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II
PARTE Ovviamente, a motivo di quanto era accaduto, non potei allattare il mio bambino e anche questo fu per me un grosso cruccio. Appena mi rimisi un po’ in forze comunque, dopo circa 30 giorni, ricominciai a frequentare tutte le adunanze, ovviamente riprendendo le vecchie abitudini di passare a prendere e riaccompagnare una persona malata, quindi uscendo molto presto da casa. Mi resi conto ben presto che non capivo più niente di quanto veniva detto perché dovevo occuparmi del mio piccolo, che aveva un temperamento molto nervoso, piangeva spesso, aveva sempre fame e io dovevo preparare il latte caldo con lo scaldabiberon nella saletta. Inoltre mio marito fu subito nominato anziano (mi sono sempre chiesta se la scelta fatta in relazione al sangue avesse influito sulla nomina, ma non ho la risposta…) e quindi durante le adunanze aveva troppo da fare e dopo le adunanze doveva restare a lungo nella Sala del Regno. Tutto questo per me divenne ben presto un peso difficile da sopportare anche perché mi sentivo come svuotata, priva di energia, e quindi cominciai prima a lamentarmi, venendo a volte tacciata di mancanza di sottomissione, e poi a tornarmene silenziosamente a casa da sola. Non dimenticherò mai l’assemblea del 1988. Il piccolo aveva 4 mesi, doveva iniziare a mangiare le prime pappe proprio in quei giorni e io, a motivo dell’inesperienza, proprio non pensai di portare con me anche il latte, nel caso qualcosa non andasse per il verso giusto. L’assemblea durava quattro giorni e mio marito aveva incarichi per cui stava al reparto tutto il giorno. Faceva un caldo terribile, eravamo in un impianto sportivo coperto a Milano, credo fosse il Vigorelli, e Luca rifiutava di mangiare le pappe. Lo innervosivano la confusione, il rumore e il caldo e io non avevo portato altro da dargli… Presa dalla disperazione il sabato me ne tornai a casa piangendo e la domenica non andai. Ricordo che pensai che fosse inumano portare dei piccoli in un ambiente così, in mezzo a tutta quella gente, col rischio anche di farli ammalare e sconvolgendo i loro ritmi di vita e la loro tranquillità, ma ero sicura che Geova richiedesse che si “ammaestrassero” così i nostri figli. Crescendo il mio bimbo divenne uno dei più bravi bimbi a furia di essere severamente disciplinato e tutto filò più liscio finche arrivò il tempo dell’asilo. Lì cominciarono le crisi vere… Nel frattempo ci eravamo trasferiti in un piccolo paesino di provincia, di origini contadine e di mentalità molto ristretta rispetto a quella di Milano, senza immigrati né stranieri… insomma, tutti rigorosamente italiani e cattolici. Così, durante le ore di religione, lui e un altro bimbo figlio di fratelli venivano allontanati dalla classe in modo molto vistoso e fatti restare in un’auletta. Sebbene la maestra avesse l’obbligo di stare con loro, qualche volta capitava che si scambiassero i turni tra loro quindi invece di essere in tre durante quelle ore (due in classe e una con gli esonerati), si ritrovavano in due e, invece di fare una e una, rimanevano due in classe e mandavano i nostri due bimbi in un’altra sezione o li lasciavano soli in un’auletta vicina andando a controllarli di tanto in tanto. Questo ingenerò crisi di pianto nei piccoli e quindi il rifiuto di frequentare la scuola materna, con enormi disagi per me che, lavorando, dovevo per forza farvi ricorso. E poi arrivarono i tempi delle festicciole… come si fa a spiegare a dei piccoli bimbi che non devono partecipare alle feste di compleanno? Siamo sempre stati contrari a terrorizzarlo con minacce di distruzione da parte di Geova, volevamo inculcargli l’idea di un Dio d’amore, ma come farglielo capire? Se penso che consideravo questi dei problemi… non riesco a crederci… Eppure, quando le mamme mi chiedevano di portare Luca alle festicciole dei loro figli, dicevo sempre no, di fare i regali di Natale alle maestre, sempre no… Piano piano cominciarono ad evitarmi mentre facevano amicizia tra loro e aiutavano i loro figli a fare amicizia. Mi sentivo sempre tagliata fuori, ma ero convinta che fosse giusto così… Contemporaneamente cercavamo di frequentare fratelli con figli, ma nessuno aveva l’età del mio, solo uno che aveva un anno in meno. Quella famiglia non rispecchiava certo la nostra idea di amici ma cercammo di legare con loro per amore di nostro figlio. Tutto ciò continuò per tutti gli anni della scuola elementare e della scuola media, con esperienze di discriminazione anche da parte delle insegnanti veramente gravi e pesanti. Io cominciavo seriamente a chiedermi se la sofferenza che gli creavamo fosse giusta, se Dio poteva volere questo da un bambino, ma mio marito, un “fedele cristiano”, diceva che imparare a dire di no e ad andare contro corrente tempra il carattere e dà la forza poi di dire di no al fumo, all’alcool, alla droga e alle cattive compagnie. Inoltre diceva che i sacrifici sono accetti a Dio e che se tutto fosse stato facile, non avremmo potuto dire di essere nella verità. Il mio zelo per il servizio intanto andava affievolendosi sempre più. Avevo provato a portare qualche volta il bambino con me ma mi capitò per due volte di essere accusata dalle persone di sfruttare i bambini per impietosire la gente e spingerla ad ascoltare. Questo era veramente troppo!! Mi rifiutai di continuare a portarlo in servizio, anche perché era di salute cagionevole e non mi sembrava giusto fargli prendere freddo (e nemmeno caldo…). Il padre allora si incaricò di portarlo con sé ogni qualvolta fosse possibile, ma mi si spezzava il cuore vedere questo piccolo di 8-10 anni svegliarsi presto e uscire vestito di tutto punto con la borsettina in mano (cosa che avevo osteggiato da sempre, perdendo però la mia battaglia di fronte alle insistenze del bambino che voleva imitare i grandi…). Anche lo studio familiare era diventato per me una sofferenza: mentre inizialmente gli si leggevano i racconti biblici, poi il vederlo inchiodato al tavolo a soffrire per periodi di tempo sempre più lunghi (bisognava arrivare piano piano alla fatidica ora di studio) e il rendermi conto che non provava piacere in questo, mi portò a decidere di non volervi più prendere parte. Me ne stavo in cucina o in un’altra stanza a stirare o a leggere. Se dovessi ricordare tutte le cose che ho vissuto con disagio credo che vi
terrei incollati al video per ore, ma alcune non posso evitare di raccontarle,
come ad esempio: LE FERIE. Negli ultimi anni, eravamo arrivati a prendere in affitto una casa di fratelli e a tenervi lo studio di libro e le adunanze per il servizio di campo della domenica mattina, oltre naturalmente a prestarci per condurre o collaborare nelle adunanze tenute solo per i turisti. Mio marito quindi preparava parti, conduceva la Torre di Guardia o faceva discorsi pubblici, e io sempre almeno un discorso di esercitazione alla Scuola di Ministero Teocratico. Non voglio dire che qualcuno mi abbia forzato a fare tutto ciò, sono state sempre e solo scelte, ma scelte condizionate dal fatto che noi ci credevamo davvero e prendevamo per oro colato ogni suggerimento che provenisse dall’organizzazione. E a questo si aggiunga che io non ho coltivato le mie vecchie amicizie
d’infanzia, ho tenuto anche a distanza i miei genitori non TdG e altri parenti
perché la domenica eravamo sempre impegnati e non riuscivamo a trovare il tempo
per stare con loro, e poi non festeggiavamo compleanni, onomastici, Natale,
Pasqua e tutte le altre ricorrenze. Ho sicuramente ferito con il mio modo di
fare “scostante” tanta gente che mi voleva bene e a cui chiedo, se può
servire a qualcosa, scusa. Grazie a tutti per la pazienza... Continua...
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