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I Testimoni di Geova -
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Tecniche di persuasione
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Come i Testimoni di Geova si raccontano

Anatomia di un modo strategico di rispondere

Illustrazione: una giornalista intervista una donna dal volto indistinto, dalla cui bocca esce un lungo foglio di testo già stampato che arriva sul taccuino.

Due risposte tratte dalla stessa intervista, date dalla stessa persona a cinque domande di distanza.

Alla domanda sui rapporti con parenti e amici non aderenti: «Non ci sono regole particolari né per le donne né per gli uomini».

Alla domanda su chi decide di andarsene: «Viene da sé che la persona che si allontana fa sì che ogni rapporto venga interrotto».

La prima frase nega l'esistenza di regole. La seconda descrive l'effetto di una regola precisa, l'ostracismo, presentandolo però come una conseguenza che si produce da sé. Nessuno, nel corso dell'intervista, mette a confronto le due affermazioni. Questa pagina spiega perché accade, e perché non è un caso isolato ma un modo di rispondere ricorrente e riconoscibile.

Il settimo numero della rivista L'Altro Femminile, testata culturale online che pubblica regolarmente contenuti sul femminismo e sulla parità di genere, ospita un'intervista a una Testimone di Geova che ha chiesto di restare anonima e che viene chiamata Stefania.[1] La cornice dichiarata è quella di andare oltre i luoghi comuni, di fare chiarezza, di superare i pregiudizi. Tredici domande, tredici risposte, nessuna controdomanda, nessuna verifica, nessuna fonte diversa dall'intervistata. L'articolo si chiude con l'indirizzo del sito ufficiale e con l'invito a richiedere online un corso biblico gratuito e senza impegno.

Potrei limitarmi a elencare gli errori fattuali, e ce ne sono. Ma sarebbe l'analisi meno utile. Quello che rende questo testo interessante non è dove sbaglia: è come è costruito. Perché è costruito benissimo, e chi lo ha scritto e chi lo ha rilasciato hanno con ogni probabilità agito in perfetta buona fede. È proprio questo il punto.

Un pezzo che si presenta come inchiesta e funziona come depliant

La prima cosa da mettere a fuoco è il genere. Un'intervista non è un'inchiesta. Diventa giornalismo quando qualcuno controlla le risposte, cerca voci dissonanti, chiede conto delle contraddizioni. Qui non accade in nessun punto. La giornalista pone domande anche pertinenti, alcune persino potenzialmente scomode, e poi accoglie ogni risposta come definitiva.

Il risultato è che l'organizzazione ottiene due pagine di spazio autogestito con sopra la firma di una testata terza. Il lettore non riceve informazioni sui TdG: riceve l'autorappresentazione dei TdG, con addosso l'autorevolezza di una rivista che non ha nulla a che vedere con loro. È esattamente il valore aggiunto che nessun opuscolo può comprare.

Le otto mosse

Le risposte seguono un repertorio riconoscibile. Non è un repertorio che si improvvisa: è quello che si impara frequentando per anni adunanze in cui si esercita sistematicamente il modo di rispondere alle obiezioni.

1. Rispondere con precisione a una domanda diversa da quella posta. Domanda: qual è il ruolo della donna e come differisce da quello degli uomini? Risposta: le donne lavorano nei reparti di traduzione, nelle tipografie, nei reparti legali, nella contabilità, nella programmazione informatica.

Tutto vero. Ma la domanda riguardava il ruolo, cioè il potere, e la risposta riguarda le mansioni. Elencare le cose che una donna può fare non dice nulla su quelle che non può fare, e sono quelle a definire un ruolo. Nessuna donna siede nel Corpo Direttivo, nessuna donna è anziano, nessuna donna fa parte di un comitato giudiziario, nessuna donna tiene un discorso pubblico dal podio. Una donna che compone il testo di una Torre di Guardia non ha alcuna voce su cosa quel testo dirà.

Il punto si vede meglio in un dettaglio che l'intervista non nomina. Se in casa il capofamiglia è impossibilitato a condurre lo studio o la preghiera e deve farlo la moglie, questa è tenuta a coprirsi il capo. Non è un uso folkloristico: è una regola che segnala, nel momento stesso in cui una donna insegna, che sta esercitando in via provvisoria una funzione non sua. Una struttura in cui l'assunzione temporanea di un compito richiede un segno visibile di subordinazione non è una struttura in cui le funzioni sono semplicemente distribuite in modo diverso.

2. Negare l'esistenza dell'autorità mentre la si esercita. La domanda era secca: nella religione cattolica alle donne non è consentito diventare sacerdote, per i TdG è lo stesso? La risposta: «L'unico sacerdote è Gesù Cristo. Non abbiamo un leader religioso ma un corpo direttivo a livello mondiale composto da uomini devoti». E in chiusura, quasi di sfuggita: «Le donne Testimoni di Geova non assolvono funzioni direttive».

Sono tre movimenti in tre righe. Il primo sposta la domanda dal piano organizzativo a quello teologico: parlando del sacerdozio di Cristo si risponde a una domanda che nessuno aveva posto. Il secondo introduce il Corpo Direttivo qualificandolo per la devozione, cioè per una qualità morale, mentre la domanda riguardava la funzione. Il terzo comunica il dato decisivo, l'esclusione delle donne da ogni funzione direttiva, come se fosse una postilla, senza una parola di motivazione.

Ma è la formula «non abbiamo un leader religioso» a meritare attenzione. Il Corpo Direttivo si identifica con lo schiavo fedele e discreto che sarebbe stato costituito nel 1919 sopra tutti gli averi terreni del Signore, e su quella base chiede obbedienza. Le pubblicazioni dell'organizzazione, dagli anni Trenta a oggi, hanno insegnato in modo esplicito che la ribellione contro lo schiavo è ribellione contro Dio.[2] Un organismo di poche persone che decide in via definitiva cosa milioni di fedeli devono credere, quali cure mediche possono accettare, chi possono frequentare e chi devono evitare, esercita esattamente il potere che la parola leader descrive. Dire che non esiste un leader perché non se ne usa il titolo è una risposta che gioca sul vocabolario.

C'è poi un dettaglio che l'intervista non poteva contenere ma che il lettore ha diritto di conoscere. La stessa organizzazione che all'esterno dichiara di non avere un clero, nelle aule di tribunale rivendica per i suoi anziani lo status di ministri di culto e il privilegio confessionale, per sottrarre alla giustizia il contenuto delle riunioni dei comitati giudiziari. Il clero non c'è nelle interviste e ricompare negli atti processuali.

Lo stesso doppio registro si osserva in un contesto molto più ordinario. Nei matrimoni celebrati in Sala del Regno con effetti civili, il ministro di culto abilitato dallo Stato dà lettura degli articoli del codice civile che sanciscono l'uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, e nel discorso che segue espone la dottrina della sottomissione della moglie al marito quale capofamiglia. Le due cose accadono nella stessa cerimonia, a pochi minuti di distanza, davanti agli stessi invitati. All'esterno vale la legge dello Stato, all'interno vale la gerarchia dell'organizzazione, e nessuno avverte la contraddizione perché ciascuno dei due linguaggi è destinato a un pubblico diverso.

3. Invertire l'agente. È la mossa più efficace di tutta l'intervista, e sta in una sola riga. Parlando di chi lascia: «Viene da sé che la persona che si allontana fa sì che ogni rapporto venga interrotto».

Fermiamoci su "fa sì che". L'ostracismo è una regola scritta, insegnata dal podio, applicata da un organismo che decide, comunicata alla congregazione con un annuncio formale. In questa frase diventa una conseguenza che la persona colpita produce da sé, quasi un fenomeno meteorologico. "Viene da sé" completa l'operazione: sancisce che non c'è nulla da spiegare, nessuna decisione umana, nessun responsabile.

Chi legge senza saperne nulla capisce che si tratta di un naturale perdersi di vista, come succede quando si cambia città. Chi la cosa l'ha vissuta sa che significa una madre che smette di rispondere al telefono da un giorno all'altro, nipoti che non si conoscono, un funerale a cui non si viene fatti entrare.

4. Contraddirsi a distanza di sicurezza. Cinque domande prima, alla domanda esplicita sui rapporti con parenti e amici non aderenti, la stessa intervistata aveva risposto: «Non ci sono regole particolari».

Le due affermazioni sono incompatibili e stanno nella stessa pagina. Nessuno le mette a confronto, perché nessuno legge un'intervista tenendo insieme la dodicesima risposta e la settima. È il vantaggio strutturale del formato domanda e risposta: ogni risposta viene giudicata isolatamente, e le contraddizioni sopravvivono indisturbate.

Che poi non ci siano regole particolari è smentito da un documento che ogni TdG conosce. Il manuale Organizzati per fare la volontà di Geova contiene l'elenco delle domande di verifica rivolte a chi chiede il battesimo, e fra queste compare quella sulle feste di compleanno menzionate nella Bibbia e su come questo debba influire sul modo di considerarle.[3] Un fedele che festeggia un compleanno, o che permette ai figli di partecipare a una festa a scuola, e che non si dichiara pentito, viene disassociato. Chiamare tutto questo "principi biblici" che guidano le scelte personali significa descrivere come libertà di coscienza ciò che è una condizione vincolante verificata prima del battesimo e sanzionata con l'espulsione.

5. Dire il vero letterale per produrre il falso complessivo. «Frequentano le scuole che frequentano tutti, paritarie o pubbliche, dal nido all'università.»

Letteralmente esatto: non esiste un divieto formale di iscriversi all'università. Ma fermarsi lì significa cancellare decenni di articoli che hanno presentato l'istruzione superiore come un rischio spirituale, una perdita di tempo prezioso, un ambiente contaminato, e che hanno indicato come scelta saggia il lavoro part time al servizio dell'opera. Il divieto non serve quando funziona la pressione. E la formulazione «chiediamo solo attività alternative all'ora di religione» riduce a un dettaglio burocratico l'esperienza concreta di un bambino che ogni anno esce dall'aula davanti ai compagni, e che alle feste di compleanno non va.[4]

6. Trasformare la sensazione soggettiva in risposta oggettiva. Domanda: ci sono precetti limitanti per le donne che andrebbero aggiornati? Risposta: «Non mi sento limitata perché mi piace tutto quello che faccio».

Questa è la risposta che una rivista femminile avrebbe dovuto raccogliere e rilanciare, e invece chiude il pezzo. Il fatto che una persona si trovi bene dentro una struttura non dice nulla sulla struttura. Nessuno lo ha mai messo in dubbio: la stragrande maggioranza dei TdG è composta da persone sinceramente convinte e soggettivamente serene. Il problema di una regola non si misura su chi la accetta volentieri, si misura su chi la subisce. La domanda che nessuno ha posto è: chi giudica una sorella che denuncia un abuso sessuale, con quali regole probatorie, e in quella stanza c'è mai un'altra donna?

7. Cancellare la storia. «In tutta la Bibbia non si legge che i primi cristiani festeggiassero il proprio compleanno, ecco perché i Testimoni di Geova non festeggiano il Natale e i compleanni.»

L'argomento è presentato come una costante eterna dedotta dalle Scritture. La documentazione dice altro, e in questo caso la fornisce l'organizzazione stessa.

Sul Natale: gli Studenti Biblici lo hanno celebrato fino al 1927, e nel libro Proclamatori è pubblicata la fotografia dell'ultimo Natale festeggiato alla Betel di Brooklyn nel 1926.[5] Non si trattava di ignoranza sulle origini della data. La Zion's Watch Tower del 15 dicembre 1898 riconosceva apertamente che il 25 dicembre non è la data reale della nascita di Gesù, e concludeva che, non avendo il Signore dato istruzioni in merito, era appropriato ricordare comunque quella nascita insieme agli altri.[6] Lo stesso concetto ritorna nelle Torri di Guardia del 15 dicembre 1903, del 1° dicembre 1904, del 15 dicembre 1908 e ancora del 15 dicembre 1926, a un anno esatto dall'abbandono della festa.[7] La Watch Tower produceva perfino cartoline natalizie, e Russell stesso ne inviò una poco prima della morte nel 1916.

Sui compleanni la documentazione è ancora più diretta, perché è una pubblicazione ufficiale ad ammetterlo. La Torre di Guardia del 15 ottobre 1998 riconosce che agli inizi del secolo scorso gli Studenti Biblici festeggiavano i compleanni, che molti li annotavano nel libro Manna celeste giornaliera inserendo nelle pagine corrispondenti le fotografie dei compagni di fede, e che nel 1909, a un'assemblea di Jacksonville in Florida, Russell fu accompagnato sul palco per ricevere un inatteso regalo di compleanno.[8] L'usanza proseguì fino a poco dopo il 1926, quando fu Rutherford a proibirla. Prima di allora nessuno aveva sollevato obiezioni.

Chi conosce solo la versione odierna resta sorpreso da un dato semplice: le pratiche oggi definite un'usanza che dispiace a Dio[9] sono state quelle del movimento per i suoi primi cinquant'anni, e sono state abbandonate diversi anni dopo il 1919, cioè dopo la data in cui l'organizzazione sostiene di essere stata liberata dalla falsa religione e purificata da ogni contaminazione pagana. Non è un dettaglio erudito: mostra che la dottrina non discende dal testo biblico, ma da decisioni organizzative successive che vengono poi retrodatate al testo. La documentazione completa, con le riproduzioni degli articoli originali, è nelle pagine I TdG e le feste e Testimoni di Geova e compleanni.

Lo stesso vale per il modello del primo secolo con un corpo direttivo composto dagli apostoli. In Atti 15 si descrive una riunione su una questione specifica, non un organo permanente di governo mondiale. È una retroproiezione: si prende la struttura attuale e la si proietta all'indietro per renderla non negoziabile.

8. Chiudere con la promozione. L'ultima risposta contiene l'indirizzo del sito ufficiale, il corso biblico gratuito e senza impegno, l'invito personale al lettore. È lo stesso invito all'azione che si ritrova identico su ogni pubblicazione dell'organizzazione. Una testata che si è presentata come luogo di confronto lo pubblica senza alcuna mediazione.

L'effetto che tutto questo produce

Qui arriva la parte che interessa di più, ed è il motivo per cui vale la pena dedicare una pagina a un articolo di una rivista di piccola diffusione.

In questa intervista non si attaccano mai i critici. Non compare la parola apostata, non si parla di persecuzione, non si accenna a chi diffonde falsità. Non serve. L'operazione è più elegante e molto più efficace: si costruisce un mondo in cui la critica non ha oggetto.

Se non esiste l'ostracismo ma solo persone che si allontanano da sé, se non esistono limiti per le donne ma solo donne appagate, se i figli vanno tranquillamente all'università, se non ci sono leader ma uomini devoti, se non ci sono regole ma principi biblici, allora chi denuncia qualcosa non sta denunciando: sta inventando. E se sta inventando, la domanda che il lettore si pone spontaneamente non è più "cosa dice, e ha ragione?" ma "perché ce l'ha tanto con loro?".

Ecco il meccanismo. La delegittimazione non viene affermata, viene resa l'unica conclusione disponibile. Un lettore ragionevole, uscito da quelle due pagine, incontrando poi un ex TdG che racconta di non vedere i figli da dieci anni, avrà già pronta la spiegazione: un caso isolato, un rancore personale, forse ha fatto qualcosa lui. È la stessa operazione che l'organizzazione compie da sempre nelle sue pubblicazioni,[10] applicata qui in una versione più raffinata perché indiretta e perché firmata da un terzo.

Le vittime dell'ostracismo, dopo un articolo così, non sono state contraddette. Sono state cancellate. È peggio.

Sull'anonimato

Una considerazione onesta va fatta. La richiesta di anonimato può avere una motivazione del tutto legittima: il timore di attacchi personali. Chi frequenta l'ambiente sa che l'ostilità verso i TdG esiste ed è a volte violenta, e che una donna che mette nome e cognome sotto una difesa pubblica della propria fede può ritrovarsi bersagliata. Non ho alcuna intenzione di irridere questa scelta. Se è questa la ragione, è comprensibile e la rispetto.

Resta però che l'anonimato produce comunque un effetto, quali che siano le intenzioni. Stefania parla per otto milioni e ottocentomila persone e non risponde di nulla come persona. Le sue affermazioni non sono verificabili, la sua posizione nella congregazione non è nota, la sua rappresentatività è indimostrabile. E c'è un contrasto che nessuno rileva: un'organizzazione che manda ogni settimana i suoi membri a presentarsi di persona sulla soglia di casa degli sconosciuti, quando incontra una giornalista produce una fonte senza nome.

C'è poi un termine di paragone interno che rende il contrasto ancora più netto. Quando l'organizzazione parla ufficialmente, i suoi portavoce non sono anonimi: gli addetti stampa e i membri dei comitati di filiale rilasciano dichiarazioni con nome e cognome, e così compaiono nei comunicati e nelle cronache giudiziarie. L'anonimato scatta soltanto quando a parlare è una fedele qualunque. Il che significa che questa intervista, pur riproducendo il contenuto della comunicazione ufficiale, non è formalmente attribuibile a nessuno: ha il peso di una testimonianza personale e la struttura di un comunicato, senza gli oneri di verificabilità né dell'una né dell'altro.

Esiste peraltro un altro tipo di anonimato, ed è istruttivo metterlo accanto a questo. Uno degli autori del volume Profili di marginalità sociale: il caso dei Testimoni di Geova firma con uno pseudonimo, e la ragione è dichiarata apertamente nella presentazione del libro: è ancora Testimone di Geova e vuole evitare che l'ostracismo interferisca con i suoi rapporti familiari.[11] Due persone che nascondono il proprio nome, quindi, ma per motivi opposti. Una lo fa parlando bene dell'organizzazione, l'altra lo fa per non perdere la famiglia dopo averne scritto criticamente. Se davvero non esistessero regole particolari sui rapporti con chi sta fuori, il secondo dei due anonimati non avrebbe alcuna ragione di esistere.

L'intervista è stata concordata?

Non ho documenti per affermarlo e non lo affermo. Espongo quello che si può osservare, e ognuno tragga le sue conclusioni.

Primo dato. Il contenuto delle risposte non è generico. È aderente, spesso quasi frase per frase, alle sezioni informative del sito ufficiale dell'organizzazione: il nome divino che ricorre quasi settemila volte, l'unico sacerdote che è Gesù Cristo, il modello del primo secolo, la Commemorazione come unica ricorrenza, i due a due di Luca 10:1, la profezia di Matteo 24:14, la libertà di andarsene con una breve comunicazione, la visita periodica degli anziani. Sono i medesimi punti, nel medesimo ordine argomentativo, con i medesimi versetti di appoggio. Chi ha familiarità con quei testi li riconosce a colpo d'occhio.

Questo non prova un accordo. Prova qualcosa che in un certo senso dice di più: che il repertorio è talmente interiorizzato da funzionare senza bisogno di coordinamento. Un TdG di lunga data, messo davanti a queste domande, produce spontaneamente queste risposte, perché sono le uniche che ha mai sentito e le uniche che ha esercitato.

Secondo dato, e qui non si tratta di un'impressione ma di documenti. Le circolari che la filiale italiana ha inviato ai corpi degli anziani stabiliscono in modo dettagliato chi può parlare con un giornalista e chi no.[12]

Sul principio generale:

«in ogni circoscrizione opera un rappresentante stampa, e generalmente si ottengono risultati migliori lasciando che i rapporti con i media siano gestiti da chi ha la necessaria preparazione e opera sotto la supervisione del sorvegliante di circoscrizione e della filiale».

Sul caso in cui un cronista chieda un'intervista a un fedele:

«è meglio farsi lasciare il numero di telefono e spiegare che lo farete ricontattare dal rappresentante stampa (non viceversa) che è preposto a gestire i contatti con i media nella zona».

Agli studenti universitari che chiedono materiale per una tesi, l'indicazione data a tutti gli anziani d'Italia è di indirizzarli «direttamente all'Ufficio Informazione Pubblica della filiale».

E a chi si trovasse comunque a parlare con un giornalista viene suggerito di rispondere che non ha niente da dire al riguardo. Se poi l'intervistatore sollevasse argomenti presentati da ex Testimoni di Geova, la formula consigliata è ancora più netta:

«Non abbiamo niente da dire di coloro che ce l'hanno con noi o con le nostre convinzioni».

E una volta precisata quella posizione, l'istruzione è di attenersi a essa anche se l'intervistatore cerca ripetutamente di sollevare di nuovo la questione.

Posso aggiungere una testimonianza diretta, perché la disposizione l'ho sperimentata su di me. Quando ero ancora Testimone di Geova, un quotidiano locale ospitò gli interventi critici di un lettore nei confronti dell'organizzazione e io risposi con una serie di lettere in difesa dei TdG. Lo scambio andò avanti per qualche tempo. Alla prima assemblea di circoscrizione utile il sorvegliante mi si avvicinò e mi disse, in tono che non ammetteva repliche, di piantarla. Non entrò nel merito di ciò che avevo scritto, che del resto difendeva la sua stessa organizzazione: il problema era che a scrivere fossi io. Anni dopo ho scoperto che non era una sua iniziativa personale. Una circolare del 25 gennaio 1990, indirizzata a tutte le congregazioni italiane, prendeva atto che diversi fratelli avevano scritto lettere di protesta ai giornali, chiedeva che gli anziani le leggessero prima della spedizione e concludeva:

«Invitiamo i fratelli a essere cauti e a non rispondere ad apostati e a giornalisti».[13]

Da qui si aprono due sole possibilità, ed entrambe sono significative. O l'intervista è passata per i canali previsti, e allora la sua natura di comunicazione istituzionale è evidente e andava dichiarata al lettore. Oppure non ci è passata, e allora una fedele si è esposta per conto proprio, contro istruzioni scritte e ripetute, riproducendo comunque il materiale ufficiale in modo così puntuale da renderlo indistinguibile da un testo approvato. Nel primo caso siamo davanti a un pezzo concordato presentato come inchiesta. Nel secondo siamo davanti a qualcosa che dovrebbe far riflettere ancora di più: un linguaggio che non ha bisogno di essere imposto perché è diventato l'unico disponibile.

Cosa sarebbe bastato

Non si chiede a una rivista femminile di fare le pulci alla cronologia del 607 a.C. Bastavano tre domande.

Se una madre viene espulsa, la figlia che vive per conto suo può continuare a invitarla a pranzo? Nel caso di un'accusa di abuso sessuale, chi la esamina e con quali regole? Come mai il movimento ha festeggiato i compleanni e il Natale per i suoi primi cinquant'anni?

Tre domande, tre risposte verificabili, e il pezzo sarebbe diventato giornalismo. Sarebbe rimasta un'intervista rispettosa a una credente, senza un grammo di ostilità, ma il lettore ne sarebbe uscito sapendo qualcosa. Così com'è, ne esce sapendo soltanto ciò che l'organizzazione desidera che sappia.

Vale la pena aggiungere che su questo stesso tema, e da una prospettiva dichiaratamente femminista, esiste già un testo classico. Barbara Grizzuti Harrison, giornalista e saggista americana fra le prime collaboratrici di Ms. Magazine, entrò come adolescente alla Betel di Brooklyn dopo che le era stato precluso di andare all'università, e nel 1978 pubblicò Visions of Glory, in cui raccontava dall'interno la condizione femminile nell'organizzazione. La traduzione italiana di Sergio Pollina è scaricabile da questo sito. Una rivista che si occupa di superare gli stereotipi sulla femminilità avrebbe trovato lì, in un solo volume, tutte le domande che non ha posto.

Non è colpa di Stefania, che ha detto ciò che crede. È il costo di una domanda mai posta.


Note

[1] Erna Corsi, Una Testimone di Geova racconta come vive all'interno del movimento religioso, in L'Altro Femminile, n. 7, 28 maggio 2025 (link all'articolo). Le citazioni riportate in questa pagina sono brevi estratti utilizzati a fini di analisi critica, nell'esercizio del diritto di critica e di cronaca. ↑ Torna al testo

[2] La raccolta delle dichiarazioni ufficiali sull'obbedienza all'organizzazione, dal 1934 al 2010, è nella pagina «La ribellione contro lo schiavo è ribellione contro Dio». ↑ Torna al testo

[3] Organizzati per fare la volontà di Geova, p. 206; nell'edizione 2019 le domande di verifica occupano le pp. 185-207. ↑ Torna al testo

[4] Sulle conseguenze concrete di questa impostazione sui minori si vedano Influenza sui bambini e Come rendere un bimbo disadattato. ↑ Torna al testo

[5] I Testimoni di Geova, proclamatori del Regno di Dio, p. 200. Alla stessa pagina è riprodotta la fotografia dell'ultimo Natale celebrato alla Betel di Brooklyn nel 1926. ↑ Torna al testo

[6] Zion's Watch Tower, 15 dicembre 1898, p. 370. ↑ Torna al testo

[7] The Watch Tower, 15 dicembre 1903; 1° dicembre 1904; 15 dicembre 1908; 15 dicembre 1926, p. 371, § 3. Le riproduzioni degli articoli originali sono consultabili nella pagina I TdG e le feste. ↑ Torna al testo

[8] La Torre di Guardia del 15 ottobre 1998, p. 30; l'episodio dell'assemblea di Jacksonville è riferito in The Watch Tower del 15 febbraio 1909. La riproduzione dell'articolo originale, con traduzione, è nella pagina Testimoni di Geova e compleanni. ↑ Torna al testo

[9] Opuscolo Cosa richiede Dio da noi?, p. 5. ↑ Torna al testo

[10] Sul meccanismo con cui la testimonianza di chi è uscito viene preventivamente squalificata si vedano Gli ex TdG sono inaffidabili? e La decontestualizzazione apologetica. ↑ Torna al testo

[11] La nota biografica dell'autore che firma con pseudonimo è riportata nella presentazione del volume di Achille Aveta, Sergio Pollina, Michele Sabino, Carlo Pimo, Profili di marginalità sociale: il caso dei Testimoni di Geova, Giannini Editore, giugno 2024. ↑ Torna al testo

[12] Circolari della filiale italiana del 15 dicembre 2008 e del 12 luglio 2010, quest'ultima indirizzata "A tutti i corpi degli anziani in Italia", e istruzioni allegate alla circolare relativa alle assemblee di distretto. I testi sono riportati in Aveta, Pollina, Sabino, Pimo, op. cit., pp. 168-170. ↑ Torna al testo

[13] Circolare della filiale italiana del 25 gennaio 1990, indirizzata a tutte le congregazioni italiane, riportata in Aveta, Pollina, Sabino, Pimo, op. cit., p. 171. ↑ Torna al testo


Vedi anche: Come reagiscono i TdG alla critica e Dibattere con i Testimoni di Geova

 
   
       
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Crisi di coscienza,
Fedeltà a Dio
o alla propria religione?
Di Raymond Franz,
già membro del
Corpo Direttivo
dei Testimoni di Geova
© infotdgeova.it — Analisi critica e documentata dei Testimoni di Geova
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