata
almeno qualche decina di metri sotto il ghiaccio. Il ghiaccio
non è una lastra di vetro, e in trasparenza si può vedere solo
per qualche centimetro, una decina al massimo".
Più probabilista, anche se con rigorosa cautela scientifica,
appare invece Nello Balossino: "L'immagine satellitare che
ho analizzato riproduce solo la lunghezza d'onda tra il verde e
il rosso", spiega, "non è stato dunque possibile
determinare da quale sostanza sia composta la
"macchia". L'unica analisi certa riguarda le
dimensioni: la massa scura è un parallelepipedo le cui misure
grossomodo corrisponderebbero alla descrizione biblica
dell'Arca: 150 metri di lunghezza per 25 di profondità".
La ricerca è dunque arrivata alla fine? "L'ipotesi che
siano tronconi appartenenti all'Arca, o comunque resti di un
oggetto estraneo al ghiacciaio", conclude Balossino, "è
valida tanto quanto quella che si tratti di una formazione
rocciosa o di un'enorme massa di ghiaccio annerita da una colata
lavica e poi ricoperta da altro ghiaccio. La prova dell'origine
lignea della "macchia" potrebbe venire dall'analisi
del suo comportamento spettrale (ovvero della diversa maniera
con cui le varie sostanze di cui potrebbe essere composta
riflettono la luce), ma per far ciò occorrerebbero più
immagini".
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Altri
siti sull’Arca e il Diluvio:

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