Samuelsson e la crocifissione: quello che la tesi dice davvero
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Il 9 agosto 2010, su un forum gestito da Testimoni di Geova, si apre una discussione intitolata Crucifixion in Antiquity.[1] Qualcuno ha appena ricevuto per posta la tesi di dottorato di uno studioso svedese e ne posta alcune pagine scansionate. Nel giro di poche ore il tono è quello dell'entusiasmo: finalmente uno studioso accademico, non un apologeta della Società Torre di Guardia, avrebbe dimostrato che né lo stauros greco né la crux latina hanno mai indicato una croce. Uno dei partecipanti, arrivato a pagina 277, parla senza mezzi termini di pia fraus: la ricostruzione tradizionale, con il condannato che porta il patibulum fino allo stipes già infisso, sarebbe una supposizione priva di fondamento testuale.
Sono passati oltre quindici anni. La tesi è diventata un libro, il libro è stato recensito dagli specialisti, il dibattito è proseguito con altri contributi. Vale la pena tornarci sopra, perché il caso Samuelsson è un esempio quasi didattico di come un lavoro accademico serio possa essere trasformato in un argomento apologetico che l'autore stesso non ha mai sostenuto.
Chi è Samuelsson e cosa ha scritto
Gunnar Samuelsson, nato nel 1966, ha discusso nel 2010 all'Università di Göteborg una tesi dal titolo Crucifixion in Antiquity: An Inquiry into the Background of the New Testament Terminology of Crucifixion, con Samuel Byrskog come relatore. Il lavoro è stato poi pubblicato da Mohr Siebeck nella collana Wissenschaftliche Untersuchungen zum Neuen Testament (II/310) nel 2011, con seconda edizione nel 2013.[2] Samuelsson insegna Nuovo Testamento a Göteborg. Non è un simpatizzante dei TdG e non è un critico del cristianesimo: proviene da un percorso pastorale e missionario.
Il suo lavoro è una indagine filologica. Samuelsson passa in rassegna centinaia di occorrenze del lessico della sospensione nei testi greci, latini ed ebraico-aramaici, da Omero ed Esopo fino al Nuovo Testamento e oltre, e osserva che la ricerca precedente ha proiettato all'indietro una nozione moderna e definita di "crocifissione" su un vocabolario che era invece generico. Termini come stauros, anastauroun, anaskolopizein, kremannynai, xylon, crux, patibulum non designavano un supplizio unico e codificato, ma un'ampia gamma di pratiche di sospensione, comprese quelle post mortem, l'impalamento e l'esposizione del cadavere. La sua conclusione è che la maggior parte dei passi che gli studiosi citano abitualmente come descrizioni di crocifissione non reggono la prova, e che restano pochissimi testi realmente probanti.
Fin qui, un lavoro di ripulitura terminologica che ha una sua legittimità e che è stato accolto con interesse anche da chi ne contesta gli esiti. Il problema nasce da come quelle conclusioni sono state lette.
Il salto logico: dall'incertezza alla certezza
Samuelsson non sostiene che Gesù sia morto su un palo. Sostiene che i testi antichi non consentono di stabilire con sicurezza la forma dello strumento, e che il Nuovo Testamento è molto più reticente su questo punto di quanto la tradizione iconografica lasci credere. È una posizione agnostica, non una tesi alternativa. Nel libro egli riconosce apertamente che il sostantivo usato da Marco poteva avere il significato che la Chiesa gli ha poi attribuito. E quando i giornali di mezzo mondo trasformarono la sua tesi in uno scoop, precisò di non dubitare affatto che Gesù fosse morto sul Calvario, aggiungendo di credere personalmente che quell'uomo fosse il figlio di Dio e che il suo invito era semplicemente a leggere il testo per quello che dice.[3]
La differenza è tutta qui, ed è enorme. Samuelsson dice: non lo sappiamo. La Torre di Guardia dice: lo sappiamo, ed è il palo. Chi cita Samuelsson a sostegno del palo di tortura sta usando un argomento che dimostra l'esatto contrario di quello che gli si vuol far dire. Se davvero i testi non permettono di determinare la forma dello stauros, allora non la permettono neanche a chi disegna il condannato con le mani sovrapposte sopra la testa e un chiodo solo, come fanno da decenni tutte le pubblicazioni della Watch Tower.[4]
Le obiezioni sollevate nel dibattito del 2010
Nella discussione che citavo all'inizio, l'unico interlocutore non TdG, un laureato in materie antichistiche che sul forum firmava come Polymetis, oppose ai partecipanti entusiasti alcune obiezioni che il tempo ha in buona parte convalidato. Le riassumo, perché sono ancora oggi il modo più economico di rispondere a chi tira in ballo Samuelsson.
La prima obiezione è metodologica, ed è la più importante. Le testimonianze antiche sulla crocifissione si dividono in tre gruppi: quelle in cui si capisce chiaramente che si tratta di un palo, quelle in cui si capisce chiaramente che si tratta di una croce, e quelle in cui non si capisce. L'operazione corretta è interpretare il terzo gruppo alla luce del più numeroso fra i primi due. Se i testi inequivocabilmente pro croce sono più frequenti di quelli inequivocabilmente pro palo, allora i testi ambigui vanno letti come croci fino a prova contraria; se il rapporto fosse inverso, varrebbe l'opposto. Samuelsson può aver dimostrato che moltissimi passi sono ambigui, ma dall'ambiguità non si deduce il palo: si deduce soltanto che quei passi vanno tolti dal computo. Aumentare il numero dei testi incerti non sposta di un millimetro il rapporto tra i testi certi.
La seconda obiezione è storiografica. La tesi del palo non nasce nel 2010 e non nasce a Göteborg. Era già stata sostenuta a fine Ottocento da Hermann Fulda e da Paul Wilhelm Schmidt, era stata vagliata dagli antichisti del Novecento, in particolare da Urban Holzmeister, e accantonata perché non sufficientemente provata.[5] La Torre di Guardia, che negli anni Trenta abbandonò la croce, attinse esattamente a quella letteratura.[6] Presentare Samuelsson come una rivelazione inaudita significa ignorare due secoli di dibattito condotto sulle medesime fonti.
La terza obiezione riguarda il peso dei lessici. Se Samuelsson avesse ragione su tutta la linea, ogni dizionario di greco e di latino andrebbe riscritto su questo punto. Non è un'obiezione retorica: è quello che disse, in termini quasi identici, uno dei membri esterni della commissione di discussione, il professor Erkki Koskenniemi dell'università di Åbo, il quale peraltro giudicò la tesi importante e ben scritta, aggiungendo che sarebbe stato il mondo accademico a decidere se il dottorando avesse ragione o torto.[7] Un giudizio prudente, molto lontano dai toni trionfali con cui la tesi veniva salutata sui forum.
La quarta osservazione riguarda l'accuratezza. Già nelle poche pagine scansionate e postate sul forum, Polymetis segnalava un errore in una citazione di Epitteto. Un dettaglio, certo, ma indicativo del fatto che un'opera va letta e verificata prima di essere brandita.
L'ammissione che vale l'intera discussione
C'è però un passaggio, in quella discussione, che merita di essere isolato. Incalzato sul perché rifiuti la resa "croce" e pretenda "palo di tortura", uno dei difensori TdG più preparati del forum scrive che l'intento della Traduzione del Nuovo Mondo, traducendo "palo di tortura", non era "archeologico" ma "teologico". Aggiunge che la parola "croce" evoca ormai il cristianesimo vincente, le crociate, i crocifissi nelle aule, i campanili, e che quel corredo di immagini va tolto di mezzo.[8]
È esattamente ciò che i critici sostengono da sempre. La scelta della TNM non discende da un'indagine sulle fonti antiche: discende da una posizione dottrinale sul simbolo, alla quale le fonti vengono poi adattate. Che l'ammissione arrivi da un difensore della traduzione, e non da un suo oppositore, la rende particolarmente istruttiva.
Se il criterio fosse davvero filologico, il TdG dovrebbe accogliere Samuelsson fino in fondo, cioè fino all'agnosticismo, e ammettere che nemmeno il palo è dimostrabile. Non lo fa, e non può farlo, perché nella sua confessione sostenere che Gesù morì su una croce è motivo di procedimento disciplinare per apostasia. Una tesi che si può abbracciare solo a metà non è una tesi che si è abbracciata per ragioni di metodo.
Come è andata a finire negli studi
Il libro ha ricevuto molte recensioni, e il quadro complessivo è quello di un lavoro apprezzato come repertorio di fonti e contestato nelle conclusioni. Paul Foster, sull'Expository Times del 2011, notava la singolarità di una tesi diventata famosa prima ancora di essere pubblicata, grazie al passaparola dei blog e al rilancio di testate come la CNN, e riconosceva che l'ampiezza dei materiali primari raccolti sarebbe stata utile agli studiosi successivi.[9] Geza Vermes, nel 2013, la definiva un lavoro molto dotto e insieme pedante, e ammetteva che le proprie affermazioni sull'uso dei termini greci e aramaici in Giuseppe Flavio e nei Targum, che egli riferiva senz'altro alla crocifissione, sarebbero state con ogni probabilità contestate da Samuelsson.[10] John Granger Cook, che sulla crocifissione ha scritto l'opera di riferimento successiva, ha recensito criticamente il libro sulla Review of Biblical Literature nel 2014, contestando in particolare l'eccessiva rigidità dei criteri con cui Samuelsson decide quando un testo "conta" come crocifissione: criteri così stretti da escludere quasi tutto, e costruiti proiettando all'indietro una griglia moderna.[11]
Nel frattempo la ricerca è andata avanti, e non nella direzione sperata dagli apologeti. Cook ha raccolto e discusso la documentazione iconografica ed epigrafica: il graffito rinvenuto in una taberna di Pozzuoli, con la figura appesa a uno strumento a forma di tau e il nome di Alkimila, databile all'età traianeo adrianea; il graffito di Alessameno rinvenuto sul Palatino, che deridendo un cristiano ne raffigura il dio con le braccia distese su una croce; il calcagno trafitto da un chiodo di Yohanan Ben Hagkol, rinvenuto nel 1968 in un ossuario a Givat Ha Mivtar, a nord di Gerusalemme; il mosaico di Palestrina con Andromeda legata a una traversa sorretta da due pali; la lex di Pozzuoli.[12] A questi si aggiungono i passi di Plutarco, di Artemidoro e di Caritone che descrivono il trasporto del patibulum come pratica corrente e non come episodio isolato. Anche chi, come Ruben van Wingerden in un articolo su New Testament Studies, ha rivisto criticamente le fonti latine sul trasporto della trave, non ne ha ricavato una conferma del palo semplice, ma una discussione più fine sulle modalità del supplizio.[13]
Resta poi in piedi l'obiezione di fondo formulata da David W. Chapman, che riguarda il metodo prima ancora dei risultati: prendere una singola parola greca e concludere che abbia un significato unico e immutabile è un errore classico di analisi lessicale, ricorrente nella letteratura divulgativa.[14] È esattamente l'errore su cui si regge l'intero argomento della Torre di Guardia a proposito di stauros.
Cosa resta
Resta un libro utile, che ha avuto il merito di costringere gli specialisti a chiedersi cosa esattamente stessero cercando quando cercavano "crocifissioni" nelle fonti antiche. Resta un autore che non ha mai negato che Gesù sia morto crocifisso e che ha esplicitamente ammesso che lo strumento poteva essere una croce. E resta una lezione che vale ben oltre questo singolo caso: quando una ricerca accademica sembra confermare una posizione dottrinale, conviene sempre leggerla per intero, perché quasi mai dice quello che il titolo del comunicato stampa lasciava sperare.
Chi vuole approfondire la documentazione antica sulla forma dello strumento del supplizio può leggere le pagine Palo o croce e La croce e i dizionari, oltre alla raccolta di testimonianze pagane, patristiche e apocrife disponibile in questo documento.
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Note
[1] Discussione CRUCIFIXION IN ANTIQUITY, forum Testimoni di Geova Online, sezione "Libri consigliati", aperta il 9 agosto 2010, 31 pagine, ultimo aggiornamento 19 novembre 2018: testimonidigeova.freeforumzone.com. ↑
[2] Gunnar Samuelsson, Crucifixion in Antiquity. An Inquiry into the Background and Significance of the New Testament Terminology of Crucifixion, WUNT II/310, Mohr Siebeck, Tübingen 2011 (seconda edizione 2013). La scheda dell'editore, con l'elenco completo delle recensioni, è consultabile qui: mohrsiebeck.com. La tesi era stata discussa nel maggio 2010 presso l'Università di Göteborg, relatore Samuel Byrskog. ↑
[3] Samuelsson, Crucifixion in Antiquity, cit., pp. 259-260, dove l'autore ammette che il sostantivo impiegato da Marco poteva avere il significato che la Chiesa gli attribuì in seguito. Le dichiarazioni alla stampa risalgono al giugno 2010 e furono riprese da numerose testate internazionali; Samuelsson vi precisò di ritenere personalmente che Gesù fosse il figlio di Dio e che la sua proposta non era di dubitare del testo biblico, ma di leggerlo per quello che dice. ↑
[4] L'illustrazione ricorrente nelle pubblicazioni della Watch Tower raffigura il condannato con le braccia sollevate verticalmente, le mani sovrapposte e un chiodo unico che le attraversa entrambe. Nessun testo antico descrive questa posizione, che è una ricostruzione moderna: anche accogliendo integralmente l'agnosticismo di Samuelsson, quella raffigurazione resterebbe indimostrata quanto la croce. ↑
[5] Hermann Fulda, Das Kreuz und die Kreuzigung, Breslau 1878; Paul Wilhelm Schmidt, Die Geschichte Jesu, Tübingen 1904. La discussione critica delle loro conclusioni si deve soprattutto a Urban Holzmeister, Crux Domini atque crucifixio quomodo ex archaeologia Romana illustrentur, Pontificium Institutum Biblicum, Roma 1934, che ne mostrò l'insufficienza documentaria. ↑
[6] Il simbolo della croce e corona scompare dalla copertina di The Watchtower nell'ottobre 1931; la tesi del palo viene esposta organicamente da Joseph F. Rutherford in Riches (1936). Fino ad allora la croce era stata pacificamente accolta nelle pubblicazioni della Società, come mostra la letteratura del periodo russelliano. ↑
[7] Il resoconto della discussione della tesi, con la frase di Erkki Koskenniemi sulla necessità di rivedere i lessici qualora Samuelsson avesse ragione, si legge sul blog Evangelical Textual Criticism: evangelicaltextualcriticism.blogspot.com. ↑
[8] Intervento del 10 agosto 2010 nella discussione citata alla nota 1, pagina 1, messaggio n. 14. ↑
[9] Paul Foster, recensione in The Expository Times, 123 (3), 2011, pp. 122-124. ↑
[10] Geza Vermes, in Standpoint Magazine, aprile 2013. ↑
[11] John Granger Cook, recensione in Review of Biblical Literature, aprile 2014. Del medesimo autore si veda Crucifixion in the Mediterranean World, WUNT 327, Mohr Siebeck, Tübingen 2014 (seconda edizione ampliata 2018), oggi l'opera di riferimento sull'argomento. ↑
[12] Su questo sito sono dedicate pagine specifiche al graffito della taberna di Pozzuoli e al graffito di Alessameno sul Palatino; il ritrovamento di Givat Ha Mivtar è trattato nella pagina La croce e i dizionari, con rimando al resoconto di Vassilios Tzaferis in Biblical Archaeology Review, gennaio-febbraio 1985. Una sintesi complessiva della documentazione archeologica ed epigrafica, con riproduzione delle figure, si trova in J. G. Cook, Crucifixion in the Roman Antiquity, disponibile in formato PDF: bibleinterp.arizona.edu. ↑
[13] Ruben van Wingerden, Carrying a patibulum: A Reassessment of Non-Christian Latin Sources, in New Testament Studies, Cambridge University Press: cambridge.org. ↑
[14] David W. Chapman, Ancient Jewish and Christian Perceptions of Crucifixion, Mohr Siebeck, Tübingen 2008. Chapman osserva che ricavare da un singolo vocabolo greco un significato unico e immutabile è un errore ricorrente nella letteratura divulgativa, e ricorda come Luciano, in un breve dialogo che impiega quasi tutto il lessico greco della crocifissione, descriva Prometeo con le braccia distese fra due rocce. ↑