Crisi di coscienza.
Fedeltà a Dio o alla propria religione?
Parole franche di un testimone di Geova
Quasi nulla si sa dei "vertici" che guidano i Testimoni
di Geova, di cosa accade durante le loro sedute deliberative, dei criteri
che guidano le loro decisioni, spesso di enorme impatto nella vita dei
fedeli: neppure gli aderenti ne sono al corrente. Terribilmente penetrante
è il controllo esercitato sui "fratelli". Il libro testimonia il meccanismo
che ha condotto uno di questi uomini, membro del Corpo direttivo, a
entrare in una crisi di coscienza tale da fargli abbandonare il gruppo,
e in esso una posizione di grande prestigio sociale, dopo 58 anni di
appartenenza. (continua)
Spigolature
Non tutti sanno che...
Russell, colui che diede origine al culto, fino alla sua morte avvenuta nel 1916 si interessò di piramidologia. Era interessato soprattutto alla Piramide di Giza.
Secondo lui la Piramide nelle sue misure descriveva la cronologia biblica e profetizzava
cose che sarebbero dovute accadere nel futuro. Nel terzo volume degli Studi sulle Scritture, (1890) intitolato Venga il tuo Regno , si legge: "Noi
ancora crediamo che la struttura di questa Piramide, così diversa
da tutte le altre piramidi, sia stata stabilita dal Signore allo scopo
di farne una Piramide e un testimone sia in Egitto che ai suoi confini.
(Isa. 19:19) ... Mentre l'ulteriore, corroboratrice evidenza provveduta
dalla Grande Piramide alla scritta Parola di Dio sara' un motivo
in piu' per far gioire i santi, e' chiaro che la sua testimonianza
servira' specialmente per il mondo del genere umano durante l'eta' del
millennio".
:: LE TRASFUSIONI
DI SANGUE
L'ostacolo rosso
Parte di una drammatica testimonianza tratta del libro di Patrizia Santovecchi
"Figli di un dio tiranno"
Domanda per i TdG che leggeranno questa pagina:
come avrebbe dovuto comportarsi questo genitore?
L’equipe ci aspettava, ci informarono. Io e mia moglie
attraversammo tutto il reparto in silenzio. Il momento era arrivato. Sapevamo
tutti e due che alla fine di quel corridoio ci sarebbe stato qualcosa
che, comunque fosse andata, avrebbe deciso il nostro futuro. Ma non ce
lo dicemmo.
Erano giorni che i nostri cervelli lavoravano senza fermarsi. Per notti
intere le speranze avevano rincorso le paure, mille domande erano rimaste
senza risposta e i pensieri si erano affastellati caotici, irrefrenabili,
gomitoli senza bandolo.
Sfiorammo decine di camici frettolosi che entravano da una camera all’altra,
era l’ora delle visite; oltrepassammo infermiere con al seguito carrelli
carichi di medicamenti. Non ci guardammo mai finché non fummo davanti
alla porta indicata. “Prego” ci invitò una voce dall’interno. Entrammo
e ci trovammo di fronte a sette medici schierati che ci fissavano. L’unico
a parlare fu il primario. E lo fece senza preamboli. “Allora, la situazione
è questa - ci disse - il bambino deve essere operato domani. Se date il
consenso alla trasfusione di sangue, bene, io opero e l’arto tornerà a
posto. Altrimenti non faccio niente. E intervengo solo quando il braccio
puzza. Ovviamente per amputare”.
Un masso caduto in un lago da una rupe alta cento metri avrebbe fatto
meno rumore del boato che in quel momento ci rimbombò fin nello stomaco.
“Altrimenti amputiamo”: il mondo si era fermato con quelle parole. Mia
moglie scoppiò a piangere e uscì dalla stanza. Io mi ritrovai da solo
ammutolito, a cercare di scavalcare un ostacolo più grande di me.
“Ma il tribunale non ha fatto nulla?” Mi trovai a balbettare. I fratelli
ci avevano rassicurato che, in caso di necessità di trasfusione per nostro
figlio, sarebbe intervenuto il Tribunale dei Minori. Avrebbe tolto la
patria podestà a me, Testimone di Geova come mia moglie, e avrebbe dato
il consenso al posto nostro. “Il Tribunale interviene solo in casi di
pericolo di vita - mi rispose secco il primario come a sottolineare un
concetto ovvio - suo figlio non rischia di morire però. Rischia solo un
braccio”. Già, solo un braccio.
Potevo io divenire giudice del destino di un figlio? Avevo il diritto
di decretare che il mio Sandro a soli dieci anni rimanesse mutilato? Geova
voleva questo da me? Non sapevo rispondere. Ero tutt’uno con una forza
incontrollabile che mi spingeva a ribellarmi a una legge dura che sentivo
ingiusta. Non la sapevo chiamare, né definire. Ma sentivo che era potente.
“Allora?” Mi incalzò il primario dopo quei pochi secondi che a me erano
sembrati pesanti come cent’anni. “Allora procedete come dovete. Fate la
trasfusione”. Un attimo di silenzio. “Oh, bravo signor Vanni - esplose
il coro dello schieramento dall’altra parte del tavolo - ha deciso per
il meglio”.
Era andata. Voltai le spalle a quello che per qualche minuto mi era sembrato
un plotone di esecuzione, mi diressi alla porta come un automa e uscii.
Fuori, con la testa appoggiata al vetro della grande finestra c’era mia
moglie. Gli occhi umidi e persi mi trafissero con una domanda, con una
preghiera, per che cosa non lo sapevano nemmeno loro. “Lella, non ce l’ho
fatta: ho dato la mia vita eterna per Sandro e ho detto sì alla trasfusione”.
I suoi muscoli tutti tesi verso di me fino a un attimo prima si accasciarono
di nuovo, spossati. Le labbra le si serrarono quasi a voler trattenere
un grido. Ma perché urlare se adesso sapevamo che Sandro sarebbe cresciuto
come gli altri suoi coetanei, con tutte e due le braccia. Avevamo scelto
l’amore per lui, no? Tutto questo non bastava.
Il sollievo che nasceva da quella consapevolezza non era sufficiente a
superare quanto ci era piovuto sul capo: l’inappellabile giudizio dei
fratelli che io avevo tradito. Non ero stato all’altezza della fede di
Geova. Lella tutto questo lo sapeva. E la gioia di madre per un figlio
presto guarito non aveva fatto in tempo a fiorire, schiacciata dai sensi
di colpa, dal futuro che stava per aprirsi: ci attendeva il Comitato Giudiziario.
Tornai a casa, ero un uomo diverso. Senza più certezze, c'era solo angoscia.
Vagavo per le stanze buie, inseguito dovunque dal fantasma della mia coscienza.
Quel Dio che avevo fino ad allora sentito accanto come il Dio della mia
salvezza si era trasformato nel Dio della mia distruzione. Quella notte
lunga, interminabile, mi fece per la prima volta sperimentare come poteva
essere l'inferno, se mai ce ne fosse uno. Guardai i miei figli che dormivano,
almeno loro potevano farlo, pensai. Mi avvicinai a Rachele, il suo respiro
caldo mi sfiorò la mano, quasi mi bruciò. E fu un dolore fortissimo. Insieme
arrivò la consapevolezza che mai sarei stato un padre all'altezza delle
esigenze di Dio. La vita del cristiano è una corsa a ostacoli, mi avevano
detto: io su quell'ostacolo avevo inciampato. Dio aveva avuto l'occasione
di pesarmi e mi aveva trovato indegno, incapace, debole. La decisione
terribile si impose inevitabile. Come uno squarcio sbloccò il peregrinare
fra quei fagottini rannicchiati sotto le coperte.
Mi scossi, corsi nello studio, adesso sapevo che cosa restava da fare.
La macchina da scrivere era lì, pronta. Le dita cominciarono a rincorrere
le parole che mi affollavano la mente. Con quella tastiera non ho mai
avuto tanta dimestichezza ma con le lacrime poi che mi appannavano la
vista l’impresa era ancora più difficile. "Io Renato Vanni dichiaro
di volermi dissociare dalla vostra organizzazione". Iniziai così
la lettera che avrei consegnato agli anziani della congregazione locale
il giorno dopo.
Era il 27 aprile del 1990: quel giorno decretò la mia uscita dalla congregazione
dei Testimoni di Geova. Dopo cinque anni mi seguì anche mia moglie.
....
Intervista al protagonista di questa drammatica esperienza
Dal programma "TG2 Dossier", trasmesso da Rai
2 sabato 17 aprile 2004.