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Le dottrine
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Giusto Lipsio, l'autore citato contro sé stesso

Che cosa dice davvero il "De cruce libri tres", da cui proviene l'incisione del palo

Frontespizio del De cruce libri tres di Giusto Lipsio, Anversa 1594

Il frontespizio dell'edizione di Anversa del 1594. In alto l'impresa di Lipsio, in basso il motto Labore et constantia della stamperia Plantiniana.

C'è un'immagine che chiunque abbia discusso con un TdG sulla questione del palo prima o poi si vede arrivare. Un uomo nudo, visto di spalle, appeso per i polsi a un palo verticale, le braccia unite sopra il capo, i piedi inchiodati insieme in basso. È un'incisione cinquecentesca, ha l'aria autorevole che hanno le cose antiche, e viene presentata come la prova che gli studiosi, quelli veri, sapevano benissimo che i Romani usavano un semplice palo. La Watch Tower l'ha riprodotta per decenni nelle proprie pubblicazioni, e da lì è passata ai siti, ai gruppi Facebook, ai volantini.

Quell'incisione esiste davvero, e la fonte è indicata correttamente: viene dal De cruce libri tres ad sacram profanamque historiam utiles di Giusto Lipsio. Il problema non è l'immagine. Il problema è tutto il resto del libro, che non viene mai citato. Perché Lipsio, in quelle stesse pagine, scrive nero su bianco di ritenere e di dichiarare che Cristo morì su una croce a due bracci.

Quanto segue è verificato direttamente sull'edizione di Anversa del 1594, integralmente digitalizzata e liberamente consultabile. I rimandi sono al libro, al capitolo e al foglio, così che chiunque possa controllare.



Chi era Giusto Lipsio

Joest Lips, latinizzato in Iustus Lipsius e italianizzato in Giusto Lipsio, nacque a Overijse presso Bruxelles nel 1547 e morì a Lovanio nel 1606. È stato uno dei maggiori filologi europei del suo tempo, l'uomo che diede alle stampe l'edizione critica di Tacito che fece testo per due secoli e che rimise in circolazione Seneca, dando avvio alla corrente di pensiero che gli storici chiamano neostoicismo. Insegnò a Jena, a Leida e infine a Lovanio, passando dal cattolicesimo al luteranesimo, poi al calvinismo, per tornare definitivamente alla Chiesa cattolica nel 1591.

Non era un teologo e non scriveva per difendere una dottrina. Era un antiquario, nel senso tecnico che la parola aveva allora: uno studioso che raccoglie, confronta e classifica le testimonianze degli autori antichi. È esattamente ciò che fa nel De cruce, e proprio per questo il suo libro resta una fonte utile. Ma è una fonte che va letta per intero.

Che cos'è il "De cruce libri tres"

L'opera esce ad Anversa nel 1593 presso l'Officina Plantiniana, la stamperia di Cristoforo Plantin, e viene subito ristampata nel 1594 per i tipi della vedova di Plantin e di Giovanni Moretus. Nel 1595 ne cura una ristampa Domenico Basa, direttore della Stamperia Vaticana, e nei decenni successivi si susseguono numerose edizioni, fra cui quella di Anversa del 1629 che è poi quella citata dalla Watch Tower.[1] Le incisioni sono attribuite all'olandese Peter van der Borcht.

Il frontespizio annuncia Vnà cum Notis, cioè "insieme con le Note". Sono proprio quelle Note, collocate in fondo al volume, a contenere alcune delle tavole più eloquenti. Chi ha ritagliato la sola crux simplex non è arrivato nemmeno a sfogliare la seconda metà del libro.

È un'opera filologica dedicata a tutte le forme di supplizio per sospensione note dalle fonti antiche. Ed è proprio con questo libro che entra nell'uso la terminologia tecnica che ancora oggi tutti adoperano, TdG compresi, spesso senza sapere da dove venga. Nel libro I, capitolo V, al foglio 8, Lipsio scrive:

«Duplex genus Crucium statuo, Simplex et Compacta: illud voco, cum in uno simplicique ligno fit affixio, aut infixio», cioè: stabilisco due generi di croce, la semplice e la composta; chiamo semplice quella in cui l'affissione, oppure l'infissione, avviene su un unico e solo legno.

La crux simplex si divide dunque in ad affixionem, quando il condannato vi viene affisso, e ad infixionem, quando il palo viene conficcato nel corpo, cioè l'impalamento vero e proprio (libro I, capitolo VI, foglio 10). La crux compacta, quella «fatta a mano, e da due legni», si divide a sua volta in decussata a forma di X (capitolo VII), commissa a forma di T (capitolo VIII) e immissa, la croce latina con il montante che sporge sopra la traversa (capitolo IX).

Vale la pena fermarsi un istante su questo punto. Quando un TdG scrive che «esisteva la crux simplex», sta usando una categoria coniata da Lipsio. Sta cioè attingendo, senza saperlo, al vocabolario di un autore che poche pagine più avanti spiega perché quella categoria non si applica al caso di Gesù.

Che cosa illustra davvero quell'incisione

L'incisione della crux simplex si trova al foglio 9, dentro il capitolo V. Non è un'ipotesi sulla morte di Gesù: è la tavola che accompagna la definizione della categoria. E il testo che le sta accanto non parla affatto del Calvario. Lipsio vi cita un passo del Martyrologium alla data del 24 settembre, relativo al martirio di san Pafnuzio, che secondo quella fonte «ipsius palmae arbori affigitur», viene affisso alla pianta stessa di una palma, mentre i suoi compagni sono uccisi di spada.

Un uomo affisso al tronco di una palma, tavola del libro I capitolo V del De cruce di Giusto Lipsio

Libro I, capitolo V, foglio 9: l'affissione al tronco di un albero. Nessuno ha mai sostenuto che Gesù sia morto su una palma.

Nel capitolo successivo, il VI, Lipsio passa alla crux simplex ad infixionem, l'impalamento, e cita Seneca, Esichio di Alessandria, Mecenate e Plinio il Vecchio. Nel VII arriva alla crux decussata e discute il caso di sant'Andrea. Sta facendo un catalogo, capitolo per capitolo, forma per forma. Chi estrae una sola tavola da un catalogo e la presenta come la conclusione dell'autore non sta citando: sta ritagliando.

Un intero capitolo sulla croce immissa

Il capitolo IX del libro I, ai fogli 17-21, si intitola Affirmata Crux Immissa e scriptis maxime Patrum, cioè "La croce immissa affermata soprattutto dagli scritti dei Padri". Lipsio la definisce così:

«Denique Immissa crux est, cum ligno erecto transversum alterum iniungitur atque immittitur, sed sic ut ipsum secet», infine la croce immissa si ha quando al legno eretto se ne unisce e se ne inserisce un altro trasversale, ma in modo che lo tagli. E aggiunge: «Quis de ista ambiget?», chi mai dubiterà di questa? Ce la mettono davanti agli occhi tanto le raffigurazioni quanto gli scritti antichi.

La crux immissa nel libro I capitolo IX del De cruce di Giusto Lipsio

Libro I, capitolo IX, foglio 17: la crux immissa. È nello stesso libro dell'incisione del palo, otto fogli più avanti, e non viene mai riprodotta.

Seguono, per cinque fogli fitti, Giustino Martire, Girolamo, Tertulliano, Minucio Felice, Massimo di Torino, con le loro descrizioni della croce a quattro estremità. Lipsio raccoglie anche i «segni della croce» che i Padri vedevano dappertutto nel mondo naturale e umano: l'albero della nave con il pennone, l'aratro, il vessillo militare, il volto dell'uomo, l'uomo che prega a braccia aperte.

I segni della croce nell'aratro, nella nave, nei vessilli, tavola del libro I del De cruce di Giusto Lipsio

Libro I, foglio 21: i segni della croce secondo Giustino e Massimo di Torino. Tutti, senza eccezione, hanno due bracci.

L'unica opinione personale di Lipsio

Nonostante il titolo prometta un'opera utile «alla storia sacra e profana», Lipsio si astiene quasi sempre dal dare giudizi di carattere teologico. Lo fa in un solo luogo di tutta l'opera: il capitolo X del libro I, ai fogli 22-24, che si apre chiedendo in qua Crucium forma Christus mortem tulerit, su quale forma di croce Cristo abbia subito la morte. La risposta sta già nel titolo del capitolo: videri in ultima, che risulta essere l'ultima, cioè l'ultima delle forme elencate, la crux immissa.

Ecco il passo, nella traduzione italiana:

«Questi sono tutti i tipi di croce. Ma su quale è morto Colui che con la sua morte è vita per noi? Sarei dell'avviso che non ci sia motivo alcuno di indagine se non ci fossero uomini seri ed esperti nelle sacre discipline che hanno i loro bravi dubbi e trovano occasione di disputa. Io ritengo e dichiaro: su quest'ultima, su quella, dico, che con le sue quattro estremità abbraccia l'intero universo. Per il fatto che è morto in riscatto di tutto il mondo, e questo non è avvenuto senza qualche misteriosa intenzione, il nostro Salvatore stette appeso proprio a quella».

Il latino è ancora più netto dell'italiano: «ego arbitror et pronuncio, in hac postrema». Pronuncio non è un verbo timido. È il verbo di chi si assume la responsabilità di una sentenza.

E al foglio 24, chiudendo il capitolo:

«Tuttavia ci sono taluni che sostengono la forma commissa, o a Tau. Non li condanno, benché io la pensi diversamente: perché anche a loro basta aggiungere il Titolo sopra, e si ottiene, o si può immaginare, quelle quattro estremità».

Si noti bene chi sono, per Lipsio, gli «uomini seri ed esperti nelle sacre discipline» che avrebbero dei dubbi. Non sono persone che pensano al palo. Sono studiosi che ritengono che la croce di Cristo fosse commissa, cioè a forma di T, anziché immissa. La discussione che Lipsio registra, e alla quale prende parte, verte su quale delle due forme di croce a due bracci fosse quella del Calvario. L'ipotesi del palo senza traversa non è nemmeno sul tavolo, e non perché Lipsio la respinga: perché nel Cinquecento non era mai venuta in mente a nessuno.

Uno studioso che sa dire "non lo so"

Qui è giusto essere precisi, anche perché la precisione, in questo caso, gioca a favore di Lipsio e non contro.

Nel libro II, capitolo IX, ai fogli 47-48, Lipsio affronta la questione del numero dei chiodi. Registra il disaccordo delle fonti: Nonno di Panopoli e Gregorio Nazianzeno per tre, Gregorio di Tours e Cipriano per quattro. E conclude così: «Si de Christo tamen quaeritur, nescio, et in dissensu Patrum non est meum arbitrari», se però si domanda di Cristo, non lo so, e nel disaccordo dei Padri non tocca a me decidere.

Nel capitolo X, ai fogli 49-52, discute se ai piedi del condannato ci fosse un suppedaneum, la tavoletta d'appoggio. Anche qui è cauto: preferirebbe l'ipotesi delle funi passate sotto le ascelle o attorno al petto, e giudica quella struttura «nimis accurata, imo delicata», troppo elaborata, addirittura ricercata. Se non la respinge del tutto è solo per il rispetto dovuto alla testimonianza di Gregorio di Tours e alle raffigurazioni antiche.

Ecco il punto. Lipsio sospende il giudizio ogni volta che le fonti non bastano, e lo dice apertamente. Non è un apologeta che tira tutto dalla sua parte. E proprio per questo, quando nel libro I, capitolo X scrive arbitror et pronuncio, quelle due parole pesano il doppio. Se avesse avuto il minimo dubbio sulla forma, l'avrebbe scritto, come lo ha scritto per i chiodi.

Come si veniva inchiodati, secondo Lipsio

C'è un altro passaggio del libro II, capitolo X, che vale la pena leggere per intero, perché descrive una procedura che su un palo verticale è semplicemente impossibile.

Lipsio spiega che «manus primum figerent, inde pedes», prima si fissavano le mani, poi i piedi, e cita a illustrazione il dialogo di Luciano in cui Prometeo viene inchiodato: Efesto distende entrambe le mani del condannato da una parte all'altra, cominciando dalla destra, poi Ermes gli dice di porgere l'altra perché sia fissata anch'essa, e solo alla fine si passa ai piedi. Due braccia distese lateralmente, inchiodate una dopo l'altra. Nessun palo verticale consente questa sequenza.

E aggiunge un'osservazione che anticipa di quattro secoli gli studi medici sulla crocifissione: «Apparet enim corpus omne pependisse a manibus solis», risulta infatti che tutto il corpo pendesse dalle sole mani, e ipotizza che i chiodi non passassero al centro del palmo ma un po' più in alto, dove la mano si unisce al braccio, «id est circa carpum», cioè intorno al carpo.

Le Note in fondo al volume illustrano le due modalità pratiche dell'operazione.

Il condannato issato su una croce già eretta con tre scale, tavola delle Note al libro II del De cruce

Note al libro II: il condannato fissato su una croce già eretta, con l'aiuto di tre scale.

Il sollevamento della trave trasversale con le funi, tavola delle Note al libro II del De cruce

L'altra modalità: il condannato è legato alla trave trasversale, che viene issata con le funi lungo il palo già infisso.

Nello stesso capitolo Lipsio riporta poi, sull'autorità di Innocenzo, la formula che riassume la struttura:

«Fuerunt in Cruce dominica ligna quatuor, stipes erectus, et lignum transversum, truncus suppositus, et titulus superpositus», nella croce del Signore vi furono quattro legni: il palo eretto, il legno trasversale, il ceppo posto sotto e il titolo posto sopra.

Lipsio discute il terzo elemento, il truncus suppositus, e propende per interpretarlo come un sostegno alla base della croce piuttosto che come la tavoletta sotto i piedi. Ma sui primi due, il palo eretto e il legno trasversale, non apre alcuna discussione. Non gli passa per la testa che possano essere messi in dubbio.

Il crocifisso con il cornu centrale, tavola del libro II capitolo X del De cruce di Giusto Lipsio

Libro II, foglio 51: il cornu, la sporgenza centrale di cui parlano Giustino e Ireneo, che regge il peso del corpo.

Come la Watch Tower ha usato quell'immagine

Qui conviene procedere per gradi, perché la formulazione è cambiata nel tempo, e il cambiamento è per conto suo un documento.

Nella Kingdom Interlinear Translation of the Greek Scriptures del 1969, a pagina 1155, dentro la nota su Matteo 10:38, si legge:

«Un simile palo per l'impalamento di un criminale era chiamato crux simplex, e il metodo con cui lo si inchiodava a un tale strumento di tortura è illustrato dallo studioso cattolico romano Giusto Lipsio, del XVI secolo. Presentiamo qui una copia fotografica della sua illustrazione a pagina 647, colonna 2, del suo libro De Cruce Liber Primus. Questo è il modo in cui Gesù fu messo al palo».[2]

I grassetti sono miei, e servono a mettere a fuoco due passaggi. Il primo attribuisce esplicitamente a Lipsio l'illustrazione del metodo, cioè della procedura, e non del solo strumento. Il secondo, quello sulla morte di Gesù, non è formalmente attribuito a Lipsio: è un'affermazione della Watch Tower, senza virgolette. Ma segue immediatamente il rimando al suo libro, e quel «questo» indica l'incisione appena presentata come opera sua. Al lettore che non abbia il volume sotto mano il paragrafo comunica una cosa sola.

Vale la pena chiedersi anche perché venga precisato che Lipsio era uno «studioso cattolico romano». L'informazione non serve a identificarlo: serve a presentarlo come testimone ostile, un uomo della tradizione che venera la croce e che tuttavia disegna un semplice palo. Quella cornice funziona soltanto se il lettore intende che Lipsio stia concedendo qualcosa. E Lipsio non concede niente, perché tredici fogli più avanti, nello stesso volume, scrive esattamente il contrario.

Il passo su Giusto Lipsio a pagina 1155 della Kingdom Interlinear Translation del 1969

The Kingdom Interlinear Translation of the Greek Scriptures, 1969, p. 1155.

Quella frase, però, non nasce nel 1969, e non è un caso isolato. Compare già diciannove anni prima, nella New World Translation of the Christian Greek Scriptures del 1950, dove il ragionamento si chiude a p. 770 con le stesse identiche parole, accanto alla stessa incisione. [3]

Pagina 770 della New World Translation of the Christian Greek Scriptures del 1950

New World Translation of the Christian Greek Scriptures, 1950, p. 770. In alto a sinistra: «Questo è il modo in cui Gesù fu messo al palo».

La ritroviamo poi nell'edizione in volume unico del 1963, quella di 3646 pagine che raccoglie i cinque volumi delle Scritture Ebraiche e il volume delle Scritture Greche con numerazione continua. Lì la frase è a p. 3584 e l'illustrazione nella pagina seguente.

Pagina 3584 dell'edizione in volume unico della New World Translation of the Holy Scriptures del 1963

New World Translation of the Holy Scriptures, edizione in volume unico, 1963, pp. 3584-3585.
La frase chiude la colonna di sinistra; sotto l'incisione, il rimando rimasto all'edizione del 1950.

E qui c'è un particolare che vale la pena raccontare, perché è di quelli che un editore non mette apposta. Nel 1963 il testo dell'appendice è stato ricomposto e l'intero volume rinumerato da capo. La didascalia sotto l'incisione, però, è rimasta quella del 1950, rimando compreso: sotto la figura di p. 3585 si legge ancora «See page 769». Una pagina 769 che in quel volume esiste davvero, ma sta in mezzo ai libri storici dell'Antico Testamento e non ha niente a che vedere con la questione. È una svista tipografica, nulla di più. Ma dice una cosa precisa: quell'apparato non è stato riscritto nel 1963, è stato ereditato.

La stessa frase compare ancora nella New World Translation of the Holy Scriptures del 1971, a p. 1360. Poi, dalle edizioni del 1984 e del 1985, scompare. Per più di trent'anni, dunque, a chiunque aprisse quelle appendici veniva detto che il modo in cui Gesù fu messo al palo era quello disegnato da Giusto Lipsio.

Nell'appendice 5C della New World Translation of the Holy Scriptures. With References del 1984, a pagina 1577, il passo suona così:

«Un palo semplice per l'impalamento di un criminale era chiamato in latino crux simplex. Uno di questi strumenti di tortura è illustrato da Giusto Lipsio (1547-1606) nel suo libro De cruce libri tres, Anversa, 1629, p. 19. La fotografia della crux simplex a p. 1578 è una riproduzione effettiva dal suo libro».

L'appendice 5C della Traduzione del Nuovo Mondo con riferimenti, edizione inglese 1984, pagina 1577

L'appendice 5C nell'edizione inglese del 1984, p. 1577. Il rimando a Lipsio è nelle ultime righe della colonna di destra.

Due modifiche, non una. Sparisce la frase su Gesù, ed è la più vistosa. Ma cambia anche il verbo: dal «metodo con cui lo si inchiodava» si passa a «uno di questi strumenti». Nel 1969 Lipsio garantiva la procedura; nel 1984 garantisce soltanto che l'oggetto esisteva. Che è vero, e che nessuno ha mai messo in dubbio.

La differenza fra le due formulazioni non è di sfumatura. Il «metodo con cui lo si inchiodava» è una descrizione di procedura, e una procedura Lipsio la descrive davvero, nel libro II, capitolo X: prima le mani, con le braccia distese da una parte all'altra e fissate una dopo l'altra, poi i piedi. Non è quella dell'incisione. Qualcuno, fra il 1971 e il 1984, ha individuato il problema con precisione e lo ha risolto con altrettanta precisione, senza dirlo a nessuno.

La pagina 1578 dell'appendice della Traduzione del Nuovo Mondo con riferimenti, con l'incisione della crux simplex

La pagina seguente, con l'incisione presa da Lipsio e la didascalia Crux Simplex Illustrated.

Presa alla lettera, la seconda formulazione è ineccepibile. Ma l'immagine resta là, nella stessa apertura di pagine in cui si sostiene che Gesù morì su un palo, e continua a fare esattamente il lavoro che faceva prima. Nessuna delle due versioni informa il lettore che l'autore di quell'incisione riteneva che Gesù fosse morto su una croce a due bracci. Nessuna delle due rimanda al libro I, capitolo X.

C'è poi un dettaglio che si coglie solo tenendo il volume aperto. Nell'Interlineare del 1969 l'incisione di Lipsio sta a pagina 1156. Nella pagina di fronte, la 1157, prima colonna, si legge che «mancano completamente le prove che Gesù Cristo sia stato crocifisso su due pezzi di legno posti ad angolo retto». Le due cose distano pochi centimetri l'una dall'altra. E la seconda è smentita, capitolo per capitolo, proprio dal libro da cui è stata presa la prima.

Il passo di pagina 1157 dell'Interlineare del 1969 sulle prove della croce

The Kingdom Interlinear Translation of the Greek Scriptures, 1969, p. 1157, prima colonna.

Le pagine 1156 e 1157 della Kingdom Interlinear Translation del 1969

Le due pagine affiancate: l'incisione di Lipsio a sinistra, l'affermazione che le prove della croce «mancano completamente» a destra.

Ed è una cosa che si nota. Perché quando un TdG in buona fede posta quell'immagine su Facebook, non sta mentendo: sta ripetendo quello che gli è stato dato. Chi gliel'ha data sapeva che Lipsio, nello stesso libro, dichiara che Cristo morì sulla croce a due bracci? Non posso dimostrarlo, e non intendo provarci. Quello che si può leggere è ciò che è stato stampato, e come è cambiato nel tempo. Il resto lo giudichi il lettore.

Due secoli di lettori, e nessuno che abbia visto il palo

C'è un ultimo elemento, e ha il pregio di essere del tutto estraneo alla polemica sui TdG, il che lo rende difficile da contestare. Il De cruce ebbe una fortuna straordinaria fra Cinquecento e Seicento, e la ebbe soprattutto come manuale iconografico. Gli storici dell'arte hanno ricostruito questa circolazione con precisione.

Il libro era nelle biblioteche di Cesare Baronio, di Antonio Gallonio, di Francesco Maria II della Rovere, di collezionisti genovesi come Giulio Pallavicino e Giovanni Vincenzo Imperiale. In Spagna figurava nella biblioteca del conte duca di Olivares. A Siviglia lo lesse Francisco Pacheco, che nel Arte de la pintura del 1649 ne cita esplicitamente le tavole per sostenere che Cristo fu crocifisso con quattro chiodi e non con tre, e Pacheco fu il maestro di Velázquez. Il dettaglio del suppedaneo, che compare nelle crocifissioni di Barocci, Ribera, Zurbarán e Velázquez, viene di lì.[4]

Per due secoli generazioni di eruditi, cardinali, teologi e pittori hanno letto il De cruce, e tutti quanti ne hanno tratto la stessa conclusione: che Cristo morì su una croce a due bracci. Nessuno di loro, leggendo il libro per intero, si è mai accorto che vi si dimostrasse il palo. Se ne sono accorti solo alcuni redattori della Watch Tower, guardando una tavola sola.

Una coincidenza che vale la pena raccontare

Nel capitolo X del libro I, quello dove Lipsio dichiara che Cristo morì sulla crux immissa, c'è una seconda parte che il titolo del capitolo annuncia così: Ruffini non bona fides notata in verbis Pauli citandis sive explicandis, la scorrettezza di Rufino, rilevata nel citare o nello spiegare le parole di Paolo.

Il fatto è questo. Lipsio porta a sostegno della forma a quattro estremità il passo della lettera agli Efesini 3:18, dove Paolo parla di larghezza, lunghezza, altezza e profondità, che i Padri riferivano concordemente alla croce. Poi va a controllare come lo cita Rufino di Aquileia, e scopre che Rufino ne riporta solo tre, tralasciando la lunghezza. Commenta:

«Strano, e riguardo alle parole di Paolo, e riguardo al senso dei miei. Ha omesso ovunque la lunghezza, con leggerezza. O l'ha eliminata di proposito? Se il primo caso, è una colpa; se il secondo, è un delitto».

Quattro secoli dopo, un editore religioso avrebbe preso l'unica immagine di quel libro che, isolata dal contesto, sembra dire il contrario di quel che il libro dice, l'avrebbe stampata in milioni di copie e avrebbe taciuto la tesi dell'autore. Non tocca a me stabilire se sia una colpa o un delitto. Le parole per distinguere le due cose, però, le aveva già trovate Lipsio.



Verificare di persona

Nulla di quanto ho scritto qui va preso sulla fiducia, ed è anzi il caso di non prenderlo sulla fiducia. Il De cruce nell'edizione di Anversa del 1594 è integralmente digitalizzato e liberamente scaricabile in formato pdf all'indirizzo archive.org/details/ivstilipsidecruce00lipsuoft. L'indice dei capitoli si trova nelle prime pagine, con i rimandi ai fogli, e i capitoli sono brevi. Chiunque, anche con un latino scolastico, può andare a leggere il libro I, capitolo X.

Anche l'Interlineare del 1969 è consultabile online, all'indirizzo archive.org/details/the-kingdom-interlinear-translation-of-the-greek-scriptures-first-edition-1969. Le pagine 1155 e 1156 corrispondono alle immagini 580 e 581 del visualizzatore.

È esattamente il motivo per cui, nelle discussioni, continuo a chiedere autore, opera e passo. Non per pedanteria. Perché quando si risale all'originale, molto spesso si scopre che dice altro.

Su questo argomento si vedano anche, su questo sito, le pagine Palo o croce?, Croce o palo?, "Patì sotto Ponzio Pilato", dove il passo di Lipsio compare all'interno della replica ad alcune critiche rivolte a Vittorio Messori, La croce e i dizionari e Samuelsson e la crocifissione: quello che la tesi dice davvero.


Note

[1] Iustus Lipsius, De cruce libri tres ad sacram profanamque historiam utiles, Antverpiae, ex Officina Plantiniana, 1593; seconda edizione apud Viduam, et Ioannem Moretum, 1594, sulla quale sono state condotte tutte le verifiche di questa pagina. Sulla ristampa romana curata da Domenico Basa nel 1595 e sulla circolazione dell'opera si veda G. Pacini, Il De cruce libri tres di Giusto Lipsio: una fonte iconografica fra l'Italia e la Spagna, in "Storia dell'arte", n. 161, 2024, pp. 31-47.

[2] Il rimando a «pagina 647, colonna 2, del suo libro De Cruce Liber Primus» non va confuso con la paginazione dell'edizione autonoma, dove la tavola si trova al foglio 9. Si riferisce infatti alla ristampa del De cruce all'interno degli Opera omnia di Lipsio, stampati su due colonne per pagina e con numerazione continua per tutti i volumi. Le due indicazioni rinviano quindi alla stessa incisione.

[3] I riferimenti alle edizioni del 1950 e del 1963, e le relative riproduzioni, mi sono stati segnalati da Achille Aveta, che ne possiede gli originali e ne ha verificato di persona la paginazione.

[4] Pacini, art. cit.; F. Pacheco, Arte de la pintura, Sevilla 1649, capitolo XV, pp. 602-604.

 
   
       
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Crisi di coscienza,
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Di Raymond Franz,
già membro del
Corpo Direttivo
dei Testimoni di Geova
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