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Nel 1984 la Società Torre di Guardia pubblicò un opuscoletto dal roboante titolo de “Il nome divino che durerà per sempre”. Scopo di questo scritto di 32 pagine era quello di illustrare e rendere ragione della dottrina geovista sul nome di Dio. Onestamente, riteniamo tale pubblicazione un esempio lampante di come i TdG, nel loro argomentare, facciano volentieri a meno delle leggi della logica. Cercheremo di illustrare ciò in queste righe. L’opuscolo in oggetto si apre con le parole che seguono:
In effetti, c’è da interrogarsi su questo. Prima di tutto, però, c’è da chiedersi che cosa voleva dire Gesù con tale espressione. La risposta, in parte, ci viene fornita dallo stesso testo geovista, nel quale, a pagina 4, viene citato “The Illustrated Bible Dictionary”, volume I, pagina 572. In quest’opera si afferma quanto segue:
Ecco, per gli ebrei il nome di qualcuno non era una semplice etichetta, ma indicava questo qualcuno stesso. Per cui, quando il testo biblico si riferisce al nome di qualcuno, in verità sottintende questo qualcuno stesso. Ciò, del resto, è chiarito dalla TNM quando rende Atti 1,15 come segue: “Ora in quei giorni Pietro si alzò in mezzo ai fratelli e disse (la folla di persone era nell’insieme di circa centoventi).” Il fatto è che lì dove TNM dice “persone”, il testo greco dice “onomaton” (genitivo plurale di “onoma”), vale a dire “nomi”. Ovviamente, memori del succitato passo de “The Illustrated Bible Dictionary”, i bravi traduttori geovisti hanno compreso che con “nomi” qui si intendevano proprio le “persone” che quei 120 nomi indicavano ed hanno tradotto correttamente “persone”. Da
ciò deduciamo che, con l’espressione “Sia santificato il tuo nome”, Gesù
voleva dire “Che tu sia santificato” e, visto che Dio è il Santo, "che
tu sia santificato” vuole probabilmente significare: “che tu sia
riconosciuto quale il Santo”, “che tu sia riconosciuto per ciò che sei”.
Non è un caso, allora, che la Traduzione Interconfessionale in Lingua Corrente
della Bibbia renda questo passo con “fa' che tutti riconoscano te come sei”.
E
quale sarebbe il nome di Dio?
Da che mondo è mondo, quando qualcuno si rivolge al proprio padre lo fa dicendo appunto “padre” o, più affettuosamente, “papà”, “babbo”. Infatti, così si rivolge Gesù al suo ed al nostro Padre celeste. “Padre nostro”, dice Egli pregandolo. “Abbà!” (papà), dice Paolo, ci induce a gridare lo spirito del Figlio di Dio dal profondo dei nostri cuori (Ga 6,4). Nonostante questo, l’opuscolo in esame continua a tirare dritto per la sua strada:
Invero, lo si sente ogni volta che in una di queste chiese viene celebrata la messa e, più in generale, ogni volta che si prega così come Cristo stesso ci ha insegnato a fare. Ma in queste occasioni si chiama il Padre celeste “Padre”, e non è questo (nonostante quanto si dovrebbe dedurre da tutto quello che si è detto sopra) per i TdG il nome con cui ci si deve rivolgere a Dio. Continua il nostro opuscolo:
Il
vero nome di Dio è quindi quello che, traslitterato in caratteri latini, viene
reso con YHWH, il famoso Tetragramma. Ma qual è la pronuncia del Tetragramma?
Ecco,
proprio quello che noi avevamo realizzato sin dall’inizio appellandoci al
senso reale delle parole di Cristo, lì dove, dal fatto che nella cultura
ebraica il nome di qualcosa sta per questo qualcosa stesso, deducevamo che
quando le Scritture accennano al “nome” di qualcuno, in realtà, vogliono
intendere questo qualcuno in quanto tale e che il Maestro di tutti noi nel dire,
ad esempio, “Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal
mondo.” (Gv 17,6), intendeva dire “Ti ho fatto conoscere agli uomini che mi
hai dato dal mondo.”
Concludendo, quindi, il nome con cui Dio si presentò a Mosè è così importante per i seguaci di Cristo (nonostante Cristo non lo usi mai nelle Scritture, nemmeno nella TNM) che il Signore, dopo aver permesso che la sua reale pronuncia andasse perduta, si compiace di tutti coloro che pronuncino il medesimo “storpiandolo” in mille modi diversi, a seconda della loro lingua madre. Il
nome divino che durerà per sempre Si è detto sopra che Gesù non usa mai il nome Geova nei Vangeli. Nonostante questo, nello scritto in esame, alle pagine 14 e 15, dopo aver spiegato che gli ebrei dell’epoca di Cristo non pronunciavano mai il nome di Dio, si asserisce quanto segue:
Ora, tralasciando la questione che pronunciando Ieshua, la forma ebraica di Gesù, non si pronuncia il nome di Dio (ma, semplicemente, si “rimanda” ad esso per tramite di una sua contrazione), gli autori della nostra pubblicazione accennano al fatto che ogni volta in cui Cristo fece qualcosa di contrario alla Legge, così come la interpretavano gli ebrei suoi contemporanei, Egli andò incontro all’ostilità di almeno parte dei presenti, fino a mettere in pericolo la propria vita. Quindi, se nel leggere il passo scritturale in oggetto, Gesù avesse pronunciato il nome di Dio, probabilmente tra gli astanti si sarebbe levato perlomeno un brusio di disapprovazione (si tenga presente che l’episodio si svolge a Nazaret, la città natale di Cristo, città che sappiamo essergli ostile). Quale fu, invece, la reazione degli ascoltatori? Leggiamola così come ce la descrive Luca stesso: “Poi arrotolò il volume, lo consegnò all'inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui”. (Luca 4,20). Ecco,
tutti lo fissano: sono in attesa di quello che il Salvatore dirà a commento di
quanto ha letto; nessun segno di ostilità traspare, per il momento,
dall’atteggiamento degli astanti. L’ostilità verrà subito dopo, quando Gesù
dichiarerà che la profezia di Isaia si riferisce proprio a Lui.
E poco sotto, continuano:
Oddio, noi, ingenuamente, a questa domanda potremmo rispondere che, visto che gli apostoli parlavano di un Dio che era anche l’unico Dio, non c’era possibilità di far grosse confusioni, lo dimostra il fatto che quando i missionari “apostati” nei secoli successivi si trovarono a dover evangelizzare le popolazioni non cristiane dell’Europa e del mondo, riuscirono comunque a farsi capire, pur non facendo uso del “vero” nome di Dio. Agli autori del presente scritto, invece, sfugge questa facile constatazione, e vanno avanti con le loro argomentazioni:
Quindi, per i TdG è evidente che i cristiani, prima della grande apostasia (che già si preparava), facevano uso del vero nome di Dio, anche se non si sa come lo pronunciassero, in quanto nel Nuovo Testamento in greco questo nome non compare mai. Dopo la grande apostasia, però, il vero nome di Dio cadde in disuso, perfino nel Nuovo Testamento, dove in principio (sempre secondo i TdG) c’era, ma poi fu abilmente rimosso ad opera di Satana.
Ci informa il nostro scritto a pagina 17. E continua:
Ma come, Satana aveva fatto tanta fatica per far dimenticare ai suoi il vero nome di Dio ed ecco che proprio uno dei suoi ministri, un domenicano (!), lo ritira fuori? Anche qui, la logica dei TdG fa evidentemente leva su leggi ignote a noi tutti che non siamo nella “verità”. L’opuscolo procede per diverse pagine mostrando come il vero nome di Dio, comunque, non fu utilizzato molto di frequente nelle chiese “apostate”, le quali, con alcune eccezioni, non lo usarono nelle loro traduzioni della Bibbia nelle varie lingue moderne. Alla fine di questo excursus storico, apprendiamo che al nome di Dio è stata però restituita tutta la sua gloria grazie alla TNM. In questa, i traduttori geovisti, non solo lo hanno inserito circa 7000 volte nell’Antico Testamento (lì dove nel testo originale compare il Tetragramma), ma lo hanno “ripristinato” per ben 237 volte anche nel Nuovo Testamento. Saltando a piè pari gli argomenti pseudo-filologici che i TdG adducono onde giustificare tale “ripristino” (i quali sono stati già ampiamente smontati da altri), giungiamo a pagina 26, dove troviamo scritto:
Subito sotto, nella stessa pagina, per esemplificare come la “logica” del discorso di alcuni passaggi del Nuovo Testamento divenga più chiara grazie alla “reintroduzione” del vero nome di Dio, viene citato il caso di Romani 10,13. Vediamo quindi come il brano a cui appartiene il versetto in oggetto viene tradotto nella versione CEI:
Possiamo riassumere (riducendolo all'osso) il “ragionamento” che soggiace a questo brano di Paolo nel modo che segue:
Mi sembra che, oltre ai seguaci di Gesù, qui si salvi anche la “logica”. Ecco, invece, come la TNM rende il medesimo brano:
Per i TdG, il “ragionamento” soggiacente a questo testo è quindi questo:
Che
fine ha fatto qui la logica? By
Trianello |