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:: PROFEZIE :: Il "tempo della fine" e gli "ultimi giorni"
Che cos'è il "tempo delle fine" di Daniele 12:4? «E in quanto a te, o Daniele, rendi segrete le parole e sigilla il libro, sino al tempo della fine. Molti [lo] scorreranno, e la [vera] conoscenza diverrà abbondante» (Traduzione del Nuovo Mondo). «Tu, Daniele, tieni nascoste queste parole e sigilla il libro sino al tempo della fine. Molti lo studieranno con cura e la conoscenza aumenterà» (Nuova Riveduta). Qual è il significato di questo versetto? Ecco come rispondono i Testimoni di Geova:
Quindi, secondo quanto sostiene la Società Torre di Guardia, questo passo insegna che il libro sarebbe stato compreso solo in un tempo remoto, in quanto la sua comprensione sarebbe stata sigillata, cioè resa indecifrabile (da Dio). Solo al tempo fissato, Dio avrebbe "aperto" la comprensione di questo libro ai suoi eletti, i quali ne avrebbero poi diffuso la conoscenza al mondo in generale In realtà questo non è ciò che si legge nel versetto. Al profeta venne semplicemente comandato di "rendere segrete" ("tieni nascoste queste parole", Nuova Riveduta), e di sigillare il libro, in modo che nessuno lo potesse leggere. Non si parla di chiusura dell'intendimento o di occultazione del significato, ma semplicemente di un libro che non doveva essere nemmeno letto. Quando sarebbe arrivato il momento di aprire il libro e leggere ciò che vi era scritto? Nel "tempo della fine". Solo in quel tempo, 'studiandolo con cura', la conoscenza di molti sarebbe aumentata. Prima di allora però nessuno avrebbe potuto conoscere ciò che vi era scritto, dato che il libro era stato nascosto e sigillato. "Sigillare" il libro ne avrebbe chiaramente impedito la lettura. Ecco cosa si legge, infatti, a proposito di un altro libro sigillato, in Apocalisse 5:1-4:
Come si spiegano quindi le parole di Daniele 12:4, visto che il libro di Daniele è conosciuto e letto da migliaia di anni? La "spiegazione" che viene data dai TdG, e cioè che dal 1914 siamo nel "tempo della fine" predetto da Daniele e quindi in questo particolare tempo il libro viene "aperto" e compreso, va oltre ciò che è scritto. Ci sarebbe fra l'altro molto da obiettare in merito alle contraddittorie ed erronee interpretazioni che sono state date dai TdG a questo libro, partendo da Russell in poi. Inoltre, varie "spiegazioni" delle profezie di Daniele sono state esposte molto tempo prima che venisse all'esistenza la Società Torre di Guardia. Infatti Russell adottò molte sue interpretazioni da un gruppo avventista di cui fece parte per qualche tempo e queste interpretazioni vennero poi accettate e condivise dai TdG per molti anni dopo il 1914. Il succitato passo comunque non dice che il libro sarebbe stato compreso solo nel tempo della fine; dice chiaramente che potrà essere aperto, quindi letto, conosciuto, solo nel tempo della fine. Il libro doveva essere chiuso, sigillato, da Daniele; nessuno lo poteva leggere, e di conseguenza spiegare e interpretare, fino a che non fosse giunto il tempo stabilito per la rimozione dei sigilli. Questo è l'ovvio significato del passo di Dan. 12:4. Non vi si legge che Dio avrebbe reso il contenuto del libro incomprensibile fino al tempo della fine, ma che Daniele avrebbe dovuto sigillare il libro e che il suo contenuto sarebbe stato letto solo al tempo stabilito. Come si spiega quindi che il libro di Daniele è stato aperto e letto migliaia di anni fa? Innanzitutto bisogna comprendere che il libro di Daniele appartiene ad un genere di scritti che viene definito "letteratura apocalittica". Cito dal libro di Nutting Ralph Margaret "La Bibbia e la fine del mondo: Di chi e di cosa dobbiamo aver paura?" (link), a pag. 107:
Ecco una tabella in cui vengono riassunte quali erano le convenzioni della letteratura apocalittica (p. 108): Il libro di Daniele è un esempio di libro apocalittico
che osserva tutte queste convenzioni. E' una convenzione nella letteratura apocalittica che lo scrittore attribuisca la sua opera ad una persona venerabile del passato. Questa persona riceve la visione e le viene detto di metterla in un libro sigillato, che deve essere aperto solo nel tempo della fine. Dato che il libro sigillato è proprio quello dell'uditorio, questo significa che il "tempo della fine" è quello della prima generazione che lesse il libro. Se l'autore non cercasse di dire a queste persone che stanno vivendo il "tempo della fine", esse non leggerebbero affatto il libro, dato che esso doveva restare sigillato fino al "tempo della fine". (p.109).Parlando poi specificamente del libro di Daniele, la Nutting aggiunge:
Domande che sorgono - 1) l'autore, che ambienta la sua storia in una generazione
precedente e descrive un angelo che predice "eventi futuri",
quando in realtà questi eventi si sono già verificati, sta ingannando
il suo uditorio? Che dire poi dell'espressione "tempo della fine"? Si riferisce necessariamente alla "fine del mondo" e quindi ad un tempo che deve ancora arrivare? L'idea di un giorno o un tempo in cui Dio giudicherà il mondo continua in Daniele, come viene messo in risalto nella seguente tabella (p.113): Quindi il "tempo della fine" di cui si parla
in Daniele era il tempo dell'uditorio originario, in cui la contemporanea
persecuzione sarebbe finita.
Nota: E' interessante osservare che anche la WTS ammette che l'espressione "tempo della fine" possa avere un significato limitato e relativo. Ecco cosa si legge infatti nel libro "Prestate attenzione alla profezie di Daniele", p. 275, §.10: «I servitori di Geova si aspettavano di essere raffinati “fino al tempo della fine”. Naturalmente si aspettavano di essere perseguitati sino alla fine di questo sistema di cose malvagio. Tuttavia la purificazione e l’imbiancamento risultanti dall’ingerenza del re del nord erano “per il tempo fissato”. Quindi in Daniele 11:35 “il tempo della fine” deve riferirsi alla fine del periodo di tempo necessario perché i servitori di Dio fossero raffinati mentre subivano gli attacchi del re del nord. Evidentemente questo farli inciampare ebbe fine al tempo fissato da Geova» (il grassetto è mio).
Gli “ultimi giorni” Pagine da 336
a 341 del libro “Il segno degli ultimi giorni”, di P. Jonsson e W. Herbst.
È opinione comune che gli ultimi giorni siano il periodo di tempo che immediatamente precede la venuta di Cristo per il giudizio, l'annuncio più prossimo di essa. Ma c'è da chiedersi se tale opinione, che pure è confortata da un pressoché generale consenso, abbia l'indispensabile sostengo delle Scritture. Gesù non adoperò mai, nella sua riflessione escatologica, l'espressione «gli ultimi giorni». Parlò, invece, di ultimo giorno, al singolare, a sempre in riferimento al giudizio finale che sarebbe seguito alla sua effettiva venuta. Inoltre, in tutte le sue esortazioni ai discepoli, egli insiste sul fatto che, nel corso della storia, non ci sarà mai nulla di così notevole ed unico, nella sua esemplarità, da costituire un preannuncio della sua venuta. E, anzi, proprio l'ordinarietà degli eventi, l'assuefazione al loro ripetersi costante, comporta il rischio, da cui Gesù mette costantemente in guardia i discepoli ad essere vigilanti a desti, di diventare spiritualmente pigri a sonnolenti. Non così sarebbe se invece si vivesse in un clima di eccezionalità. Sarebbe normale allora uno stato di eccitazione emotiva a di ossessiva aspettazione. Volgendoci agli altri scritti neotestamentari, troviamo che Pietro, Paolo, Giacomo a Giuda fanno tutti riferimento agli ultimi giorni. Primo a parlarne è Pietro. Nel giorno di Pentecoste, dinanzi alla folla che si era radunata in quel cinquantesimo giorno dopo la morte a risurrezione di Gesù, l'apostolo disse che il miracolo di cui erano testimoni, il dono delle lingue concesso loro dallo Spirito, era l'adempimento della profezia di Gioele; quindi aggiunse:
Pietro dimostrava così che gli ultimi giorni erano già operanti in quel tempo. Nello sforzo, invece, di piegare il testo ad un significato per essi conveniente, alcuni sostengono che Pietro usò l'espressione in riferimento agli ultimi giorni della nazione di Israele, che sarebbero culminati nella distruzione di Gerusalemme del 70. Ma una simile interpretazione è possibile solo a patto di forzare in maniera inammissibile il testo. In realtà, Pietro usa chiaramente l'espressione nel contesto della venuta del giorno del Signore a della salvezza che esso reca con sé. Gli ultimi giorni di cui egli parla non sono limitati ai pochi anni che restano fino al 70, ma si protraggono fino al giorno del giudizio che Dio emetterà attraverso Cristo. Nella seconda lettera a Timoteo Paolo, dopo aver dato al fedele discepolo molti consigli sul modo di affrontare le difficoltà che avrebbe incontrato nel servizio verso i conservi cristiani, lo ammonisce sui pericoli degli ultimi tempi:
Non pare affatto possibile che Paolo qui intenda proiettare gli ultimi tempi in un futuro lontano, tanto lontano da giungere ai nostri giorni. Ce lo dice il confronto con la lettera ai Romani in cui, descrivendo il modo in cui gli uomini vivranno al suo tempo, l'apostolo si esprime in termini identici a questi:
La prova stringente di questo confronto si aggiunge all'esplicito monito a Timoteo: «Guardatevi bene da costoro!» dove è impossibile eludere la temporaneità del riferimento, in un passo in cui si parla appunto dei pericoli degli ultimi tempi o, come traduce la New English Bible, di the final age of this world, «l'ultima età di questo mondo». E, proseguendo nella stessa lettera a Timoteo, Paolo fa ancora riferimento a «certi tali... uomini dalla mente corrotta, che rovinano la comunità cristiana»; in cui lo sguardo dell'apostolo è sicuramente volto al presente. Non sembra, cioè, possibile dubitare che gli ultimi giorni siano in stretta relazione con il periodo in cui a Timoteo toccava di esercitare il suo ministero. Ogni sforzo di interpretare in altro modo il testo tradisce la volontà di sovrapporvi soluzioni prefabbricate a di comodo. La lettera di Giacomo, di tono eminentemente parenetico, contiene un rimprovero severo per i ricchi, che hanno «accumulate tesori per gli ultimi giorni». L'espressione usata, non univoca nel sue significato, autorizza una certa varietà d'interpretazioni. Così, alcune versioni propongono «negli ultimi giorni», altre «in questi ultimi giorni», altre «in un'era che è prossima alla sua fine». La preposizione greca che si trova adoperata, en, significa letteralmente «in» . In qualunque modo si scelga di tradurla, l'espressione in sé non offre alcuna base valida per elaborare un'ipotesi di ultimi giorni come periodo chiaramente definito, preannuncio immediate della venuta di Cristo. Invece, non può sfuggire la stretta somiglianza, che essa ha, con le affermazioni che abbiamo sopra menzionato, di Pietro e di Paolo. Sia Pietro sia Giuda mettono in guardia dagli «schernitori
beffardi» e dagli «impostori» «che verranno negli ultimi giorni», «alla
fine dei tempi», a metteranno in dubbio la certezza del giorno del giudizio
di Dio. Sia Pietro sia Giuda riferiscono quanto dicono al loro
presente vale a dire, gli «inconvenienti beffardi» e gli «impostori» sono
persone del loro tempo, «gente materiale, privi dello Spirito», come precisa
Giuda, uomini «che provocano divisioni». Pietro dimostra d'altronde, con estrema chiarezza, che l'incredulità degli «schieramenti beffardi» nasce proprio dal fatto che il modello di vita rimane essenzialmente lo stesso; non c'è traccia di una eccezionalità di eventi a situazioni di cui ad essi sfugga la significatività escatologica. Anzi, la loro incredulità è tale da richiamare alla mente il modo di vivere inconsapevole degli uomini del tempo del diluvio universale, evento a cui Pietro fa riferimento nella stessa lettera con l'intento di esprimere, forse, l'idea della repentina imprevedibilità dell'evento in un mondo che procedeva regolato a tranquillo, nell'assoluta ordinarietà di giorni in cui gli uomini «mangiavano e bevevano, prendevano moglie a marito» e non vi era nulla che facesse pensare alla catastrofe che, di lì a poco, si sarebbe abbattuta su di loro. Questo atteggiamento di incredulità, da cui discende lo
scetticismo beffardo sulla concreta realizzabilità ed esperibilità degli
ultimi giorni, è sempre esistito attraverso i secoli; esso non è affatto
caratteristico del nostro tempo. Vi è dunque ragione di credere che gli apostoli e i discepoli di Gesù applicassero l'espressione «gli ultimi giorni» alla storia compresa tra vita morte a risurrezione del Messia a il giudizio finale. Così la lettera agli Ebrei si inizia con questa affermazione:
Il lungo cammino della storia umana può essere paragonato
ad un dramma in tre atti. Quando, dopo il primo a il secondo atto, il
sipario si alza per il terzo atto, si sa che il dramma è entrato nella
fase conclusiva e, al calar del sipario, terminerà. Una corretta interpretazione delle fonti scritturali sembra suggerire che il dramma della storia è al suo terzo atto. Gli inizi di esso datano lontano, a duemila anni fa, alla venuta sulla terra del Messia a alla sua morte a risurrezione. |