Tertulliano e il sangue

Tertulliano (155-220 ca.), apologeta cristiano di Cartagine, autore dell'Apologia del cristianesimo (immagine ricostruita).
Nel tentativo di trovare un qualche sostegno al loro divieto delle trasfusioni di sangue, i Testimoni di Geova citano spesso le parole di Tertulliano, un cristiano vissuto nel II-III secolo, il quale, replicando all'accusa rivolta ai cristiani di praticare uccisioni rituali di neonati per cibarsi del loro sangue, scrisse quanto segue:
«E veniamo ai pasti di sangue e alle tragiche portate di tal genere: in qualche luogo, da Erodoto mi pare, è narrato che certe popolazioni per stringere un'alleanza raccoglievano del sangue dalle braccia, e l'una e l'altra parte ne beveva. Anche al tempo di Catilina vi fu un beveraggio di tal genere. Dicono ancora che presso certe genti degli Sciti ogni defunto è divorato dai propri parenti. Vado troppo lontano.Ancora oggi, presso di voi i "feriti di Bellona" vengono iniziati usando del sangue tratto da una coscia e raccolto nelle palme delle mani. Parimenti, dove si trovano coloro che, per guarire dall'epilessia, succhiano, durante uno spettacolo di gladiatori, con avidità sitibonda, il sangue ancora caldo scorrente dalla gola dei prigionieri sgozzati nel circo?E ancora, quelli che cenano con le carni di belve provenienti dal circo, e chi chiede del cinghiale, chi del cervo? Quel cinghiale che si insozzò del sangue di chi egli dilaniò; quel cervo si rotolò nel sangue di un gladiatore. Sono particolarmente chiesti gli stomaci degli stessi orsi, che non hanno ancora digerito le carni umane; un uomo si rimpinza di una carne che si è pasciuta di un uomo. Voi che mangiate di queste cose, di quanto siete lontani da quei festini che imputate ai cristiani? Ed è minore la colpa di coloro che, per selvaggia passione, desiderano ardentemente le membra degli uomini solo perché le divorano viventi? E sono meno consacrati dal sangue umano alla laidezza, questi che bevono ciò che sangue diventerà. Non si nutrono certo di bambini, ma piuttosto di uomini fatti.Arrossisca la vostra aberrazione davanti a noi cristiani, che non consideriamo il sangue degli animali neppure come cibo ammesso nei pranzi, e per questa ragione ci asteniamo dagli animali uccisi per soffocamento o morti naturalmente, per non essere in alcun modo contaminati dal sangue, anche se giace sepolto fra le viscere. Infatti, per torturare i cristiani, voi presentate loro delle salsicce ripiene di sangue, ben sapendo che quei cibi non sono loro permessi, e che è questo un mezzo sicuro per farli deviare dalla loro fede.Come potete mai credere bevano sangue umano coloro che siete ben persuasi abbiano orrore di quello degli animali, a meno che, per caso, voi non abbiate fatto l'esperienza che esso è più gradevole? Bisognava allora che l'inquisitore dei cristiani si servisse anche di quel sangue, così come dell'ara dei sacrifizi e dell'incensiere. Infatti, sarebbero riconosciuti cristiani coloro che mostrassero desiderio di sangue umano, alla stessa stregua che rifiutassero un sacrificio ai vostri dèi; e parimenti non risulterebbero tali, se non lo gradissero, alla stessa stregua che se accettassero di compiere il richiesto sacrificio. Certamente non avreste penuria di sangue umano, durante gli interrogatori e la condanna dei detenuti!» — Apologia del cristianesimo, IX, 13-15; B.U.R., 1956, trad. di Luigi Rusca, pp. 123-124.
Ecco una delle citazioni che la Torre di Guardia ricava da questo passo:
«Anticamente per la maggioranza delle persone mangiare sangue non era un problema, come si nota dagli scritti di Tertulliano (II-III secolo E.V.). Rispondendo alle false accuse secondo cui i cristiani si nutrivano di sangue, Tertulliano menzionò tribù che suggellavano le alleanze bevendo sangue. Accennò pure a "coloro che, per guarire dall'epilessia, succhiano, durante uno spettacolo di gladiatori, con avidità sitibonda, il sangue ancor caldo scorrente dalla gola dei prigionieri sgozzati". — Apologia del cristianesimo, IX, 10, 13, 14, trad. di L. Rusca, Rizzoli, Milano, 1956.Per i cristiani quelle pratiche (anche se certi romani le seguivano per scopi terapeutici) erano sbagliate: "Non consideriamo il sangue degli animali neppure come cibo ammesso nei pranzi", scrisse Tertulliano. I romani mettevano alla prova l'integrità dei veri cristiani offrendo loro cibi che contenevano sangue. Tertulliano aggiunse: "Come potete mai credere bevano sangue umano coloro [i cristiani] che siete ben persuasi abbiano orrore di quello degli animali?"»— La Torre di Guardia, 15/6/2000, p. 29.
Questa pagina esamina perché tale uso di Tertulliano sia scorretto su più livelli: il contesto del passo, la natura contingente dell'astinenza dal sangue nei primi secoli cristiani, il problema testuale di Atti 15 e la posizione degli altri scrittori patristici citati dalla Società a sostegno della propria dottrina.
Il contesto del passo di Tertulliano
Tertulliano replica alla falsa accusa rivolta ai cristiani di praticare omicidi rituali per bere il sangue dei neonati. Il suo argomento è: "Se ci accusate falsamente di simili azioni, che dire di voi, che pubblicamente, nelle arene, uccidete uomini e ne bevete il sangue per 'divertimento' o per superstizione?"
Quello che si mette in risalto è che i cristiani non bevevano sangue umano e tanto meno uccidevano qualcuno per procurarselo. Il motivo per cui i pagani bevevano il sangue dei gladiatori morenti — la credenza superstiziosa che potesse curare l'epilessia — è del tutto secondario nel contesto del discorso. Secondo la Torre di Guardia, invece, queste persone avrebbero praticato simili azioni cannibalesche "per scopi terapeutici", e poiché i cristiani condannavano tali pratiche, ne concludono che non sia lecito usare il sangue nemmeno per scopi terapeutici. Siamo in presenza di un falso ragionamento che stravolge completamente il senso del testo.

Cristiani nell'arena, in attesa dei leoni: la sorte di chi rifiutava di abiurare la propria fede.
Vale anche la pena osservare che le pratiche menzionate da Tertulliano dovevano essere considerate aberranti anche da molti suoi contemporanei, altrimenti egli non le avrebbe additate come esempi di cui gli stessi pagani avrebbero dovuto vergognarsi. Si trattava chiaramente di pratiche superstiziose, intrise di significati magico-religiosi. Non è affatto vero, peraltro, che bere sangue umano curi l'epilessia, e questo era noto anche ai medici dell'epoca: nessun epilettico era mai guarito grazie a tale "cura". Occorre uno sforzo di immaginazione davvero sovrumano per paragonare queste abominevoli usanze alle moderne trasfusioni di sangue.
Parole molto simili a quelle di Tertulliano si trovano nello scritto di un altro cristiano delle origini, Minucio Felice, il quale nella sua opera Ottavio [1] scrisse:
«Credo che [il dio Giove] ... abbia insegnato a guarire il "mal caduco" [l'epilessia] con il sangue di un uomo, cioè con un male ancora maggiore».
Con queste parole Minucio Felice sottolinea che bere sangue umano — anche se si credeva superstiziosamente potesse curare l'epilessia — era certamente un "male maggiore" della malattia stessa, poiché la "cura" veniva pagata con il prezzo di una vita umana.
L'astinenza dal sangue non era assoluta in ogni circostanza
Un aspetto che la Torre di Guardia trascura completamente è il carattere contestuale dell'astinenza dal sangue nei primi secoli cristiani.
Tertulliano stesso chiarisce in quale circostanza avveniva il rifiuto della salsiccia di sangue: «... per torturare i cristiani, voi presentate loro delle salsicce ripiene di sangue, ben sapendo che quei cibi non sono loro permessi, e che è questo un mezzo sicuro per farli deviare dalla loro fede». E subito dopo aggiunge: «Bisognava allora che l'inquisitore dei cristiani si servisse anche di quel sangue, così come dell'ara dei sacrifizi e dell'incensiere».
Il rifiuto avveniva cioè davanti agli inquisitori, dove accettare quel cibo avrebbe avuto il significato pubblico di rinnegare la fede, esattamente come bruciare incenso sull'altare degli idoli. In quel contesto, l'atto assumeva una valenza simbolica e dichiarativa che in circostanze ordinarie non avrebbe avuto.
Non si può quindi usare questo passo per sostenere che i cristiani avrebbero scelto di morire di fame, o avrebbero lasciato morire i propri figli, pur di non mangiare carne non dissanguata in assenza di qualsiasi altra fonte alimentare. Nelle circostanze ordinarie della loro esistenza i cristiani avrebbero potuto comprendere che rispettare un simbolo — il sangue — non poteva essere più importante che salvaguardare la realtà simboleggiata: la vita.
Questo principio non è un'invenzione moderna, ma è strutturale nella tradizione ebraica da cui il cristianesimo delle origini proveniva. Il principio del pikuach nefesh — trattato più diffusamente in questa pagina — stabilisce che la sopravvivenza prevale sulle norme rituali, con le sole eccezioni delle tre trasgressioni capitali: idolatria, omicidio, immoralità sessuale. Il divieto alimentare del sangue non rientra in nessuna di quelle eccezioni.
Il parallelo con le carni offerte agli idoli, che Paolo tratta diffusamente in 1 Cor 8 e 10, è illuminante. Paolo afferma che in privato, e nella piena consapevolezza che "un idolo non è niente", un cristiano può mangiare quelle carni. Non lo farebbe però davanti a chi potrebbe scandalizzarsi, né davanti ai persecutori, dove il gesto assumerebbe il significato di un atto idolatrico. La stessa logica si applica all'astinenza dal sangue: una norma osservata ordinariamente, ma non assoluta al punto da prevalere sulla vita.
Si noti inoltre che le quattro proibizioni del decreto apostolico di Atti 15 — idolotiti, sangue, animali soffocati e fornicazione — non hanno tutte lo stesso carattere. Paolo stesso dimostra che la proibizione degli idolotiti ammette modulazioni contestuali. Se il decreto andasse letto come una serie di norme tutte ugualmente assolute e senza eccezioni, anche la proibizione degli idolotiti dovrebbe esserlo — ma Paolo la relativizza esplicitamente. La lettura rigida e assoluta che la Società dà alla proibizione del sangue non è imposta dal testo: è una scelta interpretativa, applicata in modo selettivo e disomogeneo alle quattro proibizioni dello stesso elenco.
Il Testo Occidentale di Atti 15
Fin qui si è ragionato sulla natura dell'astinenza dal sangue. Ma c'è un problema ancora più a monte, che riguarda le fonti patristiche citate dalla Società a sostegno della propria dottrina.
L'opuscolo I Testimoni di Geova e il problema del Sangue (ed. 1977), a pagina 14, cita in nota una serie di scrittori cristiani dei primi secoli come testimoni dell'applicazione del decreto di Atti 15:28-29 al divieto di mangiare sangue:
«Altri riferimenti (del secondo e terzo secolo) a sostegno di questa applicazione di Atti 15:28, 29 [3] si trovano in: Contro Celso, VIII, 29, 30 e Commento su Matteo, XI, 12 di Origene; Pedagogo, II, 7 e Stromata, IV, 15 di Clemente; Omelie di Clemente, VII, 4, 8; Le ammissioni di Clemente, IV, 36; Dialogo, XXXIV di Giustino Martire; i Trattati, XII, 119, di Cipriano; Dottrina dei dodici apostoli, VI; Costituzioni Apostoliche, VI, 12; Morte di Peregrino, 16, di Luciano».
La Società 'dimentica' di informare i propri lettori che nei primi secoli il testo degli Atti degli Apostoli circolava già in più versioni. I cosiddetti Testi Occidentali — usati, come vedremo, da molti degli scrittori citati — presentavano una versione del decreto apostolico significativamente diversa. Lo studioso Bruce M. Metzger osserva:
«I Testi Occidentali omettono 'e ciò che è strangolato' e in 15.20 e 29 aggiungono una forma negativa della Regola Aurea ... è evidente che il triplo divieto ... ha relazione con ordini morali di astenersi dall'idolatria, dall'immoralità e dallo spargimento di sangue (o dall'assassinio); a ciò è aggiunta la Regola Aurea nella forma negativa». — Bruce M. Metzger, A Textual Commentary on the Greek New Testament, pp. 430-431.
Questi stessi Testi Occidentali erano la versione del testo usata da molti dei padri citati dalla Società. Metzger precisa:
«La sua data di origine deve essere molto antica, forse nella prima metà del secondo secolo. Marcione, Tatiano, Giustino, Ireneo, Ippolito, Tertulliano e Cipriano usavano più o meno la forma testuale occidentale». — Bruce M. Metzger, The Text of the New Testament, 1968, NY: Oxford University Press, p. 132.
Lo studioso Alfred Wikenhauser riassume bene la questione (Atti degli Apostoli, Morcelliana, Brescia 1968, pp. 211-213): nel Testo Occidentale il decreto elenca tre proibizioni — idolatria, spargimento di sangue e fornicazione — a cui è aggiunta la Regola Aurea. Si tratta di una norma morale, non di una regola alimentare: «sangue» in questo contesto significa omicidio, non divieto di cibarsi di sangue. Questa redazione dominò nell'antica Chiesa occidentale dalla fine del II secolo fino alla metà del IV.
Ne consegue che diversi scrittori citati dalla Società si basavano su un testo nel quale gli apostoli vietavano l'assassinio, non il mangiare sangue. È ovvio che costoro sostenessero che la decisione del concilio era ancora in vigore: ma ciò che per loro era ancora in vigore non aveva nulla a che fare con il divieto alimentare.
Si noti inoltre che in alcune delle fonti citate dall'opuscolo non si parla affatto del divieto di mangiare sangue. La Dottrina dei dodici apostoli, al cap. VI, dice semplicemente: «E riguardo al cibo, cerca di sopportare tutto quello che puoi, ma comunque astieniti nel modo più assoluto dalle carni immolate agli idoli, perché il mangiarne è culto di divinità morte». Il Dialogo di Giustino Martire parla solo di cibi offerti agli idoli, senza alcuna menzione del divieto del sangue come alimento.
Origene e Clemente Alessandrino
Fra le fonti citate, la Società menziona anche Origene (ca. 185-253). Nei passi del Contro Celso (VIII, 29-30) e del Commento su Matteo (XI, 12), Origene discute effettivamente del decreto apostolico e dell'astinenza dal sangue. Ma il senso complessivo del suo ragionamento non va nella direzione indicata dalla Società.
Origene spiega che il decreto apostolico proibiva il sangue come alimento perché esso era ritenuto nutrimento dei demoni. Ma subito dopo cita la massima: «Il cibarsi delle carni è cosa indifferente; astenersi da esse è cosa più ragionevole» — e invoca la ragione, il discernimento e la moderatezza, non la legge, per quanto riguarda il cibarsi di determinati cibi. Nel Commento su Matteo chiarisce che i cibi impuri secondo il Vangelo sono quelli procurati dall'ingordigia e dall'edonismo, non quelli tecnicamente proibiti dalla norma rituale.
Chi condivide oggi la credenza che il sangue sia nutrimento di demoni? E come si possono ragionevolmente applicare le parole di Origene al rifiuto di una trasfusione?
Per quanto riguarda il Pedagogo di Clemente Alessandrino (II, 7), citato dalla Società, il passo non riguarda direttamente il divieto del sangue: tratta della moderatezza e della temperanza a tavola, e cita il decreto di Atti 15 in un contesto di esortazione all'equilibrio nei comportamenti. Non si possono quindi citare questi passi per dimostrare che i cristiani avrebbero preferito morire di fame piuttosto che mangiare carne non dissanguata.
Si noti, in ogni caso, che tutti questi scrittori parlano sempre e soltanto di alimenti, non di cure mediche. Le trasfusioni di sangue non erano nemmeno concepibili nel loro orizzonte culturale.
Il paradosso del passaggio placentare
C'è un ulteriore elemento che merita attenzione, e riguarda la coerenza interna della dottrina della Società.
Tertulliano, nello stesso capitolo dell'Apologia da cui la Torre di Guardia ricava la sua citazione, scrive poche righe prima: «In quanto a noi, non solo ci è vietata ogni forma di omicidio, ma ci è proibito soffocare una vita appena concepita, quando il sangue ancora l'alimenta nel seno materno per formarne una creatura umana» (IX, 8).
Secondo Tertulliano il sangue della madre alimenta il feto — un'intuizione che la scienza moderna ha confermato. La Società stessa ha tratto da questo fatto biologico una conseguenza dottrinale: nella Torre di Guardia del 15/6/2000 ha ammesso l'uso di alcune frazioni ematiche proprio perché, durante la gravidanza, componenti del sangue passano attraverso la placenta da madre a figlio. Il ragionamento implicito è che Dio non trasgredisce la propria legge permettendo questo passaggio naturale, e quindi tali componenti possono essere accettate.
Ma la scienza medica ha dimostrato che tutti i componenti del sangue possono attraversare la placenta [2]. Quindi, applicando il ragionamento della Società alle sue conseguenze logiche, la trasfusione di tutti i componenti del sangue sarebbe compatibile con la natura e con la fisiologia umana, nonché con la stessa creazione di Dio. Si veda su ciò anche questa pagina: link.
Altre osservazioni
Alcune ulteriori considerazioni utili a inquadrare correttamente la questione: La legge del sangue si applica diversamente agli uomini e agli animali: il sangue degli animali non va mangiato ma sparso, mentre il sangue dell'uomo non va né mangiato né sparso.
La Bibbia e la tradizione cristiana condannano l'uso alimentare del sangue umano, ma non dicono nulla dell'uso terapeutico del sangue. Gruppi religiosi come gli Avventisti del Settimo Giorno intendono appunto in questo modo il precetto, escludendo che esso possa includere le trasfusioni di sangue o le terapie mediche connesse. La stessa cosa fanno gli ebrei ortodossi, ai quali non è mai venuto in mente che la proibizione di mangiare il sangue potesse includere anche il trasfonderlo nelle vene.
Assumere per via orale una sostanza è fisiologicamente diverso dall'assumerla per via endovenosa [4]. Il parallelismo sangue/alcool che i TdG propongono è privo di ogni fondamento: il sangue, introdotto per bocca, verrebbe inevitabilmente digerito e non raggiungerebbe mai il circolo sanguigno, poiché le sue molecole — cellule e proteine di grandi dimensioni — non possono attraversare la barriera gastrica. Non esiste quindi alcun equivalente fisiologico tra mangiare sangue e trasfonderlo.
A proposito delle ragioni per cui l'astinenza dal sangue venne gradualmente abbandonata nella chiesa antica, Agostino, nella sua opera Contro Fausto Manicheo (XXXII, 13), afferma che la regola sul sangue enunciata dal Concilio di Gerusalemme rimase valida solo fino a quando la chiesa fu composta da gentili e giudei, per non scandalizzare questi ultimi. In seguito, avendo i giudei rifiutato Gesù Cristo ed essendo la chiesa composta ormai solo da gentili, nessuno sarebbe più stato tenuto a osservare né la circoncisione né la legge del sangue né alcuna pratica giudaica.
Conclusione
L'uso che la Torre di Guardia fa di Tertulliano è scorretto su più livelli. Il passo citato riguarda l'accusa di cannibalismo rivolta ai cristiani, non le trasfusioni di sangue. Il rifiuto dei cibi contenenti sangue avveniva in un contesto di persecuzione, dove accettarli avrebbe equivalso a rinnegare pubblicamente la fede — non in circostanze ordinarie, e tanto meno come principio assoluto prevalente sulla vita. Le altre fonti patristiche citate dalla Società a sostegno della propria dottrina si basavano in molti casi su un testo di Atti 15 nel quale «astenersi dal sangue» significava non uccidere, non evitare un alimento. Gli scrittori che discutono effettivamente del divieto alimentare — come Origene — invocano la ragione e il discernimento, non una legge assoluta. E la Società stessa, ammettendo le frazioni ematiche sulla base del passaggio placentare, ha implicitamente riconosciuto che il principio biologico della continuità tra sangue materno e fetale è compatibile con la propria dottrina — senza però trarne le conseguenze coerenti.
Il passo di Tertulliano può al massimo essere utilizzato per condannare il cannibalismo e l'uso alimentare del sangue animale. Utilizzarlo come prova patristica del divieto delle trasfusioni di sangue è, semplicemente, un abuso del testo.
Note:
[1] È opinione di molti studiosi che lo scritto di Minucio Felice dipenda dall'Apologetico di Tertulliano. L'Ottavio, infatti, è molto simile all'opera di Tertulliano.
[2] Il sangue è formato da una parte liquida (il siero, che i TdG accettano) e una parte corpuscolata (globuli rossi, bianchi e piastrine, che i TdG rifiutano). Una semplice prova che dimostra il contatto tra la parte corpuscolata del sangue fetale e quello materno è la cosiddetta malattia emolitica del neonato (MEN): nelle donne Rh negative, alla fine della prima gravidanza, i globuli rossi del nascituro Rh positivo possono passare nel sangue materno determinando una prima immunizzazione dei linfociti della madre; nelle gravidanze successive — se non si effettua una sieroprofilassi preventiva — gli anticorpi anti-Rh materni attraversano la placenta, raggiungono la circolazione fetale e determinano l'emolisi delle emazie fetali con conseguente ittero.
[3] La nota dell'opuscolo viene posta su questa frase: «Minucio Felice, avvocato romano che visse fin verso il 250 E.V., esprime lo stesso argomento, scrivendo: "Noi evitiamo tanto il sangue umano che nel nostro cibo non usiamo nemmeno il sangue degli animali che si possono mangiare"». Le fonti elencate vengono citate come ulteriore sostegno alla medesima applicazione di Atti 15:28-29.
[4] Assumere una sostanza per via orale è fisiologicamente diverso dall'assumerla per via endovenosa. Il sangue introdotto per bocca verrebbe inevitabilmente digerito: le sue componenti — cellule e proteine di grandi dimensioni — non possono attraversare la barriera gastrica e raggiungere il circolo sanguigno. Non esiste quindi alcun equivalente fisiologico tra mangiare sangue e trasfonderlo. Il parallelismo che i TdG propongono tra sangue e alcool è privo di fondamento: l'alcool è una molecola piccola che attraversa la barriera gastrica e raggiunge rapidamente il sangue, mentre il sangue — essendo composto di cellule e macromolecole — viene scomposto dall'apparato digerente come qualsiasi altro alimento proteico. Introdurlo direttamente in vena, al contrario, ha un effetto terapeutico preciso che l'assunzione orale non potrebbe mai produrre.