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Domanda: Quando sei diventato Testimone di Geova?
Risposta: Nel 1970 mi imbattei in
alcuni Testimoni e i miei 47 anni di vita vissuta intensamente non
valsero a proteggermi dal cadere nella rete che porta al fanatismo: non
mi avvidi che venivo strumentalizzato quale “propagandista
ambulante” al servizio di un’organizzazione editoriale ricchissima;
questa esperienza durò circa 10 anni. D:
Come hai vissuto la tua adesione al gruppo dei Testimoni di Geova?
R: Poco tempo dopo la mia
affiliazione, a causa delle mie competenze professionali fui impiegato
sistematicamente come addetto agli impianti acustici sia a livello di
congregazione locale (Napoli) sia in occasione di numerose assemblee di
circoscrizione e di distretto; infatti, ero sempre pronto a dare una
mano anche in occasione di assemblee alle quali non ero tenuto a
partecipare: spesso, sottraendo giornate al mio lavoro di tecnico
radiotelevisivo, mi sobbarcavo le spese di vitto, alloggio e trasporto
per essere utile in luoghi lontani da casa, dove si tenevano grandi
raduni. A causa della mia disponibilità ero noto come persona sempre
pronta e disponibile a servire i “fratelli”, questa caratteristica -
unitamente al mio zelo propagandistico - mi valse la nomina a
“servitore di ministero”. D: È vero che il tuo zelante impegno a favore dell’Organizzazione era ben noto ai tanti Testimoni di Geova che ti conoscevano? R: Sì, e questa “fama” era accresciuta dal fatto che la rivista “La Torre di Guardia” pubblicò un’esperienza da me vissuta e riportata nell’edizione del 15 novembre 1980 a pagina 32. Ecco il racconto com’è riportato nella citata rivista:
D:
Per quanto riguarda questa esperienza, puoi darci qualche ragguaglio in
più rispetto a quanto venne narrato a p. 32 della Torre di Guardia
del 15 novembre 1980? R: L’episodio riportato nella rivista presenta delle difformità rispetto a quello che accadde realmente:
D:
Quali circostanze ti hanno indotto a un riesame critico della tua
adesione? R: Nel 1980, in occasione di un’assemblea dei Testimoni tenuta allo stadio “S. Paolo” di Napoli, ebbi l’occasione di constatare la profondità dell’ipocrisia dei dirigenti responsabili del congresso in quanto si voleva attribuire la responsabilità di un guasto tecnico all’impianto acustico (del cui funzionamento ero uno dei responsabili) a dei “fratelli” dissidenti, incolpandoli di una dolosa manomissione dello stesso. Feci presente ai responsabili che tale accusa sarebbe stata infondata in quanto il malfunzionamento dell’impianto era dipeso da un guasto tecnico e non da un’azione di sabotaggio, ma l’insistenza dei miei interlocutori mi indusse a pensare che essi avrebbero voluto comunque formulare l’accusa avvalendosi della mia competenza tecnica, artificio al quale mi opposi con determinazione. Inoltre, in quella stessa occasione ebbi modo di notare come i responsabili di quel convegno, alla stregua delle SS germaniche, strinsero una stretta sorveglianza attorno ai “fratelli” dissidenti (due famiglie composte di 4 persone). Preciso che ho conosciuto bene il comportamento delle vere SS naziste perché sono stato prigioniero di guerra a Torun, in Polonia. Per giunta, in occasione di un’assemblea successiva, tenuta a Caserta, il padre di uno di quei dissidenti (divenuti nel frattempo dei “disassociati per apostasia”), chiese di avere un colloquio chiarificatore con un esponente della Betel di Roma, presente al congresso. Preciso che questo padre era uno stimato Testimone di lunga militanza e riguardo alla sua fedeltà all’organizzazione non sussisteva alcun dubbio. Avendo intuito che il colloquio richiesto si sarebbe incentrato sulla questione delle numerose espulsioni per apostasia che in quel tempo venivano decise in Campania, i responsabili dell’assemblea impedirono l’incontro di quel Testimone con il rappresentante della Betel inventandosi il pretesto che quest’ultimo era dovuto partire per Roma con urgenza; questa era una menzogna perché io stesso potei constatare la presenza di quest’autorevole rappresentante della Betel sul luogo dell’assemblea anche dopo che era stato detto al fratello che quel personaggio era già andato via. Successivamente, in un’altra assemblea, questa volta a Benevento, si negò di nuovo a quello stesso fratello un altro incontro con uno dei responsabili romani del movimento. Questi episodi mi risultavano nauseanti, ma allora in cuor mio pensavo che “Geova avrebbe ristabilito ogni cosa” smascherando l’ipocrisia di alcuni dirigenti irresponsabili. Occorre precisare che all’epoca – eravamo alla fine degli anni Settanta del secolo scorso - c’era un bel po’ di fermento in diverse congregazioni della Campania a causa di una vera e propria “caccia all’apostata”; in quelle circostanze autorevoli “anziani” – alcuni dei quali conoscevo e stimavo da molto tempo – furono espulsi e molti altri abbandonarono il Movimento sulla scia di un argomentato dissenso espresso e pubblicizzato da quegli ex “anziani”.
In quel contesto, siccome
una delle accuse mosse all’Organizzazione era quella di essere molto
interessata alla diffusione di letteratura anche per fini economici,
decisi di smentire la fondatezza di quest’accusa; perciò apportai
qualche modifica al mio modo di “predicare” nel senso che, pur
continuando a svolgere quest’attività con zelo, decisi di parlare
alla gente di casa in casa servendomi solo della Bibbia senza proporre
l’acquisto di riviste e libri pubblicati dall’Organizzazione alla
quale appartenevo. In altre parole, pur restando fedele nei contenuti
all’insegnamento del Corpo Direttivo, volevo dimostrare a me stesso e
agli altri che i Testimoni di Geova non svolgevano la loro opera come se
fossero “venditori ambulanti” di letteratura religiosa. D:
Poi cosa accadde? R: Questo mio comportamento non passò inosservato e un altro Testimone, con il quale avevo svolto questa “atipica” attività di propaganda, segnalò la mia condotta agli “anziani” di congregazione; questo mio originale modo di predicare fu, infine, sottoposto all’attenzione dei sorveglianti di circoscrizione e di distretto durante un’assemblea, dove fui interrogato sul comportamento da me assunto; dinanzi a loro confermai la mia intenzione di continuare l’opera di predicazione senza l’ausilio della letteratura prodotta dall’Organizzazione. I sorveglianti inquirenti mi intimarono di smettere tale comportamento perché non era in armonia con le direttive dell’Organizzazione. Questa loro aspra presa di posizione mi indusse a ripensare alle critiche degli “apostati”, addirittura appresi per bocca di un “anziano” della congregazione, alla quale ero assegnato, che due ex “anziani” avevano pubblicato un libro di critica all’Organizzazione; perciò cercai quel libro, lo lessi avidamente, approfondii diverse questioni e mi convinsi della fondatezza delle critiche rivolte al Corpo Direttivo. Il successivo passo obbligato fu la mia dissociazione. |