Materiale stampato dal sito INFOTDGEOVA.IT a cura di Achille Lorenzi

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Monday, 27 March 2017 16:30
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:: LE TRASFUSIONI DI SANGUE ::

Tertulliano e il sangue

Nel tentativo di trovare un qualche sostegno al loro divieto delle trasfusioni di sangue i Testimoni di Geova citano spesso le parole di Tertulliano, un cristiano vissuto nel II secolo, il quale, replicando all'accusa rivolta ai cristiani di praticare uccisioni rituali di neonati per cibarsi del loro sangue, scrisse quanto segue:

«E veniamo ai pasti di sangue e alle tragiche portate di tal genere: in qualche luogo, da Erodoto mi pare, è narrato che certe popolazioni per stringere un'alleanza raccoglievano del sangue dalle braccia, e l'una e l'altra parte ne beveva. Anche al tempo di Catilina vi fu un beveraggio di tal genere. Dicono ancora che presso certe genti degli Sciti ogni defunto è divorato dai propri parenti. Vado troppo lontano. Ancora oggi, presso di voi i "feriti di Bellona" vengono iniziati usando del sangue tratto da una coscia e raccolto nelle palme delle mani. Parimenti, dove si trovano coloro che, per guarire dall'epilessia, succhiano, durante uno spettacolo di gladiatori, con avidità sitibonda, il sangue ancora caldo scorrente dalla gola dei prigionieri sgozzati nel circo? E ancora. quelli che cenano con le carni di di belve provenienti dal circo, e chi chiede del cinghiale, chi del cervo? Quel cinghiale che si insozzò del sangue di chi egli dilaniò; quel cervo si rotolò nel sangue di un gladiatore. Sono particolarmente chiesti gli stomaci degli stessi orsi, che non hanno ancora digerito le carni umane; un uomo si rimpinza di una carne che si è pasciuta di un uomo. Voi che mangiate di queste cose, di quanto siete lontani da quei festini che imputate ai cristiani? Ed è minore la colpa di coloro che, per selvaggia passione, desiderano ardentemente le membra degli uomini solo perché le divorano viventi? E sono meno consacrati dal sangue umano alla laidezza, questi che bevono ciò che sangue diventerà. Non si nutrono certo di bambini, ma piuttosto di uomini fatti. 

Arrossisca la vostra aberrazione davanti a noi cristiani, che non consideriamo il sangue degli animali neppure come cibo ammesso nei pranzi, e per questa ragione ci asteniamo dagli animali uccisi per soffocamento o morti naturalmente, per non essere in alcun modo contaminati dal sangue, anche se giace sepolto fra le viscere. Infatti, per torturare i cristiani, voi presentate loro delle salsiccie ripiene di sangue, ben sapendo che quei cibi non sono loro permessi, e che è questo un mezzo sicuro per farli deviare dalla loro fede. Come potete mai credere bevano sangue umano coloro che siete ben persuasi abbiano orrore di quello degli animali, a meno che, per caso, voi non abbiate fatto l'esperienza che esso è più gradevole? Bisognava allora che l'inquisitore dei cristiani si servisse anche di quel sangue, così come dell'ara dei sacrifizi e dell'incensiere. Infatti, sarebbero riconosciuti cristiani coloro che mostrassero desiderio di sangue umano, alla stessa stregua che rifiutassero un sacrificio ai vostri dèi; e parimenti non risulterebbero tali, se non lo gradissero, alla stessa stregua che se accettassero di compiere il richiesto sacrificio. Certamente non avreste penuria di sangue umano, durante gli interrogatori e la condanna dei detenuti!». 

Apologia del cristianesimo, IX, 13-15; B.U.R., 1956, trad. di Luigi Rusca, pp. 123,124.

Tertulliano replica quindi alla falsa accusa rivolta ai cristiani di cibarsi del sangue dei neonati uccisi durante le loro riunioni, dicendo, in sostanza: "Se ci accusate falsamente di praticare simili azioni - senza poterlo dimostrare - che dire di voi, che pubblicamente, nelle arene, mangiate il sangue di uomini uccisi per il vostro 'divertimento'? Arrossisca la vostra aberrazione...", ecc.

Ecco una delle tante citazioni fatte dalla Torre di Guardia di questo passo di Tertulliano: 

Anticamente per la maggioranza delle persone mangiare sangue non era un problema, come si nota dagli scritti di Tertulliano (II-III secolo E.V.). Rispondendo alle false accuse secondo cui i cristiani si nutrivano di sangue, Tertulliano menzionò tribù che suggellavano le alleanze bevendo sangue. Accennò pure a "coloro che, per guarire dall'epilessia, succhiano, durante uno spettacolo di gladiatori, con avidità sitibonda, il sangue ancor caldo scorrente dalla gola dei prigionieri sgozzati". - Apologia del cristianesimo, IX, 10, 13, 14, trad. di L. Rusca, Rizzoli, Milano, 1956. Per i cristiani quelle pratiche (anche se certi romani le seguivano per scopi terapeutici) erano sbagliate: "Non consideriamo il sangue degli animali neppure come cibo ammesso nei pranzi", scrisse Tertulliano. I romani mettevano alla prova l'integrità dei veri cristiani offrendo loro cibi che contenevano sangue. Tertulliano aggiunse: "Come potete mai credere bevano sangue umano coloro [i cristiani] che siete ben persuasi abbiano orrore di quello degli animali?" - La Torre di Guardia del 2000 15/6/2000, p. 29.

Si noti che secondo la Torre di Guardia queste persone, che praticavano simili abominevoli azioni cannibalesche, lo avrebbero fatto per 'scopi terapeutici'. Poiché ì cristiani condannavano queste pratiche, la conclusione dei TdG è che non sia lecito usare il sangue anche per scopi terapeutici. Siamo chiaramente in presenza di un falso ragionamento, che non tiene conto fra l'altro nemmeno del motivo per cui Tertulliano menziona queste barbare usanze: l'accusa rivolta ai cristiani era quella di praticare omicidi rituali per bere il sangue dei neonati. Tertulliano respinge queste infamanti accuse, ritorcendole contro gli accusatori: erano loro che uccidevano barbaramente delle persone, ed erano sempre i pagani che bevevano il sangue dei gladiatori morenti. Il motivo per cui lo facevano ("curare" l'epilessia) è del tutto secondario ed incidentale, nel contesto del discorso: quello che si mette in risalto, infatti, è che i cristiani non bevevano sangue umano e tanto meno uccidevano qualcuno per procurarselo. 


Il Colosseo, un luogo dove i cristiani venivano messi a morte per la loro fede

È anche evidente che le pratiche menzionate da Tertulliano dovevano essere considerate abominevoli ed aberranti anche da molti suoi contemporanei, altrimenti egli non le avrebbe additate come esempi di condotta di cui gli stessi pagani avrebbero dovuto vergognarsi. La coscienza umana di tutti i tempi, se non completamente corrotta e resa insensibile, ha sempre condannato il cannibalismo. In questo caso poi si era in presenza di uomini morenti, scannati nelle arene per il 'divertimento' degli astanti. In mezzo a tale orrore, al quale molti spettatori avevano evidentemente fatto l'abitudine, doveva ancora suscitare qualche ribrezzo e ripugnanza vedere delle persone che si gettavano alla gola dei gladiatori morenti per succhiarne avidamente il sangue. Si trattava chiaramente di una pratica superstiziosa, intrisa di significati magico/religiosi. Probabilmente queste persone credevano che bere il sangue del soldato morente potesse trasmettere loro lo spirito vitale o la sua condizione di persona sana e forte (sono convinzioni condivise dai cannibali di tutti i tempi). In ogni caso non è affatto vero che bere sangue umano curi l'epilessia e questo doveva essere noto anche ai medici di quei tempi, dato che nessun epilettico era mai guarito grazie a tale "cura"! Quindi, anche se il discorso fatto da Tertulliano avesse avuto a che vedere con le "cure mediche", non si era affatto in presenza di una terapia ma solo di una orribile superstizione. Occorre uno sforzo di immaginazione davvero sovrumano per paragonare queste abominevoli azioni alle moderne trasfusioni di sangue, come fanno i testimoni di Geova. Ma su ciò ritorneremo più avanti.

Parole molto simili a quelle di Tertulliano si trovano nello scritto di un altro cristiano delle origini, Minucio Felice, il quale, nella sua opera intitolata Ottavio [1], scrisse:

«Credo che [il dio Giove] ... abbia insegnato a guarire il "mal caduco" [l'epilessia, ndr] con il sangue di un uomo, cioè con un male ancora maggiore».

Con queste sue parole Minucio Felice mette in evidenza come bere del sangue umano sgorgante dalle ferite di un uomo ucciso nell'arena, anche se si credeva superstiziosamente potesse curare l'epilessia, era certamente un "male maggiore" della stessa malattia, dato che la "cura" veniva pagata con il prezzo di una vita umana. Questo è il senso del suo discorso: in nessun caso si può sacrificare una vita umana, anche se questo si pensa possa curare una malattia. Una conclusione condivisibile dagli uomini di tutti i tempi. 

Si noti, inoltre, che i cristiani rifiutavano di mangiare i sanguinacci, anche a costo della vita, perché, in quelle circostanze - dinanzi cioè ai loro persecutori - questo avrebbe significato rinnegare pubblicamente la fede. Dalle parole di Tertulliano si comprende che tale prova avveniva alla presenza dei giudici inquisitori: «... per torturare i cristiani, voi presentate loro delle salsiccie ripiene di sangue, ben sapendo che quei cibi non sono loro permessi, e che è questo un mezzo sicuro per farli deviare dalla loro fede», e subito dopo Tertulliano aggiunge: «Bisognava allora che l'inquisitore dei cristiani si servisse anche di quel sangue, così come dell'ara dei sacrifizi e dell'incensiere». Non si può quindi usare questo passo per sostenere che i cristiani avrebbero scelto di morire fame o avrebbero lasciato morire il loro figli, se si fossero trovati di fronte alla scelta di mangiare carne non dissanguata non disponendo di nessun'altra fonte alimentare. Nelle comuni e normali circostanze della loro esistenza i cristiani avrebbero potuto comprendere che rispettare un simbolo (il sangue) non poteva essere più importante che salvaguardare la realtà simboleggiata (la vita). Di fronte ai persecutori, tuttavia, non esisteva la possibilità di agire in tal modo, secondo coscienza. Per rendere più chiaro il punto, si potrebbe anche dire che un cristiano avrebbe anche potuto bruciare un pizzico d'incenso sull'altare di un idolo, nella piena consapevolezza che "'idolo non è niente" o anche mangiare carne offerta agli idoli, sapendo che nulla può contaminare dei cibi, dato che gli idoli non possono fare nulla. Tuttavia non avrebbe mai compiuto gli stessi gesti dinanzi ai suoi inquisitori, dato che, in quelle circostanze, tali azioni, agli occhi dei pagani, avrebbero assunto tutt'altro significato: sarebbero equivalse, infatti, a delle esplicite manifestazioni di idolatria e di abiura della fede. Il cristiano non avrebbe compiuto gli stessi gesti nemmeno se questo avrebbe potuto far pensare ai suoi fratelli di fede che egli stava commettendo un atto di idolatria. Che non si trattasse quindi di una legge inviolabile ma di una questione di opportunità o meno di determinate azioni, di una questione di coscienza, è reso chiaro anche nei seguenti passi biblici:

Tutto ciò che è in vendita sul mercato, mangiatelo pure senza indagare per motivo di coscienza, perché del Signore è la terra e tutto ciò che essa contiene.
Se qualcuno non credente vi invita e volete andare, mangiate tutto quello che vi viene posto davanti, senza fare questioni per motivo di coscienza. Ma se qualcuno vi dicesse: «È carne immolata in sacrificio», astenetevi dal mangiarne, per riguardo a colui che vi ha avvertito e per motivo di coscienza; della coscienza, dico, non tua, ma dell'altro. Per qual motivo, infatti, questa mia libertà dovrebbe esser sottoposta al giudizio della coscienza altrui? Se io con rendimento di grazie partecipo alla mensa, perché dovrei essere biasimato per quello di cui rendo grazie? Sia dunque che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio. Non date motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio;

Quanto poi alle carni immolate agli idoli, sappiamo di averne tutti scienza. Ma la scienza gonfia, mentre la carità edifica. Se alcuno crede di sapere qualche cosa, non ha ancora imparato come bisogna sapere. Chi invece ama Dio, è da lui conosciuto. Quanto dunque al mangiare le carni immolate agli idoli, noi sappiamo che non esiste alcun idolo al mondo e che non c'è che un Dio solo. E in realtà, anche se vi sono cosiddetti dèi sia nel cielo sia sulla terra, e difatti ci sono molti dèi e molti signori, per noi c'è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui.
Ma non tutti hanno questa scienza; alcuni, per la consuetudine avuta fino al presente con gli idoli, mangiano le carni come se fossero davvero immolate agli idoli, e così la loro coscienza, debole com'è, resta contaminata. Non sarà certo un alimento ad avvicinarci a Dio; né, se non ne mangiamo, veniamo a mancare di qualche cosa, né mangiandone ne abbiamo un vantaggio. Badate però che questa vostra libertà non divenga occasione di caduta per i deboli. Se uno infatti vede te, che hai la scienza, stare a convito in un tempio di idoli, la coscienza di quest'uomo debole non sarà forse spinta a mangiare le carni immolate agli idoli? Ed ecco, per la tua scienza, va in rovina il debole, un fratello per il quale Cristo è morto! Peccando così contro i fratelli e ferendo la loro coscienza debole, voi peccate contro Cristo. Per questo, se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò mai più carne, per non dare scandalo al mio fratello.

Prima lettera ai Corinti, cap. 8 e cap. 10:25-32 (CEI). 

Tornando al passo di Tertulliano, possiamo aggiungere che esso può al massimo essere utilizzato per condannare il cannibalismo e l'uso alimentare del sangue animale. Gruppi religiosi come gli Avventisti del Settimo Giorno intendono appunto in questo modo il precetto, escludendo che esso possa includere le trasfusioni di sangue o le terapie mediche connesse all'uso del sangue. La stessa cosa fanno gli ebrei ortodossi, ai quali non è mai venuto in mente che la proibizione di mangiare il sangue potesse includere anche il trasfonderlo nelle vene.

A proposito delle ragioni per cui tale consuetudine di non mangiare sangue vene poi gradualmente abbandonata, Agostino, nella sua opera Contro Fausto Manicheo, XXXII,13, afferma che la regola aurea sul sangue enunciata dal Concilio di Gerusalemme, rimase valida solo fino a quando la chiesa fu composta da gentili e giudei per non scandalizzare i giudei; in seguito, avendo i giudei rifiutato Gesù Cristo ed essendo la chiesa composta solo da gentili nessuno sarebbe più stato tenuto ad osservare né la circoncisione né la legge del sangue né alcuna pratica giudaica.

Le trasfusioni e la natura

"Come potete mai credere bevano sangue umano coloro che siete ben persuasi abbiano orrore di quello degli animali, a meno che, per caso, voi non abbiate fatto l'esperienza che esso è più gradevole?".

I TdG citano questo passo di Tertulliano per 'dimostrare' che non è lecito trasfondere sangue. Che si dovrebbe dire allora delle seguenti parole, scritte dall'Apologeta solo poche righe prima? (il grassetto è aggiunto):

"In quanto a noi, non solo ci è vietata ogni forma di omicidio, ma ci è proibito soffocare una vita appena concepita, quando il sangue ancora l'alimenta nel seno materno per formarne una creatura umana". (IX, 8).

Secondo Tertulliano il sangue della madre alimenta il feto. Questo è un fatto scientificamente accertato (un caso in cui un'intuizione degli antichi viene confermata dalla scienza). Sarebbe forse una forzatura farisaica citare queste parole per legittimare l'uso delle trasfusioni di sangue? Non secondo la Società Torre di Guardia! Al presente, infatti, la Società insegna che i prodotti ematici che durante la gravidanza passano attraverso la placenta possono essere accettati dai Testimoni di Geova! Nella Torre di Guardia del 15/6/2000, ecco con quale bizantinismo farisaico, sono stati ammessi alcuni emoderivati che in precedenza erano ritenuti illeciti:

La rubrica "Domande dai lettori" della Torre di Guardia del 1° giugno 1990 osservava che certe proteine del plasma (quindi frazioni) passano dal sangue della donna incinta nel sistema circolatorio del feto. Così la madre trasmette al figlio le immunoglobuline, che gli conferiscono una preziosa immunità. Separatamente, mentre i globuli rossi del feto completano il loro normale ciclo vitale, la sostanza in essi contenuta che trasporta l'ossigeno subisce un processo di scissione. In parte diventa bilirubina, che passa nella madre attraverso la placenta e viene quindi escreta con i suoi rifiuti organici. Da ciò alcuni cristiani traggono la conclusione che, visto che frazioni del sangue passano da una persona all'altra in un contesto naturale come questo, essi possono accettare una frazione del sangue derivata dal plasma o dalle cellule ematiche.

Il ragionamento è questo: Dio non trasgredirebbe la sua propria Legge permettendo il passaggio di componenti ematiche dalla madre al feto. Quindi, se Dio permette che ciò avvenga questo significa che anche noi possiamo accettare trasfusioni di questi componenti ematici! (i farisei hanno davvero trovato dei degni eredi!). Si noti comunque che la Scienza medica ha dimostrato che tutti i componenti del sangue possono attraversare la placenta.[2] Quindi, secondo le stesse parole della Società, la trasfusione di tutti i componenti del sangue sarebbe compatibile con la natura e la fisiologia umana, nonché con la stessa creazione di Dio. Si veda su ciò anche questa pagina: link.

Altre osservazioni: 

- La legge del sangue si applica diversamente agli uomini e agli animali: il sangue degli animali non va mangiato ma sparso, mentre il sangue dell'uomo non va né mangiato né sparso. 

- La Bibbia e la tradizione cristiana condannano l'uso alimentare del sangue umano ma non dicono nulla dell'uso terapeutico del sangue.

- Assumere per via orale una sostanza è diverso dall'assumerla per altra via: il parallelismo sangue/alcool, che viene spesso fatto dai TdG, è privo di ogni fondamento logico. Infatti, se è vero che bevendo alcool (etilico) dopo circa mezz'ora lo ritroviamo nel sangue (e quindi in teoria potrebbe essere introdotto direttamente in vena), in realtà introdurre direttamente nel sangue una quantità d'alcool equivalente a mezza bottiglia di vino avrebbe un effetto tossico, effetto che non ha se la introduciamo (insieme al vino che non è certo fatto solo di alcool...) per bocca; questo perché l'alcool è una sostanza potenzialmente tossica che viene metabolizzata dal fegato, ma il fegato ha una certa velocità di metabolismo per cui se l'alcool gli arriva lentamente (come avviene se si beve durante un pasto) riesce a metabolizzarlo, altrimenti l'alcool in eccesso nel sangue danneggerebbe le cellule. Per quanto riguarda invece il sangue, se noi lo introducessimo per bocca invece che direttamente in vena, non servirebbe a nulla perché, essendo costituito da cellule e da molecole molto più grandi dell'alcool etilico, non riuscirebbe a passare direttamente attraverso la barriera gastrica e quindi verrebbe inevitabilmente digerito.

- il nostro corpo è fatto degli stessi elementi di quello tutti gli altri esseri viventi, non solo a livello atomico (carbonio, azoto, idrogeno, ecc.) ma a anche livello di macromolecole. Le tipiche molecole della vita sono le proteine. Oltre alle proteine siamo fatti poi di lipidi (grassi) e di zuccheri oltre all'acqua che costituisce circa il 75 % del nostro corpo. È evidente però che le proteine del nostro corpo sono diverse da quelle della banana così come da quelle del coniglio che ho appena mangiato. Per cui, se si introducessero direttamente nel proprio sangue queste proteine estranee, si morirebbe di una grave reazione allergica, purché il nostro sistema immunitario le riconoscerebbe appunto come "estranee". Ciò che mangiamo quindi deve essere prima scomposto dall'apparato digerente nei suoi elementi chimici più piccoli che poi vengono ricomposti (per lo più dal fegato) nelle proteine, zuccheri, lipidi identici a quelli del nostro corpo, un po' come se una costruzione lego venisse scomposta nei suoi mattoncini e poi ricomposti nella forma desiderata. Nella nutrizione artificiale quindi vengono introdotti "i mattoncini" e cioè gli zuccheri semplici, gli aminoacidi (i mattoni che formano le proteine), ecc. in una soluzione acquosa che ha caratteristiche chimico-fisiche compatibili col sangue, e non certo alimenti liofilizzati! Il sangue pertanto è di per se solo un veicolo passivo di nutrienti che vengono trasportati al fegato al fine di renderli utilizzabili dal nostro corpo, ma non può essere un alimento in se stesso in quanto non è fatto di sostanze assimilabili. Infatti, se per assurdo fosse composto in tal modo, tali sostanze sarebbero assimilate dal corpo stesso e quindi il sangue si auto distruggerebbe!

Astenersi dal sangue o dall'omicidio?
Il Testo Occidentale

L'opuscolo I Testimoni di Geova e il problema del Sangue (ed. 1977), a pagina 14, una nota in calce cita varie fonti che si attenevano al "decreto apostolico" di Atti 15::

Altri riferimenti (del secondo e terzo secolo) a sostegno di questa applicazione di Atti 15:28, 29 [3] si trovano in: Contro Celso, VIII, 29, 30 e Commento su Matteo, XI, 12 di Origene; Pedagogo, II, 7 e Stromata, IV, 15 di Clemente; Omelie di Clemente, VII, 4, 8; Le ammissioni di Clemente, IV, 36; Dialogo, XXXIV di Giustino Martire; i Trattati, XII, 119, di Cipriano; Dottrina dei dodici apostoli, VI; Costituzioni Apostoliche, VI, 12; Morte di Peregrino, 16, di Luciano.

Si noti, innanzitutto, che in alcune delle fonti citate dalla Società non si parla del divieto di mangiare il sangue. Per esempio, la Dottrina dei dodici apostoli, al cap. VI, dice semplicemente: "E riguardo al cibo, cerca di sopportare tutto quello che puoi, ma comunque astieniti nel modo più assoluto dalle carni immolate agli idoli, perché (il mangiarne) è culto di divinità morte". Anche nel Dialogo di Giustino Martire non si fa alcuna menzione della proibizione del sangue come alimento: 

So bene che Salomone è stato un re grande e illustre, sotto il quale fu costruita la dimora nota come tempio di Gerusalemme, ma che nessuna delle cose annunciate nel salmo sia capitata a lui è altrettanto chiaro. Né, infatti, tutti i re si sono prostrati davanti a lui, né ha regnato fino ai confini della terra, né i suoi nemici sono caduti davanti a lui a lambire la polvere. Non mi perito anzi di dire ciò che egli ha fatto stando al libro dei Re, cioè che a Sidone a causa di una donna ha seguito gli idoli, cosa che non tollerano di fare quei pagani che per mezzo di Gesù crocifisso hanno conosciuto il Dio creatore di tutte le cose, i quali sopportano invece oltraggi e supplizi di ogni tipo fino alla morte pur di non adorare gli idoli o mangiare le carni ad essi immolate.

Si parla quindi solo di cibi offerti agli idoli, non del divieto di mangiare il sangue. Queste fonti non si possono quindi citare a "sostegno di questa applicazione" di Atti per quanto riguarda il cibarsi di sangue.

La Società 'dimentica' inoltre di informare i suoi lettori che nei primi secoli dell'era cristiana il libro degli Atti degli Apostoli esisteva già in più versioni. Ad alcuni copisti la decisione del concilio apostolico sembrava evidentemente poco chiara e così modificarono il testo per renderlo più comprensibile. Nei cosiddetti Testi Occidentali gli apostoli sarebbero quindi giunti ad un'altra decisione: 

"(b) I Testi Occidentali omettono 'e ciò che è strangolato' e in 15.20 e 29 aggiungono una forma negativa della Regola Aurea ... In quanto a (b) è evidente che il triplo divieto ... ha relazione con ordini morali di astenersi dall'idolatria, dall'immoralità e dallo spargimento di sangue (o dall'assassinio); a ciò è aggiunta la Regola Aurea nella forma negativa" - Bruce M. Metzger, A Textual Commentary on the Greek New Testament, pagine 430-431; il grassetto è aggiunto.

A proposito dei Testi Occidentali leggiamo ancora:

"Dei rimanenti tipi di Testo che Westcott e Hort isolarono, il cosiddetto Tipo Occidentale è sia antico che molto diffuso ... La sua data di origine deve essere molto antica, forse nella prima metà del secondo secolo. Marcione, Tatiano, Giustino, Ireneo, Ippolito, Tertulliano e Cipriano usavano più o meno la forma testuale occidentale" (Bruce M. Metzger, The Text of the New Testament, 1968, NY: Oxford University Press, pagina 132).

I "Testi Occidentali" furono quindi usati da un molti scrittori cristiani delle origini, e in questi testi i copisti avevano già sostituito i comandamenti puramente rituali della versione originale del concilio apostolico con dei comandamenti morali. Ecco cosa dice a questo proposito lo studioso Alfred Wikenhauser (Atti degli Apostoli, Morcelliana, Brescia 1968, pp. 211-213):

Ai punti che Giacomo enumera si dà il nome di clausole di Giacomo. Essi sono però attestati in due forme diverse, che non hanno lo stesso senso. Il testo orientale, diffuso in Egitto e nell'oriente di lingua greca, elenca i quattro punti riportati nella nostra traduzione (= quella normale: "idolotiti, sangue, soffocati e fornicazione"). Di essi, tre si riferiscono ai cibi, riguardo ai quali dettano delle norme. La «contaminazione degli idoli», stando al v. 29 e a 21, 25, consiste nel mangiare la carne immolata nei sacrifici pagani, che veniva poi posta in vendita sui mercati, oppure nel prender parte ai pasti sacrificali idolatrici (cfr. 1 Cor. 8, 7-13; 10, 25-33). «Sangue» significa il cibarsi del sangue, cosa che agli Ebrei era vietata (Lev. 17, 10 ss.). Il «soffocato» costituisce un'ulteriore precisazione dello stesso divieto. Per gli Ebrei era proibito non solo il cibarsi del sangue, ma anche il mangiare animali che non fossero stati diligentemente dissanguati, quali sono, ad es., quelli presi ad un laccio (Lev. 17, 13 ss.; Filone, De ebr. 10). Il termine «impudicizia (fornicazione)» designa il matrimonio tra parenti prossimi, che dai Giudei era considerato alla stregua di un incesto (Lev. 18); questa, almeno, è l'interpretazione che si impone, se non si vuole che Giacomo addebiti ai convertiti dal paganesimo la mancanza di qualsiasi sensibilità morale circa il disordine della fornicazione. Nel testo, di cui è stata data la traduzione, la clausole proibiscono ai convertiti alcune azioni che avrebbero ingenerato scandalo ai Giudei, e ad essi soltanto; alla base delle quattro richieste sta quindi un solo e costante motivo: il rispetto per il sentimento religioso dei giudeo-cristiani. Nel testo detto occidentale il decreto, al v. 29 (come pure al v. 20 e in 21, 25) presenta la forma seguente:

«Che vi asteniate da ciò che è stato immolato agli idoli e dal sangue e dall'impudicizia; e che quello che non volete sia fatto a voi, neppure voi lo facciate ad altri» (le ultime parole esprimono la cosiddetta regola d'oro). In questa enumerazione manca l'accenno al soffocato; l'elenco stesso, invece, può considerarsi come una norma morale, fisionomia che anche la regola d'oro che è stata aggiunta contribuisce a dargli. In questa cornice, il «sangue» equivale all'effusione del sangue, all'omicidio; la «contaminazione degli idoli» significa, in generale, il culto idolatrico, di cui la partecipazione ai pasti sacrificali rappresenta la manifestazione più volgare; l'impudicizia, infine, è presa nel senso stretto di fornicazione. In tal modo, le tre proibizioni (idolatria, omicidio, fornicazione) si richiamano ad un principio unitario. Le tre precisazioni (che coincidono coi tre peccati capitali della Chiesa antica) mirano ad escludere ogni forma di immoralità e perciò rappresentano una regola morale vera e propria. Nell'antica Chiesa occidentale, in cui questa redazione dominò incontrastata dalla fine del sec. II fino alla metà del IV, le clausole di Giacomo vennero effettivamente intese in questo senso. Oggi ancora i sostenitori della genuinità del testo occidentale attribuiscono loro, per lo più, lo stesso significato. Essi ritengono che l'accenno al soffocato sia frutto di un'interpolazione tardiva, che ha dato alle clausole il tono di una regola relativa ai cibi, proprio perché «soffocato» non può significare altro che un cibo (la carne). Ora, quale testo deve considerarsi originario? La maggioranza dei critici si pronuncia in favore del testo orientale; e a ragione. Sarebbe infatti una cosa ben strana che ai convertiti dal paganesimo non venisse imposto altro che le tre norme fondamentali della morale, e cioè di astenersi dall'idolatria, dall'omicidio e dalla fornicazione. Anche nel caso che la menzione del «soffocato» fosse interpolata, l'interpretazione delle clausole nel senso di una regola morale non sarebbe necessaria, e nemmeno verosimile, poiché è del tutto naturale che «sangue» venga inteso come il cibarsi del sangue e «ciò che è stato immolato agli idoli» si interpreti come carne offerta in sacrificio agli idoli. Un papiro degli Atti scoperto recentemente e risalente ad un'epoca intorno al 250 tralascia «impudicizia» e (nel v. 20) legge solo: «che vi asteniate dalla contaminazione degli idoli e dal soffocato del sangue ». Il testo, così ridotto, è una pura e semplice regola per i cibi. Se (come ritiene Lagrange) questa è la lezione originaria - cosa che non manca di ogni probabilità - bisogna concludere che le clausole di Giacomo non furono altro, all'inizio, che una regola relativa ai cibi, con la quale, per riguardo ai giudeo-cristiani, si proibiva agli ex-pagani l'uso dei cibi più aborriti dai Giudei, nel momento stesso in cui essi venivano dichiarati liberi rispetto alle prescrizioni della legge; s'intende che la legge morale era identica per gli uni e per gli altri. Così stando le cose, il testo occidentale va considerato come una trasformazione della primitiva regola dei cibi in una norma morale; tale trasformazione passò attraverso le fasi seguenti. Si cominciò coll'inserire l'impudicizia, poiché i pagani non facevano caso alla semplice fornicazione; poi si venne ad espungere la menzione del soffocato, dato che essa non poteva che essere in funzione di una regola per i cibi; da ultimo, si finì coll'aggiungere la regola d'oro.

Perciò diversi primi scrittori citati dalla Società si basavano su un testo nel quale gli apostoli parlavano di assassinio - spargimento di sangue - quando dicevano di "astenersi dal sangue", e non della questione di mangiare sangue. È ovvio quindi che questi scrittori sostenessero che la decisione del concilio era ancora in vigore per i cristiani! Se dicevano che ci si doveva astenere dal sangue, questo non aveva nulla a che fare con il testo di Atti 15, poiché da ciò che essi sapevano si trattava del divieto di assassinare e non della questione di mangiare sangue.

Origene e il sangue

Fra le varie fonti menzionate, la Società Torre di Guardia cita Origene (ca. 185-253). Ecco cosa scrisse questo antico scrittore cristiano nella sua opera intitolata Contro Celso (VIII, 29, 30 e 29):

D'altronde bisogna ricordare che i Giudei, credendo di intendere bene la legge di Mosè, osservano riguardo ai cibi la regola di usare quelli da loro considerati puri, e di astenersi invece da quelli impuri, ed inoltre di non servirsi come cibo del sangue di animali, e nemmeno di animali presi dalle belve, e di altri ancora: materia questa, tutta degna di una trattazione approfondita, che adesso non è opportuno affrontare. Ma a questo riguardo l'insegnamento di Gesù, con l'intento di richiamare tutti gli uomini al puro culto di Dio, e di impedire che a causa di una legislazione troppo severa riguardo ai cibi, presa come pretesto, si allontanasse un gran numero d'individui, che potevano nei loro costumi essere condotti a miglior porto dal Cristianesimo, ci ha reso noto che «non è ciò che entra nella bocca a contaminare l'uomo, ma bensì quello che esce dalla bocca»; infatti, aggiunge, «ciò che entra nella bocca va nel ventre, e poi si mette fuori in luogo ritirato», mentre al contrario ciò che esce dalla bocca sono «i propositi cattivi» che si esprimono, sono «le uccisioni, gli adulteri, le impudicizie, i furti, le false testimonianze, le bestemmie» (Matth., XV, II, 17-19). Ed anche Paolo dice: «certo non è un cibo, che ci raccomanderà a Dio, né, se ne mangiamo, abbiamo qualcosa in più, o, se non ne mangiamo, abbiamo qualcosa in meno» (I Cor., VIII, 8). Poscia, dacché queste parole presentano una certa oscurità bisognosa di un chiarimento, «parve bene agli apostoli di Gesù ed agli anziani» riuniti per lo stesso scopo ad Antiochia, e - come questi stessi scrivono - «anche allo Spirito Santo», di indirizzare ai fedeli, provenienti dall'ambiente dei Gentili, una lettera, in cui si vietava di mangiare solo quei cibi, di cui si diceva testualmente essere «necessaria» l'astinenza (Act., XV, 22, 28-29): vale a dire, i sacrifizi agli idoli, le vittime strozzate, ed il sangue. 

In realtà il sacrifizio agli idoli viene offerto ai demoni, e non è conveniente per l'uomo di Dio partecipare alla «mensa dei demoni»; la Scrittura vieta le carni di animali strangolati, perché da esse non è uscito il sangue, che - come dicono - è il nutrimento dei demoni, i quali si cibano delle sue esalazioni; e la Scrittura fa ciò, perché noi non ci nutriamo del cibo dei demoni, dal momento che, quando prendiamo delle carni di animali strangolati, certi demoni può darsi che se ne nutrano insieme a noi. E da quanto si è detto a proposito delle carni di animali strangolati si può comprendere chiaramente il motivo per cui ci asteniamo dal sangue. Né mi sembra fuor di luogo a questo proposito ricordare la bellissima sentenza, che si trova fra le Massime di Sesto, conosciuta peraltro da quasi tutti i Cristiani: «Il cibarsi delle carni è cosa indifferente; astenersi da esse è cosa più ragionevole». A conti fatti, non è semplicemente per rispetto ad una tradizione patria che noi ci asteniamo da quelle che si pensa essere vittime sacrificate in onore dei cosiddetti dei, o eroi, o demoni, ma per parecchie ragioni, delle quali alcune ho già esposto in parte. Ed inoltre, non è detto che bisogna astenersi dalla carne di tutti gli animali, come ci si deve astenere da ogni peccato e dalle conseguenze del peccato. Naturalmente bisogna astenersi non soltanto dal nutrimento della carne, ma anche da qualsiasi altro cibo, se usare questo cibo implica il peccato e le sue conseguenze: difatti bisogna rifuggire dal mangiare con ghiottoneria, oppure essendo spinto dal piacere della gola, facendo astrazione dalla sanità del corpo e dalla cura che si deve avere di esso.

Si noti la massima citata: «Il cibarsi delle carni è cosa indifferente; astenersi da esse è cosa più ragionevole». Viene quindi invocata la ragione, il discernimento e la moderatezza - e non la legge - per quanto riguarda il cibarsi di determinati cibi. Si noti anche che Origene menziona le credenze superstiziose diffuse al suo tempo in merito al fatto che il sangue fosse alimento di demoni. Chi oggi condivide ancora tali convinzioni? E come si possono ragionevolmente applicare le parole di Origene al rifiuto di una trasfusione di sangue? 

Il pensiero di Origene è reso con chiarezza anche nel suo Commento su Matteo, XI, 12:

E se poi occorre descrivere i cibi impuri secondo il Vangelo, diremo che sono quelli procurati dall'ingordigia, nati dalla cupidigia e presi per edonismo e per il ventre onorato al pari di un dio, quando questo ventre e i suoi appetiti, e non più la ragione, comandano alla nostra anima. Ma ancora, quando sappiamo che alcuni cibi hanno avuto rapporti con demoni o, non sapendolo ma supponendolo, quando esitiamo riguardo a ciò, se facciamo uso di tali cibi, non li abbiamo usati a gloria di Dio né in nome di Cristo, non è solo il sospetto che si tratti di idolotiti a condannare colui che mangia, ma anche il suo essere esitante a riguardo. Chi infatti è nel dubbio - secondo l'Apostolo - mangiando si condanna, perché non agisce per fede. Infatti tutto quello che non viene dalla fede è peccato. Per fede, dunque, mangia colui che è convinto che quel che sta mangiando non è stato sacrificato in luoghi idolatrici, che non si tratta né di carne soffocata né di sangue, mentre non per fede mangia colui che è nel dubbio su uno di questi punti; ma è in comunione coi demoni colui che pur sapendo che questi cibi sono stati immolati ai demoni, non di meno ne fa uso con la sua fantasia contaminata circa i demoni che hanno comunicato con la vittima. Eppure l'Apostolo essendo cosciente che non la natura dei cibi è di danno a colui che ne usa, o di vantaggio a colui che se ne astiene, bensì le opinioni e il ragionamento che abbiamo dentro, dice: Non sarà certo un alimento ad avvicinarci a Dio; né se non ne mangiamo veniamo a mancare di qualche cosa; né mangiandone ne abbiamo un vantaggio. Certo egli sapeva che coloro che intendono in maniera più nobile quali sono, secondo la Legge, i cibi puri e quali gli impuri, prese le loro distanze dal modo differente di usare gli alimenti come puri e impuri e dalla superstizione - penso io - che è nelle differenze, trattano indifferentemente gli alimenti, per cui sono giudicati dai Giudei come trasgressori della Legge: per questo motivo Paolo ha detto da qualche parte: Nessuno dunque vi giudichi in fatto di cibo e di bevanda, ecc.; e così ci insegna che le cose secondo la lettera sono ombra, mentre i veri pensieri della Legge nascosti sotto la lettera, sono i beni futuri, grazie ai quali è possibile scoprire quali sono gli alimenti puri dell'anima e quali gli impuri, contenuti nei discorsi menzogneri e ostili, che fanno male a chi se ne nutre: la legge aveva infatti l'ombra dei beni futuri.

La Società cita anche il Pedagogo, di Clemente Alessandrino, il capitolo II, verso 7. In questo passo tuttavia si cita solo Atti 6:2 - «I dodici Apostoli, chiamata a sé la moltitudine dei discepoli, dissero: Non ci piace di abbandonare la predicazione per servire alle mense» - passo che da solo risulta incomprensibile, non avendo alcuna relazione con l'argomento trattato. Ecco quindi il suo contesto:

Gli uomini poi tengano gli occhi fissi al letto, immobili, appoggiati ai gomiti, intenti solo colle orecchie. E, quando stanno seduti, non tengano i piedi incrociati né sovrappongano una delle cosce all'altra, né sottopongano la mano al mento; perché è incivile non sapersi reggere e biasimevole in un giovane. Il non star mai fermi con la persona è indizio di leggerezza. È da temperante scegliere subito il peggio dei cibi e delle bevande, con posatezza e non con precipitazione, sia nel principio, sia negli intervalli; cessare pel primo e non mostrarsi appassionato pel cibo. Mangia come uomo ciò che ti è stato posto innanzi, cessa pel primo da ben educato, e se siedi con altri, non stendere la mano prima di loro (Eccli. 34 (31), 16-18). Non si deve dunque mai andar innanzi agli altri spinti dall'ingordigia, né seguitar troppo per voracità, mostrando così, col seguitare a lungo, la propria intemperanza. Ma anche quando mangiano tutti, non conviene mostrarsi intenti (al cibo), come belve alla preda; né servirsi di troppa pietanza, perché il nutrimento naturale dell'uomo è il pane, non la pietanza. È pure da temperante alzarsi prima di molti e andarsene quietamente via dal convito. Al momento di alzarsi, non, essere alla coda, ma va speditamente a casa tua (Eccli. 35 (32),11). I dodici Apostoli, chiamata a sé la moltitudine dei discepoli, dissero: Non ci piace di abbandonare la predicazione per servire alle mense (Att. 6,2). Se fecero questo, molto più fuggivano l'intemperanza. Questi stessi Apostoli scrivendo ai fratelli di Antiochia, della Siria e della Cilicia, dicevano: Parve allo Spirito Santo e a noi di non imporvi altro peso all'ira= fuori del necessario: di astenersi dalle carni immolate agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalla fornicazione. Conservandovi puri da questi peccati farete bene (Att. 15,23,28). Bisogna guardarsi dall'ubriachezza come dalla cicuta, perché ambedue queste cose trascinano alla morte. «Frenate il riso sbardellato e il pianto dirotto» (Platine, De legibus, 5, 732C); perché spesso gli ubriachi sghignazzano lungamente, e poi, non so come, per una certa ubriachezza, sono tratti a ridere. Discorda dalla ragione e l'essere effeminato e l'essere petulante.

In queste parole Clemente fa appello alla moderatezza, alla temperanza e all'equilibrio. Non si possono quindi citare questi passi dei suoi scritti per dimostrare che i cristiani avrebbero preferito morire di fame piuttosto che mangiare carne non dissanguata. E si noti che stiamo sempre parlando di cibi, di alimenti, e non di cure mediche come possono essere le trasfusioni di sangue.

[1] È opinione di molto studiosi che lo scritto di Minucio Felice dipenda dall'Apologetico di Tertulliano. L'Ottavio, infatti, e molto simile all'opera di Tertulliano.

[2] Il sangue, come noto, è formato da una parte liquida (il siero, che i TdG accettano) e una parte corpuscolata (globuli rossi, bianchi e piastrine, che i TdG rifiutano). Ora una semplice prova che dimostra il contatto tra parte corpuscolata del sangue fetale con quello materno è la cosiddetta MEN (malattia emolitica del neonato): nelle donne Rh negative, alla fine della prima gravidanza, i globuli rossi del nascituro Rh positivo possono passare nel sangue materno determinando una prima immunizzazione dei linfociti (globuli bianchi) della madre; nelle gravidanze successive (se non si facesse una sieroprofilassi preventiva),  gli anticorpi anti-Rh materni attraversano la placenta, raggiungerebbero la circolazione fetale e determinerebbero l'emolisi delle emazie fetali con conseguente ittero.

[3] La nota viene posta su questa frase: «Minucio Felice, avvocato romano che visse fin verso il 250 E.V., esprime lo stesso argomento, scrivendo: "Noi evitiamo tanto il sangue umano che nel nostro cibo non usiamo nemmeno il sangue degli animali che si possono mangiare"». La nota cita altre fonti "a sostegno di questa applicazione" di Atti 15:28, 29.

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