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L'ostacolo rosso




L'ostacolo rosso

Parte di una drammatica testimonianza tratta del libro di Patrizia Santovecchi

"Figli di un dio tiranno"
Domanda per i TdG che leggeranno questa pagina:
come avrebbe dovuto comportarsi questo genitore?


L’equipe ci aspettava, ci informarono. Io e mia moglie attraversammo tutto il reparto in silenzio. Il momento era arrivato. Sapevamo tutti e due che alla fine di quel corridoio ci sarebbe stato qualcosa che, comunque fosse andata, avrebbe deciso il nostro futuro. Ma non ce lo dicemmo.
Erano giorni che i nostri cervelli lavoravano senza fermarsi. Per notti intere le speranze avevano rincorso le paure, mille domande erano rimaste senza risposta e i pensieri si erano affastellati caotici, irrefrenabili, gomitoli senza bandolo.

Sfiorammo decine di camici frettolosi che entravano da una camera all’altra, era l’ora delle visite; oltrepassammo infermiere con al seguito carrelli carichi di medicamenti. Non ci guardammo mai finché non fummo davanti alla porta indicata. “Prego” ci invitò una voce dall’interno. Entrammo e ci trovammo di fronte a sette medici schierati che ci fissavano. L’unico a parlare fu il primario. E lo fece senza preamboli. “Allora, la situazione è questa - ci disse - il bambino deve essere operato domani. Se date il consenso alla trasfusione di sangue, bene, io opero e l’arto tornerà a posto. Altrimenti non faccio niente. E intervengo solo quando il braccio puzza. Ovviamente per amputare”.

Un masso caduto in un lago da una rupe alta cento metri avrebbe fatto meno rumore del boato che in quel momento ci rimbombò fin nello stomaco. “Altrimenti amputiamo”: il mondo si era fermato con quelle parole. Mia moglie scoppiò a piangere e uscì dalla stanza. Io mi ritrovai da solo ammutolito, a cercare di scavalcare un ostacolo più grande di me.

“Ma il tribunale non ha fatto nulla?” Mi trovai a balbettare. I fratelli ci avevano rassicurato che, in caso di necessità di trasfusione per nostro figlio, sarebbe intervenuto il Tribunale dei Minori. Avrebbe tolto la patria podestà a me, Testimone di Geova come mia moglie, e avrebbe dato il consenso al posto nostro. “Il Tribunale interviene solo in casi di pericolo di vita - mi rispose secco il primario come a sottolineare un concetto ovvio - suo figlio non rischia di morire però. Rischia solo un braccio”. Già, solo un braccio.

Potevo io divenire giudice del destino di un figlio? Avevo il diritto di decretare che il mio Sandro a soli dieci anni rimanesse mutilato? Geova voleva questo da me? Non sapevo rispondere. Ero tutt’uno con una forza incontrollabile che mi spingeva a ribellarmi a una legge dura che sentivo ingiusta. Non la sapevo chiamare, né definire. Ma sentivo che era potente. “Allora?” Mi incalzò il primario dopo quei pochi secondi che a me erano sembrati pesanti come cent’anni. “Allora procedete come dovete. Fate la trasfusione”. Un attimo di silenzio. “Oh, bravo signor Vanni - esplose il coro dello schieramento dall’altra parte del tavolo - ha deciso per il meglio”.

Era andata. Voltai le spalle a quello che per qualche minuto mi era sembrato un plotone di esecuzione, mi diressi alla porta come un automa e uscii. Fuori, con la testa appoggiata al vetro della grande finestra c’era mia moglie. Gli occhi umidi e persi mi trafissero con una domanda, con una preghiera, per che cosa non lo sapevano nemmeno loro. “Lella, non ce l’ho fatta: ho dato la mia vita eterna per Sandro e ho detto sì alla trasfusione”. I suoi muscoli tutti tesi verso di me fino a un attimo prima si accasciarono di nuovo, spossati. Le labbra le si serrarono quasi a voler trattenere un grido.

Ma perché urlare se adesso sapevamo che Sandro sarebbe cresciuto come gli altri suoi coetanei, con tutte e due le braccia. Avevamo scelto l’amore per lui, no? Tutto questo non bastava.
Il sollievo che nasceva da quella consapevolezza non era sufficiente a superare quanto ci era piovuto sul capo: l’inappellabile giudizio dei fratelli che io avevo tradito. Non ero stato all’altezza della fede di Geova. Lella tutto questo lo sapeva.

E la gioia di madre per un figlio presto guarito non aveva fatto in tempo a fiorire, schiacciata dai sensi di colpa, dal futuro che stava per aprirsi: ci attendeva il Comitato Giudiziario.
Tornai a casa, ero un uomo diverso. Senza più certezze, c'era solo angoscia. Vagavo per le stanze buie, inseguito dovunque dal fantasma della mia coscienza. Quel Dio che avevo fino ad allora sentito accanto come il Dio della mia salvezza si era trasformato nel Dio della mia distruzione. Quella notte lunga, interminabile, mi fece per la prima volta sperimentare come poteva essere l'inferno, se mai ce ne fosse uno. Guardai i miei figli che dormivano, almeno loro potevano farlo, pensai.

Mi avvicinai a Rachele, il suo respiro caldo mi sfiorò la mano, quasi mi bruciò. E fu un dolore fortissimo. Insieme arrivò la consapevolezza che mai sarei stato un padre all'altezza delle esigenze di Dio. La vita del cristiano è una corsa a ostacoli, mi avevano detto: io su quell'ostacolo avevo inciampato. Dio aveva avuto l'occasione di pesarmi e mi aveva trovato indegno, incapace, debole. La decisione terribile si impose inevitabile. Come uno squarcio sbloccò il peregrinare fra quei fagottini rannicchiati sotto le coperte.

Mi scossi, corsi nello studio, adesso sapevo che cosa restava da fare. La macchina da scrivere era lì, pronta. Le dita cominciarono a rincorrere le parole che mi affollavano la mente. Con quella tastiera non ho mai avuto tanta dimestichezza ma con le lacrime poi che mi appannavano la vista l’impresa era ancora più difficile. "Io Renato Vanni dichiaro di volermi dissociare dalla vostra organizzazione". Iniziai così la lettera che avrei consegnato agli anziani della congregazione locale il giorno dopo.

Era il 27 aprile del 1990: quel giorno decretò la mia uscita dalla congregazione dei Testimoni di Geova. Dopo cinque anni mi seguì anche mia moglie.  ....
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Crisi di coscienza,
Fedeltà a Dio
o alla propria religione?
Di Raymond Franz,
già membro del
Corpo Direttivo dei Testimoni di Geova
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27/01/2020
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