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Colofoni prima e dopo

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I "colofoni", prima e dopo

Come si cambia un "intendimento" senza farlo notare troppo.

Secondo i TdG Mosè scrisse l’intero Pentateuco (a parte il capitolo dove si parla della sua morte), e lo fece probabilmente durante i 40 anni dell’esodo dall’Egitto. Mosè avrebbe usato per scrivere il libro di Genesi nientemeno che documenti scritti dallo stesso Adamo! L’autore di questi documenti verrebbe identificato da una specie di firma – detta colofone - che si troverebbe alla fine del racconto stesso. Ecco come la cosa viene spiegata in una rivista degli anni ’50 (le sottolineature e il grassetto, nelle citazioni riportate in questa pagina, sono aggiunti):

*** w53 1/12 p. 485 Trasmissione della Parola di Dio ***
Dunque come ottenne Mosè le sue informazioni? Da testimonianze scritte? Sì, recenti scoperte archeologiche hanno fornito la prova conclusiva che la scrittura esisteva prima del Diluvio, e che si scriveva su tavolette di argilla. La dichiarazione che si trova in Genesi 5:1 (KJ) risale direttamente al principio stesso del genere umano e indica che Adamo scrisse ossia possedeva racconti scritti: “Questo è il libro delle generazioni di Adamo”. Il termine “generazioni” qui usato è altamente significativo. Un’analoga espressione si trova in Genesi 2:4, (KJ) “Queste sono le generazioni dei cieli e della terra quando furono creati”. Ovviamente, i cieli e la terra che sono inanimati e privi di intelligenza non procreano o generano una discendenza, perciò notiamo che i moderni traduttori rendono la parola ebraica toledòtlh, “storia,” “racconto” ossia “origini storiche” invece di “generazioni” in Genesi 2:4. Per essere coerenti essi avrebbero dovuto tradurla così in tutte le undici volte che l’espressione ricorre da Genesi 2:4 a 37:2. Gli individui ai quali questi documenti vengono attribuiti come scrittori o possessori, oltre ad Adamo, sono: Noè, i figli di Noè, Sem, Terah, Ismaele, Isacco, Esaù (due volte) e Giacobbe. — Vedere Genesi 6:9; 10:1; 11:10, 27; 25:12, 19; 36:1, 9; 37:2.
Inoltre, questa espressione, contrariamente alla generale opinione degli studiosi della Bibbia, si riferisce a quello che è avvenuto prima e non a quello che segue.

Similmente in una “Torre di Guardia” del 1960 si leggeva:

*** w60 15/12 p. 741 Chi furono gli scrittori di Dio? ***
Le scoperte archeologiche parlano di scritti anteriori al Diluvio. Che Adamo sapesse scrivere è perciò una deduzione ragionevole confermata da quello che leggiamo in Genesi 5:1: “Questo è il libro della storia di Adamo”. La parola qui tradotta “storia” è toledóth, che significa, fra le altre cose, storia o storia dell’origine, “origini storiche”. Si trova alla conclusione di un documento ed è nota come colofone, che indica lo scrittore di ciò che precede. Questa stessa espressione si trova in Genesi 2:4, dove leggiamo: “Questa è la storia dei cieli e della terra quando furono creati”. Molto probabilmente Adamo scrisse anche questo. Oltre a queste due la Bibbia parla di altre nove storie delle quali si servì Mosè, in Genesi 6:9; 10:1; 11:10, 27; 25:12, 19; 36:1, 9; 37:2.

Sorvolando sul fatto che Adamo abbia scritto qualcosa o che Mosè sia l’autore del Pentateuco, soffermiamoci su cosa scrive la WTS a proposito dei colofoni: «Inoltre, questa espressione, contrariamente alla generale opinione degli studiosi della Bibbia, si riferisce a quello che è avvenuto prima e non a quello che segue.»

Quindi secondo la WTS, e contrariamente a quello che dicevano gli studiosi della Bibbia, il colofone si riferiva a quanto era stato scritto prima, quindi era messo alla fine del racconto, non all’inizio. Notate anche la sicurezza di questa affermazione: non si parla di ipotesi, ma ci si esprime con sicurezza, anche se con ciò si contraddiceva la «generale opinione degli studiosi».

Ora, se voi provate a leggere per conto vostro uno dei brani in cui compare un presunto colofone, comprenderete senza alcuna difficoltà che questo “colofone” in realtà precede il racconto, è un’introduzione al racconto, non la conclusione o la “firma”.

Per esempio, in Genesi cap. 5, il “colofone” è messo all’inizio del capitolo (indicazione che anche coloro che suddivisero la Bibbia in capitoli e versetti comprendevano che si trattava dell’introduzione a quello che seguiva):

5 Questo è il libro della storia di Adamo. Nel giorno che Dio creò Adamo lo fece a somiglianza di Dio. 2 Li creò maschio e femmina. Dopo ciò li benedisse e diede loro il nome di Uomo, nel giorno che furono creati.
3 E Adamo viveva per centotrent’anni. Quindi generò un figlio a sua somiglianza, a sua immagine, e gli mise nome Set. 4 E i giorni di Adamo dopo aver generato Set furono ottocento anni. Nel frattempo generò figli e figlie. 5 Tutti i giorni che Adamo visse ammontarono dunque a novecentotrent’anni e morì.
6 E Set viveva per centocinque anni. Quindi generò Enos. 7 E dopo aver generato Enos, Set continuò a vivere ottocentosette anni. Nel frattempo generò figli e figlie. 8 Tutti i giorni di Set ammontarono dunque a novecentododici anni e morì. ... Ecc.

E' chiaro che il cosiddetto colofone, messo all’inizio del capitolo, è un’introduzione a quello che segue, cioè alla storia, oppure, come si legge in una nota della Traduzione del Nuovo Mondo (TNM), alle «“origini storiche”. Vedi ntt. a 2:4 e Mt 1:1, “storia”.». La nota della TNM su Matteo 1:1 dice: « O, “linea di discendenza; origine”. Gr. genèseos, “genesi”; lat. generationis, “generazione”; J17,18(ebr.), tohledhòth, “genealogia”. Vedi ntt. a Ge 2:4 e 5:1, “storia”.».

Il "colofone" in questo caso è quindi un'introduzione alla storia della discendenza o genealogia di Adamo.

Per decenni però, contraddicendo la «generale opinione degli studiosi della Bibbia», la WTS aveva insegnato il contrario, e cioè che l’espressione “questa è la storia” si riferiva a quanto scritto in precedenza.

Ma ecco che arriva un lampo di “luce progressiva” e questa “verità” viene cambiata.

Ecco cosa si legge nel libro “Perspicacia”:

*** it-1 p. 1018 Genesi ***
Una terza possibilità è che Mosè abbia ottenuto gran parte delle informazioni contenute in Genesi da documenti o scritti già esistenti. Fin dal XVIII secolo, lo studioso olandese Campegius Vitringa si era fatto quest’idea, basando la sua conclusione sull’uso frequente in Genesi (dieci volte) dell’espressione (in Vg) “queste sono le generazioni di”, e una volta “questo è il libro delle generazioni di”. (Ge 2:4; 5:1; 6:9; 10:1; 11:10, 27; 25:12, 19; 36:1, 9; 37:2) In questa espressione il termine ebraico per “generazioni” è tohledhòhth, meglio reso “storie” o “origini”. Per esempio, dire “le generazioni dei cieli e della terra” non ha senso, mentre dire “la storia dei cieli e della terra” sì. (Ge 2:4) Per questo la versione tedesca Elberfelder, la francese Crampon e la spagnola Bover-Cantera usano tutte il termine “storia”, come fa la Traduzione del Nuovo Mondo. Non c’è dubbio che, come se ne interessano oggi, sin dall’inizio gli uomini s’interessarono di avere un’accurata documentazione storica.
Per queste ragioni, Vitringa e altri dopo di lui hanno ritenuto che ogni volta che ricorre in Genesi tohledhòhth si riferisca a un preesistente documento storico in forma scritta di cui Mosè era in possesso e su cui basò la maggior parte delle informazioni riportate in Genesi. Suppongono che i personaggi che hanno diretta relazione con queste ‘storie’ (Adamo, Noè, i figli di Noè, Sem, Tera, Ismaele, Isacco, Esaù e Giacobbe) fossero gli scrittori o gli originali possessori di quei documenti scritti. Questo naturalmente non spiega come Mosè fosse venuto in possesso di tutti quei documenti. Non spiega neanche perché documenti ottenuti da uomini che non si distinsero quali fedeli adoratori di Geova (come Ismaele ed Esaù) dovessero essere la fonte di molte delle informazioni usate. È possibilissimo che l’espressione “questa è la storia di” sia semplicemente una frase introduttiva che ha lo scopo di suddividere opportunamente le varie parti della lunga storia complessiva. Si confronti l’uso di un’espressione simile da parte di Matteo per introdurre il suo Vangelo. — Mt 1:1; vedi SCRITTURA.

E anche nel secondo volume di “Perspicacia” si legge:

*** it-2 p. 906 Scrittura ***
Comunque Adamo doveva avere la capacità di inventare il modo di tenere una registrazione scritta. La Bibbia però non contiene alcuna prova diretta che Adamo abbia scritto prima o dopo la trasgressione.
È stata avanzata l’ipotesi che le parole “questo è il libro della storia di Adamo” possano indicare che Adamo sia stato lo scrittore di questo “libro”. (Ge 5:1) In merito alla frase “questa è la storia” (“queste sono le origini”), che ricorre più volte in Genesi, P. J. Wiseman osserva: “È la frase che conclude ogni sezione, e perciò indica a ritroso una narrazione già messa per iscritto. . . . Normalmente si riferisce allo scrittore della storia, o al proprietario della tavoletta che la contiene”. — New Discoveries in Babylonia About Genesis, 1949, p. 53.
Un esame del contenuto di queste storie suscita notevoli dubbi sulla correttezza dell’idea di Wiseman. Per esempio, secondo questa ipotesi, la sezione che inizia con Genesi 36:10 terminerebbe con le parole di Genesi 37:2: “Questa è la storia di Giacobbe”. Tuttavia quasi per intero essa si riferisce alla progenie di Esaù e accenna solo incidentalmente a Giacobbe. Viceversa le informazioni che seguono riguardano estesamente Giacobbe e la sua famiglia. Inoltre, se la teoria fosse corretta, Ismaele ed Esaù avrebbero scritto o sarebbero stati in possesso dei più ampi documenti relativi ai rapporti di Dio con Abraamo, Isacco e Giacobbe. Questo non sembra ragionevole, perché ne conseguirebbe che personaggi estranei al patto abraamico erano i più interessati a quel patto. Sarebbe difficile immaginare che Ismaele si interessasse tanto degli avvenimenti che riguardavano la famiglia di Abraamo da fare lo sforzo di procurarsi una loro storia particolareggiata, storia che si estese per molti anni dopo che egli era stato allontanato insieme a sua madre Agar. — Ge 11:27b–25:12.
Similmente non ci sarebbe ragione che Esaù, il quale non apprezzava le cose sacre (Eb 12:16), avesse scritto o fosse stato il possessore di un ampio resoconto degli avvenimenti della vita di Giacobbe, avvenimenti di cui Esaù non fu testimone oculare. (Ge 25:19–36:1) Inoltre non sarebbe logico concludere che Isacco e Giacobbe avessero ignorato quasi completamente ciò che Dio aveva fatto per loro, accontentandosi di avere solo brevi documenti riguardanti genealogie altrui. — Ge 25:13-19a; 36:10–37:2a.

Notate che non fanno alcun accenno al fatto che loro stessi insegnavano questa cosa, cioè che l’espressione “questa è la storia” era un colofone messo a conclusione di un racconto. Ora si limitano a criticare quanto scritto da alcuni studiosi (e da generici “altri”), scrivendo che tali “ipotesi” (che prima erano certezze) non hanno un fondamento e che non si trattava quindi di colofoni (“firme” messe alla fine) ma di introduzioni al racconto che seguiva.

Si sono quindi adeguati a quella che era la «generale opinione degli studiosi della Bibbia». L’intendimento progressivo, ha fatto un passo indietro.

Ma non ci voleva poi chissà quale illuminazione per capire che i “colofoni” non erano firme messe a conclusione di certi brani: bastava leggere semplicemente la Bibbia per capirlo.
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Nel libro di A.Aveta - B.Vona, I testimoni di Geova e lo studio della Bibbia, alle pagine 413-415,
si trova un'ampia considerazione su questo tema. Di seguito la scansione delle pagine:


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già membro del
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01/12/2020
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