Antonella: la mia storia tra i Testimoni di Geova e la trasfusione forzata
Antonella ha vissuto tra i Testimoni di Geova dai 15 ai 42 anni, dal 1977 al 2004. Ha scelto di raccontare la sua storia con il proprio nome, senza nascondersi. È una testimonianza che tocca molti aspetti tipici dell'esperienza di chi cresce e vive a lungo dentro l'organizzazione: il condizionamento infantile, il ruolo della donna, l'isolamento sociale, e un episodio drammatico legato al divieto sul sangue durante il parto, di cui abbiamo già parlato più in generale nelle pagine "Sangue: perché è così prezioso?" e "Il costo in vite umane della dottrina sul sangue". Le lascio la parola.
Un'infanzia segnata dall'insicurezza
Mi chiamo Antonella e ho 64 anni. Sono stata Testimone di Geova dai 15 ai 42 anni, dal 1977 al 2004, e ora voglio raccontare la mia storia perché possa essere utile a qualcuno ma soprattutto per non dimenticare.
Faccio una brevissima premessa sulla mia infanzia, perché sono convinta che ciò che ho vissuto abbia influito in notevole misura alle mie scelte di vita dal periodo dell'adolescenza in poi.
Sono stata una bambina privata dell'affetto della mamma, il più importante, per diversi anni della mia infanzia, dai tre ai sette anni, quando la mamma ha deciso di ricostruirsi una vita ed è andata via lasciandomi col mio meraviglioso papà, che ha cercato in tutti i modi di gestire una situazione difficile trovando soluzioni (a volte anche un po' improbabili), prima chiedendo aiuto alla famiglia e poi affidandomi a un collegio di suore, dove ho vissuto anni difficili e ho subito trattamenti, allora considerati educativi, ma che hanno lasciato il segno dentro di me, portandomi a diventare una bambina insicura e bisognosa di certezze e di amore.
A sette anni la mia famiglia si è riunita di nuovo e io sono tornata a casa, proseguendo una vita familiare "normale", ma qualcosa si era spezzato dentro di me e credo che proprio per questo la mia insicurezza e il bisogno di essere amata e accettata, di sentirmi parte di "qualcosa", mi abbiano fatto adottare comportamenti un po' distorti. Qualche esempio? Il bisogno di essere sempre la "brava bambina", la prima della classe, per meritare l'amore della mamma, il desiderio smodato di mangiare, per riempire i vuoti dentro di me, la ricerca di "gruppi" a cui appartenere per sentirsi apprezzata, ricercata, amata. E ne ho provati diversi: nell'ambito politico, nelle compagnie di amici, all'oratorio.
Ed è proprio questa ricerca spasmodica di essere parte di "qualcosa" che mi ha portato, in un particolare momento di fragilità, ad avvicinarmi a un gruppo religioso che si è presentato come una meravigliosa comunità di fratelli, in cui l'amore regnava sovrano, in cui tutti erano felici e avevano una splendida speranza di vivere per sempre sulla terra in un mondo trasformato in un paradiso terrestre, in pace con gli uomini e con gli animali, senza più conflitti, guerre, sofferenze, malattie e morte. Avevo conosciuto i Testimoni di Geova già da bambina grazie alla vicina di casa di una mia compagna di scuola, con cui mia mamma parlava quando mi portava a casa della mia amichetta a giocare. Tutta la mia famiglia ha iniziato uno studio biblico, ma poi tutti e tre per vari motivi abbiamo smesso, ma eravamo abbonati alle riviste quindi di tanto in tanto i TdG si ripresentavano alla nostra porta per rinnovare l'abbonamento e fare quattro chiacchiere. Si può dire quindi che i contatti non si sono mai veramente interrotti.
A 15 anni, nel bel mezzo di una crisi adolescenziale, ho incontrato di nuovo i TdG e ho ripreso a studiare la Bibbia con loro. L'anno dopo, nel 1978, mi sono battezzata all'assemblea internazionale "Fede Vittoriosa" a San Siro e devo dire che i miei genitori non mi hanno mai ostacolato, nonostante cercassero di farmi capire che si trattasse in realtà di una organizzazione a scopo di lucro che aveva come finalità quella di accrescere il patrimonio (erano perspicaci ma ovviamente io non prestavo loro attenzione). Ho dato tutta me stessa e speso tutte le mie energie e la mia giovinezza in questa organizzazione, ci ho creduto fermamente e con tutto il mio cuore. Ho rinunciato ad andare all'università, mi sono fidanzata e sposata prestissimo per non commettere immoralità con un ragazzo che ho scelto non per amore ma perché era una persona spirituale, che amava Dio e si impegnava, proprio come me, a vivere all'altezza degli standard richiesti a un vero adoratore di Dio. Mi sforzavo tanto per soddisfare tutti i requisiti richiesti a un vero cristiano, per essere all'altezza, per essere ben vista e approvata all'interno dell'organizzazione, ma dentro di me c'era sempre quella sottile insoddisfazione, quel dubbio latente, quelle cose su cui sentivo di non poter essere d'accordo ma che soffocavo perché mi sentivo io quella "sbagliata". Ad esempio, la condizione della donna: la sottomissione al marito e l'esclusione da qualsiasi incarico all'interno dell'organizzazione, il fatto di dover indossare un velo se insegnavi a qualcuno in presenza di un uomo, come segno di riconoscimento della sua autorità. Non potrò mai dimenticare il giorno del mio matrimonio: avevo 20 anni, ero vestita con un bellissimo vestito bianco con lo strascico e un lungo velo, seduta davanti al podio ad ascoltare il discorso del fratello celebrante che sottolineava la sottomissione e l'obbedienza che la moglie doveva al marito, e provavo un profondo senso di disagio nell'ascoltare quelle parole perché immaginavo come mio marito si dovesse sentire in quel momento, fiero del suo ruolo di capo e orgoglioso di avere accanto una persona che gli dovesse sottomissione, mentre io mi sentivo svalutata, inferiore.
Le prescrizioni riguardavano ogni aspetto della vita: dal modo di vestirsi e truccarsi al comportamento da tenere in qualsiasi situazione, persino nella camera da letto degli sposi. A tutto questo si aggiungeva l'obbligo di seguire un rigido programma settimanale di attività spirituali, che finiva per annullare ogni spazio personale: niente tempo per sé, per un weekend fuori porta, per coltivare un hobby, per frequentare qualcuno al di fuori della ristretta cerchia della comunità, né per leggere libri che potessero suscitare dubbi o, come direi oggi, aprire la mente. Inevitabilmente, questo mi ha portata ad allontanarmi anche dalla mia famiglia di origine e da tutti i parenti e gli amici al di fuori di quel mondo.
Dopo solo un anno ho lasciato il lavoro che amavo, come analista programmatore di computer in una ditta solida, per iniziare la mia carriera di docente precaria nell'ambito della scuola, pur di avere più tempo libero per servire Dio e dedicarmi alle attività spirituali, e ho svolto l'attività di predicazione a tempo pieno per qualche anno frequentando anche la scuola di pioniere.
Ed è qui che è arrivato mio figlio Luca, fortemente voluto e cercato, che ha cambiato la mia vita in mille modi senza saperlo, che è stato la mia salvezza. Sì, perché proprio a causa sua, grazie a lui e agli eventi che hanno seguito la sua nascita e segnato la sua crescita, ho spezzato le catene da cui mi ero lasciata imprigionare per anni.
Faccio una brevissima premessa sulla mia infanzia, perché sono convinta che ciò che ho vissuto abbia influito in notevole misura alle mie scelte di vita dal periodo dell'adolescenza in poi.
Sono stata una bambina privata dell'affetto della mamma, il più importante, per diversi anni della mia infanzia, dai tre ai sette anni, quando la mamma ha deciso di ricostruirsi una vita ed è andata via lasciandomi col mio meraviglioso papà, che ha cercato in tutti i modi di gestire una situazione difficile trovando soluzioni (a volte anche un po' improbabili), prima chiedendo aiuto alla famiglia e poi affidandomi a un collegio di suore, dove ho vissuto anni difficili e ho subito trattamenti, allora considerati educativi, ma che hanno lasciato il segno dentro di me, portandomi a diventare una bambina insicura e bisognosa di certezze e di amore.
A sette anni la mia famiglia si è riunita di nuovo e io sono tornata a casa, proseguendo una vita familiare "normale", ma qualcosa si era spezzato dentro di me e credo che proprio per questo la mia insicurezza e il bisogno di essere amata e accettata, di sentirmi parte di "qualcosa", mi abbiano fatto adottare comportamenti un po' distorti. Qualche esempio? Il bisogno di essere sempre la "brava bambina", la prima della classe, per meritare l'amore della mamma, il desiderio smodato di mangiare, per riempire i vuoti dentro di me, la ricerca di "gruppi" a cui appartenere per sentirsi apprezzata, ricercata, amata. E ne ho provati diversi: nell'ambito politico, nelle compagnie di amici, all'oratorio.
Ed è proprio questa ricerca spasmodica di essere parte di "qualcosa" che mi ha portato, in un particolare momento di fragilità, ad avvicinarmi a un gruppo religioso che si è presentato come una meravigliosa comunità di fratelli, in cui l'amore regnava sovrano, in cui tutti erano felici e avevano una splendida speranza di vivere per sempre sulla terra in un mondo trasformato in un paradiso terrestre, in pace con gli uomini e con gli animali, senza più conflitti, guerre, sofferenze, malattie e morte. Avevo conosciuto i Testimoni di Geova già da bambina grazie alla vicina di casa di una mia compagna di scuola, con cui mia mamma parlava quando mi portava a casa della mia amichetta a giocare. Tutta la mia famiglia ha iniziato uno studio biblico, ma poi tutti e tre per vari motivi abbiamo smesso, ma eravamo abbonati alle riviste quindi di tanto in tanto i TdG si ripresentavano alla nostra porta per rinnovare l'abbonamento e fare quattro chiacchiere. Si può dire quindi che i contatti non si sono mai veramente interrotti.
A 15 anni, nel bel mezzo di una crisi adolescenziale, ho incontrato di nuovo i TdG e ho ripreso a studiare la Bibbia con loro. L'anno dopo, nel 1978, mi sono battezzata all'assemblea internazionale "Fede Vittoriosa" a San Siro e devo dire che i miei genitori non mi hanno mai ostacolato, nonostante cercassero di farmi capire che si trattasse in realtà di una organizzazione a scopo di lucro che aveva come finalità quella di accrescere il patrimonio (erano perspicaci ma ovviamente io non prestavo loro attenzione). Ho dato tutta me stessa e speso tutte le mie energie e la mia giovinezza in questa organizzazione, ci ho creduto fermamente e con tutto il mio cuore. Ho rinunciato ad andare all'università, mi sono fidanzata e sposata prestissimo per non commettere immoralità con un ragazzo che ho scelto non per amore ma perché era una persona spirituale, che amava Dio e si impegnava, proprio come me, a vivere all'altezza degli standard richiesti a un vero adoratore di Dio. Mi sforzavo tanto per soddisfare tutti i requisiti richiesti a un vero cristiano, per essere all'altezza, per essere ben vista e approvata all'interno dell'organizzazione, ma dentro di me c'era sempre quella sottile insoddisfazione, quel dubbio latente, quelle cose su cui sentivo di non poter essere d'accordo ma che soffocavo perché mi sentivo io quella "sbagliata". Ad esempio, la condizione della donna: la sottomissione al marito e l'esclusione da qualsiasi incarico all'interno dell'organizzazione, il fatto di dover indossare un velo se insegnavi a qualcuno in presenza di un uomo, come segno di riconoscimento della sua autorità. Non potrò mai dimenticare il giorno del mio matrimonio: avevo 20 anni, ero vestita con un bellissimo vestito bianco con lo strascico e un lungo velo, seduta davanti al podio ad ascoltare il discorso del fratello celebrante che sottolineava la sottomissione e l'obbedienza che la moglie doveva al marito, e provavo un profondo senso di disagio nell'ascoltare quelle parole perché immaginavo come mio marito si dovesse sentire in quel momento, fiero del suo ruolo di capo e orgoglioso di avere accanto una persona che gli dovesse sottomissione, mentre io mi sentivo svalutata, inferiore.
Le prescrizioni riguardavano ogni aspetto della vita: dal modo di vestirsi e truccarsi al comportamento da tenere in qualsiasi situazione, persino nella camera da letto degli sposi. A tutto questo si aggiungeva l'obbligo di seguire un rigido programma settimanale di attività spirituali, che finiva per annullare ogni spazio personale: niente tempo per sé, per un weekend fuori porta, per coltivare un hobby, per frequentare qualcuno al di fuori della ristretta cerchia della comunità, né per leggere libri che potessero suscitare dubbi o, come direi oggi, aprire la mente. Inevitabilmente, questo mi ha portata ad allontanarmi anche dalla mia famiglia di origine e da tutti i parenti e gli amici al di fuori di quel mondo.
Dopo solo un anno ho lasciato il lavoro che amavo, come analista programmatore di computer in una ditta solida, per iniziare la mia carriera di docente precaria nell'ambito della scuola, pur di avere più tempo libero per servire Dio e dedicarmi alle attività spirituali, e ho svolto l'attività di predicazione a tempo pieno per qualche anno frequentando anche la scuola di pioniere.
Ed è qui che è arrivato mio figlio Luca, fortemente voluto e cercato, che ha cambiato la mia vita in mille modi senza saperlo, che è stato la mia salvezza. Sì, perché proprio a causa sua, grazie a lui e agli eventi che hanno seguito la sua nascita e segnato la sua crescita, ho spezzato le catene da cui mi ero lasciata imprigionare per anni.
La trasfusione forzata
Dopo l'intervento mi sono ritrovata intubata in rianimazione, respiravo grazie a un macchinario, non potevo parlare, mangiare, bere, muovermi né tantomeno alzarmi. Fuori dai vetri c'erano i miei genitori, mio marito e alcuni anziani della congregazione che presidiavano per essere certi che non accettassi la trasfusione. Mamma e papà, che sono cattolici, stavano impazzendo dalla disperazione e litigavano con tutti per mandarli via (questo ovviamente mi è stato raccontato molti giorni dopo dai miei genitori), ma mio marito e io eravamo irremovibili. Io continuavo a chiedere fogli su cui firmare che non volevo essere trasfusa e lui continuava a negare l'autorizzazione nei miei momenti di incoscienza. Qualche infermiera prendeva in braccio il mio bambino e me lo portava lì, fuori dai vetri, per farmi vedere che c'era lui, che io ero una mamma, che non potevo farlo diventare un orfano, ma neanche questi tentativi riuscivano a smuovermi, e di questo mi rammarico profondamente. Ho tradito l'amore più grande e più puro della mia vita, l'unico che aveva davvero bisogno di me.
L'emoglobina però continuava a scendere, era in atto uno stillicidio e nessuno capiva da dove perdessi sangue finché, arrivata a un livello limite, 3,6, ho perso conoscenza e i medici hanno informato i miei genitori e mio marito che non ce l'avrei fatta se non fossi stata trasfusa e che indugiando avrebbe potuto verificarsi una ischemia cerebrale o cardiaca e anche la morte. Ma la posizione non era cambiata, mio marito diceva "no" e nei rari momenti in cui mi risvegliavo io firmavo sempre per il no. I fratelli facevano i turni per presidiare e vigilare affinché non mi venissero somministrate le trasfusioni e credo che in quei momenti sia io che mio marito fossimo stati pesantemente condizionati dalla loro presenza. I miei genitori, anch'essi fuori dalla stanza, avevano percepito come si trattasse di una forma di controllo e continuavano a insistere perché se ne andassero in modo che noi fossimo più liberi di decidere. Le cose però sono andate diversamente perché è stato un giudice, interpellato dall'ospedale, a prendersi la responsabilità di emettere un'ordinanza che autorizzava i medici a eseguire la trasfusione. A questo punto si può pensare che fosse tutto finito, invece no, perché anche in questo momento, mentre la vita tornava in me e vedevo le sacche di sangue scendere nella mia vena, il pensiero dominante era: "Dovrei strappare questi tubi", come avevo letto nell'esperienza di una sorella spirituale che aveva vissuto una situazione analoga, riportata nella rivista che era l'organo ufficiale della società. Ma non l'ho fatto. Questa volta ho pensato a mio figlio, qualcuno aveva deciso per me, mi aveva liberato dalla responsabilità di infrangere la volontà di Dio, e io potevo forse essere la sua mamma e vederlo crescere.
Il verdetto e il silenzio dell'organizzazione
Finalmente, dopo dieci giorni, ho potuto uscire dalla rianimazione e tornare in reparto. Tutte le mamme sapevano la mia storia. Mi guardavano con disprezzo e nessuna voleva parlare con me. Ma io ero orgogliosa e fiera di aver fatto il possibile per rispettare la volontà di Dio, mi sentivo come una dei primi cristiani, perseguitati per amore della giustizia. E il mio cucciolo era lì con me.
Tornata a casa, per un intero mese ho atteso con trepidazione il verdetto degli anziani: sarei stata disassociata, cioè espulsa dall'organizzazione, per non essermi tolta gli aghi dalle vene? Avevo peccato? E cosa sarebbe successo a mio marito, che era un anziano della congregazione, visto che lui era il capo famiglia e le mie azioni si riflettevano su di lui e sulla sua reputazione? Gli sarebbe stato tolto l'incarico di anziano?
Ho trascorso molte notti seduta sul divano con Luca in braccio a pensare e a piangere. E perché piangevo? Perché mi vergognavo che in fondo ero felice di essere viva e di avere il mio bambino tra le braccia, di poterlo amare e crescere.
Finalmente, dopo un mese, ecco il verdetto: non sarei stata espulsa, non era colpa mia, non avevo peccato. Che sollievo!!! A questo punto il passo successivo sarebbe stato quello di denunciare l'ospedale per avermi trasfuso in modo coatto. Io mi sentivo come se fossi stata violentata, quindi mi sembrava giusto intraprendere un'azione legale contro chi aveva agito non rispettando la mia volontà. E qui è arrivata la prima grande delusione: la sede centrale, interpellata dagli anziani e da mio marito (chissà perché io non avevo nemmeno voce in capitolo…), ha risposto che non era il caso di procedere in questa direzione perché ciò avrebbe portato a costruire un caso mediatico e quindi a una cattiva pubblicità per l'organizzazione. Quindi la reputazione della congregazione era più preziosa delle persone ferite? Contava più della giustizia? Bisognava tacere per non danneggiare l'organizzazione?
Nota di Achille Lorenzi. I "fratelli" che facevano i turni fuori dalla rianimazione facevano parte del Comitato di Collegamento Ospedaliero, la struttura creata dalla Watch Tower proprio per presidiare questi casi e assicurarsi che il divieto sul sangue venga rispettato. È significativo che i genitori di Antonella, cattolici ed estranei all'organizzazione, abbiano percepito immediatamente quella presenza come una forma di controllo, tanto da insistere perché si allontanasse. A volte chi guarda la scena dall'esterno, senza il condizionamento di anni di insegnamento, vede più lucidamente di chi vi è immerso: non era assistenza spirituale, era sorveglianza perché Antonella e suo marito non cedessero.
In seguito a quegli eventi, il seme del dubbio cominciava a germogliare, in modo impercettibile, tanto che non riuscivo a identificarlo, ma si evidenziava solo con un malessere, una inquietudine, un disagio che mi portava a mangiare ancora e ancora… A causa di questi catastrofici eventi non ho potuto nemmeno allattare mio figlio al seno, e questo mi faceva sentire inadeguata, in colpa. E così il mio peso cresceva in modo direttamente proporzionale alla mia insoddisfazione. Mi dicevano che non pregavo abbastanza, non studiavo abbastanza le Sacre Scritture, così cercavo di fare sempre meglio, di impegnarmi nel divulgare il messaggio di casa in casa, portando anche lui, piccolissimo, nel passeggino, a compiere quella che credevo fosse l'opera più importante di tutte: seguire l'esempio di Gesù e degli apostoli diffondendo la buona notizia del Regno di Dio e dando alle persone la speranza di vivere per sempre in una terra paradisiaca. Ma qualcosa si stava incrinando.
E come dimenticare tutte le volte in cui invece delle favole della buonanotte gli leggevo "Il mio libro dei racconti biblici" (sempre io perché papà era troppo impegnato a preparare i discorsi per le adunanze, a studiare la Bibbia, a fare visita a fratelli che si stavano indebolendo nella fede, a partecipare alle adunanze degli anziani…), in cui si narravano episodi dell'Antico e del Nuovo Testamento, come l'annientamento dell'umanità attraverso il diluvio universale al tempo di Noè, la distruzione col fuoco delle città di Sodoma e Gomorra con tutti i loro abitanti, le dieci piaghe d'Egitto, Dio che richiude le acque del Mar Rosso sul popolo egiziano sterminandoli tutti, Abraamo che tenta di uccidere suo figlio Isacco, il re Erode che compie una strage di bambini, il discepolo Stefano che viene lapidato, l'annientamento di tutto il genere umano ad eccezione dei servitori di Dio nella guerra di Armaghedon, per portare in terra un nuovo mondo… Storie che conciliavano davvero il sonno… E oggi mi chiedo: ma come ho fatto a non capirlo? La risposta è una e soltanto una: il condizionamento mentale a cui si viene sottoposti quando si entra a far parte di un culto abusante e manipolatorio è un processo graduale, sottile e spesso invisibile a chi lo subisce. Dapprima si crea un legame emotivo e di fiducia, poi viene limitato l'accesso a informazioni esterne, il pensiero viene ristrutturato attraverso l'uso di un linguaggio esclusivo, che diventa uno strumento di controllo e sostituisce il pensiero critico con automatismi mentali, si regolano abitudini quotidiane, relazioni, abbigliamento, tempo, perfino pensieri o emozioni, si induce vergogna o colpa per pensieri indipendenti o desideri personali, si limitano le frequentazioni solo a quelli all'interno del gruppo che condividono lo stesso pensiero. Tutto questo avviene progressivamente e l'assidua frequentazione delle adunanze e delle assemblee ne è un aspetto importantissimo.
Poi tutti gli anni della scuola materna, elementare e media sono stati un vero incubo: non mangiare la torta di compleanno con gli altri bambini, niente lavoretti di Natale, per la festa della mamma e del papà, niente uova di Pasqua, niente mascherine e vestiti di carnevale, niente comunione, cresima, oratorio. E mentre tutti gli altri bambini socializzavano tra loro e anche le mamme costruivano amicizie, mio figlio, e io con lui, sempre isolati da tutto, guardati con diffidenza e distacco perché a ogni tentativo di coinvolgerci in festicciole e attività varie, la risposta era sempre, invariabilmente la stessa: "NO".
Luca però ha cominciato a farmi vacillare quando un giorno mi ha detto di voler frequentare un compagno di classe in prima media e io gli spiegavo che era una persona al di fuori della nostra cerchia di fratelli e quindi poteva non essere una buona compagnia. Non posso dimenticare la sua risposta: "Ma no mamma, è così bravo, e la sua mamma è così carina…". Quelle parole, così semplici, ma così profonde allo stesso tempo, mi hanno fatto riflettere. Davvero c'era qualcosa di sbagliato nel trascorrere qualche pomeriggio a fare i compiti e a giocare con un compagno di scuola? O eravamo noi a essere esagerati, troppo inquadrati, a vedere il male anche dove non c'era? Così ho cominciato a essere meno rigida, a lasciargli un po' di spazio. E oggi quel bambino è il suo più caro amico.
Anche le vacanze erano da organizzare seguendo i dettami dell'organizzazione: non bisognava saltare le adunanze settimanali (ben tre per un totale di cinque ore), non smettere di svolgere l'opera di predicazione di casa in casa dovunque ci trovassimo, di studiare la Bibbia. Pertanto prima di decidere la località si consultava l'elenco dei luoghi in cui si radunava una congregazione e ci si informava sui giorni e gli orari delle adunanze. Le valigie erano un vero incubo: bisognava portare tutto il necessario: Bibbia, libri, riviste, vestiti eleganti, cinture, cravatte, giacche, scarpe e calze da abbinare, le borse per uscire in predicazione, cancelleria per sottolineare il materiale di studio (sì perché guai a non studiare anche in vacanza!!!).
Ricordo ancora certe domeniche in cui uscivamo vestiti di tutto punto dalla nostra tenda in campeggio al mare con 40° e i vicini di tenda ci guardavano con aria stupefatta e nei loro occhi si leggeva la domanda: "Ma dove vanno questi combinati così?". Ma noi eravamo fieri perché ci sentivamo dei veri discepoli di Gesù che testimoniavano la Sua parola.
Ancora una volta il condizionamento mentale mi portava ad acuire i sensi di colpa e a ritenermi la principale responsabile dei miei stati d'animo negativi. Non ero abbastanza allineata, non pregavo a sufficienza…
Cosa ha fatto quindi scattare la molla? Cosa mi ha portato a riflettere seriamente sul tipo di vita che stavo conducendo e che stavo facendo condurre anche a mio figlio? Sì, proprio lui. Lui che stava palesemente cercando di barcamenarsi tra le nostre richieste e il bisogno di vivere la sua vita, lui che cercava di adeguarsi ma poi sentiva questo bisogno di ribellarsi e spesso mentiva per fare le sue esperienze senza essere giudicato o punito. Ma era evidente che non fosse sereno, che in tutte queste regole non si riconosceva, che non gli importasse nulla di frequentare le adunanze o andare a predicare la domenica mattina. E finalmente il mio istinto di mamma ha avuto il sopravvento. Ho cominciato a saltare qualche adunanza per tenerlo a casa con me, a fare qualche concessione in più anche contro il volere di suo padre, a parlargli per aiutarlo a capire che aderire a questo culto avrebbe dovuto essere una scelta sua e soltanto sua.
Sono stati anni difficili. Io volevo affrancarmi da questo legame che mi costringeva a coltivare pensieri non miei; ero stanca di ascoltare sempre le stesse cose alle adunanze da venticinque anni. Cominciavo a rendermi conto che, se all'inizio avevo davvero l'impressione di imparare qualcosa di nuovo sulla Bibbia e su Dio, con il tempo tutto si riduceva a una ripetizione continua degli stessi temi, come se si volesse conficcare un chiodo sempre più a fondo nella mente degli adepti. Ho sempre avuto una mente curiosa: sono un'informatica, amo imparare, ragionare, esplorare. Ma quella monotonia intellettuale, quell'insistenza nel ribadire fino allo sfinimento concetti sempre uguali, stava iniziando a logorarmi. Inoltre, più il tempo passava e più io diventavo una profonda conoscitrice delle Scritture e delle pubblicazioni dell'organizzazione ma, essendo "solo" una donna dovevo rimanere seduta al mio posto ad ascoltare umilmente fratelli che parlavano dal podio e pretendevano di insegnare pur avendo conosciuto solo di recente l'organizzazione, essendosi battezzati da poco e molto spesso possedendo una istruzione davvero limitata e faticando anche a esprimersi correttamente in lingua italiana. Trovavo davvero inaccettabile che si potessero ricevere privilegi spirituali solo perché di sesso maschile, indipendentemente dalle proprie capacità.
Ero giunta alla soglia dei quarant'anni e Luca ne aveva quattordici ed era nel pieno della sua adolescenza. Avevo fermamente deciso che quell'anno le vacanze sarebbero state diverse, così ho detto a mio marito: "O mi porti in un posto dove non ci sono i Testimoni di Geova o io non vengo in vacanza". E per qualche strana ragione lui mi ha accontentato, così siamo stati tre settimane in un villaggio in Egitto, a Hurghada, dove finalmente abbiamo potuto trascorrere delle vere vacanze. Luca e io, perché suo padre se ne stava tutto il giorno in spiaggia o a bordo piscina a leggere la Bibbia e le pubblicazioni. Credo si sentisse in colpa perché non frequentavamo le adunanze settimanali (in Egitto i Testimoni di Geova erano al bando) quindi seguiva il programma studiando da solo. Noi invece abbiamo partecipato a tutte le attività proposte dall'animazione del villaggio, lui con lo junior club e io con gli adulti. Così ho scoperto i balli latino americani e ho imparato a ridere e a scherzare assistendo agli spettacoli serali e lasciandomi trascinare dallo spirito giocoso della vacanza. Mi è rimasta impressa la domanda che una delle ultime sere mi ha rivolto una signora ospite del villaggio: "Ma tu sei qui da sola?". Non sapevo se ridere o piangere. Le ho spiegato che ero con mio marito e mio figlio ma che ognuno di loro si dedicava ad altre attività.
Al mio ritorno ho annunciato che non avrei più frequentato le adunanze, e così è stato. Ho chiesto a mio marito di fare da filtro e di bloccare qualsiasi tentativo di contattarmi. Per me, il tempo per essere aiutata era ormai finito. Nell'anno precedente avevo più volte chiesto agli anziani di venirci a dare qualche consiglio, perché la situazione stava precipitando; ma una volta mi risposero che, se non era mio marito a farne richiesta, loro non potevano intervenire in alcun modo, perché avrebbero scavalcato la sua autorità. In sostanza, mi stavano dicendo che non potevo invitare nella mia stessa casa i cosiddetti pastori spirituali senza il permesso di mio marito. Davvero umiliante! Quella è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Così, quando ho deciso di tagliare i ponti, non ho voluto che nessuno venisse a parlarmi.
Da quel momento è iniziata la mia liberazione dal condizionamento mentale. Non frequentando più le adunanze e i compagni di fede, non leggendo più le pubblicazioni, ho cominciato a pensare con la mia testa. Mi rendevo conto piano piano di poter avere delle idee mie, di poter gestire il mio tempo e le mie energie, di essere libera di leggere libri a mio piacimento. Ho cominciato ad avvicinarmi timidamente a qualche collega, a raccontarmi sinceramente con qualcuno una volta che avevo capito di potermi fidare. E soprattutto ho lasciato a Luca maggiore libertà di vivere un'esistenza più normale, pur sorvegliando da vicino ciò che faceva visto che era ancora molto giovane.
Nel giro di due anni la situazione familiare era diventata insostenibile. Vivevamo ormai vite separate e non c'era più nulla che ci unisse. Luca aveva iniziato il liceo, suo padre continuava nella sua routine di adunanze, studio e predicazione di casa in casa, mentre io non lo seguivo più. Non c'erano più momenti di svago o di relax: non frequentavamo più i fratelli di fede, ma allo stesso tempo non organizzavamo nulla come famiglia. Una semplice gita, un weekend fuori porta… niente era più possibile. Era come se fossimo morti dentro. Ed è stato in quel periodo che ho ripensato alle parole dello psichiatra. Avevo avuto il coraggio di allontanarmi dall'organizzazione ma dovevo chiudere anche il matrimonio se volevo riprendere in mano la mia vita. Ricordo come se fosse ora quel giorno in cui mio figlio è entrato in cucina e mi ha visto piangere disperatamente. Non dimenticherò mai quella conversazione. Aveva circa 15 anni e mi ha detto: "Basta mamma, non puoi continuare così". Io gli ho spiegato come mi sentivo e gli ho detto che non potevo privarlo di un padre a causa delle mie scelte, e lui ha risposto: "Lui resterà sempre mio padre. Tu fai quello che ti fa stare bene e non ti preoccupare. Vai, coraggio!". Così ho avuto la forza di andare avanti e di mettere fine a quella relazione che senza la religione non stava più in piedi, non era più nemmeno una relazione. E non smetterò mai di ringraziare Luca perché lui, così giovane, non solo non mi ha giudicato, ma mi ha aiutato a ricominciare a vivere.
Non posso certo dire che sia stata una passeggiata, per entrambi. Scrollandoci di dosso tutte quelle regole abbiamo dovuto imparare a darci dei limiti. Abbiamo fatto scelte sbagliate e ne abbiamo pagato il prezzo. Luca ha attraversato momenti in cui compagnie poco sane lo hanno fatto deviare dal suo percorso e riprendere in mano il suo viaggio non è stato affatto semplice. Ma anche quelle esperienze, difficili e a volte dolorose, lo hanno fatto crescere. Gli hanno permesso di diventare l'uomo che è oggi: non ciò che gli altri volevano che fosse, ma ciò che ha scelto consapevolmente di essere.
Il giorno in cui ci siamo presentati all'udienza per la separazione c'è stato un altro avvenimento che mi ha fatto riflettere: noi ci eravamo già accordati su come dividere casa, denaro, auto ma soprattutto per come gestire "insieme" Luca che aveva 16 anni ed era ancora minorenne. Il giudice (una donna) ci ha chiesto come pensavamo di organizzarci e noi abbiamo spiegato che Luca avrebbe vissuto con me e il sabato pomeriggio dopo la scuola avrebbe visto suo padre. Lei ci ha guardato esterrefatta e ha detto: "Solo il sabato pomeriggio? Ma non vi sembra un po' poco?". Mio marito ha risposto: "Ma io la domenica non posso, ho tante cose da fare…". Ha dovuto spiegare che queste "tante cose" erano la predicazione la mattina e l'adunanza il pomeriggio, lasciando sbigottita la giudice, che mi ha guardato per chiedere conferma e, quando io ho annuito, non ha potuto far altro che prendere atto della decisione e scriverla sulla sentenza. Io non avevo scelta perché diversamente avrei costretto Luca ad accompagnarlo nelle sue attività visto che lui non ci avrebbe mai rinunciato. Tutto il carico di responsabilità per la sua crescita quindi è gravato su di me, visto che sabato, dopo la scuola, lui andava a casa della nonna, dove incontrava suo padre che viveva lì, pranzava, poi tutti facevano il pisolino pomeridiano e alle 17.30-18 era già di ritorno a casa. Non è mai riuscito a passare dei momenti da solo con il padre per parlare. Io continuavo a dire a mio marito di trascorrere anche qualche serata con lui, di portarlo a mangiare una pizza solo loro due, ma non è mai successo. E ovviamente non appena raggiunta la maggiore età Luca ha smesso di andarci e i suoi rapporti col padre (se così possiamo chiamarli) si sono ulteriormente raffreddati.
Quegli anni iniziali sono stati davvero difficili per me: mi sono ritrovata senza amici, e tutte le relazioni sociali che avevo costruito fino ad allora si erano dissolte come bolle di sapone. Avevo poco più di quarant'anni e una grande voglia di ricominciare. Così ho iniziato ad avvicinarmi ad alcune colleghe che mi ispiravano fiducia, cosa che non avevo mai fatto prima. A poco a poco mi sono costruita una nuova rete di amicizie, che ancora oggi sono tra le persone a me più care.
Tre anni più tardi abbiamo ottenuto il divorzio ma, secondo le regole dell'organizzazione, non eravamo comunque liberi di risposarci finché non fosse emersa la prova di una relazione con una terza persona: per loro, infatti, agli occhi di Dio il matrimonio si scioglie solo con la morte o con l'adulterio.
L'anno successivo pertanto lui si è risposato con una "sorella" conosciuta appena pochi mesi prima e ben presto ha avuto anche un altro figlio (alla veneranda età di 55 anni).
È stato in quel periodo che, senza alcuna spiegazione, ha smesso completamente di parlarmi: non rispondeva più al telefono, ai messaggi, alle email, si è semplicemente dissolto dalla mia vita, proprio mentre Luca attraversava uno dei momenti più difficili, quando avrebbe avuto bisogno della presenza e del sostegno di un padre.
La sua scelta, però, è stata quella di seguire ciecamente la religione: ha messo da parte tutto, come se avesse cancellato il passato, dimenticando perfino di avere un figlio e rifiutando ogni responsabilità.
Luca aveva già 24 anni, e per me non è stato semplice stargli accanto in quella situazione così pesante. Ho dovuto prendere anche difficili decisioni, come quella di vendere casa e di aiutarlo ad acquistarne una sua per andarci a vivere da solo. Dovevo salvaguardare anche me stessa e metterlo nella condizione di assumersi tutte le responsabilità di una persona adulta, nella speranza che questo lo aiutasse a gestire meglio la sua vita. Eppure, nonostante tutto, ce l'abbiamo fatta. Lui, soprattutto, è stato straordinario: con una grande forza di volontà è riuscito a rialzarsi e a rimettersi in piedi.
Io ho fatto ciò che una madre fa: sostenerlo, stargli vicino, dimostrargli che c'ero e che ci sarò sempre ogni volta che avrà bisogno di me.
I suoi rapporti col padre, invece, si sono raffreddati sempre di più: ormai si riducono a qualche messaggio su WhatsApp e a rarissimi inviti a cena. Purtroppo abbiamo capito che, in certi casi, il fanatismo religioso può superare persino l'amore per il prossimo, anche quello verso i propri figli. E anche Luca, poco alla volta, se ne sta facendo una ragione, anche se non ha nessuna stima di suo padre, lo considera un inetto, non in grado di prendere decisioni autonome e di avere pensieri suoi.
Luca ora si è sposato e devo dire che osservandolo sono fiera di lui e del lavoro che ho fatto (e me ne assumo tutti i meriti) per crescerlo come una persona libera, matura ed equilibrata. Sono orgogliosa anche del grande lavoro che ha fatto su se stesso per diventare un uomo responsabile, coraggioso e in grado di assumersi pienamente le responsabilità.
Per concludere, non posso certo dire che liberarsi dalle catene con cui questa organizzazione ci aveva avvolto sia stata una passeggiata. Ricostruire una vita da zero e imparare a pensare con la nostra testa è stato un percorso lungo e complesso. Le conseguenze si vedono ancora nel nostro modo di essere: nel carattere, nel modo in cui ci relazioniamo agli altri, affrontiamo i problemi e prendiamo decisioni non più preconfezionate. Abbiamo pagato anche il prezzo di alcune scelte sbagliate, ma siamo cresciuti. Oggi siamo ciò che desideriamo essere: pensiamo liberamente, leggiamo ciò che vogliamo, ci informiamo attraverso le fonti che scegliamo, frequentiamo gli amici che sentiamo davvero nostri e diamo alle nostre vite la direzione che più ci rispecchia.
Un figlio che cresce isolato
Ricordo ancora un giorno quando stavamo compiendo l'opera di casa in casa e mio figlio ha voluto suonare il campanello e dire qualche parola. Aveva più o meno tre anni e la signora alla porta in modo sgarbato mi ha apostrofato dicendo: "Ma non vi vergognate? Usate i bambini, come gli zingari!". Da quella volta io mi sono rifiutata di portarlo con me e di fargli provare ancora un'umiliazione così grande. Lui non sapeva nemmeno cosa fossero gli zingari, ma aveva avvertito il tono denigratorio e ci era rimasto male.
E come dimenticare tutte le volte in cui invece delle favole della buonanotte gli leggevo "Il mio libro dei racconti biblici" (sempre io perché papà era troppo impegnato a preparare i discorsi per le adunanze, a studiare la Bibbia, a fare visita a fratelli che si stavano indebolendo nella fede, a partecipare alle adunanze degli anziani…), in cui si narravano episodi dell'Antico e del Nuovo Testamento, come l'annientamento dell'umanità attraverso il diluvio universale al tempo di Noè, la distruzione col fuoco delle città di Sodoma e Gomorra con tutti i loro abitanti, le dieci piaghe d'Egitto, Dio che richiude le acque del Mar Rosso sul popolo egiziano sterminandoli tutti, Abraamo che tenta di uccidere suo figlio Isacco, il re Erode che compie una strage di bambini, il discepolo Stefano che viene lapidato, l'annientamento di tutto il genere umano ad eccezione dei servitori di Dio nella guerra di Armaghedon, per portare in terra un nuovo mondo… Storie che conciliavano davvero il sonno… E oggi mi chiedo: ma come ho fatto a non capirlo? La risposta è una e soltanto una: il condizionamento mentale a cui si viene sottoposti quando si entra a far parte di un culto abusante e manipolatorio è un processo graduale, sottile e spesso invisibile a chi lo subisce. Dapprima si crea un legame emotivo e di fiducia, poi viene limitato l'accesso a informazioni esterne, il pensiero viene ristrutturato attraverso l'uso di un linguaggio esclusivo, che diventa uno strumento di controllo e sostituisce il pensiero critico con automatismi mentali, si regolano abitudini quotidiane, relazioni, abbigliamento, tempo, perfino pensieri o emozioni, si induce vergogna o colpa per pensieri indipendenti o desideri personali, si limitano le frequentazioni solo a quelli all'interno del gruppo che condividono lo stesso pensiero. Tutto questo avviene progressivamente e l'assidua frequentazione delle adunanze e delle assemblee ne è un aspetto importantissimo.
Poi tutti gli anni della scuola materna, elementare e media sono stati un vero incubo: non mangiare la torta di compleanno con gli altri bambini, niente lavoretti di Natale, per la festa della mamma e del papà, niente uova di Pasqua, niente mascherine e vestiti di carnevale, niente comunione, cresima, oratorio. E mentre tutti gli altri bambini socializzavano tra loro e anche le mamme costruivano amicizie, mio figlio, e io con lui, sempre isolati da tutto, guardati con diffidenza e distacco perché a ogni tentativo di coinvolgerci in festicciole e attività varie, la risposta era sempre, invariabilmente la stessa: "NO".
Luca però ha cominciato a farmi vacillare quando un giorno mi ha detto di voler frequentare un compagno di classe in prima media e io gli spiegavo che era una persona al di fuori della nostra cerchia di fratelli e quindi poteva non essere una buona compagnia. Non posso dimenticare la sua risposta: "Ma no mamma, è così bravo, e la sua mamma è così carina…". Quelle parole, così semplici, ma così profonde allo stesso tempo, mi hanno fatto riflettere. Davvero c'era qualcosa di sbagliato nel trascorrere qualche pomeriggio a fare i compiti e a giocare con un compagno di scuola? O eravamo noi a essere esagerati, troppo inquadrati, a vedere il male anche dove non c'era? Così ho cominciato a essere meno rigida, a lasciargli un po' di spazio. E oggi quel bambino è il suo più caro amico.
Anche le vacanze erano da organizzare seguendo i dettami dell'organizzazione: non bisognava saltare le adunanze settimanali (ben tre per un totale di cinque ore), non smettere di svolgere l'opera di predicazione di casa in casa dovunque ci trovassimo, di studiare la Bibbia. Pertanto prima di decidere la località si consultava l'elenco dei luoghi in cui si radunava una congregazione e ci si informava sui giorni e gli orari delle adunanze. Le valigie erano un vero incubo: bisognava portare tutto il necessario: Bibbia, libri, riviste, vestiti eleganti, cinture, cravatte, giacche, scarpe e calze da abbinare, le borse per uscire in predicazione, cancelleria per sottolineare il materiale di studio (sì perché guai a non studiare anche in vacanza!!!).
Ricordo ancora certe domeniche in cui uscivamo vestiti di tutto punto dalla nostra tenda in campeggio al mare con 40° e i vicini di tenda ci guardavano con aria stupefatta e nei loro occhi si leggeva la domanda: "Ma dove vanno questi combinati così?". Ma noi eravamo fieri perché ci sentivamo dei veri discepoli di Gesù che testimoniavano la Sua parola.
La crepa nel condizionamento
Intanto il tempo trascorreva inesorabile e io mi sentivo sempre più insoddisfatta. Il mio peso aumentava a dismisura. Ho provato a consultare uno psichiatra ma ero frenata anche con lui nel parlare: non potevo dire che il mio matrimonio cristiano era insoddisfacente, non potevo certo raccontare che mi sentivo infelice per il tipo di vita che stavo conducendo, cercavo di mascherare tutto fingendo che tutto andasse per il verso giusto. Non dimenticherò mai le parole che mi disse un giorno, parole che lasciarono il segno e che mi indussero a riflettere: "Signora, quando lei sarà pronta per parlare della sua religione e del suo matrimonio, allora torni da me. Fino a quel momento è inutile che lei continui a venire". Tornata a casa non riuscivo a smettere di pensarci. Era vero. Aveva fatto centro. C'erano dei problemi legati a questi due aspetti e io non li volevo riconoscere perché non potevo recare "biasimo" sull'organizzazione e dare l'idea a qualcuno, anche se si trattava di un medico, che al suo interno ci fosse spazio per l'infelicità, l'insoddisfazione, lo sconforto, la disperazione, l'ansia, la tristezza. Per lo stesso motivo non riuscivo ad aprirmi nemmeno con i miei genitori: era impensabile far capire loro che non ero felice, rischiando così di scoraggiare una loro eventuale futura conversione.
Ancora una volta il condizionamento mentale mi portava ad acuire i sensi di colpa e a ritenermi la principale responsabile dei miei stati d'animo negativi. Non ero abbastanza allineata, non pregavo a sufficienza…
Cosa ha fatto quindi scattare la molla? Cosa mi ha portato a riflettere seriamente sul tipo di vita che stavo conducendo e che stavo facendo condurre anche a mio figlio? Sì, proprio lui. Lui che stava palesemente cercando di barcamenarsi tra le nostre richieste e il bisogno di vivere la sua vita, lui che cercava di adeguarsi ma poi sentiva questo bisogno di ribellarsi e spesso mentiva per fare le sue esperienze senza essere giudicato o punito. Ma era evidente che non fosse sereno, che in tutte queste regole non si riconosceva, che non gli importasse nulla di frequentare le adunanze o andare a predicare la domenica mattina. E finalmente il mio istinto di mamma ha avuto il sopravvento. Ho cominciato a saltare qualche adunanza per tenerlo a casa con me, a fare qualche concessione in più anche contro il volere di suo padre, a parlargli per aiutarlo a capire che aderire a questo culto avrebbe dovuto essere una scelta sua e soltanto sua.
Sono stati anni difficili. Io volevo affrancarmi da questo legame che mi costringeva a coltivare pensieri non miei; ero stanca di ascoltare sempre le stesse cose alle adunanze da venticinque anni. Cominciavo a rendermi conto che, se all'inizio avevo davvero l'impressione di imparare qualcosa di nuovo sulla Bibbia e su Dio, con il tempo tutto si riduceva a una ripetizione continua degli stessi temi, come se si volesse conficcare un chiodo sempre più a fondo nella mente degli adepti. Ho sempre avuto una mente curiosa: sono un'informatica, amo imparare, ragionare, esplorare. Ma quella monotonia intellettuale, quell'insistenza nel ribadire fino allo sfinimento concetti sempre uguali, stava iniziando a logorarmi. Inoltre, più il tempo passava e più io diventavo una profonda conoscitrice delle Scritture e delle pubblicazioni dell'organizzazione ma, essendo "solo" una donna dovevo rimanere seduta al mio posto ad ascoltare umilmente fratelli che parlavano dal podio e pretendevano di insegnare pur avendo conosciuto solo di recente l'organizzazione, essendosi battezzati da poco e molto spesso possedendo una istruzione davvero limitata e faticando anche a esprimersi correttamente in lingua italiana. Trovavo davvero inaccettabile che si potessero ricevere privilegi spirituali solo perché di sesso maschile, indipendentemente dalle proprie capacità.
Ero giunta alla soglia dei quarant'anni e Luca ne aveva quattordici ed era nel pieno della sua adolescenza. Avevo fermamente deciso che quell'anno le vacanze sarebbero state diverse, così ho detto a mio marito: "O mi porti in un posto dove non ci sono i Testimoni di Geova o io non vengo in vacanza". E per qualche strana ragione lui mi ha accontentato, così siamo stati tre settimane in un villaggio in Egitto, a Hurghada, dove finalmente abbiamo potuto trascorrere delle vere vacanze. Luca e io, perché suo padre se ne stava tutto il giorno in spiaggia o a bordo piscina a leggere la Bibbia e le pubblicazioni. Credo si sentisse in colpa perché non frequentavamo le adunanze settimanali (in Egitto i Testimoni di Geova erano al bando) quindi seguiva il programma studiando da solo. Noi invece abbiamo partecipato a tutte le attività proposte dall'animazione del villaggio, lui con lo junior club e io con gli adulti. Così ho scoperto i balli latino americani e ho imparato a ridere e a scherzare assistendo agli spettacoli serali e lasciandomi trascinare dallo spirito giocoso della vacanza. Mi è rimasta impressa la domanda che una delle ultime sere mi ha rivolto una signora ospite del villaggio: "Ma tu sei qui da sola?". Non sapevo se ridere o piangere. Le ho spiegato che ero con mio marito e mio figlio ma che ognuno di loro si dedicava ad altre attività.
Al mio ritorno ho annunciato che non avrei più frequentato le adunanze, e così è stato. Ho chiesto a mio marito di fare da filtro e di bloccare qualsiasi tentativo di contattarmi. Per me, il tempo per essere aiutata era ormai finito. Nell'anno precedente avevo più volte chiesto agli anziani di venirci a dare qualche consiglio, perché la situazione stava precipitando; ma una volta mi risposero che, se non era mio marito a farne richiesta, loro non potevano intervenire in alcun modo, perché avrebbero scavalcato la sua autorità. In sostanza, mi stavano dicendo che non potevo invitare nella mia stessa casa i cosiddetti pastori spirituali senza il permesso di mio marito. Davvero umiliante! Quella è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Così, quando ho deciso di tagliare i ponti, non ho voluto che nessuno venisse a parlarmi.
Da quel momento è iniziata la mia liberazione dal condizionamento mentale. Non frequentando più le adunanze e i compagni di fede, non leggendo più le pubblicazioni, ho cominciato a pensare con la mia testa. Mi rendevo conto piano piano di poter avere delle idee mie, di poter gestire il mio tempo e le mie energie, di essere libera di leggere libri a mio piacimento. Ho cominciato ad avvicinarmi timidamente a qualche collega, a raccontarmi sinceramente con qualcuno una volta che avevo capito di potermi fidare. E soprattutto ho lasciato a Luca maggiore libertà di vivere un'esistenza più normale, pur sorvegliando da vicino ciò che faceva visto che era ancora molto giovane.
Nel giro di due anni la situazione familiare era diventata insostenibile. Vivevamo ormai vite separate e non c'era più nulla che ci unisse. Luca aveva iniziato il liceo, suo padre continuava nella sua routine di adunanze, studio e predicazione di casa in casa, mentre io non lo seguivo più. Non c'erano più momenti di svago o di relax: non frequentavamo più i fratelli di fede, ma allo stesso tempo non organizzavamo nulla come famiglia. Una semplice gita, un weekend fuori porta… niente era più possibile. Era come se fossimo morti dentro. Ed è stato in quel periodo che ho ripensato alle parole dello psichiatra. Avevo avuto il coraggio di allontanarmi dall'organizzazione ma dovevo chiudere anche il matrimonio se volevo riprendere in mano la mia vita. Ricordo come se fosse ora quel giorno in cui mio figlio è entrato in cucina e mi ha visto piangere disperatamente. Non dimenticherò mai quella conversazione. Aveva circa 15 anni e mi ha detto: "Basta mamma, non puoi continuare così". Io gli ho spiegato come mi sentivo e gli ho detto che non potevo privarlo di un padre a causa delle mie scelte, e lui ha risposto: "Lui resterà sempre mio padre. Tu fai quello che ti fa stare bene e non ti preoccupare. Vai, coraggio!". Così ho avuto la forza di andare avanti e di mettere fine a quella relazione che senza la religione non stava più in piedi, non era più nemmeno una relazione. E non smetterò mai di ringraziare Luca perché lui, così giovane, non solo non mi ha giudicato, ma mi ha aiutato a ricominciare a vivere.
Non posso certo dire che sia stata una passeggiata, per entrambi. Scrollandoci di dosso tutte quelle regole abbiamo dovuto imparare a darci dei limiti. Abbiamo fatto scelte sbagliate e ne abbiamo pagato il prezzo. Luca ha attraversato momenti in cui compagnie poco sane lo hanno fatto deviare dal suo percorso e riprendere in mano il suo viaggio non è stato affatto semplice. Ma anche quelle esperienze, difficili e a volte dolorose, lo hanno fatto crescere. Gli hanno permesso di diventare l'uomo che è oggi: non ciò che gli altri volevano che fosse, ma ciò che ha scelto consapevolmente di essere.
Il giorno in cui ci siamo presentati all'udienza per la separazione c'è stato un altro avvenimento che mi ha fatto riflettere: noi ci eravamo già accordati su come dividere casa, denaro, auto ma soprattutto per come gestire "insieme" Luca che aveva 16 anni ed era ancora minorenne. Il giudice (una donna) ci ha chiesto come pensavamo di organizzarci e noi abbiamo spiegato che Luca avrebbe vissuto con me e il sabato pomeriggio dopo la scuola avrebbe visto suo padre. Lei ci ha guardato esterrefatta e ha detto: "Solo il sabato pomeriggio? Ma non vi sembra un po' poco?". Mio marito ha risposto: "Ma io la domenica non posso, ho tante cose da fare…". Ha dovuto spiegare che queste "tante cose" erano la predicazione la mattina e l'adunanza il pomeriggio, lasciando sbigottita la giudice, che mi ha guardato per chiedere conferma e, quando io ho annuito, non ha potuto far altro che prendere atto della decisione e scriverla sulla sentenza. Io non avevo scelta perché diversamente avrei costretto Luca ad accompagnarlo nelle sue attività visto che lui non ci avrebbe mai rinunciato. Tutto il carico di responsabilità per la sua crescita quindi è gravato su di me, visto che sabato, dopo la scuola, lui andava a casa della nonna, dove incontrava suo padre che viveva lì, pranzava, poi tutti facevano il pisolino pomeridiano e alle 17.30-18 era già di ritorno a casa. Non è mai riuscito a passare dei momenti da solo con il padre per parlare. Io continuavo a dire a mio marito di trascorrere anche qualche serata con lui, di portarlo a mangiare una pizza solo loro due, ma non è mai successo. E ovviamente non appena raggiunta la maggiore età Luca ha smesso di andarci e i suoi rapporti col padre (se così possiamo chiamarli) si sono ulteriormente raffreddati.
Quegli anni iniziali sono stati davvero difficili per me: mi sono ritrovata senza amici, e tutte le relazioni sociali che avevo costruito fino ad allora si erano dissolte come bolle di sapone. Avevo poco più di quarant'anni e una grande voglia di ricominciare. Così ho iniziato ad avvicinarmi ad alcune colleghe che mi ispiravano fiducia, cosa che non avevo mai fatto prima. A poco a poco mi sono costruita una nuova rete di amicizie, che ancora oggi sono tra le persone a me più care.
La rottura e la disassociazione
Dopo circa due anni dalla separazione la mia situazione nell'organizzazione non era ancora ben definita: io risultavo ancora una sorella battezzata ma inattiva. Ciò significa che non partecipavo più alla predicazione e non mi associavo alla congregazione locale, cioè non frequentavo più le adunanze. Una domenica mattina sono andata in centro a bere un caffè con un amico e sono entrati al bar un anziano (quello che mi aveva detto di non poter venire a casa mia se non invitato da mio marito) e un altro fratello che stavano facendo una pausa durante la predicazione di casa in casa. Il giorno successivo ho ricevuto da lui una telefonata in cui mi chiedeva di poter venire a casa mia a farmi una visita "pastorale" perché c'era un nuovo sorvegliante di circoscrizione (un anziano itinerante che visita le congregazioni di una determinata zona e rimane una settimana per analizzarne l'andamento spirituale e fornire incoraggiamento) che voleva conoscermi. Ho accettato serenamente ma mi aspettava una sgradita sorpresa: quando sono arrivati, dopo i convenevoli, mi hanno detto (testuali parole perché non posso dimenticarle): "Tu sei ancora una sorella e le tue azioni possono recare biasimo sul nome di Geova. Anche se siete separati, davanti a Dio siete ancora sposati perché non c'è stato adulterio (che secondo la Bibbia è l'unico motivo scritturale per poter divorziare), quindi non costringerci a spiacevoli azioni di polizia". Prima di dire qual è stata la mia risposta è necessario che io spieghi ai non addetti ai lavori cosa voleva significare quella frase apparentemente incomprensibile a tutte le persone normali, ma che io ho capito al volo, e lo spiegherò raccontando un episodio avvenuto diversi anni prima: la famiglia dei nostri amici più cari, anch'essi Testimoni di Geova, aveva vissuto una separazione assurda, avevano tre figli, la più grande di dodici anni, uno di sette e la più piccola di due, e il marito di punto in bianco ha lasciato tutto ed è andato via in malo modo, abbandonando casa, moglie, figli, la religione… tutto. La moglie ha cercato di tirare avanti al meglio delle sue possibilità ma era in serie difficoltà sia economiche sia per la gestione di tre figli. Non ha ricevuto nessun aiuto dalla congregazione perché ritenuta "poco spirituale" visto che non era regolare nella predicazione e nella frequenza alle adunanze. Ha quindi cercato a modo suo di ricreare una famiglia frequentando delle persone. Anche lei però era ancora formalmente una sorella battezzata, quindi per disassociarla occorrevano delle prove della sua immoralità sessuale. Gli anziani hanno pertanto incaricato dei fratelli di fare un appostamento sotto casa sua per vedere se trascorreva la notte con qualche uomo (era stato chiesto anche a mio marito ma lui si è rifiutato di farlo per fortuna). Al primo appostamento era uscito un signore da casa sua alle due di notte, ma questo era stato ritenuto insufficiente dagli anziani, perciò è seguito un secondo appostamento e questa volta l'uomo è uscito alle sei di mattina, di conseguenza si è supposto che avesse commesso immoralità (io trovo sconcertante questa conclusione) ed è stata disassociata. E a questo punto diventa chiarissimo a cosa si riferiva l'anziano con le "spiacevoli azioni di polizia", pertanto posso riprendere il mio racconto di quella giornata. Io li ho guardati negli occhi e ho risposto: "Non provate a fare appostamenti sotto casa mia perché io chiamerò i Carabinieri". Ci siamo congedati in tutta fretta e il giorno dopo ho presentato la mia lettera di dissociazione. Finalmente ero libera!!!
Tre anni più tardi abbiamo ottenuto il divorzio ma, secondo le regole dell'organizzazione, non eravamo comunque liberi di risposarci finché non fosse emersa la prova di una relazione con una terza persona: per loro, infatti, agli occhi di Dio il matrimonio si scioglie solo con la morte o con l'adulterio.
Il prezzo della libertà
Ovviamente tutto ciò non riguardava più me, perché non ero tenuta a seguire le loro regole. Il mio ex marito, però, desiderava costruirsi una nuova famiglia e, per poterlo fare secondo le regole dell'organizzazione, mi chiese di mettere per iscritto in modo esplicito i dettagli di una relazione che avevo avuto, così da poter dimostrare formalmente l'adulterio, unico motivo scritturale che secondo i Testimoni di Geova scioglie il matrimonio agli occhi di Dio. Pur provando un profondo senso di contrarietà, alla fine ho accettato: volevo bene a quell'uomo e desideravo che potesse essere felice. Ho scritto una prima lettera ma mi è stato detto che non era abbastanza esplicita, e mi è stato chiesto di riformularla in modo più chiaro. Sono rimasta disgustata da quella richiesta, che invadeva la mia sfera più privata, ma l'ho fatto comunque, per permettergli di rifarsi una vita. Ora so che non lo meritava…
L'anno successivo pertanto lui si è risposato con una "sorella" conosciuta appena pochi mesi prima e ben presto ha avuto anche un altro figlio (alla veneranda età di 55 anni).
È stato in quel periodo che, senza alcuna spiegazione, ha smesso completamente di parlarmi: non rispondeva più al telefono, ai messaggi, alle email, si è semplicemente dissolto dalla mia vita, proprio mentre Luca attraversava uno dei momenti più difficili, quando avrebbe avuto bisogno della presenza e del sostegno di un padre.
La sua scelta, però, è stata quella di seguire ciecamente la religione: ha messo da parte tutto, come se avesse cancellato il passato, dimenticando perfino di avere un figlio e rifiutando ogni responsabilità.
Luca aveva già 24 anni, e per me non è stato semplice stargli accanto in quella situazione così pesante. Ho dovuto prendere anche difficili decisioni, come quella di vendere casa e di aiutarlo ad acquistarne una sua per andarci a vivere da solo. Dovevo salvaguardare anche me stessa e metterlo nella condizione di assumersi tutte le responsabilità di una persona adulta, nella speranza che questo lo aiutasse a gestire meglio la sua vita. Eppure, nonostante tutto, ce l'abbiamo fatta. Lui, soprattutto, è stato straordinario: con una grande forza di volontà è riuscito a rialzarsi e a rimettersi in piedi.
Io ho fatto ciò che una madre fa: sostenerlo, stargli vicino, dimostrargli che c'ero e che ci sarò sempre ogni volta che avrà bisogno di me.
I suoi rapporti col padre, invece, si sono raffreddati sempre di più: ormai si riducono a qualche messaggio su WhatsApp e a rarissimi inviti a cena. Purtroppo abbiamo capito che, in certi casi, il fanatismo religioso può superare persino l'amore per il prossimo, anche quello verso i propri figli. E anche Luca, poco alla volta, se ne sta facendo una ragione, anche se non ha nessuna stima di suo padre, lo considera un inetto, non in grado di prendere decisioni autonome e di avere pensieri suoi.
Luca ora si è sposato e devo dire che osservandolo sono fiera di lui e del lavoro che ho fatto (e me ne assumo tutti i meriti) per crescerlo come una persona libera, matura ed equilibrata. Sono orgogliosa anche del grande lavoro che ha fatto su se stesso per diventare un uomo responsabile, coraggioso e in grado di assumersi pienamente le responsabilità.
Per concludere, non posso certo dire che liberarsi dalle catene con cui questa organizzazione ci aveva avvolto sia stata una passeggiata. Ricostruire una vita da zero e imparare a pensare con la nostra testa è stato un percorso lungo e complesso. Le conseguenze si vedono ancora nel nostro modo di essere: nel carattere, nel modo in cui ci relazioniamo agli altri, affrontiamo i problemi e prendiamo decisioni non più preconfezionate. Abbiamo pagato anche il prezzo di alcune scelte sbagliate, ma siamo cresciuti. Oggi siamo ciò che desideriamo essere: pensiamo liberamente, leggiamo ciò che vogliamo, ci informiamo attraverso le fonti che scegliamo, frequentiamo gli amici che sentiamo davvero nostri e diamo alle nostre vite la direzione che più ci rispecchia.
E SICURAMENTE NE È VALSA LA PENA!!!
Antonella Papa
Nota di Achille Lorenzi. Vale la pena osservare che l'ospedale di Melegnano, dove Antonella ha partorito, non era un centro ostile ai Testimoni di Geova: al contrario, aveva un'intesa ufficiale con l'organizzazione per la sperimentazione di metodi alternativi alla trasfusione, tanto che un articolo pubblicato dopo il 2005 a firma di Alessandra Zanardi riporta le parole dello stesso direttore sanitario dell'Azienda ospedaliera melegnanese, Ruggero Rocchi: in caso di pericolo di vita o incoscienza del paziente, dichiara, non ci sono alternative di sorta. Lo stesso articolo precisa che il sangue raccolto dai donatori è sicuro. Non lo dice un oppositore dei Testimoni di Geova, lo dice chi lavorava ogni giorno con loro per ridurre il ricorso al sangue. La storia di Antonella è la prova concreta di quella frase.
Per approfondire il tema della trasfusione forzata e del divieto sul sangue tra i Testimoni di Geova, si vedano anche le pagine "Sangue: perché è così prezioso?" e "Il costo in vite umane della dottrina sul sangue".