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Le dottrine
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I cristiani e la Pasqua: un'analisi comparativa



"...la nostra pasqua infatti, cioè Cristo, è stata immolata per noi" (1 Cor. 5:7).

1. Introduzione: la posizione dei Testimoni di Geova

La Pasqua cristiana è senza dubbio derivata da quella ebraica. Alcune usanze associate alla Pasqua — come le uova e i coniglietti, simboli antichi di fecondità — per i TdG costituirebbero una prova che con questa festa la "cristianità" avrebbe soppiantato antiche e radicate usanze pagane primaverili. Sicuramente queste usanze derivano dal paganesimo, ma il loro significato originale è oggi completamente cambiato od è stato del tutto dimenticato (cfr. la pagina Usanze pagane?).

Secondo i TdG, i "primi cristiani" — che sarebbero solo quelli vissuti fino alla morte dell'ultimo apostolo, quindi fino a poco dopo il 100 d.C., in seguito sarebbe sopraggiunta la grande apostasia — non festeggiavano la Pasqua intesa come ricordo della resurrezione di Cristo. La Svegliatevi! dell'8/4/1992, p. 8, afferma:

«"I primi cristiani cominciarono a celebrare la risurrezione nel II secolo". Pertanto, la Pasqua della cristianità fu introdotta molto tempo dopo la morte di tutti gli apostoli e dopo che la Bibbia era stata completata. Non è un segreto che la Pasqua della cristianità sia una tradizione di origine umana anziché divina».

Questo articolo esamina la solidità di questa posizione alla luce delle fonti storiche e bibliche.

2. La Pasqua ebraica (Pesach): radici storiche e significato tipologico

Per comprendere la Pasqua cristiana occorre partire dalle sue radici ebraiche. Il termine italiano "Pasqua" — come il francese pâques e il greco πάσχα (páscha) — deriva dall'ebraico pèsach, che significa "passaggio" o "protezione", in riferimento al passaggio del Signore che risparmiò le case degli Israeliti segnate con il sangue dell'agnello (Es. 12:13).

La Pesach ebraica ricordava la liberazione dall'Egitto e il passaggio attraverso il Mar Rosso: un evento fondativo per il popolo di Israele. Al centro del rito stava il sacrificio dell'agnello pasquale, il cui sangue sparso sulla porta proteggeva dalla morte. Le istruzioni di Esodo 12 sono dettagliate: l'agnello doveva essere senza difetto (v. 5), veniva ucciso al tramonto del 14 nisan (v. 6), e non un suo osso doveva essere spezzato (v. 46).

Gli autori del Nuovo Testamento leggono questi elementi come "tipo" di Cristo. Paolo scrive esplicitamente: «Cristo, nostra pasqua, è stato immolato» (1 Cor. 5:7). Il Vangelo di Giovanni sottolinea che alle gambe di Gesù crocifisso non vennero spezzate le ossa (Giov. 19:33-36), richiamando Esodo 12:46 e Salmo 34:20. Il Vangelo di Giovanni presenta inoltre la crocifissione proprio nella vigilia della Pesach (14 nisan), quasi a identificare Gesù con l'agnello sacrificato in quel momento nel Tempio.

Questo sfondo tipologico è fondamentale: la Pasqua cristiana non è una sovrapposizione pagana sopra un'usanza ebraica, ma il compimento di una promessa che stava al cuore del calendario liturgico d'Israele. Celebrare la morte e la resurrezione di Cristo come nuova e definitiva Pasqua è coerente con la logica biblica stessa.

Il precedente dei Purim e di Hanukkah

Nell'argomentare che solo ciò che è esplicitamente comandato dalla Scrittura è lecito fare, i TdG applicano un principio che contraddice la pratica sia ebraica che cristiana. La festa dei Purim, menzionata nel libro di Ester (Est. 9:26-32), non è contemplata fra le feste obbligatorie comandate dalla Legge mosaica. Il nome deriva dalla parola assira pur ("sasso"), riferita al sorteggio con cui Aman stabilì il giorno dello sterminio. Questa festa — menzionata anche in 2 Macc. 15:36, in un decreto del 161 a.C. — ha origini in un ambiente non israelitico, ciò nonostante fu sempre osservata dai fedeli giudei e questo fino ai nostri giorni, senza che nessun profeta la condannasse.

Ancora più rilevante è la festa della Dedicazione (Hanukkah), che ricorda la purificazione del Tempio da parte dei Maccabei (164 a.C.) e non viene comandata in alcun passo della Scrittura ebraica. Eppure il Vangelo di Giovanni attesta che proprio in occasione di questa festa Gesù si trovava nel portico di Salomone a Gerusalemme (Giov. 10:22-23), senza che l'evangelista esprima alcuna disapprovazione per l'osservanza. Questo è un dato che la Watch Tower non commenta mai.

3. L'argomento legalista della Watch Tower e le sue contraddizioni

L'argomentazione dei TdG si riduce a questo principio: se una cosa non è comandata esplicitamente dalla Bibbia, non è giusto compierla. Non esiste in effetti alcun versetto della Scrittura in cui si dica esplicitamente di festeggiare la resurrezione di Cristo. Ma questo modo di pensare è problematico per diversi motivi.

Prima contraddizione: i giorni della settimana. I TdG affermano che la Pasqua è pagana perché nella cultura anglosassone e germanica il termine (Easter, Ostern) si ricollegherebbe a divinità primaverili. Ma se il nome è sufficiente a rendere "pagana" una festività, cosa dire dei nomi dei giorni della settimana in italiano? Lunedì deriva da Luna (adorata come Selene), Martedì da Marte (dio della guerra), Mercoledì da Mercurio, Giovedì da Giove, Venerdì da Venere. I TdG usano quotidianamente questi nomi senza alcun disagio. Il nome "Pasqua" in italiano, va detto, non ha nulla di pagano: deriva direttamente dall'ebraico pèsach, passato attraverso il greco biblico páscha.

Seconda contraddizione: la stessa "commemorazione" dei TdG. La Watch Tower insegna che la "Cena del Signore" va celebrata solo una volta all'anno, il 14 nisan. Ma nemmeno questa cadenza annuale è prescritta dalla Scrittura. Le parole di Gesù nel racconto dell'istituzione dell'eucaristia ("fate questo in memoria di me", Lc. 22:19; 1 Cor. 11:24-25) non specificano alcuna frequenza. I TdG desumono la frequenza annuale dall'analogia con la Pesach ebraica, ma si tratta di una deduzione extrabibblica esattamente come quella che applicano — per condannarla — alla Pasqua cristiana.

C'è poi una contraddizione interna alla stessa teologia paolina che i TdG citano a sostegno della loro posizione. Paolo, nel racconto dell'istituzione della Cena del Signore, aggiunge: «ogni volta che mangiate questo pane e bevete questo calice, proclamate la morte del Signore finché egli venga» (1 Cor. 11:26). La prospettiva è già orientata verso il Signore risorto che deve tornare: non si commemora un morto, ma si proclama un evento salvifico che include necessariamente la resurrezione. Separare "morte" e "resurrezione" in Paolo è artificioso: «se Cristo non è risorto, la vostra fede è vana» (1 Cor. 15:17). Per Paolo commemorare la morte di Cristo è già affermare la sua resurrezione, perché l'una senza l'altra è teologicamente priva di senso. Va notato infine che nella loro stessa commemorazione annuale i TdG leggono 1 Cor. 15 sulla resurrezione: di fatto la celebrano — si limitano a non chiamarla Pasqua.

Terza contraddizione: L'intera macchina della Watch Tower evidenzia un legalismo selettivo privo di mandato scritturale: dal "Corpo Direttivo" alle "Sale del Regno", dai comitati giudiziari ai rapporti di servizio, fino all'obbligo di studiare pubblicazioni extrabibliche. L'uso di termini come "organizzazione" e "teocrazia", assenti nella Bibbia, giustifica un apparato burocratico che classifica i fedeli secondo standard quantitativi, come avviene per i "pionieri". Questa stratificazione del potere, alimentata da manuali riservati agli anziani, contrasta con la trasparenza delle comunità del primo secolo. Il principio "se non è nella Bibbia è sbagliato" appare dunque incoerente, poiché l'autorità del gruppo dirigente poggia su neologismi e strutture umane anziché sul modello apostolico.

4. Il nome "Pasqua" e le presunte origini pagane

La Svegliatevi! del 22/3/1986, p. 6, osservava: «In alcune lingue come l'inglese e il tedesco il nome stesso della festività [rispettivamente Easter ed Ostern] sarebbe di origine anglosassone e si riferirebbe alla primavera». Il sito jw.org aggiunge che secondo «altre opere di consultazione» il termine si collegherebbe ad Astarte, dea fenicia della fertilità, e alla sua controparte babilonese Ishtar.

Alexander Hislop e le sue "Due Babilonie"

La fonte non identificata che collega Easter ad Astarte/Ishtar è identificabile con Alexander Hislop e il suo libro The Two Babylons (Le due Babilonie). Si tratta di un'opera ampiamente screditata dalla comunità accademica. Wikipedia riporta le valutazioni degli studiosi in termini non equivoci: il libro è stato definito un «tributo all'inesattezza storica e alla non-conoscenza del fanatismo religioso» con «cultura scadente, disonestà palese» e una «tesi insensata», nonché «un buon esempio di quegli scritti ideologici che adottano una interpretazione superficiale delle fonti al fine di sfruttarle a sostegno della propria ideologia». Commentatori come Ralph Woodrow hanno documentato «numerose idee sbagliate, invenzioni e gravi errori di fatto nel documento». Eppure è su questa base che jw.org costruisce parte del suo argomento contro la Pasqua.

La citazione troncata dell'Encyclopædia Britannica

Più significativo ancora è il modo in cui il sito jw.org cita l'Encyclopædia Britannica. La citazione si ferma alle parole «dea anglosassone della primavera». Ecco però il testo completo della voce, con il seguito omesso dai TdG:

«Il sostantivo inglese Easter, parallelo alla parola tedesca Ostern, è di origine incerta. Un punto di vista, esposto dal Venerabile Beda nell'VIII secolo, era che derivasse da Eostre, o Eostrae, la dea anglosassone della primavera e della fertilità. [Fin qui la WTS. Ecco il seguito omesso:] Questa visione presuppone — così come quella che associa l'origine del Natale il 25 dicembre alle celebrazioni pagane del solstizio d'inverno — che i cristiani si siano appropriati di nomi e festività pagane per le loro feste più importanti. Considerata la determinazione con cui i cristiani combatterono ogni forma di paganesimo, questa presunzione appare piuttosto dubbia. È ormai opinione diffusa che la parola derivi dalla designazione cristiana della settimana di Pasqua come in albis, una frase latina che era intesa come plurale di alba ("alba") e divenne eostarum nell'alto tedesco antico, precursore del tedesco moderno e del termine inglese. Il latino e il greco Pascha ("Pasqua") forniscono la radice di Pâques, la parola francese per Pasqua» (Vedi la pagina La Pasqua e le citazioni della Torre di Guardia).

La stessa enciclopedia che la WTS cita come autorità, letta per intero, afferma quindi che la tesi pagana «appare piuttosto dubbia» e indica una derivazione latina come «opinione diffusa». Il taglio della citazione non è accidentale: è lo stesso metodo già visto con Eusebio di Cesarea nella controversia quartodecimana (cfr. sezione 6).

Il termine nelle lingue romanze

In ogni caso, tutta questa discussione riguarda esclusivamente le lingue germaniche. Il nome Easter/Ostern non ha nulla a che fare con le lingue romanze. In italiano, francese, spagnolo, portoghese e rumeno il termine deriva direttamente dall'ebraico pèsach attraverso il greco biblico páscha e il latino pascha. La Pasqua italiana porta un nome squisitamente biblico, e l'argomento del "nome pagano" non le si applica in alcun modo.

5. La Pasqua cristiana nei primi secoli: le fonti patristiche

Contrariamente a quanto la Watch Tower afferma, le testimonianze cristiane antiche sulla celebrazione della Pasqua sono molto precoci e abbondanti.

Melitone di Sardi (c. 160-170 d.C.)

Melitone, vescovo di Sardi in Asia Minore, è autore dell'Omelia sulla Pasqua (Peri Pascha), il più antico testo omiletico cristiano conservato per intero. Si tratta di un'opera di grande forza letteraria, costruita interamente sulla tipologia pasquale: il sacrificio dell'agnello di Esodo 12 è letto come prefigurazione della passione di Cristo. Il testo si apre significativamente con le parole: «La Scrittura della liberazione degli Ebrei è stata letta, e le parole del mistero sono state spiegate». Melitone era proprio un quartodecimano — celebrava la Pasqua il 14 nisan — eppure la sua opera mostra una teologia pasquale cristiana robusta e centrata sulla morte e sulla resurrezione del Signore, non solo sulla morte.

Melitone è citato anche da Eusebio di Cesarea (Storia ecclesiastica 4,26), che lo include tra i più autorevoli scrittori della chiesa d'Asia. Il fatto che il vescovo di Sardi abbia composto un'omelia pasquale così elaborata attorno al 160-170 d.C. dimostra che la celebrazione cristiana della Pasqua non è affatto un'invenzione tardiva.

Giustino Martire (c. 155 d.C.)

Nella sua Prima Apologia (cap. 67), Giustino descrive le riunioni domenicali dei cristiani, in cui si celebra l'eucaristia. Nella stessa Apologia (cap. 66) spiega il significato dell'eucaristia come memoria del corpo e del sangue di Cristo: «Questo cibo è chiamato fra noi eucaristia, e non è lecito parteciparvi ad altri se non a colui che crede vere le nostre dottrine [...] e vive secondo gli insegnamenti di Cristo».

Giustino non descrive una "commemorazione" annuale: quella che descrive è una pratica settimanale, la domenica, il "giorno del Sole", giorno della resurrezione del Signore.

La Didaché (fine I - inizio II sec.)

La Didaché (Insegnamento dei dodici apostoli) prescrive al cap. 14: «Riunendovi ogni giorno del Signore [domenica], spezzate il pane e rendete grazie». Questa è una testimonianza esplicita di eucaristia settimanale, non annuale. Non si tratta di una fonte di parte: la stessa Torre di Guardia del 1/2/1992, p. 19, la definisce «una delle più antiche professioni extrabibliche della fede cristiana», datandola «attorno al 100 E.V. o a qualche anno prima», cioè quando l'apostolo Giovanni era ancora in vita o era morto da pochissimo. La pratica della "frazione del pane" settimanale ha del resto un fondamento scritturale esplicito: «Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere» (Atti 2:42); «Il primo giorno della settimana ci eravamo radunati per spezzare il pane» (Atti 20:7). Questi testi descrivono una prassi regolare, non un rito annuale.

Tertulliano (c. 200 d.C.)

Tertulliano nel De oratione (cap. 19) menziona incidentalmente l'eucaristia anche nei giorni feriali di digiuno (mercoledì e venerdì), il che implica una frequenza ancora maggiore. Nel De corona (cap. 3) elenca l'eucaristia domenicale tra le consuetudini tradizionali dei cristiani, presentandola come pratica consolidata fin dalle origini: «il giorno del Signore, la Pasqua, la Pentecoste». La Pasqua appare qui già come parte integrante del calendario liturgico cristiano.

6. I Quartodecimani: chi erano e cosa celebravano davvero

Nel tentativo di trovare precedenti storici che giustifichino la loro "commemorazione" annuale, la Watch Tower cita spesso i cosiddetti Quartodecimani, cristiani di origine asiatica che celebravano la Pasqua il 14 nisan. Vediamo cosa dice davvero la storia su di loro.

La testimonianza di Eusebio di Cesarea

L'antico storico ecclesiastico Eusebio di Cesarea, nella sua Storia ecclesiastica (5,22-24), descrive la controversia pasquale scoppiata attorno al 189 d.C. (cit. da La Teologia dei Padri, vol. IV, pp. 71-73, trad. Mario Spinelli, Città Nuova Editrice):

«Si agitò in quei tempi una controversia non lieve, perché tutte le Chiese dell'Asia Minore, basandosi su una tradizione antichissima, ritenevano che si dovesse celebrare la Pasqua del Salvatore nel giorno quattordicesimo della luna [...] e che in quel giorno, qualunque fosse il dì della settimana, si dovesse in ogni caso porre termine al digiuno. Invece le Chiese di tutto il resto del mondo non seguivano affatto questa usanza e, in base a una tradizione apostolica che vige fino ad oggi, si attenevano all'usanza di non ammettere la cessazione del digiuno se non nel giorno della risurrezione del Salvatore».

Prima osservazione fondamentale: i Quartodecimani erano una minoranza — le chiese dell'Asia Minore — rispetto alla grande maggioranza delle chiese che celebravano la Pasqua la domenica. La disputa non era se celebrare o meno la resurrezione, ma quando terminare il digiuno e quale data fissare per la Pasqua.

Eusebio riferisce poi la lettera di Policrate di Efeso, vescovo della fazione quartodecimana, a papa Vittore di Roma. Policrate elenca una serie di grandi figure dell'Asia che avevano osservato il 14 nisan, tra cui l'apostolo Filippo, Giovanni (che «riposò sul petto del Signore»), Policarpo di Smirne e Melitone di Sardi. Policrate rivendica per questa pratica una "tradizione antichissima" trasmessa dagli apostoli.

Il Dizionario Patristico e di Antichità Cristiane (vol. II, voce Quartodecimani) descrive così questa corrente:

«Gli antichi eresiologici chiamarono Q. i cristiani che, ispirandosi alla cronologia giovannea della Passione, celebravano la Pasqua il XIV giorno della prima luna di primavera, cioè nella data della Pasqua ebraica, il 14 di Nisan secondo il calendario ebraico, e a quella data interrompevano i digiuni penitenziali. Nel II sec. seguivano la prassi quartodecimana le chiese dell'Asia Minore ispirantisi alla tradizione giovannea (cfr. Euseb., HE V, 24, 2-8). Tra i più noti esponenti della prassi quartodecimana sono da ricordare Melitone di Sardi, Apollinare di Gerapoli, Policarpo e Policrate di Efeso. La Pasqua quartodecimana era incentrata sulla celebrazione del Cristo immolato quale vero agnello pasquale [...] nella liturgia della veglia pasquale ebbe particolare importanza la lettura e il commento tipologico di Esodo 12 e la sua interpretazione tipologica dovette essere aperta a prospettive escatologiche».

Il ruolo di Ireneo di Lione

Nella stessa controversia, Ireneo di Lione — pur essendo egli stesso di origine asiatica e discepolo di Policarpo di Smirne — si schierò per la celebrazione domenicale e svolse una funzione mediatrice. Eusebio riporta un passo della sua lettera a Vittore:

«I presbiteri che, prima di Sotero, furono a capo della Chiesa da te governata, cioè Aniceto e Pio, Igino e Telesforo e Sisto, né essi osservarono tale uso asiatico, né lo fecero osservare ai propri fedeli; ma ciò nonostante restavano in pace con i fedeli che provenivano dalle Chiese in cui tale usanza si osservava [...] nessuno fu per questo riprovato e i presbiteri tuoi predecessori inviavano l'eucaristia a quelli delle Chiese in cui vigeva quella osservanza».

Ireneo cita poi il celebre incontro tra Policarpo di Smirne e il vescovo di Roma Aniceto:

«Aniceto non poté persuadere Policarpo ad abbandonare l'osservanza [...] né Policarpo persuase Aniceto [...] Pur stando così le cose, rimasero in unità e Aniceto, a titolo di onore, concesse a Policarpo di celebrare in Chiesa l'eucaristia, e alla fine si separarono in pace».



Cosa ci dicono questi testi sulla "commemorazione" dei TdG?

I TdG usano i Quartodecimani per legittimare la loro "commemorazione" annuale della morte di Cristo. Ma questa lettura è storicamente infondata per almeno due motivi.

Primo: la disputa quartodecimana riguardava la data della Pasqua (14 nisan versus domenica successiva) e la fine del digiuno, non la questione se celebrare l'eucaristia solo una volta all'anno. Il testo di Eusebio lo dice chiaramente: la controversia era su "quale giorno" celebrare il mistero della resurrezione, non su "quante volte".

Secondo: il passo di Ireneo dimostra che tutti i primi cristiani — sia quartodecimani che le chiese di tutto il mondo — celebravano l'eucaristia frequentemente. L'immagine di Policarpo e Aniceto che si scambiano l'eucaristia come gesto di comunione fraterna, di Ireneo che ricorda come i vescovi di Roma "inviavano l'eucaristia" alle chiese asiatiche, implica una pratica regolare e condivisa, non un rito annuale.

A questo proposito, la Torre di Guardia del 15/3/1994, p. 5, in un articolo intitolato "Il Pasto Serale del Signore: con che frequenza va celebrato?", cita Eusebio in questo modo: «Aniceto non riuscì infatti a persuadere Policarpo a non osservare il quattordicesimo giorno [...] né Policarpo persuase Aniceto ad osservarlo». E qui la Watch Tower si ferma. Bastava citare le tre righe seguenti — «Aniceto, a titolo di onore, concesse a Policarpo di celebrare in Chiesa l'eucaristia» — per rendere evidente che questa eucaristia era una pratica condivisa e frequente, non una "commemorazione" annuale. Il taglio selettivo della citazione è significativo.

Una cosa che i TdG non dicono è che i Quartodecimani non ritenevano affatto sbagliato festeggiare la resurrezione di Cristo e non consideravano pagana una simile osservanza.

7. La controversia pasquale e il Concilio di Nicea (325)

La questione della data della Pasqua non fu risolta nel II secolo: continuò a essere dibattuta per oltre un secolo, finché il Concilio di Nicea (325 d.C.) prese una decisione definitiva, ordinando che la Pasqua fosse celebrata la domenica successiva al primo plenilunio di primavera, indipendentemente dal calendario ebraico. L'imperatore Costantino, in una lettera circolare dopo il Concilio, spiegò così la decisione:

«Era sembrato indegno celebrare questa santissima festa seguendo l'usanza degli Ebrei, i quali [...] dopo aver macchiato le mani con un crimine empio, hanno giustamente la mente accecata. Noi dunque non dobbiamo avere nulla in comune con quella gente detestabile».

Questa motivazione ha ovviamente un carattere antiebraico che va criticato. Tuttavia è importante notare che il Concilio non "inventò" la Pasqua cristiana: la Pasqua esisteva già in tutta la chiesa cristiana, celebrata da secoli. Quello che il Concilio fece fu unificare la data di una festa già universalmente praticata, ponendo fine alla disputa quartodecimana.

I TdG interpretano il Concilio di Nicea come il momento in cui la chiesa apostatata si allontanò definitivamente dall'insegnamento biblico. Ma anche volendo accettare questa lettura, resterebbe il fatto che la Pasqua cristiana — nella sua forma domenicale — era già praticata da tutta la chiesa di lingua greca e latina almeno dal II secolo, cioè dall'epoca in cui i TdG stessi collocano la fine del "vero cristianesimo". Il Concilio non introdusse la Pasqua: ratificò la data di una pratica già universale.

8. La Watch Tower e la commemorazione annuale: un uso distorto delle fonti

La Watch Tower insegna che la "Cena del Signore" va celebrata solo una volta all'anno, il 14 nisan. Questo insegnamento è presentato come fedele ripristino della pratica apostolica, contrapposta alla "corruzione" della Pasqua cristiana. L'argomentazione addotta è questa (Torre di Guardia del 15/3/1994, p. 4):

«Alcune chiese la celebrano mensilmente, altre settimanalmente, altre ancora addirittura quotidianamente. È questo ciò che intendeva dire Gesù quando dichiarò: "Continuate a far questo in ricordo di me"? Con che frequenza si osserva una commemorazione o un anniversario? Di solito una volta l'anno... La Pasqua era una celebrazione annuale. Altrettanto dicasi della Commemorazione».

Si noti la struttura dell'argomento: la frequenza annuale viene dedotta per analogia con la Pesach ebraica. Ma questa è esattamente la stessa forma di ragionamento extrabbiblico che la Watch Tower condanna quando altri la usano per giustificare la Pasqua cristiana: un'analogia tipologica tra un rito dell'Antico Testamento e la sua controparte cristiana. Se l'analogia è illegittima per giustificare la Pasqua domenicale, lo è altrettanto per giustificare la commemorazione annuale. Ma come abbiamo visto, le prove storiche vanno comunque in direzione opposta.

Le fonti antiche concordano che i cristiani celebravano l'eucaristia ogni domenica (e a volte più spesso):

  • La Didaché (fine I sec.): «Riunendovi ogni giorno del Signore, spezzate il pane e rendete grazie» (cap. 14) — fonte che la stessa Torre di Guardia del 1/2/1992 riconosce come «una delle più antiche professioni extrabibliche della fede cristiana».
  • Giustino Martire (c. 155 d.C.): le riunioni domenicali descritte nella Prima Apologia (cap. 67) includono la celebrazione dell'eucaristia.
  • Tertulliano (c. 200 d.C.): l'eucaristia viene menzionata in relazione a giorni feriali di digiuno, oltre che alla domenica (De oratione 19).
  • Eusebio di Cesarea: le lettere dei vescovi sul 14 nisan mostrano che la "cena del Signore" condivisa era una pratica continua, non annuale.

Su questi dati si vedano: P. Browe, De frequenti communione in Ecclesia occidentali, in «Gregoriana» LXXXII (1932); R. Taft, La frequenza dell'eucaristia attraverso la storia, in «Concilium» 172 (1982).

La tesi watchtower — che la commemorazione annuale sarebbe la forma originaria e quella più frequente una corruzione tardiva — è storicamente insostenibile.

Va notata inoltre una contraddizione di fondo sul piano esegetico. La Watch Tower critica la Pasqua cristiana come "tradizione umana non comandata dalla Scrittura", ignorando che il suo fondamento tipologico è già interno al Nuovo Testamento — come mostrato nella sezione 3. Nel contempo, giustifica la propria cadenza annuale per analogia con la Pesach ebraica, un argomento extrabibilico esattamente del tipo che essa condanna negli altri. I due ragionamenti non sono simmetrici: il fondamento tipologico della Pasqua cristiana è scritturale; la frequenza annuale della commemorazione watchtower non lo è.

9. Conclusione

La posizione dei Testimoni di Geova sulla Pasqua cristiana si fonda su una serie di premesse che non reggono all'esame storico e biblico:

  • L'argomento legalista viene applicato selettivamente: l'organizzazione condanna ciò che non è "esplicitamente comandato dalla Scrittura", ma fonda la propria struttura su categorie e pratiche altrettanto extrabibliche.
  • L'argomento del nome pagano vale solo per le lingue germaniche e non per le lingue romanze, dove "Pasqua" viene direttamente dall'ebraico pèsach.
  • L'argomento dei quartodecimani dimostra l'opposto di quanto la Watch Tower afferma: i quartodecimani non ritenevano sbagliato celebrare la resurrezione di Cristo, e tutti i cristiani primitivi — quartodecimani compresi — celebravano l'eucaristia frequentemente.
  • Le fonti patristiche attestano uniformemente una celebrazione pasquale e una pratica eucaristica che risalgono almeno al II secolo, ben radicate nella tipologia biblica.
  • Il Concilio di Nicea non inventò la Pasqua: ne unificò la data, confermando una pratica già universale.
  • Resta infine una contraddizione irrisolta: il fondamento tipologico della Pasqua cristiana è già interno al Nuovo Testamento, mentre la cadenza annuale della commemorazione watchtower non ha alcun aggancio nel testo neotestamentario.

Resta infine una contraddizione irrisolta: il fondamento tipologico della Pasqua cristiana è già interno al Nuovo Testamento, mentre la cadenza annuale della commemorazione watchtower non ha alcun aggancio nel testo neotestamentario.


 
   
       
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Crisi di coscienza,
Fedeltà a Dio
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Di Raymond Franz,
già membro del
Corpo Direttivo
dei Testimoni di Geova
© infotdgeova.it — Analisi critica e documentata dei Testimoni di Geova
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