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Le dottrine
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Mia madre, i Testimoni di Geova e quella trasfusione di sangue

Una testimonianza personale sull'ostracismo, sulla coscienza e sul cambiamento della dottrina

Quella che segue è una testimonianza personale. Racconto alcuni episodi della mia vita che mi hanno coinvolto direttamente e che, a distanza di anni, assumono per me un significato ancora più particolare alla luce dei recenti cambiamenti nella posizione ufficiale dei Testimoni di Geova sul sangue.


Stanza d'ospedale con una sacca per trasfusione accanto a un letto vuoto
Immagine illustrativa generata con l'intelligenza artificiale.

È una storia che riguarda mia madre, ma anche il rapporto tra coscienza personale e direttive dell'organizzazione, il problema dell'ostracismo verso chi subisce la disassociazione e le conseguenze che possono derivare dall'obbedienza a norme religiose considerate vincolanti.

La mia disassociazione nel 1998

Sono stato un Testimone di Geova per molti anni. Nel 1998 venni disassociato, un provvedimento di rimozione derivato dall'accusa di apostasia per via di una lettera nella quale avevo espresso alcune critiche riguardo agli insegnamenti dell'organizzazione.

La disassociazione non significò semplicemente la perdita dell'appartenenza a una comunità religiosa. Comportò anche la rottura dei rapporti con molte delle persone che avevo conosciuto durante gli anni trascorsi tra i Testimoni.

All'epoca, come ancora oggi, ai fedeli veniva richiesto di interrompere i rapporti con le persone disassociate. Le uniche aperture riguardano situazioni particolari, come il breve saluto che oggi si può rivolgere a un rimosso che assiste alle adunanze, ma la regola generale resta l'esclusione dai rapporti sociali. Nei confronti di chi viene considerato apostata la posizione è ancora più rigida. Per me, quindi, la questione non era teorica, ma riguardava direttamente i rapporti con la mia famiglia.

I miei genitori davanti a una scelta dolorosa

I miei genitori rimasero molto colpiti dalla mia disassociazione. Ricordo in particolare una frase di mio padre. Anni prima avevamo perso mio fratello, morto molto giovane. Un giorno mio padre mi disse:

«È stato doloroso perdere un figlio, ma questa cosa è ancora più brutta.»

Si riferiva alla mia disassociazione. Per lui, la perdita dei rapporti con un figlio ancora vivo era diventata una sofferenza persino più difficile da sopportare della morte di un figlio.

Ricordo anche la prima volta che cercai di entrare nella casa dei miei genitori dopo la disassociazione. Mio padre rimase davanti alla porta, quasi a impedirmi di entrare, visibilmente combattuto tra quello che gli era stato insegnato e l'affetto per suo figlio. Gli dissi semplicemente:

«Papà, dai, cosa fai?»

E con delicatezza entrai in casa. Mia madre era in lacrime. A un certo punto mi disse una frase che non ho mai dimenticato:

«Anche se l'organizzazione dice che non bisogna parlare con i figli disassociati e che non bisogna accoglierli in casa, per me un figlio viene prima di ogni cosa.»

Da quel momento i miei genitori continuarono a frequentarmi. La loro decisione, però, ebbe conseguenze anche all'interno della congregazione. Erano considerati poco esemplari, proprio perché si sapeva che continuavano ad avere rapporti con me.

Ricordo un episodio particolarmente significativo. Un mio cugino, fedele dei Testimoni e nostro parente molto stretto, quando si sposò non invitò i miei genitori. Il motivo era proprio il rapporto che essi continuavano ad avere con me. Non erano considerati una buona compagnia, né sufficientemente esemplari. I miei genitori ne rimasero molto addolorati, ma continuarono a comportarsi come ritenevano giusto.

Mia madre e l'intervento alle ginocchia

Molti anni dopo, quando mia madre aveva circa ottant'anni, dovette sottoporsi a un importante intervento chirurgico: doveva ricevere una protesi a entrambe le ginocchia.

All'epoca i Testimoni di Geova rifiutavano non soltanto il sangue intero, ma anche i quattro principali componenti del sangue: globuli rossi, globuli bianchi, piastrine e plasma. Anche il predeposito del proprio sangue per una successiva reinfusione non era consentito. Esistevano inoltre strutture ospedaliere e medici particolarmente disponibili a gestire pazienti che rifiutavano il sangue, con l'assistenza dei Comitati di Assistenza Sanitaria.

Mia madre, però, non era più una fedele particolarmente osservante. Continuava a essere formalmente membro della religione, ma aveva ormai assunto un atteggiamento molto più personale nei confronti delle direttive dell'organizzazione. Decise quindi di farsi accompagnare da me in un altro ospedale della provincia di Verona, dove operavano chirurghi esperti in questo tipo di interventi.

La domanda al chirurgo

Durante la visita preoperatoria parlai con il chirurgo. Gli feci una domanda che, in quel momento, aveva anche lo scopo di capire quale sarebbe stata la sua reazione:

«Mia madre non potrebbe farsi prelevare del sangue adesso, depositarlo e poi, dopo l'intervento, se fosse necessario, farselo trasfondere?»

Si trattava del cosiddetto predeposito autologo. All'epoca questa pratica non era consentita ai Testimoni di Geova, poiché l'insegnamento ufficiale considerava il predeposito del proprio sangue per una successiva reinfusione contrario alla legge di Dio.

Il chirurgo mi rispose immediatamente che, nel caso di mia madre, sarebbe stato troppo rischioso. Era anziana, sovrappeso e cardiopatica, per cui un prelievo di sangue prima dell'intervento avrebbe potuto sottoporla a uno stress eccessivo. Poi mi chiese:

«Mi tolga una curiosità: perché mi fa questa richiesta? Di solito sono i Testimoni di Geova a fare richieste simili.»

Gli spiegai che mia madre era ufficialmente membro dei Testimoni di Geova, anche se non frequentava più come un tempo e non era più rigorosamente osservante. A quel punto il medico mi disse qualcosa di molto chiaro:

«Mi dispiace, ma in queste condizioni io non me la sento di operare sua madre se, in caso di emergenza, non posso utilizzare del sangue. Se dovesse esserci una situazione di emergenza, bisogna poter intervenire. Non ci sono altre alternative.»

La risposta di mia madre

A quel punto intervenne direttamente mia madre. Disse al medico:

«Sì, è vero, sono Testimone di Geova. Però io penso che, se è necessario per salvarmi la vita o per guarire, lei può farmi una trasfusione di sangue.»

Il medico accettò quindi di procedere con l'intervento. Quella frase di mia madre mi è rimasta impressa perché riassumeva perfettamente il suo modo di ragionare. Non stava cercando di ribellarsi all'organizzazione né stava facendo una battaglia ideologica: stava semplicemente dicendo che, davanti a una situazione concreta nella quale potevano essere in gioco la salute e la vita, avrebbe seguito la propria coscienza.

Durante la notte arrivarono le trasfusioni

L'intervento venne eseguito. Il giorno successivo venimmo a sapere che durante la notte a mia madre erano state somministrate delle trasfusioni.

Non ricordo con certezza quali componenti le fossero stati somministrati. Potrebbero essere stati globuli rossi, plasma o altri emocomponenti, e non voglio quindi affermare oggi qualcosa che non posso documentare con precisione. Quello che ricordo con certezza è che le furono somministrate delle sacche di sangue e che mia madre si riprese dall'intervento e poté tornare a casa.

Naturalmente non raccontò nulla nella congregazione. Se all'epoca si fosse saputo che aveva accettato una trasfusione, la situazione sarebbe stata molto diversa: accettare volontariamente una trasfusione era allora considerato una grave violazione delle norme relative al sangue e poteva comportare la disassociazione o l'imputazione di essersi dissociata con le proprie azioni.

Mia madre non si sentì mai in colpa

La cosa importante è che mia madre non si sentì mai colpevole per quella scelta. Era convinta di avere fatto ciò che era giusto. Pensava che, se una trasfusione fosse stata realmente necessaria per salvarle la vita, accettarla fosse una decisione ragionevole e conforme alla propria coscienza.

In questo senso, nella sua scelta ritrovo lo stesso atteggiamento che aveva avuto nei miei confronti. Quando le veniva richiesto di interrompere i rapporti con un figlio perché considerato disassociato e apostata, aveva seguito il proprio istinto e il proprio senso morale di madre. Quando invece si era trovata davanti a un possibile problema medico, aveva ragionato allo stesso modo: se è necessario per salvare una vita, perché rifiutarlo?

Continuò comunque a essere formalmente legata ai Testimoni di Geova. Conservò alcune delle sue convinzioni religiose, ma non accettò mai l'idea che ogni direttiva dell'organizzazione dovesse necessariamente prevalere sulla coscienza individuale.

La morte di mia madre e il funerale

Nel 2015 mia madre morì, a pochi mesi dal compimento degli 83 anni. Era ancora formalmente una fedele e il funerale venne quindi organizzato secondo le consuetudini della comunità. Quel funerale fu per me un momento doloroso non soltanto per la perdita di mia madre, ma anche per il modo in cui alcuni presenti si comportarono nei miei confronti.

Ricordo che quel giorno sembrava esserci una netta separazione tra due gruppi. Da una parte c'eravamo io, mio fratello, anch'egli disassociato, e altri parenti e amici che non appartenevano ai Testimoni di Geova. Dall'altra parte c'era il gruppo dei fedeli della congregazione.

La cosa che mi colpì maggiormente fu che la maggior parte di loro non venne nemmeno a farmi una semplice condoglianza. Non sto parlando di un abbraccio o di una particolare manifestazione di affetto; sarebbe bastato stringere una mano e dire semplicemente: «Mi dispiace per la tua perdita».

Alcuni responsabili della congregazione, gli anziani, vennero a salutarmi e mi fecero le condoglianze. Altri invece evitarono anche quel gesto. Ci furono anche alcuni conoscenti di vecchia data che, nonostante la situazione, ebbero la sensibilità di avvicinarsi. Proprio questo rendeva ancora più evidente che non si trattava di un'impossibilità umana: qualcuno riusciva a mettere davanti alle regole la propria coscienza e la propria sensibilità. Nel mio caso, inoltre, ero considerato un apostata, e verso chi riceve questa qualifica le restrizioni erano, e sono, particolarmente severe. Per questo ricordo quei pochi gesti di umanità con particolare riconoscenza.

Il discorso funebre

Il discorso venne tenuto da un anziano. In genere, in queste occasioni, il discorso non si concentra soltanto sul defunto, ma viene utilizzato anche per parlare della Bibbia, della speranza della risurrezione e degli insegnamenti dell'organizzazione, fornendo talvolta informazioni sulle adunanze, sull'indirizzo della Sala del Regno e sulla possibilità di ricevere uno studio biblico.

In occasione del funerale di mia madre, alcuni familiari fecero presente agli anziani che non desideravano che il discorso diventasse un'occasione per invitare i presenti alle adunanze o a uno studio biblico. La richiesta venne rispettata. Io, però, ricordo quel discorso come estremamente freddo e impersonale. L'oratore disse, riferendosi a mia madre:

«La nostra sorella Pierina è rimasta fedele fino alla morte e avrà quindi la speranza della risurrezione.»

Quelle parole mi colpirono. Io sapevo che mia madre aveva ricevuto una trasfusione. Sapevo anche che, secondo le norme allora vigenti, se la congregazione lo avesse saputo, quella scelta avrebbe comportato conseguenze disciplinari drammatiche. In altre parole, la frase «è rimasta fedele fino alla morte» descriveva una situazione che sarebbe stata considerata molto diversamente se si fosse conosciuta tutta la storia.

Non voglio attribuire a quel parlante sentimenti che non posso conoscere. Posso però dire ciò che provai io ascoltando quelle parole: mi sembrarono fredde, quasi una formula prestabilita. Alla fine del discorso, una persona presente, non appartenente ai Testimoni di Geova, venne da me e mi disse: «Achille, io non ho mai sentito un discorso così arido, così privo di sentimenti». Era esattamente la sensazione che avevo avuto anch'io.

Il cambiamento del 18 settembre 2026

Ed è qui che la storia di mia madre assume, per me, un significato ancora più particolare. Il 18 settembre 2026 il Corpo Direttivo dei Testimoni di Geova ha annunciato un importante cambiamento nella propria posizione sui componenti principali del sangue.

Oggi l'accettazione di globuli rossi, globuli bianchi, plasma e piastrine provenienti dal sangue di un'altra persona viene lasciata alla decisione individuale di ciascun fedele. L'organizzazione afferma inoltre che la congregazione non deve intervenire in questa decisione personale, mentre rimane il divieto della trasfusione di sangue intero.

Nel novembre 2006, per esempio, un inserto de Il Ministero del Regno affermava che non si accettavano trasfusioni di sangue intero né dei quattro componenti principali, classificati come «inaccettabili per i cristiani». Lo stesso documento affermava inoltre che non era consentito il predeposito del proprio sangue per una successiva reinfusione.

Nel marzo 2026, invece, il Corpo Direttivo aveva già stabilito che l'uso del proprio sangue in ambito medico e chirurgico, compreso il predeposito, era una questione di decisione personale. Nel settembre 2026 il principio è stato esteso ai quattro principali componenti del sangue provenienti da un'altra persona.

Che cosa è cambiato rispetto al passato

Il punto che personalmente trovo più significativo non è semplicemente che una regola sia cambiata, ma è il modo in cui quella regola era stata presentata in passato. Per decenni il rifiuto dei componenti principali del sangue non era presentato come una semplice preferenza religiosa o come una decisione che ogni Testimone poteva prendere liberamente: era presentato come un comando biblico e come una questione di fedeltà a Dio.

Nel 2006 la pubblicazione ufficiale diceva:

«La Bibbia comanda ai cristiani di "astenersi dal sangue".»

Il Ministero del Regno, novembre 2006, inserto, p. 3

E, sulla base di quel comando, collocava globuli rossi, globuli bianchi, piastrine e plasma tra ciò che era «inaccettabile per i cristiani». Oggi, invece, l'organizzazione afferma che ciascun fedele deve decidere personalmente se accettare questi componenti.

La domanda che mi viene spontanea è quindi questa: se una persona, come mia madre, avesse seguito la propria coscienza anni fa e avesse detto che avrebbe accettato una trasfusione di globuli rossi, di plasma o di piastrine, perché quella scelta doveva essere considerata una violazione della legge di Dio, mentre oggi la stessa scelta viene lasciata alla coscienza del singolo?

Una questione che riguarda anche le conseguenze umane

Non è possibile stabilire con precisione quante persone siano morte in conseguenza del rifiuto delle trasfusioni. Non esiste infatti un registro mondiale che permetta di identificare tutti i decessi riconducibili a questa scelta. Le cifre disponibili sono quindi stime statistiche ottenute attraverso studi clinici, dati demografici e modelli matematici. Per questo ritengo importante non presentare una stima come se fosse un conteggio dei singoli morti.

Le analisi disponibili, tuttavia, indicano che non si tratta di un fenomeno marginale. Una ricostruzione statistica basata su studi clinici e dati demografici stima un numero plausibile di decessi compreso tra circa 20.000 e 60.000 nel periodo 1961-2016, con una stima centrale nell'ordine di 30.000-40.000.

La letteratura della Watch Tower ha comunque ammesso in passato che alcuni membri sono morti dopo avere rifiutato trasfusioni. Non è necessario sostenere che ogni morte di chi rifiutò il sangue sia stata causata esclusivamente da quella scelta; la questione è complessa e va valutata caso per caso. Ma è altrettanto difficile sostenere che una norma che per decenni ha imposto il rifiuto dei principali componenti del sangue non abbia avuto conseguenze sulla vita di molte persone.

La scelta di mia madre

Nel caso di mia madre, non ho bisogno di ricorrere alle statistiche. Io ero presente quando parlai con il chirurgo e ricordo la sua risposta. Ricordo soprattutto la risposta di mia madre:

«Se è necessario per salvarmi la vita, lei può farmi una trasfusione.»

Non sapeva che cosa sarebbe successo durante l'intervento, né se sarebbe stato necessario utilizzare sangue. Sapeva però una cosa molto semplice: se fosse stato necessario per salvarle la vita, non voleva che il medico fosse impedito dal farlo.

Alla fine, durante la notte, le furono effettivamente somministrate delle trasfusioni, e lei non si sentì mai in colpa per questo. Continuò a considerarsi legata ai Testimoni di Geova, ma aveva stabilito una gerarchia molto semplice: quando una norma religiosa entrava in conflitto con la propria coscienza e con la necessità di salvaguardare la propria vita, avrebbe seguito la propria coscienza.

La lezione che mi ha lasciato mia madre

Ripensando oggi a tutta questa vicenda, vedo un filo conduttore. Mia madre non accettò l'idea che l'amore per un figlio dovesse essere subordinato a una direttiva dell'organizzazione, né accettò l'idea che, davanti a una possibile emergenza medica, una regola religiosa dovesse impedirle di ricevere il trattamento necessario per salvarsi.

In entrambi i casi seguì il proprio giudizio e la propria coscienza. Quando si trattava di me, disse in sostanza: «Un figlio viene prima di ogni cosa». Quando si trattava della sua salute, disse al medico: «Se è necessario per salvarmi la vita, mi faccia una trasfusione». Non considero queste due decisioni come atti di ribellione, ma come espressioni di buon senso, di affetto e di responsabilità personale.

Una riflessione finale

Oggi, a distanza di anni dalla morte di mia madre, apprendere che il Corpo Direttivo ha modificato la propria posizione sui quattro principali componenti del sangue mi suscita sentimenti contrastanti.

Da una parte, penso che sia positivo che una persona possa oggi decidere secondo coscienza se accettare globuli rossi, globuli bianchi, plasma o piastrine. Dall'altra, non posso fare a meno di pensare alle persone che, negli anni passati, hanno preso decisioni molto diverse perché convinte che rifiutare quei componenti fosse un comando diretto di Dio.

Non so che cosa sarebbe successo a mia madre se avesse seguito rigidamente le direttive dell'organizzazione. So però che lei scelse diversamente. E so che, molti anni prima che il Corpo Direttivo trasformasse l'accettazione dei principali componenti del sangue in una questione di coscienza personale, mia madre aveva già fatto quella scelta in coscienza.

Forse è proprio questo l'aspetto della sua storia che oggi mi colpisce maggiormente: non fu l'organizzazione a insegnarle che poteva seguire la propria coscienza, lo aveva già capito lei.

Fonti e approfondimenti

Nota: questa pagina distingue deliberatamente i fatti documentati dalle stime statistiche e dai ricordi personali dell'autore. Le parti relative all'intervento e al funerale di Pierina costituiscono una testimonianza personale.

 
   
       
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Crisi di coscienza,
Fedeltà a Dio
o alla propria religione?
Di Raymond Franz,
già membro del
Corpo Direttivo
dei Testimoni di Geova
© infotdgeova.it — Analisi critica e documentata dei Testimoni di Geova
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