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Saturday, 16 February 2019 18:35
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I racconti mesopotamici del Diluvio

L’Epopea di Gilgamesh

Feci imbarcare nel vascello tutta la mia famiglia e i miei amici,
Gli animali del campo, il bestiame del campo, gli artigiani, tutti li feci imbarcare.
Entrai nel vascello e chiusi la porta...
Dalle radici del cielo una nera nuvola si levò...
Tutto ciò che luceva divenne oscuro...
Gli dei temevano il Diluvio,
essi fuggirono, salirono fino al cielo di Anu,
gli dei si raggomitolarono come un cane contro il muro, e si stesero a terra...
Per sei notti e giorni
vento e acque avanzarono, l’uragano s’impadronì della terra.
Quando l’alba del settimo giorno si levò,
l’uragano si era calmato, e così le onde
Che avevano fatto guerra come un esercito.
Il mare si placò, il vento sottile fu calmato, il Diluvio cessò.
Osservai il mare, la sua voce taceva,
e tutto il genere umano era mutato in fango!
La palude raggiungeva i tetti!
Osservai il mondo, la distesa del mare,
A dodici misure emergeva un’isola;
fino al Monte Nisir arrivò il vascello,
il Monte Nisir trattenne il vascello e non lo fece più muovere...
Quando sorse il settimo giorno,
presi una colomba e la liberai;
andò la colomba, e tornò.
Mandai una rondine e tornò;
non vi era più luogo e tornò.
Presi un corvo e lo liberai;
andò il corvo, e osservò le acque che scendevano;
mangia, sguazza, gracchia e non torna.

Epopea di Gilgamesh: Poema epico assiro-babilonese, scritto in caratteri cuneiformi su tavolette d’argilla nel III-II millennio a.C. Prende nome dal protagonista, il re babilonese di Uruk (Erech nella Bibbia, attualmente Warka in Iraq), l’eroe che con il compagno Enkidu affronta avventure di ogni genere, alla ricerca del segreto dell’immortalità. Per conoscere tale segreto Gilgamesh si rivolge al saggio Utnapishtim, scampato al Diluvio universale; questi gli narra la storia del Diluvio e infine gli rivela che in fondo al mare esiste la pianta dell’eterna giovinezza. Gilgamesh riesce a raggiungerla ma la perde per colpa di un serpente; torna allora a Uruk dove terminerà i suoi giorni, avendo ormai compreso che l’immortalità appartiene solo agli dei e non spetta agli uomini. Nel poema compaiono molte affinità con i testi biblici e con l’epica classica; si pensa che alcuni temi fossero largamente diffusi nel mondo antico, e che la loro attestazione testimoni rapporti culturali fra i popoli, altrimenti non documentati (Enciclopedia Microsoft Encarta, 1993-1997, Microsoft Corporation. Tutti i diritti riservati).

Il racconto babilonese del Diluvio

Il Poema di Atrahasis o del Grande Saggio fu scritto in accadico nel XVII secolo avanti Cristo, ma risale per molte parti a testi e tradizioni sumere. Nel poema vengono affrontati i temi della creazione dell’uomo (impasto di argilla con carne e sangue di un dio immolato), del suo compito nell’universo (continuare l’opera degli dei inferiori) e del problema della sovrappopolazione (epidemie, carestie e Diluvio universale). Il testo originale è stato rinvenuto nella Biblioteca di Assurbanipal (668-627 a.C.); Località: Mesopotamia - Babilonia. Epoca: Composto nel periodo 1646-1626 a.C.- durante il regno di Ammisaduqa, quarto successore di Hammurabi - sulla base di antichi testi e tradizioni sumeriche e accadiche

Enlil convoca allora una nuova assemblea per risolvere una volta per tutte la controversia e inizia il suo intervento ricordando come i suoi ordini sono stati scherniti da Adad e da Enki. Enki scoppia a ridere. Enlil, sempre insonne, riprende per l’ennesima volta le sue accuse verso Enki e l’umanità. Poi annuncia il Diluvio universale per sterminare tutta la popolazione. Enki si oppone al Diluvio: perchè mai devono essere sterminati gli uomini, creati per sollevare gli dei dalle loro fatiche, e fatti con la carne e il sangue di un dio immolato? Ma il parere di Enlil prevale. L’assemblea decide il Diluvio, che sarà eseguito dallo stesso Enlil, dio del cielo. Gli altri dei vengono impegnati da un giuramento a non intervenire a favore degli uomini.

Il Grande Saggio, devoto di Enki, ha un sogno durante il quale riceve da Enki l’ordine di costruire una grande barca molto resistente e di abbandonare la sua casa e i suo beni allo scopo di salvare la sua vita. Il Grande Saggio inventa una scusa per giustificare il suo strano comportamento con i maggiorenti della città dove abita. Annuncia di voler abbandonare la città per abbandonare il territorio di Enlil, ostile ad Enki, a cui è devoto.

Sulla barca vennero caricati: oro, argento, animali di ogni tipo, i famigliari del Grande Saggio. Poi il tempo cambiò, allora il Grande Saggio chiuse il boccaporto con bitume, si levò un vento impetuoso e vennero rotti gli ormeggi. Il Diluvio aveva avuto inizio. Il sole scomparve, il vento ululava, la tempesta colpiva la terra, le genti morivano. Il fragore atterriva anche gli dei. Enki era stravolto nel vedere i suo figli travolti. Belet-ili era in singhiozzi, gemeva e piangeva. E con lei piangevano gli altri dei, le labbra secche per l’angoscia.

Il Diluvio continuò per sette giorni. Poi ebbe termine. La barca si arenò sulla cima di un monte. Il Grande Saggio liberò degli uccelli per vedere se poteva sbarcare, poi scese a terra e fece un pasto per gli dei, che sentito il buon odore si radunarono intorno al banchetto come mosche. Quando Enlil vide la barca si arrabbiò moltissimo e accusò gli altri dei di aver tradito il giuramento. Enki venne immediatamente sospettato. Confessò e si assunse ogni responsabilità. Spiegò i motivi del suo comportamento e covinse gli altri dei che decisero anche di concedere l’immortalità al Grande Saggio, sopravvissuto al diluvio.

Lo storico e sacerdote babilonese Beroso scrisse che il superstite del Diluvio fu Xisuthros (Zisudra, in babilonese), ritenuto l’ultimo re dinastico prima del cataclisma. Xisuthros fu preavvertito dal dio Cronos che gli ordinò di costruire una grossa imbarcazione e di portarvi la famiglia, gli amici, gli animali e le provviste. Con la lodevole considerazione dello storico per gli archivi, Beroso precisa che Cronos disse a Xisuthros di raccogliere tutte le documentazioni del tempo e di seppellirle nella città di Sippara. Quando il Diluvio finì la famiglia reale si recò a Sippara e le recuperò.

Secondo un’altra versione assiro-babilonese il sopravvissuto fu Ubaratutu o Khasistrata e la lunghezza della nave era di seicento cubiti, con larghezza e un’altezza di sessanta. Queste dimensioni enormi sono probabilmente da imputare al sistema di calcolo babilonese, basato su multipli di sei.

Un’altra versione attribuisce all’Arca le dimensioni mostruose di cinque stadi di lunghezza e cinque di larghezza. La versione mesopotamica usa alternativamente i nomi di Ubaratutu, Khasistrata, Xisuthros o Baisbarata per il protagonista, e alcune leggende specificano che la deposizione dell’Arca avvenne sul Monte Nisir, mentre un’altra indica le montagne Gordiene di Urartu (Armenia). Quest’ultima coinciderebbe con la teoria dell’Arca arenata sull’Ararat, dato che questo era la montagna più importante e più alta dell’Armenia, che anticamente era chiamata Urartu.

Non sembra che esistano legami linguistici tra i nomi dei sopravvissuti con quello di Noè: nell’Epopea di Gilgamesh si tratta di Utnapishtim; in altre leggende babilonesi il nome è Ubaratutu, Khasistrata, Xisuthros o Baisbarata; in quelle dell’Iran antico è Yima; nelle leggende greco-romane è Deucalione; nella mitologia indù è Baisbasbata. In Egitto, patria di una delle più antiche civiltà, non esiste invece alcuna traccia di una vera tradizione sul Diluvio nella letteratura, mitologia o cronologia.

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