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Wednesday, 22 February 2017 16:10
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:: LIBRO CONSIGLIATO

libro: Crisi di Coscienza

Crisi di coscienza.
Fedeltà a Dio o alla propria religione?
Parole franche di un testimone di Geova

Quasi nulla si sa dei "vertici" che guidano i Testimoni di Geova, di cosa accade durante le loro sedute deliberative, dei criteri che guidano le loro decisioni, spesso di enorme impatto nella vita dei fedeli: neppure gli aderenti ne sono al corrente. Terribilmente penetrante è il controllo esercitato sui "fratelli". Il libro testimonia il meccanismo che ha condotto uno di questi uomini, membro del Corpo direttivo, a entrare in una crisi di coscienza tale da fargli abbandonare il gruppo, e in esso una posizione di grande prestigio sociale, dopo 58 anni di appartenenza. (continua)

Spigolature
Non tutti sanno che...
Quando i trapianti erano considerati cannibalismo...: «È significativo che quelli che sono stati sottoposti a trapianto di cuore, quando i nervi che collegano il cuore al cervello sono tagliati, hanno gravi problemi emotivi dopo l’operazione. ... non si può escludere che questo sia uno dei vari fattori che causano le gravi aberrazioni mentali e il disorientamento osservato dai medici in quelli che hanno subìto un trapianto di cuore. Una cosa è certa, perdendo il loro proprio cuore, sono stati privati delle facoltà del “cuore” edificate in loro col passar degli anni e che contribuivano a renderli quello che erano in quanto alla personalità. » (“La Torre di Guardia” del 15/8/1971). In seguito i trapianti vennero considerati "questione di coscienza" e questi "intendimenti" vennero abbandonati. Si veda nel sito la pagina www.infotdgeova.it/dottrine/cuore.php

:: STORIA ::

Giuseppe Flavio 
e la durata della desolazione di Gerusalemme


Lo storico ebreo Giuseppe Flavio, in un'antica stampa.

Nell'Appendice del libro "Venga il tuo regno", a p. 188, si legge quanto segue:

Giuseppe Flavio descrive altrove la distruzione di Gerusalemme per opera dei babilonesi e quindi dice che "tutta la Giudea e Gerusalemme, e il tempio, continuarono a essere un deserto per settant’anni". (Antichità giudaiche X, ix, 7) Specificamente afferma che "la nostra città fu desolata durante l’intervallo di settant’anni, fino ai giorni di Ciro".

Sembra quindi che questo antico storico ebreo concordi con la Società Torre di Guardia in merito alla durata dell'esilio babilonese. Ma le cose stanno veramente in questo modo?

Innanzitutto i TdG dimenticano di osservare che i calcoli di Giuseppe Flavio in Antichità X.xi. 1.2 implicano che Gerusalemme rimase nella desolazione per 100 anni e non per 70: è quindi evidente che ci devono essere degli errori nella cronologia di Giuseppe, come viene riconosciuto da molti studiosi.

E che dire della menzione dei 70 anni in Contra Apionem I, 19, passo nel quale Giuseppe riferisce che quanto lui dice concorda con gli scritti dello storico Berosso?

... Nabopolassar, re di Babilonia e di Caldea; [Berosso] espone le sue [di Nabopolassar] imprese e racconta come egli [Nabopolassar] inviò il figlio Nabokodrosor [Nabucodonosor] con un grande esercito contro l'Egitto e contro il nostro paese, quando seppe che si erano ribellati. Li sottomise, bruciò il tempio di Gerusalemme, deportò tutto il nostro popolo al completo e lo trasferì a Babilonia; avvenne così che la città restò deserta per settant'anni fino a Ciro re dei Persiani.

Da quello che si legge sembra quindi che secondo Giuseppe Flavio l'incendio del Tempio sia avvenuto durante il regno di Nabopolassar (che regnò dal 625 al 605 a.C.). Ma questo avvenimento in realtà si verificò 18 anni più tardi, nel 18° anno di Nabucodonosor, suo figlio e successore. Può darsi quindi che Giuseppe in questo caso veda i 70 anni come un periodo di desolazione iniziato nell'ultimo anno di Nabopolassar (cioè nel 605 a.C.); se si parte dal 605 a.C. si può quindi parlare di una desolazione durata settant'anni.

La riproduzione del succitato brano del "Contro Apione" 
Traduzione di Francesca Calabi, Marsilio Editori, Venezia 1993.

70 o 50 anni?

Poche righe più avanti però, in Contra Apionem I, 21, Giuseppe scrive quanto segue (grassetto aggiunto):

Tutto ciò è vero e concorda con i nostri libri. Vi è scritto che Nabucodonosr nel diciottesimo anno di regno distrusse il nostro Tempio il quale cessò di esistere per cinquant'anni; che nel secondo anno del regno di Ciro ne furono gettate le fondamenta e ancora nel secondo anno del regno di Dario fu finito.

Come mai la Società non ha mai citato queste parole di Giuseppe Flavio, mentre cita le sue precedenti dichiarazioni, benché l'evidenza indichi che sono sbagliate o interpretate in maniera sbagliata? Giuseppe, infatti, nella sua opera, presenta ripetutamente affermazioni confuse ed erronee riguardo ai regni Neobabilonesi, ed è soltanto nelle sue discussioni più tarde che le sue affermazioni possono essere presentate come approssimativamente concordanti con le più fidate fonti storiche.

A questo proposito il traduttore inglese di Giuseppe Falvio, William Whiston, nella sua opera Josephus' Complete Works (Grand Rapid, Kregel Pubblications, 1978, pp. 687-709) osserva che spesso nelle ultime parti delle sue opere Giuseppe Flavio corresse le cifre fornite in precedenza. Dopo aver fatto alcuni esempi di tali correzioni, parlando dei settant'anni che in un primo tempo Giuseppe aveva calcolato trascorressero fra la distruzione del tempio ed il ritorno degli ebrei dall'esilio, Whiston osserva che «si tratta sicuramente di un calcolo di Giuseppe», e aggiunge, a proposito dei 50 anni che Flavio invece attribuisce a questo periodo in Contra Apionem, che «si tratta probabilmente di una correzione apportata da lui personalmente in età avanzata».

Ci si può chiedere a questo punto se sia davvero onesto citare Giuseppe Flavio a sostegno dell'idea che l'esilio babilonese sarebbe durato settant'anni e tacere in merito al fatto che in uno scritto posteriore egli attribuisce allo stesso periodo la durata di cinquant'anni. Non si può che concludere che l'uso che la Società Torre di Guardia ha fatto delle parole di questo antico scrittore sia chiaramente settario: viene infatti citato solo ciò che apparentemente sembra sostenere le proprie interpretazioni mentre si tace su tutto ciò che invece le può contraddire.

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