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:: LE TRASFUSIONI DI SANGUE Trasfusione
imposta dai medici
Dal quotidiano Il Messaggero del 3 Febbraio 2004 I medici sfidano la legge e bloccano
l'emorragia
a una testimone di Geova in pericolo di vita di Marcella Smocovich ROMA
- Una casalinga di Anzio, Teresa Antonia Ussia di 79 anni, ha avuto
il braccio destro maciullato dal camion tritarifiuti. Soccorsa, è stata
portata in eliambulanza al Cto di Roma e sottoposta ad intervento chirurgico
dall'équipe del dottor Angelo Angeli. La donna aveva perso molto sangue.
Un biglietto cucito sul vestito della donna però diffidava i medici
dal praticare trasfusioni, perché Teresa è una testimone di Geova. I
medici hanno parlato con il magistrato. Poi hanno interpellato i parenti
che hanno detto di non lasciarla morire. Contrari invece alcuni vicini
testimoni di Geova che hanno raggiunto l'ospedale. Alla fine l'équipe
medica ha deciso di salvarla sfidando la legge. E la trasfusione è stata
fatta. Un altro articolo sullo stesso episodio pubblicato sulla Gazzetta del Sud (link) Donna trasfusa contro volontà I medici:
«Non era cosciente»
ROMA – La differenza sta in un numero: articolo 54 del codice penale, che dichiara non punibile chi è stato costretto ad intervenire per salvare una persona in stato di emergenza, cioè non cosciente, e di necessità. Un articolo al quale lunedì si sono appellati i chirurghi dell'ospedale romano Cto per operare una testimone di Geova, contraria per motivi religiosi alle trasfusioni di sangue. I medici dell'ospedale traumatologico hanno sfidato il rischio di denuncia convinti «che la legge è con noi», lunedì, quando si sono visti arrivare in eliambulanza Teresa Antonia U., 79 anni, in stato di incoscienza per la forte emorragia dopo che il braccio era stato triturato dal camion della spazzatura. Nella tasca del vestito della donna un biglietto che suonava come un diktat e che diffidava chiunque dal sottoporla a trasfusioni di sangue, pratica vietata tra i testimoni di Geova. Giuramento di Ippocrate alla mano ma anche codice di procedura penale hanno permesso ai chirurghi dell'ospedale di risolvere il caso di coscienza e di decidere velocemente di sottoporre la donna ad un intervento chirurgico. «La legge – spiega la direttrice sanitaria del Cto Daniela Ghirelli – stabilisce che i medici non sono punibili, anzì devono agire, nei casi di urgenza e di necessità per salvare la vita di una persona. Nel nostro caso, la donna è arrivata in ospedale in stato di incoscienza ed era in imminente pericolo di vita e quindi noi avevamo il dovere di intervenire. Sarebbe come se la donna di Milano arrivasse in stato di incoscienza in ospedale: se i medici ritengono che sia urgente e necessario operare, possono intervenire». (mercoledì 4 febbraio 2004) Altro articolo
de Il Messaggero (link) LA TRASFUSIONE
FORZATA
«Denunciare il medico che ha salvato mia sorella? Follia» «Sono cattolica e penso che una vita va difesa comunque». I Testimoni di Geova: deciderà lei cosa fare una volta guarita di ANTONELLA MOSCA ROMA - Una parte
della famiglia, quella del marito defunto, segue la fede dei Testimoni
di Geova. La sua famiglia di origine, invece, si professa cattolica. E
sulla interpretazione diversa di come salvare una vita in pericolo - quella
della signora Teresa Antonia, Testimone di Geova convinta, 77 anni, di
Anzio, un braccio maciullato dagli ingranaggi di un camion della spazzatura
- si è innestata una scelta difficile. Che ha fatto scalpore. Perché per
lei, sotto anestesia dopo l'intervento chirurgico che ha comportato l'amputazione
del braccio destro, magistrato e medici di Roma hanno deciso di praticare
una trasfusione di sangue. Mentre per la signora Maria, la donna di Milano
che ha rifiutato l'amputazione di un arto anche se ciò potrebbe portarla
alla morte, si parla di "rispetto delle sue idee". A proposito delle «libera scelta personale» di rifiutare il sangue, ho inviato una lettera ad un quotidiano sardo che aveva riportato la seguente dichiarazione del portavoce della congregazione: Il rifiuto delle trasfusioni di sangue, come impone la fede dei Testimoni di Geova, «è una libera scelta personale», spiega il portavoce di Anzio. «Ciò che è accaduto alla sorella Ussia - afferma Di Battista - è una vicenda personale. Noi non abbiamo denunciato i medici: sarà lei a decidere autonomamente cosa fare». La mia lettera: Buongiorno, Vorrei commentare queste parole del portavoce della congregazione. I Testimoni di Geova (TdG) 'dimenticano' di precisare che chi acconsente ad un'indispensabile trasfusione di sangue, senza poi pentirsi di questa sua scelta, viene a trovarsi di fatto escluso dall'organizzazione: il suo gesto verrà inteso infatti come una "dissociazione" dalla comunità. Ai "dissociati" verrà manifestato il più rigoroso ostracismo: nessun TdG rivolgerà loro la parola od il saluto e perfino i parenti ed i familiari che fanno parte del gruppo dovranno evitare i contatti non assolutamente necessari con loro. Dato che la vita sociale dei TdG si svolge prevalentemente all'interno della comunità, questo comportamento punitivo nei confronti di chi accetta una trasfusione di sangue è più che sufficiente a mettere in dubbio l'effettiva libertà di acconsentire o meno ad un simile trattamento: "Sei libero di accettare una trasfusione, ma se lo fai nessuno di noi ti rivolgerà più la parola, nessuno ti saluterà, ogni contatto con te verrà troncato e perfino i tuoi parenti ti eviteranno...". Questa è la 'libertà' di scelta che hanno i Testimoni. Vorrei anche ricordare che un tempo i TdG ritenevano anche la pratica della vaccinazione una violazione della legge di Dio: «La vaccinazione è una diretta violazione del patto eterno che Dio stipulò con Noè, dopo il Diluvio», si leggeva in una loro pubblicazione (g 4/2/1931 293). I Testimoni di Geova rifiutavano quindi di vaccinare se stessi ed i loro figli ed affrontavano anche processi e condanne pur di rimanere fedeli a questa "legge di Dio". Poi il loro Corpo Direttivo (CD) cambiò idea e le vaccinazioni vennero permesse: «Non ci sembra che [la vaccinazione] sia una violazione del patto eterno fatta con Noè» (w 53 445). Già, "non ci sembra": peccato che nel frattempo qualcuno ci avrà rimesso la vita o la salute... La stessa cosa è avvenuta con la proibizione dei trapianti, definiti fino al 1980 «cannibalismo, una pratica aborrita da ogni persona civile». Si sosteneva che «Geova Dio non diede agli uomini il permesso di cercar di perpetuare la propria vita mettendo cannibalisticamente nei loro corpi carne umana, sia masticandola che nella forma di interi organi o parti del corpo tolte da altri» (La Torre di Guardia del 15 marzo 1968, p. 190-192). I Testimoni rifiutarono quindi i trapianti e parecchi di loro ne subirono le conseguenze. Poi, improvvisamente, il CD cambiò idea ed i trapianti vennero permessi, con buona pace di chi nel frattempo era morto o, nel "migliore" dei casi, aveva perso la vista per non aver acconsentito ad un trapianto di cornea. Va anche ricordato che fino al 1978 i TdG rifiutavano qualsiasi emoderivato. Ecco per esempio cosa si leggeva nella rivista Svegliatevi! dell'8/8/1975 a proposito del Fattore VIII, impiegato per combattere l'emofilia: «Certo, i veri cristiani non impiegano questo pericoloso trattamento, dando ascolto al comando biblico di ‘astenersi dal sangue’». Quindi nel 1975 i "veri cristiani" non avrebbero acconsentito all'utilizzo del Fattore VIII nella cura dell'emofilia, anche in presenza di un'emorragia inarrestabile. Un emofiliaco che avesse accettato tale emoderivato sarebbe stato disassociato. Nel 1978 il CD ha cambiato nuovamente idea. L'accettazione del Fattore VIII è diventata da quella data una questione di coscienza che non comporta più l'espulsione per i "trasgressori"! (w78 1/11 p. 31). Ritengo che sia solo questione di tempo ed accadrà la stessa cosa anche con il divieto delle trasfusioni: alla fine diventerà una questione di coscienza, priva di conseguenze sanzionatorie nei confronti dei TdG che accetteranno il sangue. Ora chi accetta una trasfusione non è un "vero cristiano", come avveniva con il Fattore VIII prima del 1978, con le vaccinazioni fino al 1953 e con i trapianti fino al 1980; "domani" le cose potranno cambiare. Se nel frattempo qualcuno muore per ubbidire agli attuali 'intendimenti' del CD, non ci sono problemi: i Testimoni assicurano che queste vittime della loro "verità" verranno certamente resuscitate... Potete trovare molte altre informazioni su questi argomenti in queste pagine web: ww.infotdgeova.it/sangue/trasfusioni1.php, www.infotdgeova.it/dottrine/trapianti.php. Saluti cordiali Un'interessante
articolo apparso sul periodico Famiglia Cristiana (link)
IL CASO DELLA DONNA CHE RIFIUTA DI FARSI
AMPUTARE UN ARTO
LA VITA È UN DONO PREZIOSO CHE VA PROTETTO Il caso della donna di Milano che preferisce morire anziché farsi amputare il piede in cancrena, e quello della signora di Roma, testimone di Geova, che rifiuta le trasfusioni di sangue, fanno discutere. La gente si chiede perché queste persone preferiscano morire anziché sottoporsi agli interventi medici. Per quanto è possibile sapere, la signora di Milano rifiuta la protesi non solo per i disagi a cui sarebbe costretta dopo l’amputazione del piede – sarebbe un motivo insufficiente –, ma perché crede nella reincarnazione, e pensa che dopo la morte vivrà una vita migliore di quella prospettata dai medici dopo il loro intervento. Così pure la signora di Roma rifiuta le trasfusioni perché ritiene che siano proibite da Dio: accettare una trasfusione significherebbe vivere una vita fondata su una disobbedienza a Dio, il che per lei è inaccettabile. Non sono ragioni futili, e possono fondare un serio giudizio di coscienza, anche se noi e il buonsenso della gente le riteniamo errate. Però contro la coscienza non si può andare, anche quando sbaglia. Neppure la società può costringere un paziente ad accettare le cure necessarie che in coscienza rifiuta, eccetto il caso in cui il malato non è capace di intendere e di volere, o quando la sua decisione di rifiutare le cure coinvolgerebbe la vita di altre persone, come nel caso di una madre che con la morte priverebbe i figli della sua presenza e delle sue cure, o nel caso di una persona che è portatrice di malattie contagiose, o in casi simili. L’unico modo umano per uscire da questa situazione è quello di correggere l’errore della coscienza. Questo può avvenire o attraverso la prevenzione, cioè nel tempo in cui nella persona si formano queste convinzioni; o con la persuasione, cioè creando degli anticorpi di tipo affettivo e razionale che facciano percepire la vita come una vita amata e come un dono prezioso per il proprio bene, e per quello delle persone che ci circondano. Spesso le ragioni del cuore sono più convincenti di quelle della ragione. E il fatto di sentirsi amati o di sentire che il proprio amore è necessario per la vita di altri diventa un argomento che porta a rivedere le proprie posizioni e a superare perplessità e indecisioni. Nonostante la buona fede di queste persone, noi riteniamo che si tratti di una coscienza errata. Ciò risulta sia da una riflessione sul rapporto che Dio ha con noi, sia da una riflessione razionale sulla vita. Dio è il Dio della vita e non della morte. Dona alle sue creature la vita perché se ne servano per il proprio bene e quello dei fratelli. Ci affida gli uni agli altri, e ognuno con la sua vita diventa una ricchezza per la vita delle persone che incontra e con cui vive. Anche con la semplice ragione, la persona percepisce che non è stata lei a darsi la vita, ma l’ha ricevuta e dovrà rendere conto del come l’ha vissuta e spesa. Non solo: dovrà rendere conto anche di come l’ha protetta, curata, difesa, specie quando incontra la fatica e la sofferenza. La virtù della fortezza fa parte del corredo normale della persona vera. Arrendersi di fronte alle difficoltà non significa vivere umanamente la propria vita, ma fuggire dalla vita. Solo nel caso in cui le cure non sono proporzionate perché inutili, costose, pesanti da sopportare e senza risultati apprezzabili, è possibile rifiutarle. Ma non certamente quando servono a tutelare la vita, anche se producono qualche menomazione. L’accanimento terapeutico non ha senso; mentre hanno senso le trasfusioni e le amputazioni per salvare la totalità dell’organismo umano. Anche in questo caso si vede come il cristianesimo esprima una concezione equilibrata della vita umana. La vita è un dono prezioso che deve essere protetto, difeso, curato. Il giudizio sulla sua importanza e sulla sua conservazione deve essere formulato tenendo conto non solo della propria persona, ma anche delle persone con le quali viviamo. Allo stesso tempo non è il bene più prezioso che deve essere conservato persino quando si ritorce contro la persona. È il caso dell’accanimento terapeutico, in cui la conservazione della vita va contro la vita stessa. Giordano Muraro
Articolo pubblicato sul quotidiano Il Trentino del 20/2/2004 (formato ipg, 74kb): La
libertà terapeutica La vicenda continua... Le salva il braccio, lei lo denuncia
Un medico dell' ospedale cto romano è stato accusato di violenza privata da una donna a cui aveva applicato una trasfusione di sangue. Il legale della paziente, testimone di Geova, si è opposto all'archiviazione del caso Roma, 22 settembre 2005 - A chi è capitato di essere salvato dall'intervento tempestivo di un medico, quell'uomo (o donna) in camice bianco deve essere sembrato un angelo in terra. Ma non è questa la storia di un dipendente dell' ospedale romano Cto: il medico è stato infatti accusato dalla donna a cui ha salvato il braccio devastato da un tritarifiuti. Ma la donna, Testimone di Geova, denunciò il chirurgo perché le era stata fatta una trasfusione di sangue e un' antitetanica pur in presenza del suo rifiuto scritto. Resta dunque ancora in bilico la posizione giudiziaria del capo dell'equipe che nel febbraio dello scorso anno sottopose a intervento chirurgico Teresa Antonia U., 79 anni di Anzio, giunta in ospedale in stato di incoscienza dopo un grave trauma al braccio. Per la seconda volta la vicenda arriva davanti al gip di Roma che dovrà valutare prossimamente una richiesta di archiviazione del procedimento fatta dal pm romano Attilio Pisani nei confronti del chirurgo, indagato per violenza privata. Già lo scorso anno, la procura capitolina aveva presentato una analoga richiesta, ma il giudice ritenne necessaria l'esecuzione di una consulenza medica, i cui risultati hanno adesso portato alla presentazione di una nuova richiesta chiusura del procedimento per carenza di elementi di accusa. Si attende ora la fissazione dell'udienza in camera di consiglio per la decisione definitiva. La donna era giunta in eliambulanza in ospedale in stato di incoscienza per una forte emorragia. Il suo braccio, infatti, era stato triturato dal camion della spazzatura. Nella tasca del suo vestito, un biglietto che diffidava chiunque dal sottoporla a trasfusioni di sangue, pratica vietata tra i testimoni di Geova. Il chirurgo, però, decise d'intervenire appellandosi all'articolo 54 del codice penale, che dichiara ''non punibile'' chi è costretto ad intervenire per salvare una persona in stato di emergenza, cioè non cosciente, e di necessità. Non appena guarita,
il passo successivo della donna fu la presentazione di una denuncia, sulla
quale adesso è stata presentata dal pm un richiesta di archiviazione e
che nei prossimi mesi sarà all'attenzione del gip di Roma. Secondo quanto
si è appreso, il legale della donna ha preannunciato opposizione a che
il fascicolo sia mandato in archivio. Aggiornamento (2 febbraio 2006) Salva la vita a testimone di Geova,
GUP manda medico a giudizio.
La procura aveva chiesto per due volte l'archiviazione Roma, 2 feb. (Apcom) - Violenza privata: questa l'accusa contestata ad un chirurgo dell'ospedale romano del Cto che aveva sottoposto ad antitetanica, senza il suo consenso, una testimone di Geova, al fine di evitare una infezione del braccio devastato da un tritarifiuti. Il procedimento è sorto per una denuncia della donna, Teresa Antonia U., 79 anni, di Anzio. La procura aveva più volte chiesto l'archiviazione ma il gup ha disposto un capo d'imputazione coatto. L'intervento chirurgico risale al febbraio dello scorso anno, quando la signora Teresa è stata sottoposta ad una operazione d'urgenza. Nell'ospedale la donna è arrivata con una eliambulanza, in stato di incoscienza per una forte emorragia. Il braccio destro era stato pressoché distrutto da un camion della spazzatura. In tasca aveva un biglietto che diffidava chiunque dal sottoporla a pratiche mediche vietate tra i testimoni di Geova. Si decise comunque d'intervenire, in base all'articolo 54 del codice penale che dichiara "non punibile chi è costretto ad intervenire per salvare una persona in stato di emergenza, cioè non cosciente, e di necessità". Non appena guarita, Teresa Antonia U. denunciò il sanitario. Dopo due richieste di archiviazione e una consulenza super partes il giudice dell'udienza preliminare ha disposto il giudizio. Fonte: http://notizie.virgilio.it/notizie/search/index.html?filter=foglia&nsid=11842185&mod=foglia |