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Wednesday, 16 August 2017 15:16
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:: PROFEZIE ::

Il "tempo della fine" e gli "ultimi giorni"

In questa pagina si considerano alcuni passi comunemente usati dai TdG per sostenere che a partire dal 1914 l'umanità si troverebbe in un periodo particolare, definito il "tempo della fine" o gli "ultimi giorni". Questa convinzione dei TdG è effettivamente sostenuta dalle Scritture?

Che cos'è il "tempo delle fine" di Daniele 12:4?

«E in quanto a te, o Daniele, rendi segrete le parole e sigilla il libro, sino al tempo della fine. Molti [lo] scorreranno, e la [vera] conoscenza diverrà abbondante» (Traduzione del Nuovo Mondo).

«Tu, Daniele, tieni nascoste queste parole e sigilla il libro sino al tempo della fine. Molti lo studieranno con cura e la conoscenza aumenterà» (Nuova Riveduta).

Qual è il significato di questo versetto? Ecco come rispondono i Testimoni di Geova:

«La dichiarazione dell'angelo a Daniele, iniziata in Daniele 10:20, a questo punto si conclude con le incoraggianti parole: "E in quanto a te, o Daniele, rendi segrete le parole e sigilla il libro, sino al tempo della fine. Molti lo scorreranno, e la vera conoscenza diverrà abbondante". (Daniele 12:4) Gran parte di quello che Daniele fu ispirato a scrivere venne in effetti reso segreto e sigillato all'intendimento umano. Daniele stesso in seguito scrisse: "Ora in quanto a me, udii, ma non potei comprendere". (Daniele 12:8) In questo senso il libro di Daniele rimase sigillato per secoli. Che dire di oggi? Abbiamo il privilegio di vivere nel "tempo della fine" predetto nel libro di Daniele. Come era stato profetizzato, molti fedeli hanno 'scorso' le pagine della Parola di Dio. Il risultato? Con la benedizione di Geova la vera conoscenza è diventata abbondante» (Libro "Prestate attenzione alla profezie di Daniele",  cap. 17, pag. 293).


Quindi, secondo quanto sostiene la Società Torre di Guardia, questo passo insegna che il libro sarebbe stato compreso solo in un tempo remoto, in quanto la sua comprensione sarebbe stata sigillata, cioè resa indecifrabile (da Dio). Solo al tempo fissato, Dio avrebbe "aperto" la comprensione di questo libro ai suoi eletti, i quali ne avrebbero poi diffuso la conoscenza al mondo in generale

In realtà questo non è ciò che si legge nel versetto. Al profeta venne semplicemente comandato di "rendere segrete" ("tieni nascoste queste parole", Nuova Riveduta), e di sigillare il libro, in modo che nessuno lo potesse leggere. Non si parla di chiusura dell'intendimento o di occultazione del significato, ma semplicemente di un libro che non doveva essere nemmeno letto. Quando sarebbe arrivato il momento di aprire il libro e leggere ciò che vi era scritto? Nel "tempo della fine". Solo in quel tempo, 'studiandolo con cura', la conoscenza di molti sarebbe aumentata. Prima di allora però nessuno avrebbe potuto conoscere ciò che vi era scritto, dato che il libro era stato nascosto e sigillato.  "Sigillare" il libro ne avrebbe chiaramente impedito la lettura. Ecco cosa si legge, infatti, a proposito di un altro libro sigillato, in Apocalisse 5:1-4:

 «E vidi nella mano destra di Colui che era assiso sul trono un libro a forma di rotolo, scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli. Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: "Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?". Ma nessuno né in cielo, né in terra, né sotto terra era in grado di aprire il libro e di leggerlo. Io piangevo molto perché non si trovava nessuno degno di aprire il libro e di leggerlo» (CEI).


Il libro (o rotolo) suggellato (Apocalisse cap. 5)

Come si spiegano quindi le parole di Daniele 12:4, visto che il libro di Daniele è conosciuto e letto da migliaia di anni? La "spiegazione" che viene data dai TdG, e cioè che dal 1914 siamo nel "tempo della fine" predetto da Daniele e quindi in questo particolare tempo il libro viene "aperto" e compreso, va oltre ciò che è scritto.  Ci sarebbe fra l'altro molto da obiettare in merito alle contraddittorie ed erronee interpretazioni che sono state date dai TdG a questo libro, partendo da Russell in poi. Inoltre, varie "spiegazioni" delle profezie di Daniele sono state esposte molto tempo prima che venisse all'esistenza la Società Torre di Guardia. Infatti Russell adottò molte sue interpretazioni da un gruppo avventista di cui fece parte per qualche tempo e queste interpretazioni vennero poi accettate e condivise dai TdG per molti anni dopo il 1914.

Il succitato passo comunque non dice che il libro sarebbe stato compreso solo nel tempo della fine; dice chiaramente che potrà essere aperto, quindi letto, conosciuto, solo nel tempo della fine. Il libro doveva essere chiuso, sigillato, da Daniele; nessuno lo poteva leggere, e di conseguenza spiegare e interpretare, fino a che non fosse giunto il tempo stabilito per la rimozione dei sigilli. Questo è l'ovvio significato del passo di Dan. 12:4. Non vi si legge che Dio avrebbe reso il contenuto del libro incomprensibile fino al tempo della fine, ma che Daniele avrebbe dovuto sigillare il libro e che il suo contenuto sarebbe stato letto solo al tempo stabilito.

Come si spiega quindi che il libro di Daniele è stato aperto e letto migliaia di anni fa?

Innanzitutto bisogna comprendere che il libro di Daniele appartiene ad un genere di scritti che viene definito "letteratura apocalittica". Cito dal libro di Nutting Ralph Margaret "La Bibbia e la fine del mondo: Di chi e di cosa dobbiamo aver paura?" (link), a pag. 107:

La letteratura apocalittica è stata una forma letteraria molto popolare per un periodo di quattrocento anni, duecento anni prima e dopo Gesù. Le convenzioni erano del tutto riconoscibili all'uditorio designato. Non avrebbero ingannato un uditorio contemporaneo ... Ma queste convenzioni hanno ingannato molti della nostra generazione, semplicemente perché la letteratura apocalittica non fa parte della nostra cultura. (Il grassetto nelle citazioni del libro è mio)

Ecco una tabella in cui vengono riassunte quali erano le convenzioni della letteratura apocalittica (p. 108):

Il libro di Daniele è un esempio di libro apocalittico che osserva tutte queste convenzioni.
Ecco cosa scrive la Nutting a proposito di tali caratteristiche presenti in tutta la letteratura apocalittica (quindi non solo nel libro di Daniele):

E' una convenzione nella letteratura apocalittica che lo scrittore attribuisca la sua opera ad una persona venerabile del passato. Questa persona riceve la visione e le viene detto di metterla in un libro sigillato, che deve essere aperto solo nel tempo della fine. Dato che il libro sigillato è proprio quello dell'uditorio, questo significa che il "tempo della fine" è quello della prima generazione che lesse il libro. Se l'autore non cercasse di dire a queste persone che stanno vivendo il "tempo della fine", esse non leggerebbero affatto il libro, dato che esso doveva restare sigillato fino al "tempo della fine". (p.109).
Parlando poi specificamente del libro di Daniele, la Nutting aggiunge:

Il libro di Daniele fu scritto durante la persecuzione di Antioco Epifane (167-164 a.C.), ma viene attribuito a Daniele, che visse al tempo dell'esilio babilonese (587-537 a.C.). Si dice che a Daniele fosse stato detto quello che sarebbe accaduto in futuro; ma gli eventi "futuri" non sono futuri dal punto di vista dell'autore: si sono già verificati. A Daniele viene detto di sigillare le parole della rivelazione: "Va', Daniele, perché le parole sono scritte e sigillate sino al tempo della fine" (Dn 12,9) Dire alla persona che ha ricevuto la visione di sigillare le parole fino al tempo della fine è una convenzione di questa forma letteraria. L'uditorio, che è contemporaneo dell'autore, legge la visione sigillata; perciò questa convenzione è usata per dire che il tempo di chi legge è il tempo della fine» (pp. 109, 110).

Domande che sorgono

- 1) l'autore, che ambienta la sua storia in una generazione precedente e descrive un angelo che predice "eventi futuri", quando in realtà questi eventi si sono già verificati, sta ingannando il suo uditorio?
- 2 ) Che cosa si intende per "tempo della fine"? Questa espressione si riferisce a un tempo del nostro futuro?

«L'autore della letteratura apocalittica non ingannava il suo uditorio usandone le convenzioni. Dato che i contemporanei dell'autore conoscevano queste convenzioni, non sarebbero stati tratti in inganno».
Eco come spiega la questione la Nutting alle pp. 110-111 del suo libro:


Che dire poi dell'espressione "tempo della fine"? Si riferisce necessariamente alla "fine del mondo" e quindi ad un tempo che deve ancora arrivare?


L'idea di un giorno o un tempo in cui Dio giudicherà il mondo continua in Daniele, come viene messo in risalto nella seguente tabella (p.113):

Quindi il "tempo della fine" di cui si parla in Daniele era il tempo dell'uditorio originario, in cui la contemporanea persecuzione sarebbe finita.

A proposito del passo di Daniele 7:13-14 - «Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco apparire, sulle nubi del cielo, uno, simile ad un figlio di uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui, che gli diede potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano; il suo potere è un potere eterno, che non tramonta mai, e il suo regno è tale che non sarà mai distrutto». (CEI) - La Nutting osserva: «Questo brano offre ai perseguitati la speranza che Dio manderà un messia, uno simile a un "Figlio d'uomo", a cui Dio darà potere sui nemici politici degli Ebrei. Sebbene questo decisivo intervento da parte di Dio abbia un tono da "fine del mondo", in quanto il potere in questione sarà "un potere eterno" che non sarà mai distrutto, l'autore parla della sconfitta di Antioco Epifane. Come abbiamo notato, a Daniele è detto di mantenere segrete le parole e il libro sigillato fino "al tempo della fine" (cfr. Dn. 12,4). Quindi il tempo indicato come "tempo finale" è il tempo dei primi lettori del libro, quelli che subiscono la persecuzione» (pp. 113-114).

Altro commento della Nutting:

Nota: E' interessante osservare che anche la WTS ammette che l'espressione "tempo della fine" possa avere un significato limitato e relativo. Ecco cosa si legge infatti nel libro "Prestate attenzione alla profezie di Daniele", p. 275, §.10: «I servitori di Geova si aspettavano di essere raffinati “fino al tempo della fine”. Naturalmente si aspettavano di essere perseguitati sino alla fine di questo sistema di cose malvagio. Tuttavia la purificazione e l’imbiancamento risultanti dall’ingerenza del re del nord erano “per il tempo fissato”. Quindi in Daniele 11:35 “il tempo della fine” deve riferirsi alla fine del periodo di tempo necessario perché i servitori di Dio fossero raffinati mentre subivano gli attacchi del re del nord. Evidentemente questo farli inciampare ebbe fine al tempo fissato da Geova» (il grassetto è mio).

Un interessante commentario del libro di Daniele

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La biografia di N.W. Porteous, riportata nel sito del quotidiano Avvenire, in occasione della scomparsa di questo studioso: «Norman Walker Porteous, uno dei più grandi studiosi novecenteschi dell'Antico Testamento, è morto all'età di 105 anni a Edimburgo. Reverendo della Chiesa scozzese riformata, Porteous è stato dal 1935 al 1960 uno dei principali dirigenti della Society for Old Testament Study, ricoprendo anche la carica di presidente dell'organismo scientifico internazionale. Laureato al Trinity College di Oxford, Porteous si perfezionò in ebraico in Germania, dove fu allievo di Karl Barth. Rientrato in Scozia e ordinato ministro presbiteriano, per 21 anni ha coordinato il gruppo di biblisti e teologi britannici impegnati nella traduzione delle Sacre scritture in vista della preparazione della New English Bible. Tra le sue opere spicca per importanza un commentario al libro di Daniele, oltre a specifici studi sul messaggio dei profeti».

Gli “ultimi giorni”

Pagine da 336 a 341 del libro “Il segno degli ultimi giorni”, di P. Jonsson e W. Herbst.
Vi si dimostra come, secondo le Scritture, gli “ultimi giorni” siano iniziati ancora al tempo di Cristo e degli apostoli.

È opinione comune che gli ultimi giorni siano il periodo di tempo che immediatamente precede la venuta di Cristo per il giudizio, l'annuncio più prossimo di essa. Ma c'è da chiedersi se tale opinione, che pure è confortata da un pressoché generale consenso, abbia l'indispensabile sostengo delle Scritture. Gesù non adoperò mai, nella sua riflessione escatologica, l'espressione «gli ultimi giorni». Parlò, invece, di ultimo giorno, al singolare, a sempre in riferimento al giudizio finale che sarebbe seguito alla sua effettiva venuta. Inoltre, in tutte le sue esortazioni ai discepoli, egli insiste sul fatto che, nel corso della storia, non ci sarà mai nulla di così notevole ed unico, nella sua esemplarità, da costituire un preannuncio della sua venuta. E, anzi, proprio l'ordinarietà degli eventi, l'assuefazione al loro ripetersi costante, comporta il rischio, da cui Gesù mette costantemente in guardia i discepoli ad essere vigilanti a desti, di diventare spiritualmente pigri a sonnolenti. Non così sarebbe se invece si vivesse in un clima di eccezionalità. Sarebbe normale allora uno stato di eccitazione emotiva a di ossessiva aspettazione. Volgendoci agli altri scritti neotestamentari, troviamo che Pietro, Paolo, Giacomo a Giuda fanno tutti riferimento agli ultimi giorni. Primo a parlarne è Pietro. Nel giorno di Pentecoste, dinanzi alla folla che si era radunata in quel cinquantesimo giorno dopo la morte a risurrezione di Gesù, l'apostolo disse che il miracolo di cui erano testimoni, il dono delle lingue concesso loro dallo Spirito, era l'adempimento della profezia di Gioele; quindi aggiunse:

Negli ultimi giorni, dice il Signore, i vostri figli a le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno dei sogni. E anche sui miei servi a sulle mie serve in quei giorni effonderò il mio Spirito ed essi profeteranno. Farò prodigi in alto nel cielo e segni in basso sulla .terra; sangue, fuoco a nuvole di fumo. Il sole si muterà in tenebra a la luna in sangue, prima che giunga il giorno del Signore, giorno grande a splendido. Allora, chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato. ( Atti 2:17-21)

Pietro dimostrava così che gli ultimi giorni erano già operanti in quel tempo. Nello sforzo, invece, di piegare il testo ad un significato per essi conveniente, alcuni sostengono che Pietro usò l'espressione in riferimento agli ultimi giorni della nazione di Israele, che sarebbero culminati nella distruzione di Gerusalemme del 70. Ma una simile interpretazione è possibile solo a patto di forzare in maniera inammissibile il testo. In realtà, Pietro usa chiaramente l'espressione nel contesto della venuta del giorno del Signore a della salvezza che esso reca con sé. Gli ultimi giorni di cui egli parla non sono limitati ai pochi anni che restano fino al 70, ma si protraggono fino al giorno del giudizio che Dio emetterà attraverso Cristo. Nella seconda lettera a Timoteo Paolo, dopo aver dato al fedele discepolo molti consigli sul modo di affrontare le difficoltà che avrebbe incontrato nel servizio verso i conservi cristiani, lo ammonisce sui pericoli degli ultimi tempi:

Devi anche sapere che negli ultimi tempi verranno momenti difficili. Gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanitosi, orgogliosi, bestemmiatori, ribelli ai genitori, ingrati, senza religione, senza amore, sleali, maldicenti, intemperanti, intrattabili, nemici del bene, traditori, sfrontati, accecati dall’orgoglio, attaccati ai piaceri più che a Dio: con la parvenza della pietà, mentre ne hanno rinnegato la forza interiore. Guardati bene da costoro! (2 Timoteo 3:1-5).

Non pare affatto possibile che Paolo qui intenda proiettare gli ultimi tempi in un futuro lontano, tanto lontano da giungere ai nostri giorni. Ce lo dice il confronto con la lettera ai Romani in cui, descrivendo il modo in cui gli uomini vivranno al suo tempo, l'apostolo si esprime in termini identici a questi:

E poiché i pagani, oggetto dell'ira di Dio, hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa di una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno, colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d'invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza amore, senza misericordia. E pure conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa (Romani 1:29-32).   

La prova stringente di questo confronto si aggiunge all'esplicito monito a Timoteo: «Guardatevi bene da costoro!» dove è impossibile eludere la temporaneità del riferimento, in un passo in cui si parla appunto dei pericoli degli ultimi tempi o, come traduce la New English Bible, di the final age of this world, «l'ultima età di questo mondo». E, proseguendo nella stessa lettera a Timoteo, Paolo fa ancora riferimento a «certi tali... uomini dalla mente corrotta, che rovinano la comunità cristiana»;  in cui lo sguardo dell'apostolo è sicuramente volto al presente. Non sembra, cioè, possibile dubitare che gli ultimi giorni siano in stretta relazione con il periodo in cui a Timoteo toccava di esercitare il suo ministero. Ogni sforzo di interpretare in altro modo il testo tradisce la volontà di sovrapporvi soluzioni prefabbricate a di comodo.

La lettera di Giacomo, di tono eminentemente parenetico, contiene un rimprovero severo per i ricchi, che hanno «accumulate tesori per gli ultimi giorni». L'espressione usata, non univoca nel sue significato, autorizza una certa varietà d'interpretazioni. Così, alcune versioni propongono «negli ultimi giorni», altre «in questi ultimi giorni», altre «in un'era che è prossima alla sua fine».

La preposizione greca che si trova adoperata, en, significa letteralmente «in» . In qualunque modo si scelga di tradurla, l'espressione in sé non offre alcuna base valida per elaborare un'ipotesi di ultimi giorni come periodo chiaramente definito, preannuncio immediate della venuta di Cristo. Invece, non può sfuggire la stretta somiglianza, che essa ha, con le affermazioni che abbiamo sopra menzionato, di Pietro e di Paolo.

Sia Pietro sia Giuda mettono in guardia dagli «schernitori beffardi» e dagli «impostori» «che verranno negli ultimi giorni», «alla fine dei tempi», a metteranno in dubbio la certezza del giorno del giudizio di Dio.

Sia Pietro sia Giuda riferiscono quanto dicono al loro presente vale a dire, gli «inconvenienti beffardi» e gli «impostori» sono persone del loro tempo, «gente materiale, privi dello Spirito», come precisa Giuda, uomini «che provocano divisioni». 

Pietro dimostra d'altronde, con estrema chiarezza, che l'incredulità degli «schieramenti beffardi» nasce proprio dal fatto che il modello di vita rimane essenzialmente lo stesso; non c'è traccia di una eccezionalità di eventi a situazioni di cui ad essi sfugga la significatività escatologica. Anzi, la loro incredulità è tale da richiamare alla mente il modo di vivere inconsapevole degli uomini del tempo del diluvio universale, evento a cui Pietro fa riferimento nella stessa lettera con l'intento di esprimere, forse, l'idea della repentina imprevedibilità dell'evento in un mondo che procedeva regolato a tranquillo, nell'assoluta ordinarietà di giorni in cui gli uomini «mangiavano e bevevano, prendevano moglie a marito» e non vi era nulla che facesse pensare alla catastrofe che, di lì a poco, si sarebbe abbattuta su di loro.

Questo atteggiamento di incredulità, da cui discende lo scetticismo beffardo sulla concreta realizzabilità ed esperibilità degli ultimi giorni, è sempre esistito attraverso i secoli; esso non è affatto caratteristico del nostro tempo. 

Vi è dunque ragione di credere che gli apostoli e i discepoli di Gesù applicassero l'espressione «gli ultimi giorni» alla storia compresa tra vita morte a risurrezione del Messia a il giudizio finale. Così la lettera agli Ebrei si inizia con questa affermazione:

Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose, a per mezzo del quale ha fatto anche il mondo (Ebrei 1:1,2).

Il lungo cammino della storia umana può essere paragonato ad un dramma in tre atti. Quando, dopo il primo a il secondo atto, il sipario si alza per il terzo atto, si sa che il dramma è entrato nella fase conclusiva e, al calar del sipario, terminerà. 

Una corretta interpretazione delle fonti scritturali sembra suggerire che il dramma della storia è al suo terzo atto. Gli inizi di esso datano lontano, a duemila anni fa, alla venuta sulla terra del Messia a alla sua morte a risurrezione.

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